Rapporto Unesco “World Trends in Freedom of Expression”: libertà, pluralismo, indipendenza e sicurezza.

Il rapporto dell’Unesco World Trends in Freedom of Expression – che copre il quinquiennio 2012-2017 – individua quattro aree critiche: libertà, pluralismo, indipendenza e sicurezza. Con alcune note positive, come l’aumento dell’accesso all’informazione – sempre più paesi (da 90 nel 2011 a 112 nel 2016, soprattutto nell’Asia del Pacifico e in Africa) hanno adottato leggi sulla libertà di stampa. O la rapida crescita di quanti hanno accesso a Internet e dunque alle informazioni online: quasi la metà della popolazione mondiale (48% nel 2017).

Aumentano le minacce e le restrizioni. Sono stati ben 56 i casi di totale blocco di internet nel 2016 (furono 18 nel 2015). Con l’espandersi delle piattaforme transnazionali (come Facebook) si mette in evidenza il rischio delle “bolle informative”, ma anche la tendenza crescente agli attacchi di governi populisti contro il “cane da guardia” del giornalismo e il conseguente trend di sfiducia nella credibilità dei media.

Un focus viene dedicato anche alle donne nell’informazione: sono 1 su 4 nei vertici dei media, 1 su 3 tra i reporter, 1 su 5 tra gli esperti intervistati. Il rischio della vita è l’allarme numericamente ancora più eclatante: sono stati 530 i giornalisti uccisi tra il 2012 e il 2016, il prezzo più alto pagato in Sudamerica (125) e in Nordafrica-Medio Oriente (191).

Le vittime sono principalmente locali con il 95% dei casi. Giornalisti minacciati e che pagano con la vita il lavoro sul campo, in Paesi in guerra (gli ultimi caduti nella strage in Afghanistan pochi giorni fa) o dove la criminalità organizzata, il narcotraffico, la mafia non permettono intrusioni sul territorio. Ma anche giornalisti esposti all’aperto conflitto con il potere per aver chiesto trasparenza e responsabilità a governi e forze politiche.

Trump e 5 Stelle sul banco degli imputati. Con evidenza si è manifestata una guerra aperta tra media e Casa Bianca dopo l’elezione di Donald Trump, ma anche in Italia abbiamo avuto e continuiamo a scontare la campagna di discredito nei confronti della categoria e di singoli giornalisti, scatenata dal Movimento 5 Stelle, che ne ha fatto una delle bandiere della sua ascesa elettorale. Gli allarmi vengono segnalati periodicamente dai rapporti di osservatori indipendenti, come l’ultimo di Reporters sans Frontières.

Conferenza Unesco ad Accra (Ghana). L’Unesco per celebrare la 25esima edizione della Giornata internazionale ha riunito per due giorni ad Accra (Ghana) decine di speaker provenienti da tutto il mondo, con un focus particolare sull’Africa e il Medio Oriente: tema scelto è “Tenere sotto controllo il potere: media, giustizia e legalità”. In contemporanea, in tutto il mondo, vengono organizzate decine di eventi sul tema della libertà di stampa e di espressione (qui la mappa).
Il programma della conferenza si dirige verso quei casi in cui i media hanno contribuito a rendere il potere più trasparente e hanno costretto le autorità a rendere conto ai cittadini. Si discute dell’importanza dei media nella trasparenza dei processi elettorali, e anche del rapporto tra giustizia e informazione: dove occorre maggiore protezione, ma anche quali sono i rischi dei richiami a maggiori regolamentazioni, soprattutto in Rete.
Tra gli oltre 700 partecipanti, oltre a giornalisti (alcuni testimoni oculari di realtà ad alto rischio, come il siriano Hussam Eesa del collettivo “Raqqa is being slaughtered silently”), anche politici, giuristi, accademici, rappresentanti di organizzazioni non governative dedicate alla libertà di stampa in ogni angolo del mondo. Diciotto sessioni parallele su temi come la censura via internet, le molestie sessuali dirette contro le giornaliste, i protocolli di autodifesa e protezione dei dati digitali che i giornalisti dovrebbero conoscere e applicare, la libertà d’espressione artistica nell’era digitale.
La conferenza è anche l’occasione per un’esperienza di prima mano per i giornalisti, che avranno l’occasione di sperimentare tecniche di autodifesa – online e offline – con l’aiuto di una serie di esperti. Sarà presentata una ricerca su questo tema specifico, condotta dal centro studi sull’informazione dell’università del Ghana. La conferenza si chiude con l’assegnazione del premio Guillermo Cano per la libertà di stampa, che quest’anno è stato assegnato al fotogiornalista egiziano Mahmoud Abu Zeid, conosciuto come Shawkan, incarcerato dal regime di Al Sisi.

Dal sito di Amnesty Intenational
Il 3 marzo, dopo 5 anni di detenzione preventiva, il procuratore ha chiesto per Mahmoud Abu Zeid, noto anche come “Shawkan“, la condanna a morte.
La stessa pena è stata chiesta per gli altri 738 imputati nel processo “Dispersione dei disordini a Rabaa“. Tra gli accusati anche alcuni dirigenti anziani della Fratellanza Musulmana.
Shawkan era stato arrestato mentre stava seguendo per conto dell’agenzia londinese Demotix, il violento sgombero di un sit-in convocato dalla Fratellanza musulmana a Rabaa al-Adawiya, un quartiere del Cairo. Durante il violento sgombero, le forze di sicurezza egiziane uccisero oltre 600 manifestanti.
Sono 24 i reati contestati al fotoreporter, compreso l’omicidio, ma l’accusa non ha fornito prove sufficienti.
La detenzione di Shawkan è di fatto illegale per la legge egiziana: l’articolo 143 del Codice di procedura penale egiziano prevede un limite di due per gli individui detenuti per accuse che prevedono l’ergastolo o la condanna a morte. Shawkan ha già passato in carcere 5 anni.
Le autorità egiziane hanno ripetutamente negato ai suoi avvocati l’accesso ai documenti chiave relativi al caso.
Le udienze sono state rinviate dal tribunale per oltre 50 volte, principalmente a causa del numero di persone sotto processo. I processi di massa di questo tipo sono incompatibili con il diritto a un giusto processo.
Shawkan è un prigioniero di coscienza.

Najia Bounaim
Quando è stato arrestato, nell’agosto 2013, Mohammed Abu Zeid stava semplicemente facendo il suo lavoro: scattare fotografie durante il violento sgombero di un sit-in in una piazza del Cairo, culminato in un massacro di manifestanti da parte delle forze di sicurezza egiziane. La sua detenzione è chiaramente motivata da intenti politici ed egli non dovrebbe trascorrere neanche un giorno in più in carcere. Scattare fotografie non è un reato” – ha dichiarato Najia Bounaim, vicedirettrice delle campagne presso l’Ufficio regionale di Amnesty International di Tunisi.
La lista delle ingiustizie ai danni di Mohammed Abu Zeid è lunga. Picchiato e torturato dalle forze di polizia, è stato interrogato in assenza di un avvocato. Ai suoi legali è stato impedito l’accesso a importanti documenti, compromettendo in questo modo la possibilità di preparare la difesa. Durante la detenzione, ha ricevuto cure solo sporadiche per l’epatite C di cui soffre” – ha sottolineato Bounaim.

Freedom

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