Anni ’50: le tendenze dell’arte

Elmgreen&Dragset
Quando si sono conosciuti Michael Elmgreen era uno scrittore danese, Ingar Dragset studiava teatro in Norvegia. Si incontrano nel 1955 e da quel momento hanno sempre lavorato insieme, creando una delle più famose coppie artistiche degli ultimi anni. “Giocando” letteralmente con l’arte, i due artisti generano controsensi bizzarri, situazioni che ci fanno sorridere o semplicemente ci spiazzano. Le loro opere non sono difficili da capire, non serve neanche soffermarsi troppo. Elmgreen e Dragset creano immagini che innescano subito nella testa una reazione intuitiva. Per loro ogni singolo oggetto, anche quello più banale, nasconde un potenziale magico: bisogna guardarlo da un’altra prospettiva, eliminare il contesto e ribaltare il significato. Facendo ciò i due artisti reinventano un mondo nuovo, assurdo, surreale e apparentemente illogico. Chi, guardando il loro famoso trampolino, non ha esclamato: “WOOOW”?

Appropriation Art
Gli artisti del movimento Appropriation Art prendono in prestito, copiano e alterano dipinti, sculture, fotografie già create da altri, mantenendoli comunque riconoscibili. Con lo sviluppo della società dei consumi e la diffusione e la riproduzione delle immagini attraverso i mass media le appropriazioni e gli artisti appropriazionisti si moltiplicano. Così Sherrie Levine prende in prestito il teschio della tradizione pittorica per la sua opera “Crystall Skull”, Elain Sturtevant moltiplica l’opera fatta di lampadine di Felix Gonzalez-Torres, Bertrand Lavier trasforma un dipinto di Frank Stella in una scultura luminosa degna della discoteca più cool della città!

Arte concettuale
Nel 1961 il musicista e filosofo Henry Flynt disse: “L’arte concettuale è un’arte il cui materiale sono i concetti, come il materiale della musica è il suono”. L’arte concettuale nasce negli anni ‘60, un’epoca in cui si protesta in tutto il mondo per un rinnovamento politico, sociale e artistico. In questi anni gli artisti che saranno poi definiti concettuali vogliono evitare ogni tipo di mercificazione della loro opera e per questo finiscono per smaterializzarla. Nei loro lavori scompare il soggetto: non c’è immagine, non c’è oggetto, non c’è bellezza, nessuna narrazione, nessun sentimento. Se tutto sparisce, che cosa resta? Resta un’opera il cui fine non è il godimento estetico, come è sempre stato nella storia dell’arte, ma l’attività di pensiero. Il significato di un gesto è ciò che interessa. E non è poca cosa. Prima si fa a meno dell’imitazione della realtà, poi della prospettiva, poi della forma, del colore, fino ad arrivare al punto in cui si può fare a meno addirittura dell’opera d’arte. Cosa resta? Resta il concetto, l’idea, la riflessione, il pensiero.

Eija-Liisa Ahtila
Eija-Liisa Ahtila è un’artista nata in Finlandia nel 1959. Dopo essersi interessata per alcuni anni all’arte concettuale, ha cominciato ad usare sempre di più il video nelle sue installazioni. Secondo Ahtila basta una cinepresa per inventare delle storie: grazie agli espedienti del cinema l’artista può riprodurre velocemente tutto ciò che vuole, perfino testimoniare eventi che nella realtà non sono mai accaduti. Oltre al cinema, la sua passione è la psicanalisi: per questo le storie che racconta sono sempre popolate da personaggi inquieti, spesso affetti da problemi psichici o ossessionati da paure e stati d’ansia.

