Pietro Scarpa porta il suo “Ritratto di messer Zuan Paulo da Ponte” di Tiziano alla mostra di Castelfranco

Arriva alla mostra di Castelfranco curata da Danila Dal Pos su “Le Trame di Giorgione” anche il “Ritratto di messer Zuan Paulo da Ponte”, attribuito al cadorino Tiziano. “Le trame di Giorgione” aprirà i battenti il prossimo 27 ottobre, in una vernice che già risveglia gli animi assopiti. Il dipinto in questione è prestato generosamente da Pietro Scarpa, noto antiquario veneziano che ha avuto il merito di acquisire l’opera, finita sul mercato americano, riportarla in Italia e farla restaurare. Il ritratto è fortunatamente documentato, grazie anche all’abitudine di messer da Ponte di annotare, giorno dopo giorno, tutto quello che faceva. Così dai precisissimi “Memoriali” di messer Zuan Paulo si sa che egli commissionò a Tiziano il dipinto l’8 marzo 1534 e il dovuto venne il 22 dicembre dello stesso anno. Tiziano venne contemporaneamente impegnato anche per il ritratto di Giulia, la splendida figlia del committente. L’opera, ammirata anche dal Vasari, seguì il suo proprietario quando egli si trasferì a Spilimbergo, in Friuli. Col tempo, le collezioni di famiglia – annota Gentili – furono immesse nel mercato, ma il contatto tra il da Ponte e Tiziano venne dimenticato fin quando il dipinto fu ritrovato, identificato e pubblicato dal Suida. Passato in America e dimenticato, il ritratto rimase per una settantina d’anni nel caveau di una banca californiana, dove fu riscoperto e riportato in Italia da Pietro Scarpa. Durante il restauro, dietro la tela originale è apparso il nome del committente: ZAN PAVLO DA PONTE / SPILINBERGO. “Questo capolavoro -sottolinea la curatrice della Mostra Danila Dal Pos- lo abbiamo voluto a “Le trame di Giorgione” non solo perché di Tiziano, non solo perché opera straordinaria, ma perché interpreta alla perfezione il tema della mostra, ovvero l’importanza dei tessuti nell’immagine che i personaggi ritratti vogliono tramandare di se stessi”.
Nella scheda per il catalogo, Gentili porta l’attenzione sullo ”sguardo compiaciuto e un tantino febbrile di quest’uomo … sul suo abbigliamento ricchissimo ed elegantissimo ma lievemente fuori moda, lievemente eccentrico, con l’ampio collo di lince sul giubbone di velluto nero sforbiciato; sulla superba nonchalance della mano guantata che lascia trasparire l’unghia del pollice e surclassa, come spesso accade nel nostro pittore, la rigida mano scoperta. Sulla verità, soprattutto, del volume ben rilegato e ordinatamente chiuso dalla sua ‘cordella’: un libro importante della sua biblioteca o, piuttosto, uno dei preziosi “memoriali”? Un ostentato segnale di cultura o, piuttosto, il tracciato puntiglioso della memoria, la cronaca familiare che impone all’immagine le ragioni della storia?”

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Carlo Bononi al Diamanti: L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese

