Don Giovanni Pastega e il prof. Dinale E. Ottavio: acerrimi nemici? Ai posteri l’ardua semenza

Chi conosce don Giovanni Pastega? Forse qualcuno di Castelfranco Veneto perchè nel disastrato Comune alcuni appunti di vita presi dall’arciprete della Pieve  sono diventati come le Tavole di Mosé. E il prof. Ottaviano Dinale, in arte “Jean-Jacques”? Forse nessuno dei castellani ma certamente gli studiosi del Ventennio. Il Dizionatio della Treccani ci aiuta ad avere una quadro della sua biografia e ne rimaniamo sbalorditi.Don Pastega sopravvive ancora come tanti anni fa, una figura considerata impeccabile dall’ex sindaco Maria Gomierato che ne elogia le capacità nel descrivere l’epoca. Don Pastega è così fuori tempo da stupirci come mai i nostri studiosi non siano andati oltre.Un esempio concreto sono queste pagine che ad un tratto, tra una bomba e l’altra ti capita di leggere una storia dai contorni poco chiari. Chissà perchè un grande come Dinale si sia perso con una fake news indirizzata a don Pastega che lo etichettava “austriacante” e poco affidabile, in piena evoluzione del conflitto. Il sacerdote risponde per le rime credendo che il Dinale avrebbe accettato. Chi dei due è più infamante?

STRANE COINCIDENZE CHE NESSUNO MAI HA VOLUTO VERIFICARE

Dal racconto di don Pastega, nel paragrafo che prende il titolo di “Bomba a mano!” a pagina 35, fuoriesce una strana vicenda dal contorno spionistico o di pura vendetta da preti “falsi”, come si usa dire da queste parti. Sul giornale milanese Il Popolo d’Italia viene pubblicato un trafiletto che “nell’ultima incursione aerea nemica su Castelfranco, era morto il Parroco della Pieve. Non morì di morte naturale, né per bomba nemica. Saprebbero dirci i giornali del Trust, di che morte è morto?” Il Jean Jeacque [sic], per chi non lo sapesse, al secolo Prof. Dinale, è nativo di un paesello non molto lontano di qui (Morgano), ed è illustrazione di Badoere, frazione di quel Comune, a 12 chilometri da Treviso. So che ha una lunga barba ed è anticlericale; ma non so perché porti il nome di battesimo dello scrittore francese Rousseau celebre per la sua misantropia e per il suo carattere  bizzarro ed orgoglioso e perché – a Teresa Levasseur – i figli che ne ebbe  mandò fra i trovatelli. Fatto che è il barbuto Prof. Dinale si firma in giornalismo, Jean Jeacque [sic].
Raccogliendo il guanto di sfida – attacca il parroco sessantenne: “Saprebbero dirci i giornali del trust, di che morte è morto? Bisognava rispondere, e fu risposto di fatti nel giornale “L’Avvenire d’Italia” di Bologna e in quello di “Il Momento” di Torino: “La vendetta di un morto, un “fucilato” che scrive”.
A parte l’errore nella trascrizione del nome “Jean Jeacque” che sta per Jean-Jacques, ci sorge la curiosità di saperne di più di questo strano personaggio dalla lunga barba, suo fustigatore. Il secondo errore commesso da don Pastega è nell’averlo inquadrato come nativo di Badoere invece di Marostica e di affibbiargli l’etichetta  di anticlericale.

IL NEMICO ACERRIMO DI DON PASTEGA: OTTAVIO DINALE DA ANARCHICO (GINEVRA 1908) A INTERVENTISTA (TREVISO 1914) E DEPUTATO REPUBBLICANO (1921) POI ADERENTE ALLA  MARCIA SU ROMA

