Rovigo, La Rotonda: Errori e malintesi attorno al podestà Verità Zenobio nel telero di A. Zanchi

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Tempio della Beata Vergine del Soccorso di Rovigo detto la Rotonda
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Antonio Zanchi, Glorificazione di Verità Zenobio, particolare del telero (1682, La Rotonda di Rovigo)

(di Graziella Andreotti)
L’errore storico è duro a morire e si tramanda nei secoli finché qualcuno, memore del “fide sed vide” di Orazio, non cerchi di verificare. E’ il caso di Verità Zenobio, podestà e capitano di Rovigo dal febbraio all’ottobre 1682. Verità Zenobio morì il 28 agosto 1682 a Este e non il primo ottobre a Rovigo; fu sepolto in San Marco nel sepolcro degli avi a Verona il 31 agosto e non nel tempio della B. Vergine del Soccorso a Rovigo. In seguito, la chiesa di San Marco fu demolita e dell’arca degli Zenobio non è rimasta traccia.
A destra dell’organo Callido, c’è la Glorificazione di Verità Zenobio (1682). E’ una delle tre tele in Rotonda del pittore Antonio Zanchi, preceduta dalla Glorificazione del rettore Antonio II Loredan (1673) e seguita dalla Glorificazione del rettore Almorò Dolfin (1683) che chiude il ciclo delle glorificazioni in Rotonda.
E’ un’opera immersa in un’atmosfera tenebrosa e dalla simbologia lugubre. Lo Zenobio, inginocchiato, allunga le braccia verso la Vergine mesta con il Bambino in alto; la Parca Atropo recide il filo della vita del podestà; la Morte appare in sembianze di scheletro; la città di Rovigo a lutto è personificata da una donna piangente avvolta in un mantello nero; l’Adige, gigante nudo chinato, immerge un remo tra erbe palustri. Sullo sfondo un cielo fosco, il sole oscurato e la cometa apparsa in quei giorni. Un araldo impugna una tromba (allegoria della fama) e regge uno scudo con lo stemma dello Zenobio. Su un piedistallo, gli stemmi dei due regolatori di Rovigo, Ottavio Casilini e Marc’Antonio Manfredini.
Lo Zanchi (1631-1722), nato a Este, era diventato a Venezia uno di pittori più in auge nella seconda metà del ‘600 accanto a Pietro Liberi, pure presente in Rotonda con tre teleri. E’ autore di vaste composizioni, animate da contrasti chiaroscurali di “maniera tenebrosa”, con il gusto per frammenti architettonici, per ricchi e pastosi panneggi barocchi e per nudi erculei. Rifacendosi al Tintoretto, tenta di piegare la “maniera tenebrosa” alle esigenze veneziane per la pittura decorativa monumentale.
L’errore di datazione, di luogo della morte e di sepoltura dello Zenobio parte da Francesco Bartoli, “Le pitture sculture ed architetture della città di Rovigo” (1793): “morto in Rovigo, e qui seppellito”, cioè in Rotonda. Viene ripreso da Camillo Semenzato, “Guida di Rovigo” (1966): “morto in Rovigo e qui sepolto”; in in AA.VV, “La Rotonda di Rovigo” (1967): “morì nell’ottobre 1682, mentre era Podestà di Rovigo”; in “Rovigo – Le chiese” (1988): “morto in Rovigo, e qui seppellito”;  in Leobaldo Traniello, “La Rotonda di Rovigo”, Accademia dei Concordi (2011): “morì a Rovigo nell’ottobre 1682”.
L’8 giugno 2003, su “la Settimana”, nell’articolo “Localizzata in Rotonda la tomba del Podestà Bartolomeo Querini”, chiarisco per la prima volta l’errore storico relativo a Verità Zenobio, dopo aver preso visione dell’atto di morte e di sepoltura conservato presso il duomo di Este. Carla Boccato nel volume “Il potere nel sacro” (2004), avvalora la mia affermazione con le lettere inviate dal camerlengo e dal vicario al doge, il 29 agosto, per comunicare la morte del podestà, e con altra documentazione. Già il primo settembre, il fratello Piero, tutore dei figli minori, faceva inventariare i beni del palazzo ai Carmini a Venezia.
Questo in sintesi l’atto di morte: Venerdì 28 agosto 1682, il N.H. Conte Verità Zenobio, Podestà e Capitano della Città di Rovigo, e Provveditore di tutto il Polesine, convalescente in Este, dopo aver ricevuto i Santissimi Sacramenti della Penitenza ed Estrema Unzione, passò a più felice vita nel suo Palazzo in Contrà di San Pietro, e il 29 il suo cadavere fu trasportato in Verona, accompagnato dal Rev.mo Arciprete Marchetti, da un prete e da altri tre religiosi, e il lunedì 31 fu sepolto nel sepolcro degli avi, nella chiesa di San Marco.
Il conte Verità Cristoforo Zenobio discendeva da un’antica e ricca famiglia. Di origine greca, inizialmente stabilitasi a Verona, ascritta al patriziato di Venezia nel 1646. Nato nel 1642, sposato nel 1671 a Lucrezia Foscari, ebbe dieci figli. Aveva palazzo in Venezia ai Carmini, uno dei più imponenti edifici barocchi, ma moriva, a soli 40 anni, nella villa Zenobio-Albrizzi di Este, in via San Pietro, dove si era recato per respirare l’aria dei colli, a seguito di una breve malattia.
La villa è ora un’oasi di piante secolari, protetta da alte mura, fra il Ponte Girometta e il Ponte San Pietro, sul Canale d’Este. Il palazzo di Venezia, edificato verso la fine del XVII secolo su un precedente edificio gotico dei Morosini e su progetto di Antonio Gaspari, allievo di Palladio, era famoso per il salone da ballo affrescato da Louis Dorigny e per il giardino, raffigurato in un’incisione di Carlevarijs, detto Luca di Ca’ Zenobio per essere stato ospitato e protetto dai proprietari. Nel 1850 il palazzo passava ai padri armeni Mechitaristi.
Lo Zenobio, che aveva fama di uomo giusto e prudente, era stato accolto con largo consenso dalla comunità di Rovigo. A un mese dalla morte, la città volle tributargli solenni onoranze funebri nel tempio della B.V. del Soccorso, il primo ottobre 1682. Questa data e il luogo trassero in errore gli studiosi da Bartoli in poi.
Un’incisione, conservata presso la biblioteca del Correr, riproduce l’imponente apparato allestito presso il tempio. Una macabra e pomposa scenografia barocca: catafalco coperto da drappo damascato alla sommità di una gradinata con doppia balaustra; il podestà rappresentato supino a figura intera di profilo; cupola sormontata dalla Vergine ammantata a lutto; ceri e scheletri con o senza falce; teschi e ossa incrociate; allegorie di Fede, Speranza, Carità, Fortezza, Giustizia e Prudenza; stemmi di Rovigo e di Ca’ Zenobio (Riproduzione riservata,G. Andreotti)

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