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La mostra in programma da ottobre a Palazzo dei Diamanti sarà un’occasione imperdibile per accostarsi a un capitolo della storia dell’arte affascinante anche se poco conosciuto. L’appuntamento espositivo sarà riservato, infatti, a uno dei grandi protagonisti della pittura del Seicento: il ferrarese Carlo Bononi, il cui nome, non a caso, è stato spesso accostato a quelli di Tintoretto, dei Carracci o di Caravaggio. La rassegna – la prima monografica a lui dedicata – è organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte ed è curata da Giovanni Sassu, conservatore dei Musei d’Arte Antica della città estense, e da Francesca Cappelletti, docente di Storia dell’Arte Moderna dell’Università degli Studi di Ferrara. Per secoli Bononi, come del resto l’intero Seicento ferrarese, è rimasto in ombra, offuscato dal ricordo della magica stagione rinascimentale degli Este. Una lenta operazione di recupero critico ha progressivamente messo a fuoco la figura di un artista unico, che seppe interpretare in modo sublime e intimamente partecipato la tensione religiosa del suo tempo. Pittore di grandi cicli decorativi sacri e di pale d’altare, Bononi elabora un linguaggio pittorico che pone al centro l’emozione, il rapporto intimo e sentimentale tra le figure dipinte e l’osservatore. Negli anni drammatici dei contrasti religiosi, dei terremoti e delle pestilenze, il sapiente uso della luce e il magistrale ricorso alla teatralità fanno di lui uno dei primi pittori barocchi della penisola, come testimoniano le seducenti decorazioni di Santa Maria in Vado.
Ma Bononi fu anche un grande naturalista: nelle sue opere il sacro dialoga con il quotidiano. Tele come il Miracolo di Soriano o l’Angelo custode mostrano quanto sentita fosse per l’artista la necessità di calare il racconto religioso nella realtà, incarnando santi e madonne in persone reali e concretamente riconoscibili. In questa prospettiva, pochi come lui hanno saputo coniugare il nudo maschile con le esigenze rappresentative dell’Italia ancora controriformista di inizio Seicento: i suoi martiri e i suoi santi sono dipinti con perfezione potente e, al contempo, suadente, ma senza alcun gusto voyeuristico.
Ma Bononi non dipinse solo soggetti religiosi, fu anche il sorprendente interprete di una classe di committenti colti e attenti alle arti, con preferenze spiccatamente musicali, inclini a contenuti figurativi un po’ licenziosi, come provano le varie redazioni del Genio delle arti, capolavori con i quali Bononi dialoga apertamente con Caravaggio e con i suoi seguaci.
Tutto questo era ben chiaro agli occhi dei contemporanei. Il “divino” Guido Reni, a pochi mesi di distanza dalla morte di Carlo, avvenuta nel 1632, lo esaltava descrivendolo «pittore non ordinario» dal «fare grande e primario», dotato di «una sapienza grande nel disegno e nella forza del colorito». Un secolo dopo, Bononi attirava l’attenzione dei viaggiatori del Grand Tour, da Charles Nicolas Cochin a Johann Wolfgang Goethe, ma anche quella del grande Giuseppe Maria Crespi e dell’abate Luigi Lanzi, il quale, nella Storia pittorica d’Italia lo definisce «un de’ primi che l’Italia vedesse dopo i Caracci». Rafforza l’idea che i grandi della storia dell’arte si sono fatti di questo pittore la valutazione di Jakob Burckhardt che nel Cicerone (1855) davanti alle decorazioni di Santa Maria in Vado si dichiarava convinto di trovarsi di fronte al prodotto di una delle menti più brillanti del suo tempo.
I giudizi di Reni, di Goethe, di Lanzi e di Burckhardt sanno messi alla prova a partire dal 14 ottobre 2017: la sapienza del disegno e la forza del colorito di Carlo Bononi vi aspettano per sorprendervi e sedurvi a Palazzo dei Diamanti.

CARLO BONONI
L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 ottobre 2017 – 7 gennaio 2018
Mostra a cura di Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con Musei di Arte Antica del Comune di Ferrara.

CHE GUEVARA, cinquant’anni dopo

Una mostra sorprendente, una grande narrazione alla Fabbrica del Vapore, a Milano, sulla storia e la vita del Che“uomo” e “personaggio storico”. A cinquant’anni dalla sua morte, un percorso affascinante grazie a migliaia di documenti e materiali d’archivio del Centro Studi Che Guevara a L’Avana, anche inediti, e alle più moderne tecnologie.
“[…] Molti mi considereranno un avventuriero e questo sono, solo che di tipo diverso: uno che rischia la pelle per dimostrare le proprie verità. …” (Che Guevara, lettera ai genitori – 1965)

Il 9 ottobre del 1967 Ernesto Guevara, catturato in Bolivia insieme ai compagni di guerriglia, dopo un lungo interrogatorio, viene assassinato nel piccolo villaggio de La Higuera. Gli scatti dei fotografi che ritraggono il suo corpo steso su un tavolo all’ospedale di Vallegrande fanno il giro del mondo, così come l’annuncio della sua morte da parte di Fidel Castro. Il combattente, l’eroe, se n’era andato ma il suo ricordo e il suo mito sarebbero rimasti intatti fino ad oggi.
A cinquant’anni dalla sua morte, dal 6 dicembre 2017 al 1 aprile 2018 (anno in cui ricorrono i novant’anni dalla nascita) a Milano alla Fabbrica del Vapore, una mostra spettacolare e di grande narrazione ci porterà dentro la Storia, a rivivere gli avvenimenti cruciali e il mito del Che, ma anche a scoprire l’uomo, i suoi affetti, gli ideali e i turbamenti, grazie al ricchissimo e in parte inedito materiale di archivio del Centro Studi Che Guevara a L’Avana e ai linguaggi delle più innovative tecnologie. Ideata e realizzata da SIMMETRICO Cultura, la mostra è prodotta da Alma, RTV Comercial de l’Avana e dal Centro Studi Che Guevara, coprodotta dal Comune di Milano e Fabbrica del Vapore con il patrocinio e la collaborazione scientifica, per il contesto storico e geopolitico, dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università IULM. Catalogo Skira. Alla base dell’evento, l’accordo di collaborazione cinquantennale siglato da ALMA con il Centro Studi per la valorizzazione dell’Archivio, patrimonio d’interesse universale riconosciuto dall’Unesco nel 2014, con l’inserimento nel progetto “Memorie del Mondo”.
Oltre 2000 documenti – lettere, diari, foto ufficiali e private, la biblioteca personale, gli scritti autografi dei discorsi e delle opere letterarie, i video d’epoca, sono stati per due anni vagliati e tradotti e più della metà verranno riprodotti e riutilizzati in mostra per raccontare la storia di un uomo chiave del ‘900 – borghese, medico, marito e padre – che di fronte agli eventi, alla situazione geopolitica, alla visione delle ingiustizie sociali non è rimasto indifferente, si è interrogato e, al di là delle risposte date, ha scelto di agire in prima persona. Il punto di partenza della mostra sarà proprio accettare di vedere la realtà che aveva colpito così profondamente Ernesto Guevara.

