Bepi De Marzi nel Delta di nonna Angela e alla Vangadizza (Badia Polesine)

Il giovane sindaco Omar Barbierato, il 27 ottobre, ha consegnato, assieme all’ex sindaco Massimo Barbujani, la benemerenza “Adria riconoscente” al compositore Bepi De Marzi, da poco nominato commendatore dal presidente Sergio Mattarella.    Un pomeriggio nella sala consiliare del municipio di Adria e una serata nell’ex abbazia della Vangadizza a Badia Polesine, per vivere lo spazio infinito della poesia e della musica di Bepi De Marzi. Un vero tour de force per il maestro vicentino che ha commentato e accompagnato i suoi canti interpretati dal Plinius diretto da Antonella Pavan che sa cogliere con sensibilità tutta femminile l’anima demarziana. Ma sempre un ritorno felice nel luogo delle radici della nonna materna Angela Crepaldi.
Prima di entrare in municipio, ho cercato l’atmosfera segreta di via Pignara, stretta e deserta fra case luminose di riviera. In una di queste, il 20 marzo 1869, a 41 anni, è morto Angelo Crepaldi e, il 20 aprile, è nata Angela. Angela non conosce il padre ed è l’ultima di otto figli di Angelo e di Agostina Biasioli, vedova a 36 anni. Il coraggio di Agostina tira su Sante, Maria, Antonio, Vittoria, Giovanna, Giuseppa, Luigia e Angela.
Sono gli anni della grande rotta dell’Adige (1882), della boje (1884), del vaiolo, del colera, della difterite, della pellagra. Le idrovore a vapore prosciugano i fondi palustri intorno a Adria e l’aratro sostituisce migliaia di braccia di zappatori. Il popolo non può più pescare, cacciare e raccogliere la canna nelle valli ridotte a coltura, poiché il diritto di vagantivo, esercitato da tempo immemorabile, era stato abolito dal 1861 per tutti i fondi bonificati. I poveri si sentono morir di fame e iniziano un esodo doloroso verso il lontano e ignoto Brasile fin dal 1886. Nel 1891, anno di punta con 16.625 emigranti polesani, anche Sante Crepaldi parte con moglie e tre figli per San Paolo.
Qualche anno dopo, il coraggio porta Angela a Milano. Qui incontra Luigi Greco, un guantaio abbonato alla Scala. Edmea è la terza figlia della coppia, cresciuta fra arie d’opera. Conosce Giovanni De Marzi, tecnico della Pellizzari che produce pompe per le idrovore, e lo sposa nel 1932. Si trasferisce lassù nel Castello d’Arzignano, nella casa di Bepi fornaio. Un luogo di fiaba, fra Porta Calavena e Porta Cisalpina, fra mura di nero basalto e bianco calcare. I De Marzi suonano tutti: nonno Giuseppe la grancassa, papà Giovanni il mandolino, zio Cirillo il violino, zio Marcello l’organo. Marcello, amico di D’Annunzio, dopo essere stato organista in Sant’Anastasia a Verona, fonda una scuola di musica ad Annecy in Alta Savoia, che ora porta il suo nome.
Edmea ama la musica e vuole un figlio musicista. Con straordinaria intuizione pedagogica manda Bepino, a soli sette anni, a scuola di pianoforte dalla maestra Billo. Un professore dell’istituto tecnico frequentato da Bepi chiamerà il padre: “Suo figlio non sa far nulla”. Certamente non era la scuola per un poeta e per un musicista. E il provvidenziale insuccesso nella tecnica diviene successo nella musica.
Una creatività prorompente che si manifesta già in Bepino che inventa filastrocche per le bambole della sorella Angela ma che lo porterà a comporre musica sacra e profana: messe, salmi, inni, sinfonie, canti di ispirazione popolare, persino teatro cantato per i bambini e testi in dialetto veneto e musiche per il cabaret. E le melodie scendono come le cascate dei torrenti.
Claudio Scimone lo volle al conservatorio “Pollini” di Padova e fra I Solisti Veneti come organista, clavicembalista e direttore sostituto. “Mi piaci – gli diceva – perché ti chiami Bepidemarzi”. E capitò che dirigesse a Salisburgo, per un malore di Scimone. Profonda stima nutre De Marzi per Francesco Finotti – crespinese come me – che considera uno dei più grandi organisti internazionali. E Finotti collabora spesso con De Marzi nell’esecuzione dei Salmi, di quei Salmi che padre Turoldo, sul letto di morte, raccomandò a Bepi. Amante della letteratura, ha avuto più amici fra gli scrittori e i poeti che fra i musicisti, da Parise a Meneghello, a Padre Turoldo, a Rigoni Stern. Amico di pittori, mi confidò che dipingeva ma le sue opere sono segrete. Scrive commoventi poesie solo per gli amici.
“Se non avessi fatto il musicista, avrei voluto fare il giornalista” – confessa. Ma si è cimentato anche in questo con spassosi e polemici articoli di costume sul “Giornale di Vicenza” e ovunque capitasse. Ha scritto libri, usando prima di altri un italiano popolare. Case editrici hanno raccolto in volumi i suoi articoli. Continua a tenere conferenze per raccontare di amici letterati o per rivelare segreti musicali. Presente a tutti gli anniversari dei cori che intonano i suoi canti. “Chissà se li canteranno ancora” – si chiede.
Si incanta davanti agli alberi e alla neve ma è attivo e rapido come un milanese. Difficile cogliere le molte anime di De Marzi: libero, geniale, ipersensibile, riservato, malinconico, generoso, allegro e brillante, professionale, corretto, puntuale, non vi farà mai aspettare. Ha fatto suo il coraggio di sperare di Padre Turoldo, della madre Edmea, della nonna Angela e della bisnonna Agostina. Ha pure avuto il coraggio di distruggere qualche canto che riteneva mal riuscito, a torto, secondo i suoi Crodaioli. Non colleziona e non conserva nulla della sua carriera. Tutti i premi sono stipati nella sede dei Crodaioli nel bosco lungo il Chiampo. E’ capitato che mi chiedesse un suo articolo che aveva perduto ma che io avevo conservato.
Nel municipio di Adria traccia la scaletta e dà i tempi e il sindaco sorride felice. Ha portato con sé il libro Ande, bali e cante del Veneto di Antonio Cornoldi. Svolge un’avvincente lezione sui canti popolari raccolti da Cornoldi, facendo notare come siano trasposizioni e parodie, mai canti originali. E cita “Màsena, màsena…” che diviene “Mèrica, Mèrica…”. Ne approfitta per parlare di certo canto liturgico privo di poesia e di melodia. E attacca Santa Maria del cammino, “trasposizione di un ballo messicano”. Condivido e aggiungo che mi sembra un testo di “Lotta continua”, lontano ricordo di contestazioni giovanili.

