Caso Regeni: un crimine di Stato! (Diritti dell’uomo, sparizione forzata, tortura)

All’indomani della conferenza tenuta dal prof. Riccardo Pisillo Mazzeschi sul caso Giulio Regeni, invitato dai liceali del Giorgione di Castelfranco Veneto, abbiamo raccolto questi pensieri. Il caso Regeni si era trasformato da “passionale” a tecnico-giuridico, rafforzando le buone intenzioni degli studenti che da un anno reclamano di intitolargli la biblioteca. L’opinione pubblica italiana si è mossa a macchia d’olio, seguendo il filone delle tragiche vicende terroristiche come il Bataclan di Parigi, e ancora prima al Charlie Hebdo (incursione terroristica in redazione da parte di soldati Isis. Con Regeni c’è stata una mobilitazione molto forte, soprattutto tra i giovani. Così è successo anche al Liceo Giorgione della provincia di Treviso. Il merito dei social, degli smartphone. Del “noi siamo”. I giovani adolescenti non guardano la tv, non leggono e nemmeno sfogliano i giornali, leggono poco, i libri di scuola. Però se la notizia li riguarda (per età e tipologia) ed è martellante, allora sì che si mobilitano. Ma cosa fanno? Al massimo un flash mob, o un corteo verso qualche piazza.
Al Liceo Giorgione qualcosa di diverso è successo. Due flash mob, raccolte di firme per intitolare la biblioteca a Giulio e naturalmente assemblee di studenti per capire che cosa sia mai successo a questo giovane ricercatore universitario friulano che da un po’ si trovava a Cambridge.
il prof. Pisillo Mazzeschi ha detto: “mi stupisco che i miei colleghi di diritto internazionale non si siano mobilitati”. Una riposta gliel’ha dò io, ribatte un genitore: “gli internazionalisti sono i primi ruffiani della Farnesina per avere incarichi e nomine importanti. Non rompono mai i coglioni, se non in determinate sedi, dove appunto nessuno li sente o sono ben lontani dagli organi di stampa e tv. Figuriamoci se vanno contro il governo su casi eclatanti e rumorosi come questo, in cui si sa che l’Italia è in ritardo di decenni per la tutela dell’individuo (pluri-condannata dalla Corte Europea…e criticatissima dal Comitato contro la tortura).
Ma cos’è successo al Liceo? Si chiede un altro genitore. “L’intitolazione della biblioteca a Giulio, gli risponde uno studente di quinta, è stata canalizzata dalla responsabile che ne ha fatto il proprio simbolo di vita (teneva una foto di Giulio con un gattino che gli mordeva la guancia sul desktop e aveva messo un manifesto gigante fuori della porta). Poi sie è giunta una docente, aderente ad Amnesty International, che ha condotto suoi studenti a promuovere due flashmob nell’atrio della scuola, una raccolta firme.., sensibilizzandoli con le informazioni che si potevano trovare in Internet”. Ma guarda, ribatte un altro genitore, sono delle ottime iniziative. Ma lo avete fatto anche per tante altre vittime, come in Turchia o per i numerosi attentati terroristici avvenuti in Europa? No, hanno iniziato col Bataclan, poi c’è stato un momento solenne per Valeria Solesin, quindi il Regeni ha tenuto banco durante un anno e mezzo. “Vogliamo dedicare la biblioteca a Giulio, siamo in tanti”. E da qui inizia naturalmente una prima forma di non allineamento di studenti ed insegnanti.
Questi (contrari) affermavano in assemblea o lungo i corridoi della scuola o nelle classi che “l’intitolazione spettava non al singolo Giulio ma ai “tanti Giulio, Valeria, Russo di Bassano, (43 sono le vittime venete di tanti attentati) e perchè no anche ai due giovani architetti bruciati vivi nella “torre per poveri” di Londra. Cioè proponevano un’intitolazione a tre persone diverse che si dovrebbero scegliere ogni anno, sviluppando attorno a loro momenti di ricordo per la loro fama (in tre differenti campi: letteratura, arte e storia, scienze applicate, musica e spettacolo, veneti, italiani ed europei). “Un’idea diversa ma molto vicina ai premi nobel come format”, ha aggiunto un genitore di Treviso. Anzi questi “contrari” e “disinformati” come una docente li apostrofava, non hanno mai negato il crimine contro Giulio. Nella discussione ci si poneva il problema come mai si fosse trovato in quella situazione. Due anni sono lunghi per poter sequestrare memorie, chiavette, tabulati della tutor inglese con doppio passaporto e vedere tergiversare le autorità competenti egiziane.