Il percorso – sviluppato in 1000 metri quadrati all’interno della Fabbrica del Vapore – inizia dunque con una sfida: superare una linea gialla. Una parete di 16 metri a fasce mobili, retroproiettata, mostra le immagini edulcorate proposte negli anni Cinquanta da Hollywood, dalle riviste di moda, dalla pubblicità delle delle grandi imprese delle società consumistiche. All’avvicinarsi dei visitatori però le immagini bruciano, per lasciare il posto a un’altra realtà fatta di povertà e malattie, ingiustizie sociali, sfruttamento del lavoro, mancanza di libertà. Superata quella linea, inizia il viaggio nella storia di Ernesto, poi diventato El Che, che culminerà in un’installazione artistica realizzata appositamente da uno dei pionieri della Perceptual Art, Michael Murphy: “Il Volto di Che Guevara”. La mostra, con la direzione artistica di Daniele Zambelli, la curatela di Daniele Zambelli, Flavio Andreini, Camilo Guevara e Maria del Carmen Ariet Garcia e una “colonna sonora” originale composta da Andrea Guerra – vincitore del premio Soundtrack Stars 2017 alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia – si sviluppa filologicamente su tre livelli, affidati a diversificate soluzioni multimediali coinvolgenti e di particolare efficacia comunicativa.
Il primo livello racconta, con un’impostazione narrativa di stampo giornalistico, il contesto geo-politico. Il secondo è biografico, per ripercorrere con ampi e inediti materiali d’archivio e con tono documentaristico gli avvenimenti privati e pubblici del personaggio: i suoi famosi discorsi ufficiali, le riflessioni su educazione, politica estera ed economia, il senso della rivoluzione e la speranza nell’“Uomo Nuovo”.
Infine, c’è un livello a-temporale narrato con tono intimistico: è il racconto degli scritti più personali, dai diari alle lettere a familiari e amici, fino alle inedite registrazioni di poesie dedicate alla moglie Aleida, dove dubbi, contraddizioni, riflessioni prendono corpo.
Da questo livello narrativo emerge l’uomo, l’intensità delle domande che il Che poneva a se stesso, la difficile scelta fra l’impegno nella lotta contro l’ingiustizia sociale e la dolorosa rinuncia agli affetti e a una vita più sicura.

“..Mia amata: […] Mi costa scrivere; o mi disperdo in inutili dettagli tecnici, o cedo al turbine di ricordi di una vita che chissà mai se tornerà. Devi sapere che sono un misto tra un avventuriero e un borghese, combattuto fra una voglia lancinante di “casa”, e l’ansia di realizzare i miei sogni.” (Che Guevara, lettera alla moglie Aleida – novembre 1965)

Milano, Gallerie del Credito Valtellinese: Arte ribelle. 1968-1978 Artisti e gruppi dal Sessantotto

