La damnatio memoriae di Ferruccio Macola. Riposa nel cimitero di Rovigo con i Milanovich

La damnatio memoriae colpì il conte Ferruccio Macola dopo la morte. Diversa sorte spettò invece a Felice Cavallotti, ucciso da Macola in un duello alla sciabola, il 6 marzo 1898, nella villa della contessa Cellere fuori Roma. Celebrato e ricordato ovunque da vie e monumenti, anche a Rovigo ebbe subito una via a lui dedicata il 22 giugno 1898, sostituita nel 1939 da via Costanzo Ciano, ritornata dopo il regime.

Considerato l’ “assassino” di Felice Cavallotti, accolto dal gelo in parlamento, Macola, da quel fatale pomeriggio grigio e triste, non si riebbe più. Sebbene tutti e due fossero audacissimi ed esperti – 16 o 18 duelli per Macola, 33 per Cavallotti – la superiorità di Macola, alto e più giovane, contro Cavallotti, piccolo e agitato, era apparsa subito evidente. Macola non voleva quel duello e amici avevano cercato di dissuadere Cavallotti.
Il 18 agosto 1910, nel sanatorio San Rocco di Merate in Brianza, fra il verde dei pini e l’ombra delle querce, in un paesaggio che ispirò a Leonardo La Vergine delle rocce, Macola pose fine ai dolori fisici e morali con un colpo di pistola mentre la moglie Luisa Milanovich passeggiava nel parco con alcune signore.

Nulla lasciava presagire il dramma. Macola aveva trascorso le ore prececenti in allegre conversazioni con la moglie, con amici e conoscenti. In quei giorni era di ottimo umore e aveva progettato di recarsi a Recoaro a bere le acque. Si pensò ad un momento di grande solitudine e di abbandono ma anche a una disgrazia. Un cronista parlò di due colpi di rivoltella, non si sa se bene o male informato. Nessuno ipotizzò mai un omicidio ma la storia potrebbe tingersi di giallo, anche se Macola possedeva un’arma per difesa personale. Di nemici ne aveva tanti. Persino uno studente di medicina e chirurgia di Firenze, Gagliardo Gentile, iscritto al partito socialista, aveva pensato di vendicare Cavallotti ma l’azione fu sventata dall’intervento del padre del ragazzo che ebbe il coraggio di denunciare al questore le intenzioni del figlio.
Cattolico, deputato in quattro legislature, Macola si era segnalato per il suo voto contro l’istituzione della festa civile del 20 settembre, ma, come suicida, non ebbe funerali religiosi. La moglie Luisa cercò inutilmente l’intervento del clero ma le due diocesi – Milano e Adria – dopo essersi accordate, finsero un malinteso e addossarono reciprocamente la responsabilità all’altra. Giunta il mattino del 22 alla stazione ferroviaria di Rovigo, la bara, senza sacerdoti, fu accompagnata da autorità, da politici, da giornalisti, da amici e parenti, venuti anche da Padova, da Castelfranco e da Venezia, seguiti da carrozze e da auto. Il lungo corteo percorse viale Regina Margherita, via Umberto I, via Oberdan, via Celio, via Bedendo, piazza Garibaldi, via X luglio, via Miani, via Alberto Mario e via Beata Maria Chiara fino al cimitero, dove Ferruccio Macola fu commemorato come uomo, come politico e come giornalista. Papa Pio X, grande amico di Macola, appena appresa la notizia, inviò un telegramma alla moglie con l’apostolica benedizione.

