Autonomia – Azzalin (PD): “Anche il Premier Conte sgonfia la propaganda di Zaia. Tempi lunghi e nessuna risorsa aggiuntiva, la Lega ha preso in giro i veneti”

“La bolla propagandistica di Zaia si sta sgonfiando, l’ultimo colpo è arrivato dal premier Conte: tempi lunghi, parlamento coinvolto e niente 9/10 di tasse trattenuti, sul modello di Trento e Bolzano. È una sconfitta assoluta per il governatore e la Lega che avevano promesso mari e monti nella loro martellante campagna referendaria. Il volere tutto o niente, invece, sta portando a un pugno di mosche. Ricordiamo i 16 milioni spesi per una consultazione che era inutile un anno e mezzo fa e appare ancor più inutile adesso”.
Le parole sono del consigliere regionale del Partito Democratico, Graziano Azzalin, che commenta così “l’intervento del Primo Ministro al ‘question time’ di oggi in Senato”.
“È ormai scontato che dovranno passare almeno le Europee – osserva il consigliere Dem –  i Cinque Stelle non possono permettersi un altro cedimento nei confronti della Lega, dopo aver evitato il processo a Salvini, e l’autonomia è un boccone troppo grosso da far digerire a una considerevole fetta dei loro elettori”.
“In ogni caso, rispetto alla pre intesa firmata col Governo Gentiloni, nonostante le dichiarazioni ottimiste, non sono stati fatti passi in avanti significativi – sottolinea il consigliere dei Democratici –  Conte ha parlato infatti di ‘intensa e complessa attività istruttoria e di negoziazione, propedeutica alla redazione di un testo condiviso con le Regioni richiedenti’, segno che la strada da percorrere è ancora lunga”.
“Inoltre, è stato ribadito, per l’ennesima volta, che l’intesa ‘non farà in alcun modo riferimento ad indicatori collegati all’introito fiscale’ – osserva Azzalin – Addio, quindi, ai nove decimi di tasse trattenuti dalla Regione, come accade per le Province di Trento e Bolzano. Ma questo lo sapevamo già, qualcuno dovrebbe chiedere scusa ai veneti per averli presi in giro”.
“Comunque – conclude Graziano Azzalin – appurato che dall’autonomia non avremo un euro in più neanche per i boschi, Zaia riveda la sua ottusa posizione di non modificare il bilancio regionale, e stanzi risorse straordinarie per le foreste devastate dal maltempo”.

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La mia lingua madre: 21 febbraio 2019

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Il 21 febbraio 1952, alcuni studenti furono uccisi dalla polizia a Dacca,  oggi la capitale del Bangladesh, mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan.  La Conferenza Generale  dell’UNESCO scelse quella data così forte di valenze per istituire  novembre del 1999 la Giornata mondiale della Lingua madre, che dal 2000 viene celebrata ogni anno per promuovere la diversità linguistica e culturale ed il poliglottismo. Il  16 maggio 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la Risoluzione A/RES/61/266 invitò  gli Stati Membri a “promuovere la conservazione e la salvaguardia di tutte le lingue usate dalle popolazioni del mondo”.
Il Veneto è la mia lingua madre. E’ la lingua della realtà, delle cose concrete, del quotidiano, ma anche dei sentimenti profondi e del dolore.  Quando una sgresenda  s’infila sotto pelle non prorompiamo in un aulico “ahimè” di dolore e non credo oggi siano molti che per esprimere stupore o irritazione se ne escano con un pofferbacco oggi sconosciuto (il che è un segnale) al correttore di word. Scriveva Gigi Meneghello: “Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua”.
Ma la mia lingua è il Veneto e non me ne vergogno, anzi. “Conoscere il dialetto è possedere lo strumento per comprendere il mondo da cui siamo venuti e in cui siamo ancora immersi, non per limitare il nostro orizzonte, ma, al contrario per collocare i fatti della nostra storia particolare nel quadro più ampio della storia nazionale e della cultura europea, che è fatta di tanti contributi particolari che lentamente si sono aggregati e stanno ancora aggregandosi”. Così scrivevano Tullio De Mauro e Mauro Lodi ancora nel 1979. E prima di loro Benedetto Croce ci aveva lasciato una sintesi straordinaria, su cui occorre ancor oggi riflettere:   “Molta parte dell’anima nostra è in dialetto, come tanta altra parte è fatta di greco, latino, tedesco, francese,  o di antico linguaggio italiano”.
In lingua veneta scrissero poeti come Giacomo Noventa o Andrea Zanzotto e Biagio Marin cosiccome Giacomo Casanova aveva tradotto in veneto l’Iliade di Omero mentre Carlo Goldoni aveva conquistato, e ancor oggi conquista, i teatri più prestigiosi portando in scena sior Todari brontoloni,  chiozzotti litiganti e arlecchini senza tempo. La mia lingua madre è il veneto.  E non solo oggi ma tutti i giorni dell’anno, anche se il 21 febbraio è giusto ricordarlo e così facendo ricordare non solo gli studenti assassinati a Dacca ma tutte le lingue tagliate, tutti i dialetti a rischio di estinzione, compreso il corfioto, l’istrioto e l’istroveneto che tanti e profondi legami hanno con la lingua veneta.
Roberto Ciambetti, Presidente del Consiglio Regionale del Veneto