Arte Povera
Arte Povera è bellezza dei materiali naturali, è forza di gravità, è vita, è tensione fisica, è reazione chimica, è energia mentale. Arte povera è un movimento artistico italiano degli anni ‘60, i cui artisti usano materiali “poveri”, cioè pietre, legno o carta, uniti ad altri industriali come vetro, specchio e acciaio. Questi materiali non sono assemblati per rappresentare qualcosa, ma vengono presentati dagli artisti così come sono. Cosa vogliono dirci? Gli artisti del movimento Arte Povera vogliono mostrarci le relazioni tra le cose e lo spazio che occupano. Siamo negli anni sessanta, un periodo di protesta e di ribellione durante il quale, nel mondo dell’arte e non solo, si cerca di fare qualcosa di totalmente rivoluzionario. Stufi di un’arte che urla messaggi politici e sociali, ora gli artisti cercano semplicemente di lasciar parlare le cose, sottolineandone l’armonia e l’equilibrio. Che cosa si cerca di ottenere, infatti, con le lotte degli anni sessanta? Libertà, pace e autonomia. E che cosa c’è di più libero della presentazione di elementi puri, privi di significati politici, sociali o religiosi?

Black power
Black Power, potere nero, è uno slogan politico e un movimento di pensiero nato tra gli afroamericani degli Stati Uniti, che ha la sua massima popolarità tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta. Il suo nome è legato a un episodio chiave nella lotta per i diritti civili: la “March against fear”, la marcia pacifica che James Meredith, il primo studente di colore ad essere ammesso all’università del Mississippi, compie da Memphis (Tennessee) a Jackson (Mississippi) nel 1966. James cammina da solo e non fa in tempo a partire che un razzista gli spara. A quel punto moltissimi altri attivisti e associazioni per i diritti civili decidono di proseguire la marcia al posto suo. Nel discorso conclusivo uno dei leader rivendica per la prima volta il potere nero. Black Power! Le organizzazioni antisegregazioniste e tutti quelli che non si accontentano più della politica di non violenza di Martin Luther King passano all’azione e fanno loro il messaggio! Il Black Power è sostenuto da Malcom X, attivista per i diritti civili, che riconosce prima nella religione islamica e poi nell’istruzione per tutti l’elemento capace di abbattere ogni barriera razziale e ogni forma di discriminazione. Ma la testimonianza più potente è quella di Tommie Smith e John Carlos, che nel 1968 alle Olimpiadi di Città del Messico vincono rispettivamente l’oro e il bronzo nei 200 metri. Quando salgono sul podio, mentre risuonano le note dell’inno americano, i due abbassano la testa e alzano il pugno destro avvolto da un guanto nero. Black Power! Quel gesto segnerà la fine della loro carriera sportiva. Il pubblico fischia, le medaglie vengono requisite, i due atleti sospesi. Perdono tutto, ma fanno la storia.

Hip-hop
La strada, il ghetto, queste sono le fonti di ispirazione di molti artisti. Il nero del ghetto deve confrontarsi con la sua comunità e farsi rispettare, e poi affrontare il mondo dei bianchi, per il quale è invisibile. Per reazione a questa invisibilità – sociale, economica, culturale – si crea quindi un’identità propria, la cultura hip-hop, a cui appartiene la musica rap. Il rap parla della vita quotidiana degli abitanti del ghetto, e dà fastidio. Getta luce sulle zone d’ombra di cui si preferirebbe non sapere niente, su persone che si vorrebbero invisibili e mute. Il rap è una telecamera che mostra la realtà com’è, nuda e cruda. Racconta il ghetto in prima persona, dice che cosa succede in città, in famiglia, nella testa. A differenza dello spirito rock – la contestazione del mondo degli adulti –il rap è una dichiarazione di esistenza, una guerra di affermazione rispetto ai coetanei più ricchi, più bianchi, più avvantaggiati nella vita. Tutti gli elementi sono importanti: la break-dance, lo smurf (il berretto che prende il nome dagli Smurfs, i Puffi in inglese), il DJ che crea suoni mescolando dischi già esistenti, l’MC (master of ceremonies) che prende il microfono, i graffiti, le battles (battaglie di parole), il beatbox fatto con la bocca, lo slam (una specie di poesia orale improvvisata), il cappuccio della felpa, i pantaloni larghissimi, le scarpe da basket alte, e poi una lingua, con suoni ed espressioni nuove, una camminata particolare… La musica rap è giudicata aggressiva e violenta. Ma l’abbiamo davvero ascoltata? Coloro che subiscono le ingiustizie sono quelli che meglio possono spiegare le cose. Dobbiamo ascoltarli.