Luisa volle dare sepoltura al marito nel sepolcreto dei Milanovich nel cimitero di Rovigo, anche se Ferruccio anni addietro aveva acquistato una tomba a Castelfranco Veneto.
Siamo in pochi a Rovigo a conoscere la tomba di Macola. Non c’è una lapide a ricordare il suo nome, non c’è una lampada, non c’è mai un fiore. Solo un’iscrizione: FAM. NOB. MILANOVICH. Qui riposa anche il generale Luigi Milanovich, padre di Luisa, ma nemmeno per lui un nome.
Chi entra nel cimitero di Rovigo, sorto nel 1819, dopo il decreto napoleonico che vietava le sepolture nelle chiese e nei centri urbani, vede in fondo al primo campo il colonnato della grande esedra che accoglie i sepolcreti delle famiglie nobili e notabili dell’Ottocento e del Novecento. A dispetto della damnatio memoriae, le tombe dell’esedra sono considerate storiche e vincolate e i resti di Macola saranno lasciati in pace per sempre.
Una storia maledetta, quella di Ferruccio e di Luisa, che ben si presterebbe alla finzione cinematografica. C’è un momento storico caratterizzato da socialismo, anticlericalismo e massoneria, da lotte politiche, dagli ultimi duelli d’onore prima della Grande guerra. C’è il mondo del giornalismo, c’è la miseria e l’emigrazione verso il Brasile, c’è un triste destino che unisce un uomo e una donna. Tutti e due scelgono il suicidio, tutti e due muoiono a 49 anni, tutti e due dimenticati.
Forse la più dimenticata è proprio lei, Luisa Milanovich. Ho cercato ovunque una foto, un dipinto, a tramandare un volto dolce e raffinato. Ho rincorso inutilmente in Veneto e in Toscana conti e baroni, in cui scorre ancora sangue dei Milanovich o dei Macola. Luisa, uno splendore di donna, nata a Rovigo in una famiglia di generali, imparentati con Maffei, Roncali, Casalini, Lion, veniva a trovarsi improvvisamente sola, a 33 anni, senza figli, senza il padre, solo la madre, la sorella e il cognato, ormai tutti in difficoltà economiche, improvvisamente povera a mendicare aiuti a personalità e al Governo. Non sappiamo neppure dove sia vissuta dopo la morte di Ferruccio. Qualche flash a Rovigo, a Castelfranco Veneto, a Fino Mornasco in provincia di Como, a Milano, a Parigi, in Alta Savoia. Luisa morirà in Francia, disperata, lontano da tutti, coperta di terra in una tomba che non c’è più. Anche della madre di lei non si seppe più nulla.
Luisa fu colpita doppiamente dal dolore, prima per la morte del marito, poi per la disillusione del testamento. All’apertura del testamento – uno dei tanti diversi e contraddittori – si scoperse che erede universale era il fratello Romolo, quello che accompagnò Ferruccio nel viaggio in Brasile nel 1893, sulla rotta degli emigranti. Neppure nominata la moglie.
Luisa lasciava Casa Barbarella di Castelfranco. Lei che, mossa da pietà, aveva accolto nella tomba dei Milanovich l’uomo che aveva consolato nella sofferenza degli ultimi cinque anni di vita, quando Macola presentò le dimissioni alla Camera e lasciò l’attività giornalistica, per passare da una casa di cura all’altra.
Ora Casa Barbarella, in cima alla bianca scalinata, accanto alla torre di nord-est, guarda all’orizzonte il massiccio del Grappa. Ferruccio non spaventa più i bambini con il lungo camice di velluto rosso mentre i violini del conservatorio cantano i segreti di quel luogo nascosto. (Copyright Graziella Andreotti).

(Estratto da Droni by Art 2018, presentato alla 75.Mostra del Cinema – Spazio Regione Veneto, Hotel Excelsior)
Cover_Rossa_Tintoretto libretto 2018.

1 commento su “La damnatio memoriae di Ferruccio Macola. Riposa nel cimitero di Rovigo con i Milanovich”

  1. Dopo diciotto anni ho appreso che Beatrice Macola e’ morta.La immaginavo felice a Roma.La accompagnavano a scuola con il mio setter Gordon tutte le mattine pur di vederla.Ero stato suo ospite nel quartiere dei Filippini a Verona dove la compagna del padre mi aveva rilevato una accoglienza indimenticabile.
    Grazie a Dio sono venuto a conoscenza solo ora altrimenti non avrei retto.A seguito di una maglietta del’Excalibur indossata da un mio collaborato che me la ha fatta ritornare in mente.Infatti li li la avevo conosciuta in questo locale e me ne ero subito innamorato di un amore che non e’ di questo mondo.Mio Padre mi parlava sempre del duello tra Ferruccio Macola e Felice Cavallotti.Io studio il Karma e le Costellazioni familiari:Preferirei essere ignorante.

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