Ph: Fabrizio Stipari / CreVal

A quasi cinquant’anni dalla data-simbolo del “Sessantotto”, una grande mostra si propone di indagare tutte quelle espressioni artistiche che in Italia si sono chiaramente ispirate alla protesta politica, alla speranza rivoluzionaria, alle spinte libertarie, e che si sono sviluppate a partire dal 1965, con le prime proteste per la guerra del Vietnam, per proseguire poi almeno sino alla metà degli anni settanta. io Curzio e Leo Guerra, direttori artistici delle Gallerie del Credito Valtellinese, hanno accolto il progetto ideato da Marco Meneguzzo che, dietro al titolo emblematico di “Arte ribelle. 1968-1978 Artisti e gruppi dal Sessantotto”, ha inteso analizzare il tentativo di costruire un linguaggio artistico “politico” e “popolare” insieme. La mostra proposta presenta così un gruppo abbastanza ristretto di artisti, essenzialmente operanti tra Milano e Roma, mettendo a confronto linguaggi cosiddetti “alti” (pittura da un lato e arte “concettuale” e comportamentale dall’altro) e “bassi” (l’illustrazione di riviste e di fanzine, come “Re Nudo” e altre), che in quegli anni hanno cercato di costruire un vero e proprio linguaggio espressivo al contempo innovativo e accettato dalle grandi masse , dove il confronto tra arte e illustrazione, tra arte e ciò che un tempo si definiva “propaganda”, pur essendo entrambi schierati ideologicamente dalla stessa parte, costituisce uno dei motivi più interessanti.
“Se la Francia – affermano i due direttori – ha celebrato la sua “Figuration Narrative” con una mostra al Centre Pompidou (maggio 2008), ci pare opportuno che Milano – cuore della protesta studentesca e operaia italiana – faccia altrettanto con gli artisti e anche coi semplici illustratori, che furono testimoni attivi di quella stagione, e che costituirono un esempio importante, duraturo e linguisticamente non secondo a nessuno nell’Europa di quell’epoca”.
Di qui, appunto, il Progetto “Arte ribelle” che dall’11 ottobre, proprio a Milano, presso la Galleria Gruppo Credito Valtellinese di Corso Magenta, approderà in una grande e selezionatissima retrospettiva sui protagonisti, sul fronte dell’arte di quel momento storico e sociale. Il curatore ha selezionato per questa rassegna un’ottantina di opere – alcune di grande dimensione – e una nutrita serie di documenti illustrati, oltre alle testimonianze fotografiche, centrate non tanto sugli avvenimenti, ma sul costume dell’epoca.

Ph: Fabrizio Stipari / CreVal

Ph: Fabrizio Stipari / CreVal

Il catalogo che accompagna l’esposizione si pone come strumento fondamentale per la comprensione dell’arte e dell’immaginario figurativo del periodo: un approfondito saggio del curatore, una serie di interviste inedite ai protagonisti, saggi dedicati a singoli aspetti del periodo, – stilati da Alberto Saibene, Enrico Morteo, Francesca Caputo, Matteo Guarnaccia, un forte apparato iconografico farà di questo volume un punto di vista aggiornato sull’argomento.
Tra i protagonisti della mostra troviamo Vincenzo Agnetti, Franco Angeli, Fernando De Filippi, Nanni Balestrini, Age, Paolo Baratella, Gianfranco Baruchello, Fabio Mauri, Mario Ceroli, Emilio Isgrò, Pablo Echaurren, Mario Schifano, Ugo La Pietra, Umberto Mariani, Franco Vaccari, Gianni Pettena, Gianni Emilio Simonetti, Giangiacomo Spadari, Franco Mazzucchelli. A questi artisti si affiancano coloro – Matteo Guarnaccia tra i molti – che in quel periodo, magari anonimamente, hanno operato nel campo dell’illustrazione, del muralismo e nelle diverse altre forme di comunicazione visiva, a comporre un affresco ragionato di uno dei momenti più magmaticamente creativi della cultura italiana del Novecento.
La grande mostra milanese avrà una corrispondenza a Fano (non in perfetta sincronia temporale, ma certamente una coincidenza tematica) alla Galleria Carifano in Palazzo Corbelli, dove quell’importante progetto nazionale vivrà una declinazione monografica. Ad essere proposta alla Galleria Carifano è una originale indagine su Cesare Marraccini, “il profeta sorridente”, protagonista, nella sua veste di collezionista e amico di molti artisti, di quell’Italia dell’arte tra gli anni Sessanta e Ottanta che è oggetto della grande esposizione milanese.
Per la prima volta, 50 opere, il meglio della sua fondamentale collezione, viene proposto in una mostra. Ad essere “svelate” in Palazzo Corbelli sono opere di artisti come Paolo Baratella, Giuseppe Guerreschi, Sergio Sarri, Ercole Pignatelli, Luca Alinari, Titina Maselli, James McGarrell, Gerard Tisserand, Rod Dudley, Carlos Mensa, Sergio Fergola, Augusto Perez, Renzo Vespignani, Valeriano Trubbiani, Antonio Recalcati, Giacomo Spadari, Umberto Mariani, Guido Biasi, Sergio Vacchi.
A dimostrare come l’Arte Ribelle non sia stato un movimento circoscritto alle grandi città ma abbia affascinato anche la provincia, naturalmente la più vivace e curiosa.