Mono-ha
La parola giapponese Mono-ha vuol dire “Scuola delle cose”. Mono-ha è il nome che è stato assegnato a quel gruppo di artisti che frequentano l’Università di Arte di Tokyo alla fine degli anni ’60. Come il movimento artistico Arte Povera in Italia, nato qualche anno prima, anche gli artisti Mono-ha realizzano sculture e installazioni usando materiali come pietra, sabbia, corde, legno, cotone, vetro e metallo. Per osservare un’opera Mono-ha c’è bisogno di pazienza e riflessione, in perfetto stile giapponese. Osservare questi lavori vuol dire riflettere sul rapporto tra arte e natura, materia e spazio; significa pensare alle trasformazione, alla mutevolezza delle cose, in una sola parola alla vita.

Monocromo
Nel 1960 in Germania viene allestita un’esposizione internazionale dal titolo “Monochrome Malerei”. Il curatore nel catalogo scrive: “I quadri non sono che colore: il rosso, il bianco, il nero, il giallo e l’azzurro sono indifferenziati, puri e senza limiti”. È la mostra dedicata agli artisti che esplorano la potenza di un solo colore, che si allontanano sia dal realismo che dall’astrazione lasciando la scena ad un unico elemento. Il verde di Lucio Fontana è espressione dello spazio infinito; il blu di Yves Klein unifica il cielo e la terra cancellando il piano dell’orizzonte; il rosso di Anish Kapoor è una tinta spirituale, simbolo del sangue e della vita. Altri, come Ellsworth Kelly azzerano gli elementi con il contrasto di due o più toni. Piero Manzoni, invece, negli “Achrome” sceglie il bianco, che non è un colore. Cosa vuole dirci? Il bianco è ciò che resta se alle cose si toglie forma, dimensione e colore. Manzoni così facendo lascia parlare la materia pura, l’unica capace di sprigionare pura energia.

Numeri
Per tanti artisti contemporanei i numeri sono spesso oggetto di ricerca, tanto da diventare una vera ossessione artistica. Invece di esprimersi con forme, linee e colori, molti artisti si sono destreggiati tra serie infinite di numeri. Mario Merz, per esempio, lavora con numeri realizzati al neon disposti a intervalli regolari: è la successione di Fibonacci, una serie di numeri in cui ciascuno è la somma dei due precedenti e con la quale l’artista misura artisticamente il mondo e rappresenta i suoi processi di crescita. Anche l’artista giapponese On Kawara “dà i numeri” con i dipinti intitolati “Today”. Queste opere hanno uno sfondo monocromatico su cui compare la data in cui sono stati realizzati. Se On Kawara non riesce a finire l’opera prima della mezzanotte, la distrugge. L’artista polacco Roman Opalka dal 1965 al 2011 ha segnato ogni giorno sulla tela un numero in successione: un modo per scrivere senza descrivere, nulla di matematico, semplice espressione artistica.

Ombra
Per l’autore romano Plinio il Vecchio la pittura ebbe origine quando una donna, la fanciulla di Corinto, tracciò il profilo del suo innamorato intorno all’ombra proiettata dal suo viso. Fino al Trecento però i personaggi dei dipinti – Cristo, la Madonna, i santi e gli angeli – erano senza ombra e stavano come sospesi su pavimenti ricchi e colorati, coperti di tappeti o stoffe. Erano creature divine, e quindi non avevano un corpo in carne e ossa che potesse proiettare un’ombra. L’ombra era la prova dell’esistenza materiale di una persona; se l’ombra mancava, non si apparteneva a questo mondo. Il primo a dipingere le ombre delle figure fu Masaccio, all’inizio del Quattrocento. Quello non era più il mondo medioevale, caratterizzato da una visione della vita che metteva Dio al centro dell’Universo e imponeva all’uomo una totale sottomissione al volere e al potere della Chiesa. È cominciato l’umanesimo: l’uomo è al centro dell’Universo ed è considerato artefice e padrone del proprio destino. Da questo momento i dipinti non rappresenteranno più esseri soprannaturali, ma uomini e donne veri, dotati di ombre: le ombre dolci, senza durezze dei quadri di Leonardo da Vinci; le ombre accese di passione delle scene di Caravaggio e Georges de la Tour; le ombre nervose dei paesaggi di Pissarro; l’ombra simbolo di angoscia di Eduard Munch; le ombre monumentali di Giorgio De Chirico, che diventano presenze vere e proprie; le ombre che nei 66 quadri di Andy Warhol intitolati “Shadows” costituiscono il soggetto stesso dell’opera d’arte.

