“Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza a Padova”

Marica Rossi da Vicenza.
“Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza a Padova” a cura di Carlo Giovanni Federico Villa (direttore del nostro museo civico Chiericati) e Stefan Weppelmann (allestimento di Mauro Zoccheeta ed Emilio Alberti), è il maxi ritratto della genialità del protagonista, e anche un viaggio nella vita tumultuosa del’600 europeo. Succede al Palazzo Monte di Pietà in piazza Duomo a Padova dove l’esposizione (resa possibile dai due milioni di euro della Fondazione Cariparo) va fino al 18 marzo corredandosi di un’esauriente audio guida, incontri anche musicali (con composizioni dei familiari di Galileo tutti musicisti) e un carnet di visite dei luoghi dell’urbe abitati da Galileo. Del resto è nella città di Tito Livio, lontana da rigori pontifici e obblighi di corte, che il grande matematico trascorse, com’egli stesso scrisse, gli  anni migliori di tutta la sua vita (1592-1610). Così Padova, che ancora ne conserva la cattedra nell’aula magna del Bo e in Prato della Valle una statua che lo effigia, ci fa conoscere quest’uomo straordinario che fu scienziato, astronomo, inventore, letterato, musicista, artista, e pure amante del gentil sesso e della tavola (barattava i suoi strumenti con i vini prediletti!); singolare anche come compagno di vita e padre di tre figli.
Con molta sagacia la mostra ben divide la concezione del cielo e della terra prima e dopo Galileo: dalle teorie aristoteliche e tolemaiche a quelle copernicane, fin all’accelerazione impressa dal cannocchiale. Un’invenzione venuta dalle Fiandre ma perfezionata dal Nostro, divenendo oggetto di culto dopo che Galileo lo mostrò al Doge per scopi militari e dopo che ne fece dono a Urbano VIII. Tra gli strumenti è proprio il cannocchiale a primeggiare (merito anche suo se l’astrologia evolve in astronomia) accanto a compassi, lenti, pendoli, astrolabi, sfere armillari, libri sulla volta celeste come quelli dal Museo Civico di Bassano, globi terrestri e celesti in cartapesta e gesso (dal museo nostro Chiericati) e scritti di Galileo mai esposte prima. Di non minore eccellenza le opere d’arte fra cui incisioni del Durer (dal Gabinetto delle stampa dagli Uffizi di Firenze), tele di Bruegel e Rubens dal Prado a Madrid, e soprattutto un acquerello su carta autografa dalla Biblioteca Centrale di Firenze,ove Galileo trasferì le sue osservazioni sulla fasi lunari nel 1609 tratteggiando ombre e crateri speculari a quelli delle foto della Nasa proiettate sullo sfondo della stessa sala con il video dello sbarco sulla Luna. Chiaro il messaggio della mostra, così esplicita sull’insegnamento di Galileo che emancipò l’uomo (in nome del metodo sperimentale da lui introdotto) dalla dipendenza d’una “scienza” non avvallata dai fatti ma imposta per autorità precostituita. Ancor più chiara nel suo monito a tenere gli occhi ben aperti sul futuro la sua conclusione con un’opera della contemporaneità: il nuovo modello dell’Universo di Anish Kapoor, un cubo acrilico con bolla d’aria in esplosione.

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