Milano Cortina 2026: la politica gioca d’anticipo. Al BIT tutti d’accordo e uniti. Assente il sindaco di Milano Sala

Il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, ha partecipato oggi alla presentazione di “Milano-Cortina: un itinerario turistico, culturale e gastronomico verso il 2026”, tenutasi alla BIT, la Borsa Internazionale del Turismo che si sta svolgendo a Fiera Milano City.
Dopo l’introduzione di Eugenio De Paoli, responsabile comunicazione della candidatura e la proiezione di un breve filmato sulla possibile “strada olimpica” Milano-Cortina, sono intervenuti il governatore Zaia, il suo collega presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, la dirigente del CONI che segue il dossier della candidatura italiana ai Giochi olimpici invernali del 2026, Diana Bianchedi (la quale ha ricordato che il prossimo aprile è prevista la visita ispettiva del CIO per verificare sul territorio e nel dettaglio le caratteristiche del progetto), il vicepresidente del FAI, Marco Magnifico, che ha descritto le enormi potenzialità culturali e artistiche (a cui si aggiungeranno anche quelle enogastronomiche) dell’itinerario che verrà definito nei prossimi mesi.
“Noi le Olimpiadi invernali del 2026 le vogliamo davvero – ha detto Zaia –, perché sono un’opportunità straordinaria di sviluppo del territorio veneto e lombardo. Crediamo convintamente nell’abbinata tra queste due regioni. Ci è stato detto che era sbagliato mettere insieme una grande città come Milano con una piccola località montana come Cortina e invece siamo in finale e la partita ce la giochiamo fino alla fine”.
“Sia chiaro, non abbiamo la vittoria in mano – ha sottolineato Zaia – ma se manteniamo la compattezza che abbiamo dimostrato sino a ora nel proporre questa candidatura, i 44 voti che ci servono per vincere li portiamo a casa”.
Anche il presidente Fontana si è detto fiducioso sul buon esito della proposta lombardo-veneta: “Abbiamo cominciato questa gara con determinazione – ha ribadito – e con la stessa determinazione dobbiamo impegnarci nello scatto finale”.
Sono intervenuti, inoltre, Lara Magoni, assessore al turismo della Regione Lombardia, Federico Caner, assessore al turismo della Regione del Veneto, Martina Cambiaghi, assessore allo sport della Regione Lombardia, Antonio Rossi, sottosegretario ai grandi eventi sportivi della Regione Lombardia, Roberta Guaineri, assessore al turismo e sport del Comune di Milano.

Autonomia – Rizzotto (ZP): “Il voto dell’Abruzzo insegna, il Movimento 5 Stelle si prenda la responsabilità di governo e firmi un’autonomia vera

“Ormai siamo giunti al momento del ‘vedo’ e il Movimento del 5 Stelle, primo attore di questo balletto, deve decidersi da che parte stare. Ma se non sarà vera autonomia, lo dica subito perché i Veneti non accetteranno compromessi”. È questo il commento della Capogruppo di Zaia Presidente Silvia Rizzotto sul tema dell’autonomia del Veneto. “Il Presidente Zaia e il Ministro Stefani in questi mesi hanno fatto un lavoro enorme. Ora, dunque, la palla è nelle mani del Movimento 5 Stelle che a Venezia sostiene a parole l’Autonomia ma che a Roma, di fatto, tergiversa. La pazienza dei Veneti è al limite ed è arrivato il momento per i pentastellati di chiudere. Gli accordi erano chiari, le richieste del Veneto altrettanto: le Regionali in Abruzzo dovrebbero insegnare ai grillini che se non si mantengono le promesse, i consensi scendono. Consiglio loro pertanto – conclude Rizzotto – di valutare con estrema attenzione cosa fare sull’Autonomia del Veneto”.

