Anagoor di Simone Derai, Paola Dallan, Marco Menegoni e la prof. Patrizia Vercesi conquista il Leone d’argento di Biennale Teatro 2018

Leone d’Argento, dedicato alle promesse del teatro o a quelle istituzioni che si sono distinte nel far crescere nuovi talenti, è stato attribuito alla compagnia Anagoor co questa motivazione:

“Il lavoro di Anagoor, mai privo di una potente estetica, riesce ad avere una funzione divulgativa rispetto a grandi tematiche; Anagoor non è mai popolare nella scelta dei testi, eppure lo è, nobilmente, nella restituzione artistica. Ciò che rende il loro lavoro a tratti concettuale ma anche profondamente artigianale è il fatto che non demandano a nessuno la scelta artistica, riuscendo come collettivo a realizzare tutto da soli, dalla scrittura del testo alla costruzione di scene e costumi sempre di grande impatto, a tal punto che i loro spettacoli sono programmati in molti teatri italiani e stranieri”.

ANAGOOR
Fondata nel 2000 da Simone Derai e Paola Dallan, la compagnia Anagoor ha condotto un lavoro profondo sulla ricerca di un nuovo linguaggio attingendo a immagini e simboli che riconducono alla nostra memoria culturale.

LA COMPAGNIA ANAGOOR È FONDATA DA SIMONE DERAI E PAOLA DALLAN A CASTELFRANCO VENETO NEL 2000, CONFIGURANDOSI FIN DA SUBITO COME UN ESPERIMENTO DI COLLETTIVITÀ.
Il loro primo palcoscenico è il Liceo Ginnasio Statale Giorgione, grazie ad un’dea di Patrizia Vercesi, docente titolare di materie classiche, che si adopera anche nella proposta laboratoriale formativa didattica. Filologia, storia dell’arte, architettura, arti visive, danza, musica, più a lungo, instancabile apprendistato teatrale: questa è la formazione dei giovani componenti di Anagoor. Progetto di politica teatrale (il nome, in onore alla città immaginaria di Buzzati “Le mura di Anagoor”, è scelto perchè nasce “Dall’amore dei suoi fondatori per la città”), nel 2008 inaugura a propria cura “La Conigliera”: recuperato da un allevamento cunicolo nell’aperta campagna veneta, è oggi spazio dedicato alla ricerca, fra percorsi di residenza, di formazione e rassegne. Il luogo, unico nel suo genere, è ubicato nel parco regionale delle sorgenti del Sile, in via Palù di Castelminio di Resana. Per arrivarci ci vuole un Gps, altrimenti si rischia di trovarsi in mezzo a campi di granturco e colza, pioppeti e qualche vigna. Come mai proprio lì e non nella città di Giorgione? La risposta è politica (espressione di lobby affaristiche) ma nello stesso tempo appartiene alla nostra storia, alle origini delle arcadie rinascimentali, al “Barco della Regina” (Altivole), alla “Villa dei Vescovi” (Torreglia), all’Odeo Cornaro (Padova). Solo che i nostri giovani artefici l’arcadia se la sono costruita da soli, con modestia ma con una sanguigna volontà di perfezionarsi nell’arte più antica al mondo. Dopo diciotto anni dalla fondazione e dieci dalla “sede agricola”, passando attraverso varie fasi di “significative emersioni teatrali regionali” il gruppo riesce a farsi notare dalla critica per originalità e “un qualcosa che altri non hanno”. Il mixing di discipline, l’essere non essere, la rievocazione storica con passaggi e flash di attualità, il velato attacco alla politica, la multimedialità quasi sempre presente, etichettano Anagoor come “un laboratorio artigianale, anzi concettuale-artigianale” in cui ogni attore, pur nel suo ruolo di “testimone-spettatore” si trasforma lui stesso con la danza, la recita e il canto in “attore principe”. Anagoor è una punta di diamante di un Veneto che si sta trasformando con velocità che potrebbe rischiare di rimanere ancorato al proprio passato di “rivoluzionari-carbonari, post sessantottini”, “reazionari”, “nostalgici” e “retro”. Di tutto e di più ma non “reazionari”, sbotta uno dei fondatori. Siamo cresciuti in una scuola di provincia con una generazione di professori tra il sessantottismo e il disinteressamento totale. La caduta del Muro di Berlino, lo smantellamento delle BR, Tangentopoli, l’urbicidio dei Balcani ed un teatro noioso, statico alla De Filippo. Noi siamo i diversi, la nuova generazione che si confronta con il classico, un campo che è sempre stato relegato per un pubblico da nicchia e nei festival. Il XXI secolo ha vertiginosamente cambiato il fare comunicazione. Il latino e greco sono insegnati con schemi discutibili. Lo dicono gli esperti: Gabbrielli, Canfora, Napolitano, Bettini. Così pure i nostri musei sono statici. La forza dell’immagine è potente come una bomba che va in mille frantumi. É un’arma di distruzione di massa.