La vox populi avrebbe sospinto il governo verso una posizione più rigida rispetto a due anni fa, quando c’era il governo Renzi. Non si è mai capito tuttavia se il problema fosse dovuto alla debolezza della Farnesina, alla sua ambiguità per tenere in piedi accordi miliardari di sfruttamento di risorse naturali (“scoperto il più grande bacino di gas, con il coinvolgimento dell’Eni”) oppure la colpa sia tutta dei politici che sono delle mezze cartucce.
Chi ha avuto modo di frequentare la Farnesina sa che è una macchina pesante di “imboscati” e “raccomandati”, in cui solo certi gruppi politici sanno come sistemare i propri adepti.
Stiamo deragliando.
Dal luglio 2017 anche il nostro ordinamento giuridico ha una legge contro la tortura, sebbene dal 1988 l’Italia abbia ratificato la convenzione ONU. E allora perchè non andiamo con i forconi in Egitto? Non si può è contra legem farsi giustizia.
Un altro argomento piccante è capire fino a che punto la tutor di Giulio fosse una pedina dell’Intelligence britannica, di Scotland Yard? Il procuratore Pignatone è un magistrato romano che in estate viene a Cortina. Ha scritto al Corriere e a La Repubblica che confida molto su quello che gli specialisti italiani troveranno sulle chiavette e pc (memorie) della tutor. Ma non sono forse lunghi due anni da quando Giulio è stato ucciso?
Abbiamo dei detective e degli strumenti che possono recuperare dati e informazioni di due anni fa. Se li hanno cancellati o manomessi? Intanto andiamo avanti con le dichiarazioni del magistrato e le interpretazioni e i sospetti che i giornalisti possono liberamente dare.
Sei un “un verme di straniero”, gli aguzzini gli gridavano, infilzandogli aghi e coltelli sul corpo.”Quest’italiano voleva infiltrarsi, e noi abbiamo agito per difendere il nostro stato. Io ho fatto il mio dovere” ha ripetuto più volte il falso sindacalista Abdallah che lo “ha tradito” e consegnato all’intelligence cairota. “Ora sono nella merda, non trovo più lavoro per colpa vostra” – va a dire in giro quest’uomo bizzarro che registrava con una telecamerina nascosta una conversazione con Giulio. Voleva soldi per aiutare sua moglie affetta da un brutto male. Tutte balle. 
E fin qui tutto pacifico di un criminale, di un lupo “solitario” di un “cantastorie” dei servizi segreti?
Lo avrà venduto a dei sicari? Lo avranno consegnato poi ai professionisti del controspionaggio? Si saranno scambiati i favori come fanno tra mafiosi?
Il professore internazionalista più volte nella conferenza ai liceali, rigidamente tenuta in palestra, come fosse un sit-in penitente, ha rimarcato che l’Italia mantiene da sempre una posizione “blanda” nella scena internazionale. La sua diplomazia non è che sia debole è semplicemente inconsistente.
Come mai l’Italia è uno stato debole, ha posto una ragazza? Una domanda banale per molti, ovvia per il professore, ma non per lei che è italo-canadese. Tutti i giorni si pone questo interrogativo perchè constata che un paese ricchissimo di storia e arte, letteratura e di tanti scienziati non è possibile che nella diplomazia sia così in basso. A volte sembra di un paese emergente, senza storia.
Quali differenze possono esistere tra le varie intelligence, italiana, britannica ed egiziana? “Giulio sarà stato una pedina del quarto livello di ambienti vicinissimi per non dire intrecciati con lo spionaggio di Hear Majesty the Queen (Scotland Yard)”?