ILLUSTRI PERSUASIONI tra le due Guerre

Il nuovo Museo Nazionale della Collezione Salce svela una seconda, importante tranche dei suoi quasi 50 mila pezzi.
Dal 14 ottobre al 14 gennaio prossimi, Marta Mazza, che del nuovo museo è il Direttore, con il titolo di “Illustri persuasioni” presenta un centinaio di magnifiche testimonianze dell’arte pubblicitaria tra la prima e la seconda guerra mondiale, dal 1920 al 1940.
Sono manifesti che la curatrice definisce come “perentori”, che declinano una stagione distinta, spesso nettamente, dalla precedente del Liberty (oggetto della precedente esposizione al Museo Salce).
Non a caso, in questa mostra, il focus è posto sugli autori dei manifesti. Riconoscendo loro il ruolo e la virtuosità di abili “persuasori”. I loro sono anni in cui la “propaganda” assume un ruolo ufficiale e nella grafica raggiunge livelli di straordinaria eccellenza. Sono i decenni in cui nel vecchio Continente, ma non solo, si affinano gli strumenti della “comunicazione di massa”.
Sono anni in cui anche i grandi geni già affermati, come Leonetto Cappiello e Marcello Dudovich, sperimentano la tenuta delle loro idee comunicative attraverso un linguaggio più volumetrico e incisivo, continuando ad inventare personaggi indimenticabili come il folletto nella buccia d’arancia per Campari o l’elegante donna in blu per la Fiat Balilla. E sulla loro scia si muovono nuove stelle, come il francese Achille Luciano Mauzan, sempre pronto all’ironia più esuberante.
In altri autori, che si affacciano ora al mondo della grafica pubblicitaria, i volumi e le geometrie riconducono più chiaramente ai paralleli percorsi della pittura, tra cubismo e futurismo: le splendide nature morte di Marcello Nizzoli per il Campari o per il Vov; le marionette ironiche di Fortunato Depero di Enrico Prampolini e di Bruno Munari; le figure “solidificate” di Lucio Venna, di Giuseppe Riccobaldi del Bava e del novecentista Mario Sironi, grande anche nella grafica; le donne raffinatissime di Franz Lenhart, memori di quelle di Tamara de Lempicka.
Anche il mondo più discreto e “minore” dell’illustrazione suggestiona gli autori pubblicitari, esprimendo con estrema raffinatezza le prerogative più coerenti dell’Art déco: straordinarie e inedite sono in tal senso le prove giovanili di Erberto Carboni, tra cui spiccano per felicità inventiva, quasi fiabesca, quelle per la O.P.S.O. di Parma.
Ma è lo stesso Carboni, qualche anno più tardi, a sviluppare un altro sorprendente e nuovissimo rapporto: quello tra la grafica pubblicitaria e la fotografia, che entra con vigore nei manifesti fin dagli anni ’30. Giaci Mondaini è tra coloro che ne faranno ampio uso, anche con immagini della piccola figlia Sandra; e così il geniale Xanti Schawinsky, che porterà in Italia le ricerche del Bauhaus.
Atmosfere fotografiche e cinematografiche sono implicite anche nell’imponente lavoro di Gino Boccasile, quello delle “signorine grandi firme”.
“Le sue donne sensuali dai sorrisi smaglianti sono – afferma Marta Mazza – cifra identificativa di un’epoca mai esuberantemente ottimista come la precedente ma capace di messaggi seduttivi formulati con forza e con una consapevolezza linguistica totalmente nuova”.

Il Teatro Olimpico di Tiepolo: per la prima volta svelati al pubblico sette capolavori di Giandomenico Tiepolo “palladianista”