Nella recente Orestea per la Biennale 2018 “una complessa drammaturgia, elaborata da Simone Derai insieme a Patrizia Vercesi, mescola innesti testuali di una galassia di autori distanti tra loro e intercala immagini video, primi piani, particolari a volte non nitidi, violenti e ripetitivi che hanno lo scopo di spezzare la continuità narrativa e di sottolineare ciò che resta velato dalle parole.” Uno zepping che obbliga lo spettatore a concentrasi perché a volte l’audio non è uguale per tutti. La pièce dura quattro ore con un intervallo intermedio. La prima parte, Agamennone, “non si discosta molto dalla vicenda tramandata da Eschilo. Potrebbe finire qui. Il fuoco che, sullo schermo brucia antiche carte geografiche è il segnale atteso. Un ragazzetto riccio arrampicato su un “podio” di casse acustiche annuncia che Troia è caduta. La scena si riempie di un coro di ragazze e ragazzi dai vestiti leggeri e trasparenti, colori di terra – è il corpo della tragedia. E da quel coro danzante nell’immobilità escono fuori i protagonisti. La Clitennestra di Monica Tonietto rivestita di un fastoso costume barbarico che sembra la Medea di Pasolini. L’Agamennone di Senbastiano Filocamo inconsapevole di giocare un ruolo sbagliato nella storia. Cassandra che parla la lingua straniera di Gayané Movsisyan, attrice armena, già vista al Virgilio brucia, e poi Marco Menegoni che è il didascalico narratore coinvolto suo malgrado nell’azione. Sono la musica e la danza che tengono alta la recita degli attori principali. Forse un’invasione del disegno sonoro curato da Mauro Martinuz. La seconda parte, Coefore ed Eumenidi, frammenta la narrazione, riportando di nuovo sulla scena la morte, che fa tutt’uno con quello del cambiamento in Conversio. Termine indicante il senso di un rivolgimento che però è prima di tutto interiore. Ed ecco il “tempo verrà” che richiama il Cantico del gallo silvestre leopardiano e anticipa le parole con cui Herman Broch racconta gli ultimi istanti di Virgilio”.  (Gianni Manzella)

Anagoor è un teatro border line? Fino a d’ora è schierato a sinistra, nell’alveo de Il Manifesto tutto imperniato nella lotta ai diritti politici e sociali, non economici (è roba da leghisti). Si costruiscono verità attraverso un continuo ribaltare l’attualità, spingendosi oltre. La loro percezione è così forte che a volte credono di avere la soluzione giusta. Non c’è ministro che tenga. La mia generazione ha conosciuto “agguerriti compagni che uccidevano e gambizzavano per ideologia, per conquistare il potere e ribaltare le sorti di un Paese. Il dominio e il sabotaggio. Sul metodo marxista della trasformazione sociale pubblicava il prof. Antonio Negri per la Feltrinelli. In cui  incitava di ricorrere al sabotaggio quale reale azione di destrutturazione del dominio contro la ristrutturazione promessa dal compromesso storico, processo illusorio”. Appena fuori dai confini non era così. Gli operai dialogavano nella cogestione. In Italia la proibivano. Quando andai in Svizzera, avrei potuto chiedere l’asilo politico per indiretta violenza nei miei confronti. Si occupava la facoltà (con falsi studenti) e s’inscenavano “collettivi autonomi”, s’imbrattavano i muri, si dava fuoco alla biblioteca, si lanciavano bombe molotov. Se non si vincesse una guerra e non si imponessero le regole del tribunale anche i nazisti non sarebbero mai stati condannati e l’Olocausto non sarebbe mai esistito.

