Fulvio Tomizza: I Rapporti colpevoli

Fulvio
Fulvio Tomizza, foto d’archivio

Nel romanzo “I Rapporti colpevoli” (1993), lo scrittore opera la ricostruzione, impietosa e sincera di immaginari sensi di colpa per virtuali e trasgressivi impulsi passionali, come urgenza di fuga dal soffocamento provocato dalle storture storiche e per le personali sofferenze per non sentirsi in accordo ideale con la società e con la vita. Con tale opera Tomizza, dopo il filone narrativo dell’esodo e della ricerca dolorosa delle proprie radici e dopo la fase religiosa di denuncia degli orrori e dei delitti perpetrati dalla Controriforma nel nome di un Dio veterotestamentario, in cui, attraverso ingiustificate stragi ,dissennati crimini e condanne di ogni genere, lo scrittore s’immerge in manoscritti d’archivio della dissennata storia ufficiale del tempo della congiura tra Chiesa e potere contro chi devia dagli asfissianti codici socioistituzio- nali,, tese a prevenire insidie devastanti per la loro supremazia tirannica , alla ricerca di spontanee e libere liturgie di fede e di preghiera, mediante la trasparente, e non più clandestina, professione religiosa , aperta all’innalzamento spirituale, slegato dalle catene della paura e protesa all’abbraccio luminoso con Dio. Lo scrittore, dopo aver delineato due figure contrapposte, come la protagonista de “La finzione di Maria”(1981), figura ligia ai suoi tradizionali e liberi rituali di fede, è costretta a rifugiarsi nella clandestinità in preghiera, per non rinnegare e sfuggire alle mortali torture trentine; L’altro personaggio è “L’abate Roys” (1994) esemplare uomo di Chiesa, emblematico campione di una Chiesa sommersa da ogni forma di peccato e priva di una reale disponibilità all’ortodossia cristiana, rivestita dal mantello della ipocrisia e della falsità, che ha utilizzato la tonaca come copertura di ogni suo segreto peccato e di mostruose manipolazioni della corretta pratica ecclesiastica. Con “I rapporti colpevoli”, l’autore di Materada riprende e approfondisce la linea autobiografica, psicologica e psicanalitica dopo la radiografia storica-cronachistica del tragico periodo dell’esodo , somatizzato nell’anima con indelebile tormento. In questa autobiografia il passato dell’autore è ripercorso con lucida spietatezza ,senza alcuna reticenza sui sensi di colpa, generati da presunti ed onirici tradimenti verso la moglie, talvolta immaginati ,tentati, ma mai consumati , o dalla consapevolezza di un effimero ed inappagante presente o dalla prospettiva inconscia di un arido e nullificante futuro che innestò in lui la radice del riemergente desiderio di suicidio. La protratta endoscopia dell’anima si è rivelata una utile terapia interiore per liberarsi dalle scorie incandescenti di virtuali innamoramenti, di fantasmagorici e allucinanti adulteri, di debolezze verso la virginea bellezza di candide creature, sintesi ideale della bellezza assoluta, che lo scrittore ricerca come redimibile incanto indispensabile a riequilibrare il suo mondo interiore, sconvolto da traumi personali familiari, storici e sociali/e poter guarire da tante profonde ferite interiori e ritrovare, dopo aver toccato il fondo dell’-apocalisse esistenziale, il nostòs al codice di trasparenza etica al fine di poter disinnescare gli ordigni e dissolvere l’opacità accecante dei rapporti colpevoli che più non riusciva a sopportare nel guscio della propria etica visione del mondo e riteneva imperdonabili le colpe e i rimorsi di eterodossi gesti incompiuti, brulicanti nel mare turbolento della sua ulissiaca avventura umana , che rischiavano di deteriorare per sempre i dolci rapporti familiari. La disperata desolazione interiore nella desertificazione dei rapporti umani gli svelano la sua condizione di condannato alla croce di uno squarciante dolore, sopravvissuto inutile al precipizio nel nulla dei suoi trapassati e costituiscono elementi essenziali della sua ispirazione. Vicende accese nella mente e non sedate dalla rassegnazione all’implacabile furore, presenze ancora sanguinanti e intermittenti tra memoria e agonia in un esilio limbale sulla terra desolata di nessuno, dove ,negli interstizi della quiete interiore, affiora un sentimento di