Ci aiuta il Dizionario Treccani che ne dà un’ampia panoramica. Il suo vero nome è Dinale E. Ottavio,  nato a Marostica (Vi) il 20 maggio 1871 da Giovanni e Giovanna Minuzzi. Indirizzato verso gli studi classici, il 12 nov. 1895 si laureò in lettere presso l’Università di Padova. Il 21 settembre dello stesso anno aveva sposato Marcella Vendramin, dalla quale ebbe due figli, Leuzira e Neos. Nell’ottobre 1897 si trasferì a Mirandola come insegnante del locale ginnasio.
Un uomo molto impegnato sul fronte delle lotte socialiste, giornalista e attivista. La parabola di Dinale, come per molti altri, fu segnata dapprima con l’adesione  ai gruppi anarchici, che gli costò non poche vicissitudini e perseguitato da vari procedimenti giudiziari, per poi sostenere il fascismo. Espatriò diverse volte, in Svizzera, negli Stati Uniti, in Francia. Nel 1907, ad Annemasse, pubblicò il primo numero di La Demolizione, quindicinale, che prosegui le pubblicazioni dall’agosto 1908 a Ginevra e dal 1° genn. al 1° ag. 1910 a Milano. Era un organo, sotto l’influenza di G. Hervé, di un gruppo eterogeneo, all’estrema sinistra del movimento operaio italiano, molto critico e battagliero. Aderivano allo spirito di Bakunin per una nuova Internazionale. Tra i collaboratori vanno ricordati F. T. Marinetti, P. Orano, L. Fabbri, G. Matarollo, M. Bianchi, E. Bartalini, F. Ciarlantini, A. Cipriani, L. Galleani, A. De Ambris e lo stesso Hervé.
A Treviso dal 1912, nell’ottobre 1914 il Dinale abbracciò la causa dell’intervento: con F. Corridoni, A. O. Olivetti, M. Rocca ed altri, fu tra i fondatori del Fascio di azione interventista di Milano. Arruolatosi volontario come soldato semplice nel giugno 1915 (550 Reggimento Fanteria), fu promosso sottotenente per meriti di guerra, venne riformato e congedato. Nella prima redazione del Popolo d’Italia (dove firmò talora con lo pseudonimo Jean-Jacques), ne divenne una delle colonne (alcuni suoi articoli furono riediti nel volumetto Bestemmie sacre, Milano 1917).
Militante del Comitato d’azione per la resistenza interna, fu tra i firmatari del memoriale che lo stesso comitato inviò nel maggio 1917 a P. Boselli per richiedere drastici provvedimenti a sostegno del “fronte interno”, e nel giugno, con G.B. Parolini e d’accordo con Mussolini, prese contatti clandestini con T. Gallarati Scotti della segreteria del gen. L. Cadorna, per sollecitare un pronunciamento militare.
Richiamato alle armi presso l’Ufficio informazioni truppe operanti nel febbraio 1918, nel settembre dello stesso anno ruppe con Mussolini e uscì dalla redazione del Popolo d’Italia: contrario alla costituzione di un nuovo partito, non partecipò al movimento sansepolcrista. Nel 1920 riprese la collaborazione con A. O. Olivetti su Pagine libere e nel 1921 fu candidato repubblicano alle elezioni politiche per il collegio di Treviso. Con la marcia su Roma aderì al fascismo.
Nell’ottobre 1922 si recò in America latina, dove fece un ciclo di conferenze sulla guerra e la crisi del dopoguerra. Delegato dalla direzione del Partito nazionale fascista per l’America meridionale, nel gennaio 1923 si impegnò alla costituzione dei fasci in Argentina e in altri paesi (su cui riferì al Gran Consiglio del fascismo il 28 luglio 1923) e tra il 1923 e il 1924 lavorò alla costituzione di una colonia agricola nel territorio di Rio Negro.
Tornato in Italia nel maggio 1924, riprese la collaborazione al Popolo d’Italia, firmando come “Farinata” ma scrivendo anche fondi e corsivi non firmati. Il 16 dic. 1926 venne nominato prefetto della provincia di Nuoro, appena costituita. Nel luglio 1928 fu prefetto di Potenza e, nel maggio-giugno 1930, di Salerno. Nel 1932 tornò a scrivere sul Popolo d’Italia e nel 1934 pubblicò i volumi apologetici Tempo di Mussolini (Milano-Verona) e La rivoluzione che vince (Roma). Volontario in Etiopia nel 1936, nel 1941 divenne direttore della rivista Augustea. Dopo l’8 sett. 1943 aderì alla Repubblica sociale italiana.
Nel dopoguerra, lontano da ogni attività politica, offrì la collaborazione a D. Susmel per l’edizione dell’Opera omnia di Mussolini. Nel 1953 pubblicò a Milano il libro di ricordi Quarant’anni di colloqui con lui.
Il D. morì a Roma il 7 marzo 1959.

Solo in questo modo possiamo dar valore alle parole di don Pastega che, ferito nel suo orgoglio e sebbene fosse stato testimone di tanti lutti e sofferenze, gli rimaneva la grinta nel dopoguerra di prendersi una rivincita per l’infamante giornalista che lo dava per “morto fucilato” per essersi dimostrato un “antipatriotta” e “austriacante”. Vero o falso che sia, pubblichiamo per intero quello che lui con insistenza chiede ai giornali che pubblichino una errata corrige con il seguente tono:

NELLA ANNIVERSARIA RICORRENZA
DELLA MORTE
“NON NATURALE NÉ DI BOMBA NEMICA”
DELL’ARCIPRETE DELLA PIEVE CASTELFRANCO
ITALIANOFOBO TEDESCOFILO
VADANO
SULLA INONORATA TOMBA DI LUI
MALEDIZIONI
TANTE QUANTI SONO I PELI DELLA FLUENTE MIA BARBA
AMEN

COSÌ IO JEAN JEACQUE PROF. DINALE
IPERITALIABOFILO
TEDESCOFOBO
DELLA FORCA ODIATORE
E D’OGNI CIVILTÀ
_________________

L’ARCIPRETE DELLA PIEVE CASTELFRANCO
COLPITO DA BOMBA A MANO
LANCIATA DA JEAN JEACQUE
MA NON MORTO
PLAUDE
AL PROFESSOR DINALE
CITTADINO E SOLDATO SENZA MACCHIA
DIFENSORE DELLA PATRIA
ANCHE DALLE TRINCEE DEL “POPOLO D’ITALIA”
E DALLA PRIMA LINEA DEL FUOCO
IN BADOERE
DELLA VERITÀ DELLA ONESTÀ DELLA GIUSTIZIA
AFFERRATORE INEFFABILE