ANAGOOR È DIRETTO DA SIMONE DERAI E MARCO MENEGONI, AI QUALI SI AFFIANCANO LE PRESENZE COSTANTI DI PATRIZIA VERCESI, MAURO MARTINUZ E GIULIO FAVOTTO, MENTRE CONTINUANO A UNIRSI ARTISTI E PROFESSIONISTI CHE NE ARRICCHISCONO IL PERCORSO E NE RIMARCANO LA NATURA DI COLLETTIVO.
É un laboratorio continuo, aperto a professionisti e neofiti, “è l’alveo di una creazione aperta alla città e alle sue diverse generazioni, dove, in un tentativo strenuo di generare un’arte teatrale della polis, non trovano soluzione di continuità l’azione pedagogica nelle scuole, l’intervento sul territorio, il richiamo alla comunità, le produzioni della compagnia”.
Infatti, nasce da un liceo di provincia (autonomo solo dal 1959), forse uno dei primi tentativi di laboratorio “extra curriculare”, non un’esigenza sentita dalla collettività ma una precisa scelta della prof Patrizia Vercesi. La migliore del Liceo! Poi c’è il periodo universitario dei “fondatori” e come succede spesso in questo territorio, fare teatro significa “passione, volontariato, fai da te” però con la fortuna di avere accanto, dei genitori che ti sostengono, e delle capitali mondiali dell’arte: Venezia (La Fenice, La Biennale, Iuav, Ca’ Foscari), Verona (Arena, Filarmonico), Vicenza (Teatro Olimpico, Fondazione Palladio), Padova (Orto Botanico, Odeo Cornaro, Scrovegni di Giotto) e di una miriade di luoghi e beni artistici che fa spavento. Una regione che ha il più alto numero di siti Unesco in Europa. E il mitico Giorgione? È nelle loro vene assieme a Dino Buzzati. 

FRA GLI SPETTACOLI: *jeug- (2008); Tempesta (2009), segnalazione speciale al Premio Scenario; Fortuny (2011); L.I. Lingua Imperii (2012), tra gli spettacoli vincitori del Music Theatre NOW 2015; Virgilio Brucia (2014); Socrate il sopravvissuto / come le foglie (2016) candidato ai Premi Ubu come spettacolo dell’anno.
Nel 2012 la compagnia approccia il teatro musicale con il film-concerto Et manchi pietà, a cui fanno seguito due regie d’opera: nel 2013 Il Palazzo di Atlante di Luigi Rossi (1642), presentato alla Sagra Musicale Malatestiana di Rimini, e nel 2017 Faust di Charles Gounod, produzione del Teatro Comunale di Modena, Teatro Valli di Reggio Emilia e Teatro Municipale di Piacenza.

FRA I PREMI RICEVUTI: il premio “Jurislav Korenić” a Simone Derai come miglior giovane regista al 53.Festival MESS (2012), il Premio Hystrio – Castel dei Mondi (2013), il Premio ANCT per l’innovativa ricerca teatrale, il premio HYSTRIO alla regia (2016) e il Premio ReteCritica.
Dal 2008 Anagoor ha la sua sede nella campagna trevigiana, presso La Conigliera, allevamento cunicolo convertito in atelier e dal 2010 fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies – art work space.

REPERTORIO FOTO: Vedi articolo on line di Aidanewsxl con immagini di Andrea Avezzù (Biennale, consegna Leoni); foto di scena di Giulio Favotto (Anagoor); Angelo Miatello (cronaca).

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