sgomento nel delirante tormento di un’anima fragile e avviata verso il desiderio dell’autodistruzione , annientatore di ogni anelato conato redentivo, invadono le pagine di questo romanzo che certamente è il più personale e sofferto dei romanzi tomizziani, traboccante di ingenui e tormentosi slanci di abbaglianti e velleitarie conquiste sessuali, ma in realtà sospeso in un’atmosfera di inazione, generata dall’inconsapevole impotenza del gesto per lo spettrale affiorare del presagio della morte. I primi segnali del pendolarismo comportamentale si percepiscono nella parte iniziale del romanzo, con le improvvise “fughe” e ritorni nell’odiosamata redazione della Rai triestina che abbandonò precocemente, a causa delle persecuzioni dei sensi di colpa per il trascinamento di amori immaginariamente estremizzati, contro cui si ergeva psicanaliticamente la figura di Ester, amante, moglie, madre, donna del suo destino, centro inespugnabile per la stabilità dei suoi veri sentimenti e di riconciliazione con la vita. Spesso la narrazione si indirizza verso diaristici frammenti di vita familiare e schegge allusive della storia, ma i sensi di colpa lo risucchiano nella spirale spettrale della morte. In un’intervista rilasciata a Cristina Taglietti,(”Tutti i colpevoli di Tomizza,”-Il Segnalibro, L’Europeo n°52, 24 dicembre 1992”) all’uscita del libro, Tomizza fornisce precisazioni sui suoi sensi di colpa :”E’ un libro scritto con grande disperazione ,in un momento della mia vita in cui il gorgo dei sensi di colpa, dovuti in parte alla mia condizione contadina rischiava di travolgermi. Nel sentire come colpa ogni pensiero di trasgressione, ogni attentato all’ordine costituito. Scontavo quella mia parte contadina scagliata nel mondo laico e illuminato di una città come Trieste”…..”dal sottosuolo dell’io devastato da sterili fantasticherie romantiche emergono inconsce risorse ,come “la capacità di germogliare”, tra cui gli affetti familiari mai spenti, Trieste ,città della giovinezza e della maturità, l’Istria la terra dell’infanzia divenuta paesaggio mentale, quel paesaggio dove si era costruito il suo nido ai margini del villaggio……..Là resisteva il paesaggio dell’infanzia e dell’adolescenza dissolta, là l’armonia della stagione imperturbata dei padri e dei nonni; la nostra salvifica epoca d’oro, in parte sopravvissuta” (ivi, p .8). Ma i ricordi sono legati ad un mondo in estinzione ed anche il manichino , idealmente appeso alla finestra spalancata sulla campagna, dietro il tavolo del suo studio in Istria, lentamente si disfà con i suoi vestiti. Nel doppio personaggio, uno visibilmente vivo, è immerso nella logorante retrospettiva per la reidratazione delle cause dei suoi traumi e dalle profonde e strazianti ferite dello sradicamento dalle amate zolle, dall’indilazionabile urgenza del recupero dell’identità nell’alveo dell’ambiguità, dalle responsabilità familiari di cui si riteneva incapace, ingredienti indistruttibili dell’ordigno dell’autoannientamento straziante della frontiera orizzontale-verticale nell’anima, il trivellamento dell’inconoscibile oltre il buio della barriera dell’io, da cui esplodono frammenti di colpe indecrittabili nei loro significativi contorni ,incastrati nel magma arcaico della civiltà contadina della sua Giurizzani, determinano comportamenti eroici anche nel volontario autolesionismo, necessario all’autopunizione purificatrice per una sentita riappacificazione con il Creatore, dopo il tempo del castigo. L’altro personaggio-fantoccio ci ricorda l’asse di congiunzione pirandelliana tra la maschera e il volto di tanti protagonisti dei drammi siciliani e universali che oscillano tra la maschera e il volto, tra l’apparire e l’essere; in Tomizza, invece, il fantoccio è relegato nella trama dei ricordi, non in contrapposizione al personaggio, ma in simbiosi statica con esso , che diventa il rifugio della memoria dello scrittore, dove ,nelle doline deserte di un idilliaco passato trascorso tra sofferenze e privazioni affettive, rivivono i sogni e i sentimenti distrutti da una genetica e intermittente propensioni al suicidio (confermata dai manoscritti ritrovati dal fratello dopo la morte dell’autore),trasparente nel libro in