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Sette straordinari affreschi di Giandomenico Tiepolo (1727-1804) da oltre cinquant’anni anni erano conservati nelle residenze dei proprietari che coraggiosamente li salvarono dalle distruzioni belliche. Oggi gli eredi, convinti dell’opportunità di un godimento pubblico di tali capolavori, li hanno destinati al Palladio Museum. Ad essi viene dedicata una mostra, realizzata grazie alle competenze e alla collaborazione della Soprintendenza di Verona diretta da Fabrizio Magani, che la cura insieme al direttore del Palladio Museum, Guido Beltramini.
In questa vicenda s’intrecciano più storie. Quella della straordinaria arte dei Tiepolo, in grado di trasformare dalla radice la tradizione frescante veneta. Quella della difesa del patrimonio artistico negli anni cupi della seconda guerra mondiale. Ma esiste una terza storia che lega in modo indissolubile gli affreschi di Palazzo Valmarana Franco agli studi palladiani: essi infatti sono realizzati due decenni dopo la straordinaria decorazione di Villa Valmarana ai Nani, per il figlio del committente, Gaetano Valmarana. Nella dimora suburbana a poca distanza dalla Rotonda palladiana, per il padre Giustino Valmarana, i Tiepolo celebrano la naturalezza di una vita “moralizzata” in campagna. Vent’anni dopo, in città, a poca distanza dal Teatro Olimpico, il registro è completamente diverso: Tiepolo concepisce per il figlio una riedizione in pittura della magnificente scena del teatro all’antica di Palladio adottando non più il registro lieve e scherzoso della vita agreste ma il linguaggio aulico, monocromo ma nondimeno guizzante, della vicina architettura palladiana.
“Siamo orgogliosi di poter contribuire alla cultura della nostra città – dichiarano Camillo e Giovanni Franco, proprietari degli affreschi – con una parte della storia della nostra famiglia”. Fu fra l’altro Fausto Franco, zio dei generosi proprietari e Soprintendente ai Monumenti, a seguire il salvataggio degli affreschi di famiglia nel 1945. Dieci anni dopo lo stesso Franco, insieme – fra gli altri – a Rodolfo Pallucchini, Anthony Blunt, Rudolf Wittkower e André Chastel, fu fra i tredici fondatori del primo Consiglio scientifico del Centro palladiano, coordinato da Renato Cevese.
“Si tratta di una iniziativa lodevole e assai opportuna – dichiara Fabrizio Magani – in considerazione delle effettive distruzioni che gli affreschi di Tiepolo hanno subito a Vicenza durante la guerra. È importante quindi che oggi divenga fruibile al pubblico una parte importantissima del Tiepolo sopravvissuto”.
Le opere saranno allestite nella Sala delle Arti al piano nobile di palazzo Barbarano, in continuità con le sale espositive del Palladio Museum. “In questo modo – dichiara Howard Burns, presidente del Consiglio scientifico del Centro palladiano – il museo ribadisce la propria natura di autentico ‘museo della città’, luogo dello studio ma anche della conservazione dei reperti della memoria urbana nei suoi aspetti più significativi”.
La mostra, che aprirà al pubblico venerdì 3 novembre, sarà accompagnata da un catalogo con contributi di Fabrizio Magani (Soprintendente archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza), Guido Beltramini (direttore CISA Andrea Palladio), Luca Fabbri, Maristella Vecchiato e Giovanna Battista (Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza).

In occasione della mostra, per ampliare l’opportunità di conoscenza del grande artista veneto, il Pallado Museum e Villa Valmarana ai Nani offrono una reciproca riduzione sui biglietti d’ingresso.

Informazioni
http://www.palladiomuseum.org/exhibitionsHYPERLINKhttp://www.palladiomuseum.org/exhibitions/” /tiepolo
Twitter / Facebook / Instagram: PalladioMuseum
press@palladiomuseum.org
Tel. +39 0444 323014 / Fax 0444 322869

I sette affreschi di Giandomenico Tiepolo in mostra al Palladio Museum
1. Ercole con Cerbero incatenato
2. Figura femminile con clava e leontea (Onfale? Deianira?)
3. Giove
4. Ercole e l’Idra
5. Ercole sul rogo, iscrizioni: in alto a destra “Febraro 18 / 1773”
6. Coppia di satiri con vaso di fiori
7. Satiro con vaso e satiressa con tamburello

Luca Zaia a Piazzola sul Brenta, Castelfranco Veneto, Treviso: dalla biciclettata allo IOV e alla rivoluzione industriale

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(AVN) Venezia, 5 ottobre 2017. Giornata densa di impegni istituzionali, quella di domani venerdì 6 ottobre, per il Presidente della Regione del Veneto, a Piazzola sul Brenta, Castelfranco Veneto e Treviso. Alle ore 10.30, il Governatore sarà a Piazzola sul Brenta (Piazzale di Villa Contarini) per l’inaugurazione della passerella sul Brenta della pista ciclabile Treviso-Ostiglia. Da qui parteciperà alla biciclettata che arriverà sulla nuova passerella alle 11.00 circa, dove si terrà la cerimonia inaugurale con il taglio del nastro.
Alle ore 13.00 il Presidente arriverà all’Ospedale di Castelfranco Veneto per l’inaugurazione della sede distaccata dell’Istituto Oncologico Veneto – IOV, che può contare su 138 posti letto ai quali se ne aggiungono 25 che saranno dedicati ai pazienti provenienti da fuori Veneto.
Temi economici, infine, per l’appuntamento delle ore 16.00 all’ex stabilimento Pagnossin a Treviso, dove il Governatore interverrà al sesto incontro del percorso “comprendere per cambiare 2017”, incentrato sul tema “fabbriche, territori e comunità al tempo della quarta rivoluzione industriale” e organizzato da Unindustria Treviso.

