Giancarlo Cunial, una storia canoviana di due secoli fa

(dal profilo del prof. G. Cunial: “EOPARDI NON FECE IN TEMPO A CONOSCERLO”)

Nell’invemo tra il 1821 e il 22, Canova modellò il busto di Leopoldo Cicognara, ma si capiva già che non l’avrebbe finito: i disturbi al costato, i violenti conati allo stomaco e all’intestino, l’impossibilità quasi di mangiare qualcosa erano divenuti un’ossessione quotidiana che lo aveva ridotto pelle e ossa.
Ma un’altra ossessione lo urgeva, prepotente, da sempre: quella di lavorare alla lucidatura, alla carteggiatura, alla levigatura. E di mattina presto lo trovavi che già modellava, infarciva quelle mani nodose e secche nell’argilla come nostro Signore onnipotente aveva manipolato la materia per creare l’Universo…
Quando sollevava lo sguardo era per respirare, per ascoltare il dolore del ventre, per mettere in bocca qualche pallottola di mollica così da farsi un po’ di saliva, ché altro non mangiava ormai in quei giorni d’inferno e di tormento…
E poi sondava con le mani rugose nelle viscere dei calchi negativi, per vedere se i ragazzi di bottega avessero pulito le forme di tutti i trucioli terrosi.
Era abbastanza freddo nello studio in quell’inverno nonostante due stufe di terracotta e i loro lunghissimi tubi cercassero in qualche modo di intiepidire l’aria: ma si sa che il caldo va verso l’alto e l’atelier di Canova era non solo vastissimo ma anche altissimo, e si battevano i stèfani specie al mattino quando i portoni dovevano rimanere aperti per far passare i carri di argilla, far entrare i lavoranti, far rullare i blocchi di marmo arrivati nel vicino porto di Ripetta…
A proposito, in quei primi mesi del 1822, Canova cominciò a far sgrossare il marmo del Pio VI per l’altare della confessione in San Pietro.
E poi c’era da finire il Cavallo per il Monumento al re Ferdinando (nel maggio del 1822, infatti, Canova andò a Napoli per farne la fusione dai Righetti che avevano aperto da qualche anno la loro fonderia in villa Bruno).
Passò l’estate a Roma, tra polveri e afa e sudori, immerso nel massacrante lavoro.
Ma nel settembre dovette interrompere ogni attività perché le forze non lo sorreggevano: i dolori lo prostravano a tal punto che camminava piegato tra i gessi della sua bottega.
E talvolta gli capitava di ritirarsi nell’orinatoio della sua stanza a vomitare acido e sangue.
Il fratello GiovanBattista, di quasi vent’anni più giovane di lui, voleva che si riposasse, non poteva andare avanti così, si capiva bene che avrebbe fatto presto a morire se avesse continuato a ammalarsi di dolore.
Decise allora di tornare a Possagno sperando di trovarvi sollievo: lassù, tra le mie montagne, avrà pensato, sono sempre stato bene.
Tra i casoni dei tagliapietre, quand’ero piccolo, mangiavo la polenta che mi faceva mia zia ed ero felice perché mi bastava quell’aria buona che veniva giù dalla val della Gheda per tirare il fiato.
Non importava se qualche volta mi pestavo il dito con la mazzetta, neanche se mio nonno Pasino mi dava qualche sberlotto tra coppa e collo…
Lassù, nelle cave di san Rocco e dei Giardini stavo bene. E starò bene anche stavolta.
Così avrà pensato Canova che, a Roma, non riusciva a trovare requie.

Arrivò a Possagno il 7 settembre 1822.
Ai primi di ottobre, con il fratello sempre al fianco, dopo vari alti e bassi, si sentiva già meglio.
Gli pareva che i dolori si fossero attenuati, anche se non del tutto dileguati.
Ma cosa fare a Possagno, senza lavoranti e gessi e argille, senza il picchiettare delle mazzette, senza il gessino che gettava i modelli nelle forme, senza il marmoraro che sbozzava il grosso dei marmi… Cosa fare?
Invaso da una strana frenesia per il suo lancinante lavoro, decise di riprendere la strada di Roma.
Partì infatti da Possagno, andò a Bassano, fece tappa a Venezia, nella casa del vecchio amico Florian, presso piazza San Marco, in bacino Orseolo, assistito dall’amico medico Francesco Aglietti.
Fu allora che lo colse la crisi finale, inebetito dal dolore e dalla fame, prostrato nel fisico che ormai era solo fatto di ossi, spirò la mattina del 13 ottobre 1822.
Sul suo capezzale erano presenti, oltre all’Aglietti e al fratello, c’erano gli amici veneziani di sempre: Renato Arrigoni, il medico Paolo Zannini, Leopoldo Cicognara.
A loro, poche ore prima di emettere l’ultimo respiro, manifestò le sue ultime volontà (in cui annullava tutti i precedenti testamenti e proclamava suo eredi di tutto, ma proprio tutto, suo fratello abate GiovanBattista).
Il giorno dopo, il dottor Zannini ne fece “l’esplorazione anatomica”: non vi dico che strazio trovò.
Il 16 ottobre furono fatti i funerali in San Marco, poi il feretro fu fatto sostare a forza, contro il volere del patriarca, monsignor Ladislao Pyrker (che temeva orazioni funebri antiasustriache), in una sala dell’Accademia dove il presidente Cicognara, visibilmente provato per la grave perdita, commemorò l’amico scultore e maestro.
A Possagno i funerali furono celebrati il 25 ottobre con un discorso dell’asolano Iacopo Monico, vescovo di Cèneda (oggi: Vittorio Veneto): la salma venne sepolta nella sacrestia della chiesa vecchia del paese (non essendo stato ancora terminato il Tempio).
Il giornale “Diario di Roma” dava l’annuncio della morte di Canova il 23 ottobre seguente; le esequie solenni furono celebrate a Roma il 31 gennaio 1823 nella chiesa dei SS. Apostoli, presenti il camerlengo e il Senato di Roma: il catafalco fu ideato dal Valadier; l’orazione funebre fu tenuta dall’abate Melchiorre Missirini (che avrebbe pubblicato in quell’anno la più famosa biogragrafia di Canova)-
Era morto, poco prima di Canova, un suo giovane amico, il conte Giulio Perticari, genero dello scrittore Vincenzo Monti: e Monti li ricordò assieme nel sonetto “Se generoso sdegno”.
L’uno e l’altro furono associati nel ricordo anche dal Tambroni nel “Giornale arcadico” dell’ottobre 1822.
In quelle stesse settimane arrivava a Roma, per presentarsi a Canova, con lettera di raccomandazione dell’intellettuale Pietro Giordani, anche Giacomo Leopardi, desideroso di conoscere “il gran Canova”. Ma arrivò a Roma nel giorno dei suoi funerali.
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foto1: Rudolph Suhrlandt, Ritratto di Antonio Canova, olio su tela, 1812 (Canova qui è effigiato mentre veste l’abito degli Accademici di San Luca)
foto2: Giuseppe Borsato, Commemorazione di Canova, 1824, Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro: il testo del discorso funebre tenuto in quella occasione dal Presidente dell’Accademia Leopoldo Cicognara, fu stampato in varie edizioni, a Venezia 1822, a Padova 1823 e a Roma 1823 con un canto funebre del Rosini.
foto3: John Jackson, Antonio Canova, olio su tela, 1818-20, Yale Center for British Art (l’artista, che era praticamente calvo, amava portare un riporto di capelli veri, di colore scuro: il parrucchino se lo comprava a Parigi, era fatto di capelli veri; Foscolo gli dirà di non indossare quella parrucca infranciosata…)

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