Castelfranco Veneto: gli abitanti di Campigo vogliono la pista ciclabile. Ogni promessa è un debito

Residenti e ciclisti sul piede di guerra nella frazione di Campigo dove, da oltre vent’anni, molti di loro sperano che il comune di Castelfranco annunci l’inizio dei lavori per la costruzione della pista ciclo-pedonale che dovrebbe collegare la frazione castellana alla città del Giorgione.

Nel 2016 la costruzione della ciclabile era stata inserita nel Programma triennale delle opere pubbliche 2017/19, dov’era stata classificata come prioritaria e la sua realizzazione prevista nel 2018. Peccato però che nelle scorse settimane l’amministrazione comunale abbia annunciato un ennesimo slittamento dei lavori. Una notizia che ha mandato su tutte le furie il gruppo “Non correre, accorri” di Campigo che ha preso la decisione di scrivere una lettera di protesta al Comune nella speranza di poter veder realizzata la tanto agognata pista ciclabile. “Ogni giorno che passa è un giorno in più per gli abitanti di Castelfranco Veneto domiciliati nella frazione di Campigo, dove ormai da troppi anni la loro incolumità viene messa a rischio”, scrivono i rappresentanti del comitato. Quello che gli esponenti del gruppo chiedono al Comune è una precisa definizione dei tempi di realizzazione, la garanzia che vengano stanziati dei fondi per la realizzazione dell’opera e che, indipendentemente dalla realizzazione del sottopasso ferroviario, si dia avvio ai lavori nel più breve tempo possibile. La speranza è quella che nelle prossime settimane il Comune possa iniziare i lavori almeno nel primo stralcio della ciclabile. I fondi, almeno per iniziare con gli espropri, sembrano esserci. L’importante sarà riuscire a stabilire una data concreta per l’inizio dei lavori nei mesi a venire.

Castelfranco Veneto è la città delle auto. Un’amministrazione seria e lungimirante in dieci anni riuscirebbe a catalizzare gli investimenti necessari per “ciclabilizzare” l’intero comune dalle frazioni al centro e dalle scuole ai vari punti cardinali. Negli anni 50/60 l’unico mezzo popolare era la bici da uomo o da donna. Poi vennero le motorette, i motorini, gli scooter. In fretta arrivarono le cinquecento, le bianchine per i più sofisticati, le seicento pagate a rate con cambiali dai 30 a 50mila lire al mese. Negli anni ’80 ci fu il boom delle auto straniere (la Fiat perse colpi), soprattutto francesi e tedesche per i più facoltosi (mercedes, bmw, audi, ww). L’industria veneta della bicicletta ebbe un calo enorme, a parte alcuni settori di nicchia (freni, cambio, selle), dovuto alla pericolosità di usarla su strade trafficate da auto e camion. La cultura della pista ciclabile non è italiana così come dell’ambientalismo che arrivi fino alla pianura (si usano i bambini con magliette gialle per pulire i giardinetti e gli argini). Il confronto con i nostri vicini, svizzeri, austriaci, tedeschi e francesi, è sempre stato 5 a 1 per loro. Da noi le piste ciclabili nelle cittadine e nei capoluogo di provincia sono state la cartina di tornasole di qualche sigla politica che poteva rimanere “progetto” o semplice slogan in campagna elettorale. La Regione invece fa poco rispetto ad altre voci perchè non ci crede. Ma per Posecco Unesco, Mondiali Cortina, Olimpiadi del 2026 (15 giorni di sport mediatico) si fa in otto. Politica live. Le piste ciclabili sono il fiore all’occhiello delle stazioni balneari (guerra chi ce l’ha più lunga e bella), di piste per mountain bike dolimitiche, e di lobby a livello di quartiere o agglomerato. La prima pista ciclabile (doppia corsia e basta) è stata progettata dal sindaco social-comunista Bruno Marchetti (Castelfranco-Salvatronda) che fra l’altro non amava la bici ma un buon bicchiere di Raboso sì. Prima di lui con Dal Bello che finì in cella, viale Europa ebbe marciapiede e pista ciclabile in ambo i sensi. Il “terzo” sindaco che si affermò con pezzetti di pista ciclabile fu la bella Maria Gomierato di Vivere che inaugurò una “new season” in onore al “decoro cittadino” e al “piacere della camminata su mattoncini (scassa tacchi) che la distingueva dalla pista asfaltata”. Duecentocinquanta metri di doppia pista che moriva su un parcheggio disordinato e pericoloso a ovest (Avenale) e su un curvone a est di viale Italia. Poi ne fece fare un’altra dentro la Casa di Riposo che moriva in un parcheggio condominiale. L’emblema delle lobby da “residence”. Qua comando mi.
La sindaca si guardò bene nel suo decennale governo di quaraquaqua matton in più matton in meno di investire su altri tratti in quanto i soldi “scarseggiavano” ed era meglio far passare l’idea “del concorso di chi avrebbe avuto il miglior progetto” (copyright: signora Folliero di FI). Con il sindaco leghista on Luciano Dussin, “pensionato d’oro” da circa 6.217,16 euro al mese (beato lui) si tinteggiarono due o tre strade (via Verdi, viale Europa, via Damini) per calmare un po’ gli animi bollenti, dato che su quelle strade bici di giovani studenti e auto strombazzanti si incrociavano con il rischio e pericolo di mandare diritto all’ospedale il ciclista. A Castelfranco non esiste nessuna volontà di invertire la rotta. Strade strette, auto dappertutto, cubetti che affiorano, maledetti profili di traverso, buche, segnaletica inesistente sono lo specchio di una città fuori tempo. Loro non si accorgono. Hanno il suv o la WW azzurra vintage. Propaganda live che si è conclusa con una crisi in famiglia: hanno cacciato la signora pro mura. Ieri erano quelli delle liste civiche oggi sono gli stessi padroni del vapore che “mirano” sempre più in alto ma poi come Icaro cadono per terra e si fanno male. Ogni promessa è un debito. La pista di Campigo s’ha da fare.

Durante i dieci anni dal 2000 al 2010 è stato approvato il nuovo piano regolatore, firmato dall’arch. Franco Posocco, un camaleonte della classe dirigente (da responsabile dell’ufficio regionale – Commissario Straordinario dell’Istituto Interregionale per le Ville Venete –  a candidato sindaco per Vittorio veneto, trombato, per poi diventare Guardian Grando della Scuola Grande di San Rocco). La città di Castelfranco “incentivava” lo sviluppo edilizio a macchia di leopardo: da 30 a 50/60mila abitanti. In proporzione piste ciclabili appena lo 0, 34 per cento. L’urbanista, nonostante avesse dimostrato di essere un bravo divulgatore storico-architettonico, con il senno di poi, si dimostrò di essere il servo del potere politico, cioè lobbistico palazzinaro. Oggi abbiamo quasi il 40 per cento del suolo invaso dal cemento scheletrico o di immobili chiusi. Come può un urbanista marchiato IUAV capirne qualcosa della mobilità non inquinante?

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