Politica – Pigozzo: “Il Veneto al Senato a Roma al convegno dell’Antimafia sul contrasto alle mafie: serve maggior consapevolezza, maggior Cultura e Cultura della legalità per fermare la Piovra”

Bruno Pigozzo, Vicepresidente del Consiglio regionale del veneto oggi all’incontro al senato promosso dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie dal titolo: ‘Contrasto alle mafie: gli strumenti nella dimensione istituzionale nazionale e regionale’. I lavori sono stati aperti dal Presidente del Senato Pietro Grasso e dalla Presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi  che “hanno evidenziato una serie di punti su cui dovremmo tutti riflettere – ha spiegato Pigozzo – Le mafie dimostrano di avere affinità e influenza con i sistemi di potere. Durano a lungo non per la loro forza intrinseca, ma per la passività e limitatezza dei sistemi istituzionali che dovrebbero fermarle. Per combattere la doppia faccia delle mafie occorre dotarsi di strumenti straordinari ma che devono diventare rapidamente ordinari, sistematici, strutturali” Pigozzo poi ha sottolineato il nodo che riguarda il sistema economico: “Per fermare le mafie non si devono uccidere le imprese con azioni indiscriminate: vanno distinte le situazioni realmente mafiose che comportano il sequestro e la confisca dei beni, da quelle che vogliono liberarsi dal giogo mafioso per accompagnarle in questo sforzo” “Serve una assunzione di responsabilità da parte di tutta la classe dirigente del paese ponendo estrema attenzione alla formazione del personale della pubblica amministrazione dal livello nazionale a quello regionale e locale. Serve maggiore attenzione e consapevolezza anche a livello europeo per contrastare efficacemente le reti del traffico illecito di prodotti commerciali, di alimenti, di stupefacenti: fonte primaria di finanziamento delle mafie” Richiamando il ruoli delle regioni sono intervenuti i presidenti di Puglia, Lombardia, Calabria, Liguria, Lazio. “Dal dibattito e dalle esperienze in atto nelle singole regioni  – ha spiegato Pigozzo – sono emerse interessanti proposte operative. Elaborare un testo unico delle leggi regionali vigenti ottimizzando la formazione della macchina amministrativa e omogeneizzando le funzioni degli Osservatori, le azioni di controllo, contrasto, prevenzione e comunicazione in tema di mafie e di corruzione. C’è la necessità di estendere la competenza delle Commissioni consigliari Cultura aggiungendo il termine ‘e Legalità’. Cultura e legalità costituiscono un binomio necessario nella lotta alle mafie e alle organizzazioni criminali. Si è proposto poi di definire i cioè i Livelli Essenziali di Giustizia, Leg, da promuovere in tutte le regioni mettendoli a sistema. Infine uniformare le modalità di riutilizzo e gestione dei beni confiscati alle mafie perché siano restituiti alle comunità locali, con il coordinamento dell’agenzia nazionale preposta” Per il vicepresidente del Consiglio regionale del Veneto “In Veneto purtroppo la percezione della presenza delle mafie è ancora troppo debole. Eppure i segnali di illegalità che giungono dai settori Agroalimentare, Trasporti, Rifiuti, Opere Pubbliche, Commercio sono eclatanti a fianco delle azioni malavitose correlate al traffico di droga, alla prostituzione, al gioco d’azzardo. Sono evidenti a tutti, poi, i cattivi esempi di corruzione che hanno coinvolto pubblici amministratori anche nella nostra regione. Serve più consapevolezza e, appunto, maggior sinergia istituzionale per reagire. La legge regionale 48/2012 ‘Misure per l’attuazione coordinata delle politiche regionali a favore della prevenzione del crimine organizzato e mafioso, della corruzione nonché per la promozione della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile’ è certamente una buona base per innestare queste proposte – conclude il vicepresidente Pigozzo – Occorre rafforzare le iniziative in corso ed attuare in modo completo quelle previste dalla legge stessa.”

Vicenza, Basilica Palladiana. Vincent Van Gogh. Tra il grano e il cielo dal 7 ottobre 2017 all’8 aprile 2018, 185 giorni, aperta tutti i giorni, 7 su 7, con la sola eccezione del giorno della vigilia di Natale. 115mila prenotazioni già arrivate.

