Rovigo, Palazzo Roverella: La Bassa (1989) di Josef Schwellensattl

Raccontare il Polesine. Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi. Rovigo, Palazzo Roverella (24 marzo – 1 luglio 2018). Mostra a cura di Alberto Barbera.

La Bassa è un film girato nel 1989 nel delta del Po dal regista Josef Schwellensattl e mandato in onda dalla televisione bavarese. Uno degli oltre cinquecento film realizzati in Polesine ma sconosciuto ai polesani. Non fu mai presentato, neppure in Accademia dei Concordi. Nel 1992 il regista inviò una videocassetta a me e a Giovanna Manzolli Modonesi, una poetessa di Papozze vissuta come insegnante a Scardovari. Io ne feci copia per il geografo Marcello Zunica e per il musicista Bepi De Marzi. I testi erano stati naturalmente doppiati in tedesco ma mi furono tradotti in italiano nel 1993 da Beltrame, un polesano originario di Ceregnano che aveva girato il mondo con la famiglia facendo la guida turistica.
Un giorno si presentò a casa mia un giovane regista dall’accento tedesco, di soli 34 anni, che stava raccogliendo informazioni sul Delta. Conosceva il volume Il delta del Po. Terra e gente aldilà dei monti di sabbia, curato da Marcello Zunica, edito da Rusconi Immagini nel 1984, al quale anch’io avevo collaborato con il saggio Momenti perduti: i mestieri. Conosceva pure Giovanna Manzolli Modonesi, mia amica, autrice di numerosi testi poetici sul Delta, alcuni dei quali inseriti nel volume.
Ricordo ancora questo regista, seduto nel mio salotto, mentre cercava di capire la geografia di un territorio solcato da corsi d’acqua che corrono al mare e da canali per transversum. Nel Delta, il Po si divide a ventaglio e non è facile neppure per un polesano riconoscere i vari rami. Occorre esserci vissuti, averli percorsi ogni giorno.
Fornivo a Giuseppe Schwellensattl nozioni cartografiche, segnalavo artigiani, canti di Bepi De Marzi sul Delta. Volevo intuire il taglio e il messaggio del film, gli interessi e la weltanschauung del regista. Lo aiutai a scegliere le tavolette dell’IGM, lo accompagnai dal professor Marcello Zunica presso l’Istituto di Geografia a Padova. Andai con lui e con l’operatore a Grillara a vedere le ocarine che plasmava il vecchio Idelmo Fecchio ma capii che non era questo il Delta che aveva in mente. Gli proposi Scapa oseleto, un canto contro la caccia di Bepi De Marzi, ma lui scelse L’aqua zè morta, sempre di De Marzi.
Avevo di fronte un ambientalista, un uomo nato in Val d’Ultimo, che aveva frequentato la scuola d’arte di Ortisei, che aveva percorso a piedi le sue montagne ma che aveva realizzato il suo sogno studiando regia in Germania. Ma allora perché scendere fino agli estremi lembi del Po? Forse la risposta si trovava in Luisella, la giovane moglie discendente da un emigrato di Papozze giunto come tanti in Alto Adige.
Al regista non interessavano albe e tramonti, aironi e folaghe, sacche e barene. Schwellensattl voleva raccontare la gente dopo la costruzione della più grande centrale termoelettrica d’Europa, nella Sacca del Canarin a Polesine Camerini, toccando temi come l’estrazione del metano e la subsidenza, le alluvioni e l’emigrazione, l’istruzione, le attività, i prodotti agricoli. Voleva raccontare il fiume più lungo ma anche il più inquinato. Voleva raccontare il fumo che usciva da quella babelica ciminiera che ti seguiva per tutto il Delta.
Erano anni di dibattiti accesi e di lotte fra ambientalisti fautori del parco del Delta, da un lato, e fautori della centrale, dall’altro. Per il grande parco naturale del Delta c’era stato il convegno di Comacchio (1968), di Pomposa (1970) e di Rovigo (1972), promosso da Italia Nostra. La ciminiera c’è ancora ma il fumo non esce più a cinquant’anni da quel primo convegno.
Un territorio inventato dall’uomo, voluto dalla Serenissima quattro secoli fa per evitare l’interramento della laguna di Venezia.
“Le persone che vivono qua dicono che vivono nella Bassa e sembra che si sentano in qualche modo emarginate, dimenticate, escluse, che vivano alla fine del mondo.”
Le piene, le alte maree che cospargono di sale i campi, le alluvioni dal 1950 al 1960. E quando ruppero gli argini, fango, paura, disperazione, maledizioni, imprecazioni, fame, preghiere, implorazioni, continuamente, giorno e notte, sono narrati nei versi di Giovanna Manzolli. Una tristezza infinita anche se questa gente sembra rassegnata, abituata all’acqua e alle rotte. L’emigrazione in Piemonte, la nostalgia per una terra dove sei nato, il ritorno, le case crollate che non c’erano più.
E scorrono i personaggi, pescatori, cacciatori, cannaroli, contadini, coltivatori di riso, barbabietole, mais.
Un tempo non c’erano strade ma solo sentieri di terra fangosi o polverosi. A scuola si andava poco poiché bisognava lavorare in risaia. Ora i figli hanno scuole elementari e medie, bisogna mandarli altrimenti arrivano i carabinieri. C’è la chiesa, ci sono case al posto dei casoni di paglia.
Luciano è un pescatore. Un lavoro faticoso con i prezzi fissati ogni giorni dai commercianti all’ingrosso. E’ preoccupato perché l’acqua è sempre più sporca e i pesci piccoli muoiono. Ed ecco diffondersi il canto di Bepi De Marzi con le voci dei Crodaioli di Arzignano, sul Chiampo inquinato:

L’aqua zè morta, zè morta,
zè morta stamatina,
tuti lo saveva, ma l’aqua, ma l’aqua,
l’aqua zè morta disperà.

Renzo ha sposato una calabrese ma non ha mai capito come potesse vivere la gente laggiù, in un paese tutto pietre e polvere. Racconta i quattro mesi trascorsi in Emilia a causa dell’alluvione del 1957. Là aveva lavoro in fabbrica ma si sentiva come un uccello in gabbia. E’ tornato con l’acqua ancora in casa, contro il volere della moglie. Qui si sente un padrone. Qui va caccia, qui taglia e vende le canne, lavora nei campi, ha la moglie e gli amici. Ma quando piove o c’è troppa nebbia sono giorni di lavoro perduti.
Per abituarsi al Delta bisogna abituarsi alla nebbia. La nebbia – o meglio il caligo – aveva incantato anche Cesare Zavattini: “Tutto sparisce, ingoiato dalla fitta nebbia. Nella quiete sei assalito dalla malinconia. Ho sempre creduto che la malinconia fosse causata dal Po. Quello che succede in altri luoghi è pura imitazione”. (Graziella Andreotti)

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