L’eccidio di Schio: non dimentichiamoci dei partigiani criminali

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Politica – Giorgetti: “Vergognosa e ingiustificabile la presa di posizione dell’Anpi. Siamo orgogliosi di aver presentato la Mozione e soddisfatti per il suo voto unanime”

Il consigliere regionale di Forza Italia, Massimo Giorgetti, esprime soddisfazione per “aver presentato, assieme alla collega Elena Donazzan, una Mozione per il ritiro della onorificenza al partigiano ‘Teppa’ Bortoloso , autore dell’eccidio di Schio”.
“Richiamo in merito – spiega il Vicepresidente del Consiglio regionale – le parole del Generale Dunlop, Governatore militare del Veneto, che condannò con i seguenti termini l’eccidio dell’8 luglio 1945 al Municipio di Schio: ‘Sono qui venuto per una incresciosa missione, […] è mio dovere dirvi che mai prima d’ora il nome dell’Italia è caduto tanto in basso nella mia stima, non è libertà, non è civiltà che delle donne vengano allineate contro un muro e colpite al ventre con raffiche di armi automatiche e a bruciapelo. Io prometto severa e rapida giustizia verso i delinquenti, confido che il rimorso di questo turpe delitto li tormenterà in eterno e che in giorni migliori la città di Schio ricorderà con vergogna e orrore questa spaventosa notte e con ciò ho detto tutto’”.
“Il voto unanime del Consiglio regionale del Veneto sulla Mozione – osserva il consigliere – ha rappresentato un bell’esempio di recupero di una memoria comune, e di univoca condanna dell’eccidio di Schio. Per questo, voglio ancora ringraziare tutti i colleghi consiglieri che hanno votato la Mozione, al di là delle personali convinzioni politiche e ideologiche, nello spirito di pacificazione nazionale”.
“Trovo invece incomprensibile e ingiustificabile la posizione assunta dall’Anpi che ha criticato il Consiglio regionale – afferma l’esponente di Forza Italia – Si tratta, infatti, dell’ennesimo tentativo di indulgenza verso un assassino come Bortoloso, che alimenta la tensione e le divisioni perché, se da un lato è legittimo sostenere che la causa antifascista era giusta, tuttavia l’episodio di Schio è avvenuto al di fuori del periodo di guerra, quando uccidere era diventato inaccettabile. Questo è stato un atto fuori legge e fuori dalle regole, eseguito dai partigiani in aperta sfida anche con i loro superiori”.
“Dispiace dover rilevare – conclude Massimo Giorgetti – come in questa, come in altre occasioni, i rappresentanti dei partigiani assumano posizioni più vicine a quelle dei faziosi nostalgici della guerra civile, che di quelli che vogliono essere artefici della concordia nazionale e della verità storica”.