Van Gogh nella Basilica Palladiana, l’ultimo atto della sua vita

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Il curatore Marco Goldin percorre in modo approfondito i cinque anni della permanenza olandese di Vincent Van Gogh, nel Brabante, da Etten nella primavera del 1881 fino all’’autunno del 1885 a Nuenen. Ma anche i mesi meravigliosi trascorsi nell’autunno del 1883 nella regione del Drenthe, quella più amata dai paesaggisti olandesi e nella quale Van Gogh realizza alcuni fogli molto belli. Con l’’anticipazione voluta dal lungo periodo passato in Belgio, dal dicembre 1878 all’’ottobre 1880, nel distretto minerario del Borinage, a sud ovest di Mons, prima di qualche mese a Bruxelles. E dopo i tre mesi, tra 1885 e 1886, ad Anversa per frequentare la locale Accademia di Belle Arti, che sembra abbia pochissimo trascorso, da inizio marzo 1886, il decisivo approdo in Francia, prima a Parigi, dalla mattina del 19 febbraio 1888 quando, quale congedo, visita lo studio di Seurat assieme al fratello Théo (esperto di commercio dell’arte). Per conoscere in modo diretto i quadri degli impressionisti e quelli dei post impressionisti, appunto Seurat in testa. La cui opera aveva incontrato per la prima volta dal vero solo poche settimane dopo il suo arrivo a Parigi, quando percorre le sale, nel mese di maggio, dell’’ottava e ultima edizione delle mostre impressioniste.
Quindi la tanto desiderata voglia di recarsi al Sud della Francia, prima ad Arles, dal 20 febbraio 1888 fino a maggio 1889, e poi per un anno a Saint-Rémy, fino a metà maggio del 1890. Prima dei pochi giorni trascorsi a Parigi a casa del fratello Théo, per dire fine alla sua vita con i settanta, febbrili giorni di Auvers-sur-Oise. Quando tutto giunge a compimento nelle orizzontali distese dei campi, stirati sotto un cielo assolato o gonfio di una pioggia, che pare non finire mai. Il giallo dell’’oro delle messi e l’’azzurro del cielo. La vicinanza e la lontananza dal mondo. Spesso in una sola, straziata immagine.
L’allestimento è focalizzato per mettere a confronto disegni e opere ad olio, con un gioco di luci che devono essere calibrate. L’essenziale è quello di poter ricostruire il suo animo e la sua forza che portano in così alti livelli espressivi. Avvicinandosi ai quadri, ma anche ai disegni (grandi) ci si accorge quanto fosse la carica che quest’uomo aveva nelle mani. Terribilmente un genio che stentiamo di credere quanto fosse lucido nelle lettere che lo stesso curatore ripete più volte essere la base per capirlo. Il suo è un modo emozionante di coniugare, in una sola rassegna, i capolavori della pittura e del disegno con la proiezione della vita. Non siamo in un museo ma in una mostra speciale che ci permette di avere qui nella Basilica Palladiana tante opere di un artista universale senza dover andare all’estero, questo è democrazia, ha sottolineato il sindaco Variati, che bisogna darne atto per il coraggio che ha avuto di “intercettare” lo studioso Goldin che da trentatre anni fa mostre.
Infine, in un grande plastico di circa 20 metri quadrati, si potrà scrutare la ricostruzione della casa di cura per malattie mentali di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy, dove Van Gogh scelse di ricoverarsi dal maggio 1889 al maggio 1890. Poi a completamento della mostra, una sala dedicata al pittore contemporaneo Matteo Massagrande che ha interpretato a modo suo il genio. Ed un’altra per la proiezione del docu-film della durata di un’ora a ciclo continuo, realizzato dallo stesso curatore che ha visitato le città e i luoghi dell’artista fiammingo.

Vincent Van Gogh. Tra il grano e il cielo dal 7 ottobre 2017 all’8 aprile 2018, 185 giorni, aperta tutti i giorni, 7 su 7, con la sola eccezione del giorno della vigilia di Natale. 115mila prenotazioni già arrivate.

Abusi polizia in Catalogna, Onu chiede a Madrid una indagine imparziale | Martedì sciopero generale

Lʼalto commissario per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, si è detto molto turbato per quanto avvenuto. Puidgemont invoca mediazione internazionale. Il Barcellona calcio non si allena. Il governo spagnolo avvii un’indagine sulle violenze perpetrate dalla polizia durante il referendum per l’indipendenza, indetto della Catalogna nonostante il veto di Madrid. A chiederlo è l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad Al Hussein, che si è detto molto turbato per quanto avvenuto. “Le risposte delle forze dell’ordine devono essere sempre proporzionate e necessarie, sollecito le autorità a garantire un’indagine imparziale”.