Crac Popolari – Moretti (PD): “Di Maio e Salvini, atteggiamento da bulli e promesse pericolose: gli indennizzi ai risparmiatori sono a rischio”

“Una passerella muscolare inutile, anzi pericolosa. Di Maio e Salvini continuano a fare promesse da marinai ai risparmiatori fregandosene del monito dell’Ue, tanto alla fine il conto non lo pagheranno loro. Questi atteggiamenti da bulli tra il ‘tiriamo dritto’ e ‘addio letterine dall’Europa’ farebbero sorridere se non ci fosse di mezzo il dramma di migliaia persone”. È quanto dichiara Alessandra Moretti, Consigliere regionale del Partito Democratico, a proposito della visita dei due vicepremier a Vicenza all’assemblea nazionale dell’associazione di risparmiatori coinvolti dal crac della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, “dove hanno promesso l’imminente erogazione dei soldi alle vittime: ci sono delle procedure da rispettare, la loro propaganda mette seriamente a rischio gli indennizzi. Ricordo che ben prima dell’approvazione della legge di bilancio l’Unione europea aveva contestato le modalità stabilite dal Governo, sottolineando come non ci fossero i presupposti per un accoglimento della proposta. C’era tutto il tempo per arrivare a un accordo, scelta consigliata vista l’attesa di migliaia di persone truffate che chiedono giustizia, ma si è preferito l’ennesimo scontro, buono per alimentare la campagna elettorale. Almeno su un punto – afferma Moretti – Salvini e Di Maio sono d’accordo. Sul crac delle Popolari insistono poi nello scaricare ogni responsabilità sugli organi di vigilanza, Bankitalia e Consob, minimizzando o nascondendo quelle degli amministratori degli istituti coinvolti: capisco le ragioni della Lega, mi stupisce l’accodarsi dei Cinque Stelle. L’unica nota positiva, nonostante Di Maio la brandisca come una clava minacciosa, riguarda l’avvio dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta. A noi non fa alcuna paura, anzi: sarà, finalmente, l’occasione per alzare il velo sull’intreccio tra politica, imprenditoria e banche in Veneto”.

“Castelfranco Veneto” ricordato da Ferruccio Macola (1884)*

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I Veneti quando vogliono esprimere l’ incoerenza di un fatto, di una parola, di un discorso;  di un motto qualunque usano dire:  “ ci sta come i cavoli a merenda”. – I lettori leggendo il titolo di questo capitolo,potranno molto probabilmente dire la stessa cosa. – E infatti, il soggiorno che io mi apparecchiava a godere in questo carissimo paese, giustifica forse le parole, che spendo più sotto, per illustrarlo; e senza pretendere di tramandarlo all’ammirazione dei posteri, additarlo  alla curiosità dei lettori presenti? – O l’aneddoto occorsomi, quantunque abbia qualche relazione colla vita militare è argomento abbastanza valido per questa giustificazione?

E Io scopo, dirà il lettore di quella slavata descrizione, che Dio non voglia, mi graverà la coscienza degli sbadigli più prolungati, lo scopo qual e? Questi argomenti abbastanza convincenti, avrebbero dovuto farmi desistere  dall’ idea di buttar giù una simile pappolata, se proprio l’intensissimo amore che porlo al mio bel paese non avesse provocato questo sfogo d’affetto nostalgico; e non mi avesse poi deciso del tutto un fatto accadutomi, che mi feri nell’ amor proprio unicamente per 1a mia condizione di militare, e mi condannò a dovermi ricordare d’ esser soldato, anche in quel luogo dove avrei voluto anche temporaneamente dimenticarlo.