oscure conferme autodistruttive, sincronicamente arginate da care figure femminili, come la moglie, la figlia ,la madre e la nonna Cecilia, simboli dei suoi “rapporti colpevoli” dei doveri, delle responsabilità e degli obblighi trasgrediti verso la famiglia inconsciamente. Lo stesso scrittore confessa di non riuscire a sostenere le esigenze e le regole onerose della convivenza familiare, a causa della sua incapacità ad armonizzare le differenze generazionali, caratteriali e culturali, rappresentate dalle tre figure femminili. La moglie Ester, consapevole della fragilità del marito, della sua incapacità a difendersi dalla seduzione della bellezza femminile e dagli invisibili agguati del male, dalle disfatte subite dopo il dissolversi di amori immaginari o di onirici abbandoni erotici o di presunti e mai consumati adulteri, donna forte, triestina, ricca di valori morali, molto lontana dall’inimmaginabile realtà arcaica di Materada, legata al marito da un indissolubile sentimento d’amore, diventa la vera protagonista del romanzo che, dopo la “pars destruens” simboleggiata dagli errori, dall’urgenza di farsi trascinare da amori illusori per fuggire da un mondo che il suo “io” non riesce a contrastare e da cui si lascia travolgere facilmente , interpretando la figura del suo essere scrittore, non come depositario eroico dei veri valori della vita, incarna la “pars costruens” del romanzo, creatura reale, ma sublime nell’indissolubile sentimento coniugale, fatto di dolcezza e complicità, di sottile e sferzante ironia verso i fantomatici tradimenti, resiste eroicamente alle fantasticherie erotiche del marito, profondamente convinta dell’ ìncapacità del partner a distaccarsi consapevolmente da lei, perché sa che egli è “affetto” da un’innata fedeltà che caratterizza il cuore dei Grandi, spesso ad allontanarsi dalla quotidiana prigione fetida della vita ,per poter vivere momenti di purificazione dalle nefandezze del mondo in utopistiche e allucinanti avventure visionarie dei sentimenti e una segreta immersione negli agguati del suicidio che la donna riesce miracolosamente a distoglierlo, restituendogli la stabilità psicologica e la voglia, sempre in bilico, di tornare a scrivere. Il rapporto d’amore tra Miriam intessuto attorno a forti emozioni e a conturbanti deliri del cuore appartiene alle pagine più pulsanti della storia della narrativa, in parte dimostrata dal ringraziamento-preghiera del protagonista:” E. , potevi fare di te il mio solo amore, folle, implacabile. Devo ringraziarti ,per non avermi stregato per davvero? Benedire la tua salute morale…Certo, avresti potuto farmi del male, ma anche farmi gran male, ma anche farmi impazzire di dolorosa, vitale, germinante felicità”(1,ivi,p.251) Fulvio conosce bene i meriti e le capacità di affetto, punto fondamentale di un rapporto invulnerabile, dotata di una millenaria energia e di collaudata resistenza ad ogni attimo di emergenza, “saggia , ironica, equilibrata, dotata di fermezza, abile nel creare gelosie strategiche, priva di fanatismo e di moralismo, la sua cultura antica (quella ebraica del padre), le impediva soluzioni ipocrite di situazioni scabrose con una esile ironia che sdrammatizzava ogni eccesso, né si asteneva di esaltare con naturalezza le simmetriche parti del suo corpo, risplendente della dolcezza del suo viso. Uno degli sferzanti rapporti colpevoli è quello con la figlia , somigliante a lui fin dalla nascita, molto attesa e desiderata, dopo la morte prematura dei due precedenti neonati. La ricognizione dei rapporti con la figlia è totale , dall’attenta cura durante la crescita, agli assalti sensi di colpa al pensiero di non aver riversato sulla piccola creatura, tutto l’affetto dovuto, come confessa nel racconto “ Il ritorno arbitrario”, in cui il protagonista si identifica con lo scrittore: “La piccola era, osserva l’autore, assorbita nel vortice dell’estro musicale ereditato dal nonno, il grande Maestro Vito Levi, stava perdendo anche la somiglianza fisica con me e con i miei, per assumere espressioni di sofferenza paziente, ma non rassegnata, di giocondità spensierata e di dispettosità candida che costringevano i nonni ad ascoltarla, attoniti ,come tre maschere….