Può essere Giulio considerato un “eroe”, un “martire della verità” che è per noi “un esempio come cercatori della verità”?
Sarà stato uno sprovveduto, molti hanno scritto e detto, tuttavia la tortuta è una violazione di accordi internazionali, tuona il prof. Pisillo Mazzeschi. Non c’è una via di scampo.
E qui subentra un altro aspetto del problema. Il suo tesserino universitario gli permetteva di avere una copertura assicurativa?
Il procuratore dottor Pignatone non entra nel merito su quali fossero le regole d’ingaggio per una “trasferta-soggiorno studi” in Cairo.
E’ una questione di diritto civile. Per ora s’interessa di trovare tracce, indizi, prove che conducano al coinvolgimento della Tutor con i servizi segreti inglesi. Il magistrato ha già raccolto molto materiale in Egitto e dalle sue parole i responsabili criminali si dovrebbero conoscere fino ad arrivare ad organi statali. I giornali hanno fatto anche dei nomi. Ma a Cambridge come si potrà sapere se la tutor lavorava o era protetta da Scotland Yard?
Giulio era tranquillo? Sembrava di no. Le sue frequentazioni ormai dimostravano che qualcosa era cambiato nei rapporti con i vari conoscenti. I suoi sondaggi negli ambienti sindacali, movimentisti e anti sistema potevano rendergli la vita più insicura? Sembra proprio di sì. Il potente sindacato degli ambulanti si era distinto nelle manifestazioni popolari che furono represse con la forza e la sparizione di tanti civili (200-300). Il nuovo faraone Al Sisi lo sa. Il potere è in mano ai militari che però non sono riusciti a debellare gli attentati contro le chiese copte e probabilmente l’a penetrazione dell’Isis.
Drammatica le dichiarazioni del generale: “Quel crimine è stato commesso “per rovinare i rapporti con l’Italia” e “per danneggiare l’Egitto”, ha ribadito Sisi. E, parlando da una poltrona in prima fila, si è rivolto all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, chiedendogli: “Sa perché volevano danneggiare le relazioni fra Egitto ed Italia? Affinché non arrivassimo qui”, si è risposto. Che il riferimento sia ad un generico piano per sabotare le relazioni economico-politiche fra Italia ed Egitto e non solamente Zohr, è parso evidente alla luce delle analoghe dichiarazioni fatte a novembre in una conferenza stampa a Sharm El Sheik. In quell’occasione Sisi aveva fatto esplicito riferimento alla missione imprenditoriale guidata dall’allora ministro Federica Guidi cui il presidente – secondo indiscrezioni – chiese dieci miliardi di dollari di coperture agli investimenti italiani in Egitto. La richiesta fu formulata in un incontro avvenuto il giorno stesso, il 3 febbraio, in cui fu fatto ritrovare il martoriato corpo di Regeni alla periferia del Cairo morto, dopo giorni di torture, tra il primo e il 2 febbraio. La tecnologia italiana dal mese scorso sta comunque consentendo all’Egitto di sfruttare un giacimento “super-giant” con un potenziale complessivo di 850 miliardi di metri cubi di gas. Una scoperta che – come è stato sottolineato più volte anche oggi nei discorsi tenuti accanto all’intrico di tubi verdi del impianto sulla costa del Mediterraneo dove, a 1.500 metri di profondità, è stato scoperto “Zohr” – trasformerà il panorama energetico dell’Egitto: gli permetterà di diventare autosufficiente e di trasformarsi da importatore di gas naturale in futuro esportatore. È frutto di “un matrimonio di lunghissima data” fra l’Egitto e il gruppo energetico italiano, come ha detto Descalzi ricordando che “l’Egitto vede l’Italia come una nazione amica e vede l’Eni come il primo partner”. (da Huffpost del 9 gennaio 2018)
Allora se è così, due stati che si stimano a vicenda dovrebbero far presto per dare risposta ai familiari e all’Italia. Cosa aspettano.  

 

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