Scrivendo di Treviso, delle sue mura di circonvallazione, e della celebre porta di San Tommaso, il simpatico Caccianiga([1]) disse:  « Se Treviso potesse paragonarsi a un anello, la porta di S. Tommaso, sarebbe la sua gemma più preziosa» .
Un ammiratore appassionato di Castelfranco scrisse invece: « Se i paesi della provincia di Treviso potessero disporsi in forma di anello, Castelfranco ne sarebbe la gemma più preziosa.» Io vado più in là, e dico:  « Se colle città del Veneto si potesse formare un gigantesco anello, certamente Castelfranco rifulgerebbe come la gemma più bella».
A qualcuno, queste espressioni potranno sembrare iperboli degne addirittura dell’Ariosto; ma il fatto distrugge assolutamente questa supposizione, e il visitatore arrivato sul luogo è costretto a domandare a sé stesso, come Cristo all’Apostolo: « Uomo di poca fede perché dubitasti? »

La disposizione felice dei suoi fabbricati piantati intorno come un gigantesco anfiteatro; il vastissimo piazzale, che gira tutto il paese, ]e acque che lo circondano, il verde delle rive, le macchie multicolori vivissime, spiccate dei fiori che le popolano, i venerabili e altissimi  pioppi; i merli delle mura diroccate che coi  torrioni massicci e col rosso nerastro dei mattoni sgretolati servono di sfondo al quadro, colpiscono assolutamente il forestiero, che se non dirà sublime, come il duca di Wellingthon alla battaglia di Waterloo, dovrà dire certamente: « Tutto questo è bello, molto bello».
Se è vero, che l’ aspetto esterno delle cose influisce molto sul genio e sull’ ingegno del1′ uomo, e se le donne di qualche secolo indietro conservavano intatta la bellezza delle donne dell’ odierna Castelfranco, io non esito ad asserire, che il Giorgione non sarebbe riuscito quel grande pittore, se non avesse avuto sempre sott’ occhio quegli stupendi modelli di materia e di vita.
L’aspetto pittoresco e seducente che presenta il paese di giorno, aumenta in bellezza di notte al chiarore della luna, e diventa un vero panorama delizioso.
Allora la massa cupa degli antichi torrioni spicca in modo meraviglioso col bianco dei  fabbricati moderni: le ombre dei merli sdentati si allungano i n figure strane irregolari; gli alberi disegnano sulle rive le macchie brune del fusto e dei rami protesi; luccicano i fili dell’ erba bagnata dalle guazze notturne; si riflettono sulle acque tutte quelle onde di luce bianca, che spazia nell’ immensità del vuoto, e sullo sfondo purissimo del cielo spiccano nettamente i contorni delle costruzioni più lontane.
L’ arte e la natura furono colte a Castelfranco in uno dei momenti più felici; e il connubio non poteva riuscire più armonico, più poetico, più originale. C’ è una pagina del cavalleresco e feroce medio evo rappresentata da quel castello dalle mura crollanti; e l’ espressione più pacifica, più civile dell’evo moderno, rappresentata da quei fabbricati  non più rinchiusi dentro una cinta di fortificazioni, ma sorgenti all’ aperto, quasi come un’ espansione piena di fede, che contrasti le paure e i sospetti medioevali.
Carducci visitando Castelfranco, colpito, dalla bellezza di quello spettacolo, aveva promesso a un suo carissimo amico il Dott. Valerio Bianchetti di scrivere un’ ode; e se essa non vide finora la luce deve essere certamente, perché dopo prove e riprove, il poeta l’avrà trovata sempre inferiore all’ altezza del soggetto.
Chi crebbe in quei luoghi e visse in essi gli anni della fanciullezza e della sua prima gioventù prova un attaccamento, un affetto tanto tenace, quando se ne allontana, che risente uno strappo doloroso nell’intimo dei sentimenti più cari, poiché egli si trova quasi senza accorgersi , avvinghiato col cuore alle mura del suo paese, con quella stessa tessa città dell’ edera, che si abbarbica sui suoi bruni torrioni. E infatti l’essere umano che ama, e che ha bisogno d’ amare, si affeziona volentieri all’ ambiente che lo circonda e tanto più ai luoghi natii, dove ogni pietra racchiude per lui un ricordo degli anni trascorsi. Quando io mi trovo nel mio paese, e passeggio per le sue strade, rifaccio qualche volta, quasi senza volerlo, tutta la storia della mia vita passata, dalle monellerie più ingenue, agli scherzi più audaci premeditati contro qualche bruna fanciulla.
O è il tirante di un campanello visitato di preferenza a maggior disperazione dei vicini; o è il muricciuolo da dove lanciava qualche proiettile provocatore ai passanti; o è un albero di frutti, che mi era ingegnato a rubacchiare; o è una finestra della stanza dell’antico collegio, dove aveva imparato sbadigliando a ruminare il latino; o è un palazzo originale con due bianche colonne di una via solitaria, al quale aveva dedicato i primi sguardi e i primi sospiri; o è lo svolto di una stradicciola romita piena di ricordi piccanti, o è infine un pergolato sepolto nel verde, dove aveva schioccato un bacio traditore a una gentile fanciulla.
Durante gli anni di reclusione in collegio gli affetti per il mio paese si erano raddoppiati, si erano formati in vera valanga; poiché là solo, e per un solo mese dell’anno, potevo dimenticare completamente le asprezze della vita militare. E il lettore per tutte queste attenuanti saprà certamente compatire la lunga tirata, che può avergli dato però una pallida idea de1lo stato dell’ animo mio, mentre mi sentiva trasportato verso questo paese, che racchiudeva tutta l’intimità dei miei affetti, e il profumo delle memorie più gradite.