La mia paffuta Biancaneve che, stesa sul tappeto, tratteneva il respiro al bacio del principe azzurro, non mi ha più dato una carezza, non mi ha preso sottobraccio, non si è seduta sulle mie ginocchia (1,ivi,p.73):::E’ stata la scuola a carpirmi la mia bambina selvatica, sempre tesa a scelte e iniziative autonome, senza preclusioni o pregiudizi, continuerà ad essere se stessa anche nel primo tema, in cui paragonava la faccia del padre ad una scarpa di montagna”. Allora il padre capisce di averla perduta, ma lo scontro definitivo avvenne al momento della scelta del fidanzato, che le contrapposte avversioni ed evidenziano.
Alla fine di frequenti attriti, la resistenza passiva della ragazza, indurrà il genitore ad agire con saggezza e ad accettare il matrimonio che determinerà un radicale cambiamento della vita. Dalla proiezione retrospettiva emergono altre figure, tra cui quella della madre rimasta in Istria, custode di quell’arcaica civiltà contadina, dalla quale anche lo scrittore non è riuscito a liberarsi, in un compromissivo contrasto con quella borghese e urbana della moglie, in cui si è inserito Dagli eventi di epoche lontane, riemerge l’uomo scisso tra l’Istria natale e la Trieste dopo l’esodo, divisioni non facilmente cancellabili che diventano colpe in un uomo cresciuto riflesso negli specchi della lealtà, della fragile sensibilità, di regole assolute di delicatezza e di innata dolcezza, di un inestirpabile radicamento alla propria terra, che ora sente affievolirsi a poco a poco. Il confronto tra due amori di contrapposta civiltà si conclude con l’impossibilità di una scelta precisa e il profugo resta sospeso nello spazio neutro di due contrapposte civiltà, dove viene costantemente trafitto dagli strali di tempestose disarmonie dolorose, perché il suo sogno è la totalità di un rapporto pieno, senza equivoci e mezze misure. Incapace di instaurare rapporti completi, stabili e ricchi d’amore paterno, filiale e coniugale, si consuma nel dramma della colpevolezza senza alcun ancoraggio visibile di salvezza dall’aggressione di una illimitata disperazione.
Figura indelebile è quella della madre, la carsolina Gregoria, energica lavoratrice, salda nelle sue scelte che riscattano le carenze e le defezioni del marito Nando Tomizza, che salva coraggiosamente la famiglia Tomizza, aprendo un negozio di generi alimentari, un centro di raccolta del latte e una cantina per la fornitura del vino in città. Per il suo carattere facile ad infiammarsi, viene rispettata dal nuovo regime titino, pronta a sfidare ogni ipotetico nemico, La sua temerarietà la spinge a difendere il figlio durante un interrogatorio della polizia, sempre dedita a proteggere gli altri dalle angherie del nuovo padrone, al contrario del marito dedito allo sperpero e alla docile sottomissione ad ogni tirannia. Essa riesce ad arginare la labilità dello scrittore, spesso assalito da crisi depressive e morali, che lo trascinano nel gorgo del corteggiamento del suicidio. Donna forte, dolce e innamorata riuscirà a lenire le angosciose conflittualità psichiche, scaturite dal sentimento del seppellimento dei valori della sua civiltà e a sublimarlo nel recupero di una vera dignità, grazie al sostegno, alla comprensione, alla dedizione. e all’amore delle tre figure femminili della sua vita ,che riescono a sollevarlo dal peso dell’angoscia, dalle delusioni e dagli imperdonabili conflitti interiori che lo avevano totalmente devastato . Tale conclusione incoraggerà lo scrittore a continuare a scrivere e a trivellare se stesso e gli eventi della frontiera con un a atroce tensione drammatica per la incrollabile vocazione d’amore per gli oppressi e i diseredati , che abbandonavano terra amata con la superstite speranza di poter approdare , con le lacrime agli occhi e le inguaribili ferite la nell’anima, ma con un frammento di inconfessabile sogno di potersi costruire un nuovo destino di libertà e di pace altrove.  (C. Aliberti)

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