Optical Art
Siamo in America nei mitici anni ‘60. In un articolo del “Time Magazine” per la prima volta si parla di Optical Art, movimento artistico che ha come principale obiettivo quello di ingannare i nostri occhi. Le illusioni ottiche e gli accostamenti di linee, forme e colori sulla tela generano, in chi guarda le opere Optical, un senso d’instabilità, lievi vertigini e un leggerissimo mal di mare. Ma l’arte optical non si limita alla tela! Altri artisti usano congegni elettrici o magnetici per giocare con la nostra percezione ottica. I principali artisti Optical sono Julio Le Parc, Briget Riley, Victor Vasarely, Yaacov Agam e Jesús Rafael Soto. Negli stessi anni nascono in Italia due movimenti, il Gruppo T a Milano e il Gruppo N a Padova. Gli artisti italiani usano gli stessi stratagemmi visivi per generare movimento e ingannare i nostri occhi, alla maniera degli op-artists americani.

Performance
Nel 1959 Piero Manzoni firma corpi di donne e le intitola “Sculture viventi”. Nel 1974 Joseph Beuys, lo “sciamano” dell’arte, si chiude per tre giorni in gabbia con un coyote, simbolo degli Stati Uniti, tentando invano di comunicare con lui. Nel 1989 James Lee Byars, avvolto in un abito dorato, brucia una sfera di arbusti simbolo del suo incendiario potere creativo. Nel 1997 Marina Abramovic pulisce centinaia di ossa di animali, cantando canzoni tristi per ricordare la guerra dei Balcani. Tutti questi sono esempi di performances artistiche. Sembra strano, ma in questa nuova forma d’arte, l’opera non c’è. L’artista performer non vuole più creare un oggetto concreto e tangibile: un dipinto, un scultura, un video. L’opera è la sua azione che si consuma in un preciso momento e in un determinato spazio, importante tanto quanto la reazioni dell’osservatore, o meglio dello spettatore. La sua presenza è fondamentale: senza di lui la performance non avrebbe nessun senso.

Provocazione
Con le avanguardie artistiche del primo Novecento la storia dell’arte subisce una sterzata nel segno della provocazione. Marcel Duchamp nel 1917 capovolge un orinatoio mettendo la sua firma (Fountain, 1917). Nel 1916 Piero Manzoni mette in una scatoletta di latta un suo personale “ricordo” e le applica l’etichetta Merda d’artista; Maurizio Cattelan nel 2010 realizza L.O.V.E., una scultura monumentale raffigurante un enorme dito medio che viene installata davanti la sede della Borsa di Milano. Inizialmente l’artista ribelle voleva semplicemente scardinare le norme tradizionali del fare arte. Oggi la provocazione nell’arte serve a urlare messaggi politici, sociali, religiosi. Come? Con immagini forti e decise, a volte anche con il macabro spettacolo di animali imbalsamati o l’uso di immagini religiose dissacranti. È provocazione contro il buon senso, contro la morale, contro le regole; è un’arma che l’artista contemporaneo usa per smuovere le coscienze e trasformare l’arte in uno strumento di critica e un invito alla riflessione.