Alla Vangadizza il Plinius incanta con le melodie di Bepi De Marzi
A Santa Maria della Vangadizza, in un luogo dove il tempo pare essersi fermato come in Maria lassù, Bepi De Marzi affascina il pubblico nell’ex refettorio dei monaci camaldolesi con riferimenti storici, con episodi della sua vita, con battute di costume che suscitano il riso. Lancia frecce contro chi vorrebbe che si insegnasse il dialetto a scuola e contro le mamme che si rivolgono in italiano anche al gatto e al canarino mentre il dialetto si dovrebbe imparare a casa.
Il Plinius emoziona e strappa applausi prolungati. Propone una scelta intelligente di brani che interpretano temi e drammi di lunga durata.
Ave Maria. Si inizia con un omaggio alla memoria di un luogo sacro e privilegiato di culture. Anche Scimone, quando si esibiva in una chiesa, iniziava sempre con un omaggio al luogo sacro. Purtroppo questa sensibilità va perdendosi fra i musicisti. Nokinà. La bravura di De Marzi sta nel saper velare di dolcezza anche pagine nere come il dramma della Shoah. Nokinà è una ninna-nanna, prima malinconica e poi struggente fino al dolore gridato, che gli ha ispirato la moglie ebrea di Luigi Meneghello, ricordando le mamme in fila con i bambini in braccio verso le camere a gas. Il Plinius di Antonella Pavan offre una stupenda interpretazione, forse perché le voci femminili meglio si prestano a far rivivere la disperazione delle madri di Auschwitz.
Arso. Pubblicato nel 1981, contro la violenza sulle donne: “Chi ze sta che te gà copà?” e termina “desso cantéghe la ninanana”. La contrà de l’Acqua ciara. “Quasi tutti ze andà via, solo i veci ze restà”. Canto malinconico e nostalgico sullo spopolamento delle contrade. Scapa oseleto. Contro la caccia. Benia calastoria. Autobiografico, poiché anche De Marzi era emigrato in Germania ma ritornò nella sua valle dopo aver vinto il concorso di insegnante di musica. “Vardè, ma vardè, ma vardè la valle…” è un grido di liberazione che conquista il pubblico in ogni concerto di qualunque coro. Sanmatio. Fiaba sul castello di Arzignano che va letta al di là della metafora. Signore delle cime. E’ ormai consuetudine concludere con questo capolavoro che quest’anno ha celebrato 60 anni e che è valso al grande compositore la nomina a commendatore.
E mentre il vento della notte stacca le prime foglie dagli alberi dell’abbazia, Bepi De Marzi offre con l’Inverno un omaggio a Vivaldi e come Vivaldi insegna con la musica l’amore per le stagioni. (Copyright testo e foto di Graziella Andreotti)

 

 

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