L’eccidio
Erano infatti ancora in corso gli accertamenti delle posizioni individuali: per alcuni era già stata accertata l’estraneità alle accuse ed era altresì programmata la scarcerazione, non avvenuta per lentezze burocratiche. Gli 8 detenuti comuni vennero subito esclusi dalla lista, insieme a 2 detenute politiche non riconosciute come tali. Dopo un’approssimativa cernita, che suscitò contrasti tra gli stessi fucilatori, alcuni proposero che fossero risparmiate almeno le donne, che in genere non erano state arrestate per responsabilità personale ma solo fermate per legami personali con fascisti o per indurle a testimoniare nell’inchiesta in corso. “Teppa” si oppose dicendo: «Gli ordini sono ordini e vanno eseguiti», ma non disse da chi provenivano gli ordini (e non fu mai accertato, nonostante un processo apposito nel  1956). Dopo un’ora di incertezza, mentre alcuni partigiani non convinti si allontanarono, vennero uccise a colpi di mitraglia 54 persone, tra cui 14 donne (la più giovane di 16 anni), e ne vennero ferite numerose altre. Alcuni detenuti, coperti dai corpi dei caduti, si salvarono indenni. Quando giunsero, i soccorritori trovarono il sangue che colava sulla scala e sul cortile, arrivando fin sulla strada.
Furono emesse condanne:
Valentino Bortoloso, condannato a morte.
Renzo Franceschini, condannato a morte.
Antonio Fochesato, condannato a morte.
Gaetano Canova, condannato all’ergastolo.
Aldo Santacaterina, condannato all’ergastolo.
La pena effettivamente scontata dai cinque condannati presenti al processo fu tra i 10 e i 12 anni.
L’atteggiamento del PCI
L’Unità aveva definito i responsabili dell’eccidio “provocatori trotskisti”: in realtà, i partigiani che avevano condotto l’eccidio al carcere di Schio erano legati al Partito Comunista e alle ex-Brigate Garibaldi. Tre di loro, sfuggiti alle indagini, si recarono a Roma al Ministero di Grazia e Giustizia per conferire con Palmiro Togliatti, che all’epoca guidava il dicastero dal quale dipendeva il carcere di Schio, che inoltre era nello stesso tempo segretario del PCI.
Li ricevette in via Arenula, allora sede del Ministero, il segretario del Ministro, Massimo Caprara. Il Ministro della Giustizia incaricò la Direzione del partito di provvedere e su richiesta della direzione del partito i tre partigiani, coautori dell’eccidio, vennero aiutati dall’organizzazione del PCI a rifugiarsi a Praga. Durante una visita nella capitale cecoslovacca di Togliatti e Caprara, essi ebbero un incontro casuale e ringraziarono per averli aiutati. Di questo episodio Caprara, che materialmente accolse e trattò con gli omicidi per conto del ministro Togliatti, fece una dettagliata descrizione in un suo famoso libro. (da wikipedia)
Nel 1946 fu approvata la cosiddetta amnistia Togliatti, di cui beneficiarono migliaia di fascisti e collaborazionisti, ma anche partigiani autori di eccidi e di moltissimi altri casi simili di giustizia sommaria.
Le commemorazioni
Recentemente il fatto di sangue è stato riportato alla ribalta dai libri di Giampaolo Pansa sulla Resistenza e di Massimo Caprara, nonché dell’antropologa Sarah Morgan e dagli storici locali, Simini, Valente e De Grandis. Questo fatto di sangue è stato commemorato per decenni quasi esclusivamente dalle famiglie delle vittime finché, dopo un percorso complesso di riavvicinamento, nel 2006 (recte: 2005) è stata firmata una “Dichiarazione sui valori della concordia civica” tra il sindaco di Schio, Luigi Dalla Via, i rappresentanti del “Comitato familiari delle vittime dell’Eccidio di Schio” e i rappresentanti dell’ANPI e dell’AVL[5]. A parte i familiari delle vittime, costituiti dapprima in comitato ed ora in associazione, sono stati già da tempo presenti con proprie manifestazioni gruppi della destra neofascista che ricordano l’eccidio con un corteo nella cittadina, fatto che suscita sempre notevoli polemiche da parte dell’ANPI[6] e di numerosi cittadini, partiti e movimenti democratici e della sinistra, nonché, dopo il 2005, in modo espresso più o meno marcato, da parte del Comune di Schio.
Nel 2016 l’ANPI ha incluso Valentino Bortoloso (peraltro già decorato in precedenza dal Presidente della Repubblica Pertini) nella lista dei partigiani meritevoli della Medaglia della Liberazione [6], assegnatagli quindi in prima istanza [7] e successivamente revocatagli dal Ministero della Difesa, su impulso dell’associazione parenti e richiesta dell’attuale sindaco[8]. Uno dei parenti, Anna Vescovi, figlia del Commissario prefettizio Giulio assassinato nell’Eccidio, ha tuttavia meditatamente provveduto a ri-costruire un percorso di avvicinamento personale e famigliare che si è poi concluso col suo perdono del partigiano e la sottoscrizione da parte di entrambi di una lettera aperta di riconciliazione nella e per la pace: il documento è stato solennemente firmato davanti al vescovo di Vicenza il 3 febbraio 2017, nel consapevole e dichiarato solco tracciato dalla fondamentale “Dichiarazione” del 2005, meglio nota come “Patto di Concordia civica”.

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