Shusaku Arakawa
Abbiamo deciso di non morire mai
Shusaku Arakawa è nato in Giappone nel 1936. Non è stato un semplice pittore, anzi, lui stesso dichiarava: “La pittura per me è solo un esercizio”. Arakawa, infatti, era anche un poeta, un filosofo e un architetto. Nel 1961 arriva a New York con in tasca 15 dollari e il numero di telefono di Marcel Duchamp, il più importante artista del novecento. Gli telefona e diventano grandi amici. Comincia così a disegnare su tela diagrammi, piante e schemi, come nell’opera Courbet’s Canvas, con complessi significati filosofici ed esistenziali. Dopodiché si dedica al progetto del “Destino Reversibile”: insieme a sua moglie Madeline Gins, artista e scrittrice, elabora una curiosa teoria secondo la quale per allontanare la vecchiaia bisogna esercitare continuamente i sensi e il corpo. Arakawa e sua moglie diventano così “architetti di case scomode” nelle quali è impossibile stare tranquilli! Chi si ferma è perduto!

Maurizio Cattelan
FUCK THE SYSTEM
Maurizio Cattelan ironizza, provoca e si prende gioco del mondo dell’arte, della politica e delle regole della società contemporanea, dei suoi valori e dei suoi paradossi. Tutti questi aspetti emergono anche solo leggendo i titoli di alcune sue celebri opere, come “Papa colpito da un meteorite”, “Hitler inginocchiato” o “Lavorare è un brutto mestiere”. Addirittura quest’ultima è una non-opera, nel senso che in questo caso Cattelan non ha realizzato nessun’opera: ha semplicemente deciso di cedere il suo spazio espositivo a un’agenzia pubblicitaria. L’artista raggiunge il culmine della provocazione con “L.O.V.E.”, scultura comunemente conosciuta come “Dito”, che rappresenta una mano con quattro dita mozzate eccetto il dito medio, posizionata “casualmente” davanti alla Borsa di Milano. Dopo un’importante mostra al Guggenheim di New York, nel 2011 Cattelan annuncia il definitivo ritiro dalle scene. Ma tutti sapevano che il mondo dell’arte non se ne sarebbe sbarazzato così facilmente! E così oggi lo vediamo coinvolto in una nuova avventura creativa che si chiama ‘Toilet Paper’ (trad. ita. carta igienica!). Si tratta di una rivista di sole foto concepite in collaborazione con il fotografo Pierpaolo Ferrari. Grazie a ‘Toilet Paper’ finalmente Cattelan può liberarsi di curatori da corteggiare, galleristi da persuadere, musei con cui interfacciarsi, collezionisti da convincere, giornalisti a cui spiegare tutto. Finalmente Maurizio si può esprimere liberamente! …Come se non l’avesse mai fatto…! *** La biografia di Maurizio Cattelan è stata scritta da Maria Vittoria Scatiggio e Chiara Arisi del Liceo Classico Marco Polo di Venezia nell’ambito del programma Alternanza Scuola Lavoro a Palazzo Grassi.

Piero Manzoni
Giocare con l’arte
Piero Manzoni, nasce nel 1933, cresce a Milano e si iscrive a giurisprudenza. Decisione bizzarra per uno dei più grandi artisti italiani dello scorso secolo! Dopo i suoi primi paesaggi e ritratti cambia totalmente strada: comincia a segnare la tela con le impronte di oggetti banali come pinze, chiodi o forbici. Nel 1958 realizza i primi “Achromes”, che in francese vuol dire “senza colore”. Si tratta di tele ricoperte di gesso, creta bianca, cotone e tessuti vari… tutto rigorosamente incolore. Da questo momento la sua arte diventa una continua provocazione. Con chi ce l’ha? Piero Manzoni critica gli artisti, che vedono nell’arte un mezzo per diventare immortali, e il sistema dell’arte che li rende mostri sacri da venerare. Comincia così le sue provocazioni: firma il corpo di alcune donne per realizzare quelle che lui chiama le “Sculture viventi”; durante la performance “Divorare l’arte” marca con l’impronta del suo pollice delle uova sode, che vengono poi date da mangiare al pubblico; crea la “Base magica”, un piedistallo che trasforma in opera d’arte chiunque ci salga sopra. Ma l’opera più irriverente è “Merda d’artista”: inscatola e mette in vendita 90 scatolette con dentro i suoi escrementi. Ogni scatoletta pesa 30 grammi ed è venduta al prezzo di 30 gr. d’oro. Piero Manzoni morirà d’infarto nel suo studio, a soli 29 anni, fin troppo giovane. Nonostante la sua breve vita è stato capace di rivoluzionare profondamente l’arte italiana.