([1]) Antonio Caccianiga (Treviso, 30 giugno 1823  politico, patriota e scrittore italiano. Podestà e sindaco di Treviso sindaco di Maserada, deputato del Regno d’Italia, prefetto di Udine.

*Fonte “Come si vive nell’Essercito e nella Marina, Genova 1884.

Storia d’Italia – Dall’Unità d’Italia a Giolitti (1861-1913)_Istituto Luce

Titolo del volume
FERRUCCIO MACOLA.

Dalla Regia Marina a Montecitorio.
COME SI VIVE NELL’ESERCITO E NELLA MARINA

Autori: Angelo Miatello, Derio Turcato
pagine 460
Formato cm 15×21, testo con illustrazioni
ISBN 978-88-88356-52-5
1° edizione 2019
Stampa digitale
Editori: HISTOIRE e AIDA
Collana “Il Veliero” di storia, cultura e arti

Composto da:
Premessa p. 11-20
1. Introduzione di Angelo Miatello e Derio Turcato con allegati materiali inediti p. 21-195
2. Ferruccio Macola: COME SI VIVE NELL’ESERCITO E NELLA MARINA p. 196-459, prima edizione presso La Tipografia dei Tribunali di Genova, 1884

Le associazioni Histoire e Aida, per festeggiare il Ventennio dalla loro fondazione dedite alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico culturale, hanno deciso di salpare con il Veliero, una nuova collana editoriale di storia, cultura e arti. Possono contribuire autori e/o sostenitori in crowfounding (cosiddetto micro finanziamento). Uno degli obiettivi principali è la riscoperta di opere letterarie entrate nella sfera del dominio pubblico, riprodurle in formato cartaceo e digitale, che possano rivestire un interesse generale.  La forma richiesta è quella “investigativa” nei suoi aspetti politico-istituzionali, economici, organizzativi, culturali e personali. L’idea è quella di restituire un’immagine sfaccettata e pluriprospettica degli eventi memorandi e degli individui che ne furono artefici. Cento anni dopo gli autori e le loro opere possono essere letti con un’altra loupe (lente). Contaminazioni, “bugie”, verità tenute nascoste o semplicemente il caso passato di moda, sono alcuni aspetti affrontati nel primo libro del Veliero. Di Ferruccio Macola (1861-1910) si sa che ha ucciso in duello il collega parlamentare Cavallotti e che per tale “disgraziatissimo” incidente si portò dietro l’ira della parte politica avversa che lo “punì” con uno stillicidio che ancora continua. Niente da fare. “L’uomo dal sangue freddo” si sarebbe  dato “all’alcol e alle droghe” pur di dimenticare e di morte perì con la sua stessa mano.

