Ahmed Abdallah, l’attivista arrestato della ong che offre consulenza ai legali di Giulio Regeni

La famiglia Regeni si dice “angosciata” per l’arresto in Egitto “del dottor Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf), ong che sta offrendo attività di consulenza per i nostri legali”. L’uomo è stato arrestato ieri come anticipato da Repubblica.
A confermare la notizia, oltre all’avvocato dei Regeni Alessandra Ballerini, anche Amnesty International, secondo cui tra le persone arrestate in Egitto figurano “la nota attivista Sanaa Seif, l’avvocato Malek Adly e Ahmed Abdullah, presidente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’organizzazione non governativa per i diritti umani che sta offrendo attività di consulenza ai legali della famiglia di Giulio Regeni. Ahmed Abdullah è stato prelevato nella sua abitazione nella notte tra il 24 e il 25 aprile dalle Forze speciali. È accusato di istigazione alla violenza per rovesciare il governo, adesione a un gruppo “terroristico” e promozione del ‘terrorismo’”.
L’attivista è stato arrestato alle 3 del mattino nel suo appartamento. Gli agenti lo hanno portato via e hanno sequestrato il suo computer e il suo cellulare e in queste ore dovrebbe tenersi un primo processo a suo carico. Secondo la ong potrebbero esserci presto nuovi arresti. Il gruppo sostiene che più di cento persone sarebbero state arrestate di recente in otto governatorati diversi, tra cui il Cairo e Alessandria. “Questi arresti hanno preso di mira personaggi pubblici, difensori dei diritti umani e attivisti – scrive la ong in una nota – E considerato che manifestazioni di protesta sono in programma oggi, il numero degli arrestati è destinato ad aumentare nelle prossime ore”.
“La brutale repressione di fronte alla quale ci troviamo, al Cairo e in altri governatorati – aggiunge la ong – sembra essere il risultato di quanto annunciato di recente dal ministro degli interni che ha detto ‘risponderemo con la massima fermezza e risolutezza a qualsiasi azione che possa turbare la sicurezza pubblica’.”Questa dichiarazione – proseguono gli attivisti – fa seguito a quella del presidente Abdul Fattah Al Sisi secondo il quale alcuni gruppi che starebbero mettendo a rischio la pubblica sicurezza saranno fermati da polizia e forze armate”.
“Alla luce anche del comunicato di Amnesty International”, la famiglia Regeni esprime “preoccupazione per la recente ondata di arresti in Egitto ai danni di attivisti per i diritti umani, avvocati e giornalisti anche direttamente coinvolti nella ricerca della verità circa il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio”.
Amnesty International Italia ha constatato l’inasprimento delle azioni repressive da parte del governo del Cairo: “Siamo di fronte a un salto di qualità nelle azioni repressive dell’Egitto, l’azione politica italiana deve essere commisurata a questa escalation egiziana” ha osservato il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury. “Dal 21 aprile a ieri c’è stata un’ondata di arresti, sia di massa sia selettivi: di massa perché secondo i nostri numeri sono state arrestate 238 persone, selettivi perché hanno arrestato anche giornalisti stranieri che si sono occupati del caso Regeni, e tra gli arresti più gravi c’è quello di Abdallah, che con i suoi esperti ha fornito e sta fornendo supporto legale alla famiglia di Giulio. L’azione politica delle istituzioni italiane deve essere commisurata all’escalation delle azioni egiziane; e quanto alla collaborazione giudiziaria, mi sembra che siamo fermi”.
A denunciarlo è una dettagliata ricostruzione redatta dagli investigatori italiani del Ros e dello Sco che per mesi hanno incrociato dati e tabulati sulla base delle carte consegnate. Gli inquirenti egiziani hanno dovuto prenderne atto ascoltando il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e il suo sostituto Sergio Colaiocco volati al Cairo per condividere i nuovi elementi probatori con il procuratore generale del Cairo Nabil Ahmed Sadek.
I nomi dei soggetti coinvolti nel sequestro sono quelli da tempo sotto la lente dei magistrati italiani, tanto che più volte e invano hanno chiesto di interrogarli. Sono nove ufficiali della National Security, il servizio segreto civile egiziano, e del Dipartimento di polizia investigazioni municipali del Cairo. Quattro di loro hanno sicuramente tenuto sotto stretta osservazione Regeni fino alla sera del 25 gennaio. Il giovane ricercatore è stato preda inconsapevole dell’occhio paranoico degli apparti per mesi. Anche quando è uscito dalla sua casa di Dokki ed è sparito all’uscita della stazione metropolitana di Naguib, nonostante la polizia egiziana abbia sostenuto il contrario.
Sulla lista c’è il maggiore Sharif Magdi Ibrqaim Abdlaal che ha coordinato l’operazione di spionaggio, coinvolgendo Mohammed Abdallah. È stata la National Security ad arruolare l’ambulante e a fornirgli persino una sofisticata telecamera nascosta per provare a incastrare Regeni. Ed è proprio il maggiore Sharif che Abdallah chiama il 6 gennaio per riconsegnare l’attrezzatura. Sharif, lo stesso ufficiale che ha falsamente accusato e arrestato Ahmed Abdallah, il capo dei consulenti della famiglia Regeni al Cairo.
Il maggiore ha negato ogni addebito, ma i dati forniti dagli investigatori italiani non lasciano spazio. Così come per il colonnello Osam Helmy che aveva accolto la squadra investigativa italiana negando che l’intelligence egiziana avesse mai avuto a che fare con Regeni.
E poi ci sono i responsabili della cruenta messa in scena che ha portato all’uccisione di cinque innocenti. Nell’abitazione del presunto capo della banda sono stati trovati i documenti del giovane friulano, messi lì per fornire l’ennesima non verità. A estrarli dalla tasca, secondo una testimonianza, è l’ufficiale della National Security Mahmud Hendy. Ed è proprio lui a contattare uno degli uomini chiamati dall’ambulante Abdallah per riprendersi il video in cui registrava di nascosto.
Maggiori, colonnelli e persino generali. La responsabilità è degli apparati nonostante le menzogne e i verbali in cui tentano di negare ogni coinvolgimento. L’hanno fatto fin dall’inizio. Era l’8 febbraio quando il ministro dell’Interno egiziano Magdi Abdel Ghaffar, a cui fa riferimento la National Security, spiegava risentito: «Quelle che leggiamo sui giornali sono insinuazioni. Non conoscevamo Regeni». Gli investigatori e l’intelligence italiana hanno invece proseguito dritto sulla strada seguita dal primo giorno e ora gli egiziani sono costretti a far cadere il velo ormai inconsistente che li ha portati a dichiarare di ricercare i colpevoli altrove. Inchiodati dalla loro falsità e reticenza.

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