Dan Flavin
Quando in un museo ci troviamo di fronte a dei tubi al neon molto spesso stiamo osservando un’opera di Dan Flavin. È il 1963 quando Dan Flavin usa per la prima volta questo materiale per l’opera “Diagonal of May 25”. Da quel momento il neon tornerà in quasi tutti i suoi lavori. Flavin è affascinato dagli oggetti prodotti industrialmente, ma a interessarlo è soprattutto la luce e la sua capacità di ridefinire tutto ciò che le sta intorno. La luce rende il tubo invisibile: da oggetto concreto diventa visione spirituale. Materiale o immateriale? Fisico o evanescente? Finito o infinito? Sono questi paradossi che rendono le opere di Dan Flavin misteriosamente affascinanti.

Gilbert & George
Gilbert & George sono due artisti che vivono e lavorano insieme dal 1968. Gilbert è nato in Italia nel ‘43, George in Inghilterra nel ‘42. Si sono conosciuti a Londra, un città in cui negli anni sessanta e settanta non è facile essere Gilbert & George. Sono due studenti poveri, gay e fanno un’arte molto diversa da quella di moda allora. In più, sono due tipi strani, vestiti in modo molto insolito, sempre in giacca e cravatta come i vecchi, il contrario di quanto ci si aspetterebbe da due giovani artisti. La gente non li capisce e non compra le loro opere. Dal punto di vista economico, sociale e anche artistico, sono degli outsider, ovvero persone fuori dal coro, in qualche modo isolati o esclusi. La loro arte si sviluppa proprio come reazione a questo isolamento. Il mondo dell’arte, la società, non li considera? E loro attraverso i loro quadri dicono: guardateci, esistiamo!

Jeff Koons
Jeff Koons, artista americano nato nel 1955, figlio di un arredatore di interni, cresce a contatto di oggetti e materiali di vario genere. Immerso in questo universo di superfici, dal legno al metallo, Koons trova che la più affascinante sia lo specchio, che diventerà uno degli elementi più caratterizzanti della sua produzione artistica. Grazie allo specchio e alle sue proprietà, molte opere di Jeff Koons tra cui “Hanging heart” si attivano con l’osservatore in modo che non è arte solo l’oggetto ma lo diventa anche chi le guarda. Nel 1991, Koons sposa la famosissima pornodiva Ilona Staller, nota come Cicciolina. Ispirato dalla forte e particolare personalità della moglie, l’artista porta avanti il progetto eterogeneo “Made in Heaven” che ha come oggetto la sessualità. Nel 1991 realizza il “Bourgeois Bust” che fa parte di questa serie: un busto in marmo bianco come quelli classici romani, che rappresenta però Koons e Cicciolina immortalati in un intenso momento di passione. È negli anni duemila che avviene la consacrazione di Jeff Koons a star dell’arte contemporanea. Il più famoso e popolare tra i lavori recenti è quello svolto in collaborazione con Lady Gaga, sua amica e musa ispiratrice. Per lei Koons ha realizzato la copertina dell’album “Artpop”, che raffigura Lady Gaga mentre simula un rapporto sessuale con una delle famose sfere specchiate dell’artista.*** La biografia di Jeff Koons è stata scritta da Anna De Favari, Giulia Frate, Guido Freschi del Liceo classico Marco Polo durante il periodo di Alternanza Scuola Lavoro a Palazzo Grassi.