Il primo libro del Veliero porta il titolo Come si vive nell’Esercito e nella Marina, versione originale pubblicato a Genova nel 1884, Quando Ferrccio non aveva ancora compiuto 23 anni. Vi abbiamo aggiunto  una cospicua “introduzione” (190 pp.) sui vari argomenti che sono stati affrontati da Ferruccio Macola durante e dopo la sua permanenza nel Regio Collegio della Marina a Venezia (1876-1881). Uno spaccato originalissimo mai trattato perché si scoprono temi come lo sperpero, il malaffare, la tortura e l’assoluta mancanza di tutela individuale. Siamo di fronte ad un Macola che non conoscevamo e ad una società “criminogena” post unitaria. La stessa che porterà alla “piemontizzazione” dell’esercito italiano, della vita di caserma, di parate, dell’uso del regio esercito come ordine pubblico. Alla fine, riversando tutto l’odio ideologico nei confronti di questo o quel politico, ci si dimenticò di usare il Parlamento sovrano per un controllo stabile e dettagliato sui governi che cadevano come birilli. Ministri e capi di governo che entravano ed uscivano come se si fosse trattato di una porta girevole: un ventennio (tra ‘800-‘900) con legislature da due e tre anni, deputati catapultati in collegi sicuri senza competizione, altri che potevano entrare a Montecitorio o al Senato, grazie alle loro ricche condizioni socio-economiche.

“FERRUCCIO MACOLA: Dalla Regia Marina a Montecitorio”. Primo volume di 460 pagine a cura di Angelo Miatello e Derio Turcato

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Le associazioni Histoire e Aida, per festeggiare il Ventennio dalla loro fondazione dedite alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico culturale, hanno deciso di salpare con il Veliero, una nuova collana editoriale di storia, cultura e arti. Possono contribuire autori e/o sostenitori in crowfounding (cosiddetto micro finanziamento). Uno degli obiettivi principali è la riscoperta di opere letterarie entrate nella sfera del dominio pubblico, riprodurle in formato cartaceo e digitale, che possano rivestire un interesse generale.  La forma richiesta è quella “investigativa” nei suoi aspetti politico-istituzionali, economici, organizzativi, culturali e personali. L’idea è quella di restituire un’immagine sfaccettata e pluriprospettica degli eventi memorandi e degli individui che ne furono artefici. Cento anni dopo gli autori e le loro opere possono essere letti con un’altra loupe (lente). Contaminazioni, “bugie”, verità tenute nascoste o semplicemente il caso passato di moda, sono alcuni aspetti affrontati nel primo libro del Veliero. Di Ferruccio Macola (1861-1910) si sa che ha ucciso in duello il collega parlamentare Cavallotti e che per tale “disgraziatissimo” incidente si portò dietro l’ira della parte politica avversa che lo “punì” con uno stillicidio che ancora continua. Niente da fare. “L’uomo dal sangue freddo” si sarebbe  dato “all’alcol e alle droghe” pur di dimenticare e di morte perì con la sua stessa mano.

Il primo libro del Veliero porta il titolo Come si vive nell’Esercito e neAnelola Marina, versione originale pubblicato a Genova nel 1884, Quando Ferrccio non aveva ancora compiuto 23 anni. Vi abbiamo aggiunto  una cospicua “introduzione” (190 pp.) sui vari argomenti che sono stati affrontati da Ferruccio Macola durante e dopo la sua permanenza nel Regio Collegio della Marina a Venezia (1876-1881). Uno spaccato originalissimo mai trattato perché si scoprono temi come lo sperpero, il malaffare, la tortura e l’assoluta mancanza di tutela individuale. Siamo di fronte ad un Macola che non conoscevamo e ad una società “criminogena” post unitaria. La stessa che porterà alla “piemontizzazione” dell’esercito italiano, della vita di caserma, di parate, dell’uso del regio esercito come ordine pubblico. Alla fine, riversando tutto l’odio ideologico nei confronti di questo o quel politico, ci si dimenticò di usare il Parlamento sovrano per un controllo stabile e dettagliato sui governi che cadevano come birilli. Ministri e capi di governo che entravano ed uscivano come se si fosse trattato di una porta girevole: un ventennio (tra ‘800-‘900) con legislature da due e tre anni, deputati catapultati in collegi sicuri senza competizione, altri che potevano entrare a Montecitorio o al Senato, grazie alle loro ricche condizioni socio-economiche.

Titolo del volume
FERRUCCIO MACOLA. Dalla Regia Marina a Montecitorio.

COME SI VIVE NELL’ESERCITO E NELLA MARINA

Autori: Angelo Miatello, Derio Turcato
p. 460
Formato cm 15×21, testo con illustrazioni
ISBN 978-88-88356-52-5
1° edizione 2019
Stampa digitale
Editori: HISTOIRE e AIDA
Collana “Il Veliero” di storia, cultura e arti