  1. Misteriosa questa forma di vendetta del prelato che cent’anni dopo rievochiamo. Siamo spiacenti di non poter spiegare se alla radice della loro antipatia reciproca  fosse dipesa dalla rispettiva collocazione politica: il Pastega aderente al movimento cattolico che doveva partecipare alla vita politica, mentre Dinale nello stesso periodo, era di segno opposto. Per un certo periodo il mondo cattolico aveva due anime: una modernista ed un’altra conservatrice. Pio X ad esempio rappresentava quella più conservatrice ma per la politica fu il primo a disconoscere il non expedit. Si sa anche che il papa riesino ebbe ottimi rapporti con l’Imperatore d’Austria e forse per questo i suoi seguaci erano visti austriacanti? Chi tra Dinale e Pastega mentiva?

    Pastega (1919): Bombardano lungo la via ferroviaria, provocando morti e feriti. Distruggono tante case e dei luoghi adibiti a soccorso sanitario, come l’Ospedale civile per i borghesi, l’obitorio (un vero macello) e la villetta dei Signor Miron assunta dai Cavalieri di Malta, l’Ospedale militare 202, aderente alla Chiesa di San Giacomo, serviva per i militari italiani e inglesi, i francesi avevano l’ambulanza 6 6/11…
    Sette feriti ricoverati nella villetta Miron furono trasferiti all’Ospedale 202, mentre l’ottavo assieme all’infermiere Della Massa perirono per un’ennesima bomba.

Pastega (1919): Le bombe che sfasciarono quel Reparto, sotto le macerie travolsero 84 militari, 60 dei quali rimasero feriti e contusi, gli altri 24, uccisi!
Morirono gli ufficiali medici Rambaldo Malatesta, chirurgo (prima della guerra) dell’ospedale civile, Mario Bagagnone, romano.
Il capitano Viviani, morto 3 giorni dopo, e due Soldati di Sanità l’uno dei quali il Padre Geremia Monaco, dei Frati minori, Siciliano, amatissimo, altri feriti il cappellano Padre Besana, il ten. Col. Amnino e il Magg. Valombra.

Pastega (1919):
La stessa notte, bombe prodigate dall’alto, sfasciarono casa Acoleo in piazza del mercato, la palazzina del Prof. Viani, entro il castello, in parte delle Sgnorine Sorelle Nob. Barisani, danneggiarono l’Ospitale civile, il palazzo dei Sig. Luigi Bordigioni, la robusta abitazione dei Signori Sartoretto, ed altre.
Una trentina di persone trovò rifugio nella cantina sotto il palazzo Bordigioni di quattro piani che crollò. Si salvarono per miracolo rischiando di morire soffocati, aiutati dai pompieri.
Una bomba più delle altre inumana piombò sulla cella mortuaria a Nord dell’Ospitale, in cui, in attesa della sepoltura, stavano le salme delle persone, uccise la notte antecedente … producendo nuovo strazio in quelle misere membra già peste e insanguinate …

Una ricorrente curiosità di Pastega: “Una donna del personale di servizio dello Spedale, … esclamò: “Signori e il pollaio! Hanno visto il pollaio? Conteneva più di 150 galline destinate ai poveri ammalati … Oh se vedessero quelle povere bestie! … Son tutte peste, maciullate … Poveri malati senza galline, senza uova, senza brodo!”

Questo è il racconto del prete, naturale e spontaneo per certi versi che viene però modulato quasi due anni dopo la tragedia (1919), in forma di libercolo che sarà distribuito agli invitati durante una cerimonia che inaugurava il “Patronato pro Infanzia di Castelfranco-Veneto per la raccolta di fondi”. In pratica lo Stato dopo aver mandato in rovina migliaia di famiglie e causato la morte collettiva di tanti padri e figli, anche attraverso l’ente periferico “il Municipio”, se ne lava le mani ed affida alla buona volontà della Chiesa che ci pensi lei ad accudire alla salute e alla crescita degli infanti. A questo punto è da chiedersi cent’anni dopo com’è possibile che nessuno colga il senso di un’autocritica e rimanga passivo alle scelte prese? Per Chiesa s’intende una massa di persone che lavora a basso costo. Dunque allo Stato sovrano è stato conveniente.
C’è chi smussa gli angoli e si fa portatore o portatrice di buoni propositi. Come se il paragone dei profughi veneti del 1915-18 fossero uguali a quelli che oggi conosciamo che provengono da territori martoriati da conflitti interni. Il buonismo o l’essere “fratello” a tutti i costi non ha certamente evitato la Prima Guerra Mondiale e nemmeno la Seconda. Amici e fratelli, alleati e nemici si sono composti e ricomposti senza batter ciglio.

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