Sofferenza
Molti artisti parlano della violenza e della sofferenza del mondo contemporaneo come di cose che fanno parte della vita. La sofferenza è parte del mistero umano, la si può sussurrare, raccontare, gridare, negare, reprimere. Con la loro sensibilità, con la capacità di vedere oltre le apparenze e con le loro abilità manuali, gli artisti la sanno rappresentare in modo intenso e profondo. Anche Giacomo Leopardi la pensava allo stesso modo. Nel testo intitolato “Un giardino di sofferenza”, scritto nel 1826 e raccolto nello “Zibaldone”, Leopardi ci racconta come dietro l’apparente bellezza di un giardino verdeggiante si nasconde una crudele realtà di dolore e sofferenza e una lotta spietata tra gli esseri viventi che lo popolano. Video ©PGTEENS

Teschio
Fin dal Medioevo il teschio ha sempre rappresentato un avvertimento spaventoso. Presente nei dipinti di nature morte, ai piedi della croce nella pittura sacra o nelle scene di vita quotidiana dei pittori del Seicento, il teschio ricorda la fragilità dell’esistenza umana e fa riflettere sull’uomo e sul suo destino. Con il teschio si critica la Vanitas, cioè le cose superflue della vita, inutili e viziose. Come abiti, gioielli, borse, foulard e tatuaggi? Proprio così. Ma incredibilmente oggi il teschio pullula proprio su questi oggetti. Ricordando la morte, il teschio è simbolo delle tenebre, per questo motivo i giovani punk, gothic e dark lo fanno loro negli anni ’80. Da questo momento diventa una presenza fissa nel mondo della moda; lo stilista Alexander McQueen addirittura crea abiti trasgressivi tempestati di crani umani. Anche gli artisti fanno la loro parte. Dal teschio formato da sette corpi femminili nudi del pittore Salvador Dalì a quello tempestato di diamanti di Damien Hirst; dagli “skulls & crossbones” tatuati sui bicipiti dei bikers alle calaveras messicane, colorate e floreali, che ornano i corpi degli hipster. Teschiofili di tutto il mondo unitevi!

Videoarte
L’arte contemporanea, per definizione evolve al ritmo del presente, spesso addirittura anticipando il futuro. Sebbene continuino a sopravvivere le forme più tradizionali di arte (pittura, scultura e fotografia), gli strumenti cambiano e le idee si rinnovano. La rivoluzione tecnologica investe anche il mondo dell’arte. La diffusione della tv negli anni ‘60 ispira molti artisti che cominciano a usare la celebre scatola luminosa per concretizzare le loro idee. Nam June Paik è il nome di uno dei pionieri della “Video-Art”. L’artista nel 1968 per la prima volta inserisce nelle sue opere dei televisori che trasmettono immagini deformate e messaggi distorti. Da quel momento arte e tecnologi-video mescolano le loro potenzialità unendo l’idea e la sensibilità dell’artista e i nuovi linguaggi mediatici. Lo schermo della tv diventa il nuovo supporto su cui l’artista rappresenta ciò che vuole e lo modifica come crede.

Crossroads 1976
Quest’opera nasce nel 1976 quando Bruce Conner scopre al National Archive di Washington alcuni video dei test atomici fatti dal governo USA nell’Oceano Pacifico nel ‘64. Bruce Conner decide di comprare i video e di montarli insieme: li rallenta, sceglie inquadrature e distanze diverse, li ripete più volte e aggiunge una colonna sonora di grande effetto, una composizione elettronica ipnotica di Terri Riley. Grazie alla musica di Riley, le terribili immagini della bomba atomica perdono la loro connotazione negativa per lasciar prevalere miracolosamente emozioni contrarie: pace e estasi.

Bruce Conner
Negli anni ‘50 Bruce Conner realizza la sua opera più importante: un film intitolato “A MOVIE”. È un film particolare: l’artista non ha fatto nessuna ripresa, non vuole quindi raccontare una storia. Bruce Conner sceglie spezzoni di vecchi film, documentari e video amatoriali e li rimonta per creare un nuovo film bellissimo, fatto di scene di grande suggestione, che parla di temi come la leggerezza, la distruzione, la bellezza e la seduzione. Dopo “A MOVIE”, Bruce Conner realizzerà molti altri video in cui mette insieme incidenti stradali, spettacoli di funamboli, voli di aerostati, sottomarini, razzi, paracadutisti, crolli di ponti, corse di elefanti e incantatori di serpenti. Conner è considerato il re dell’assemblaggio: nei primi anni della sua carriera realizza collage di oggetti. Ben presto, però, si rende conto che con le immagini in movimento può creare un mondo visionario e allucinato molto più potente. Così nascono i suoi film.

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