THIS IS NOT JUST A SHIRT. Uno spazio di libertà e dignità per le donne del Bangladesh

La Biennale di Venezia – 16. Mostra Internazionale di Architettura

FREESPACE è il manifesto di Yvonne Farrell e Shelley McNamara, curatrici della Biennale Architettura 2018. La mostra presenta esempi e proposte, comunicando la complessa natura spaziale dell’architettura, collegando passato, presente e futuro, per provvedere al benessere e alla dignità di ogni abitante in questo fragile pianeta, enfatizzando e rispettando i doni elargiti dalla natura.
Percorrendo gli spazi dell’Arsenale, sono stata colpita da coperte stese su corde dai colori rosa, verde, giallo, arancione, dal sapore indiano. Un angolo, riservato non all’India ma al Bangladesh, per presentare un progetto ideato da uno studio di architettura di Laufen in Germania. Un’iniziativa collettiva, chiamata “Didi Textiles”, di Anna Heringer, Veronika Lena Lang e Dipshikha, una società che mira ad un’educazione non formale della donna e alla ricerca per lo sviluppo dei villaggi in Bangladesh. Un progetto tendente a far rimanere le donne nelle loro famiglie, evitando lo spostamento nelle fabbriche dei grandi centri urbani.
Il Bangladesh, a est dell’India sul Golfo del Bengala, è caratterizzato da una fitta vegetazione e da numerosi corsi d’acqua. Sulla costa meridionale, nell’enorme foresta di mangrovie, vive la famosa tigre del Bengala. A causa delle inondazioni, sempre più persone lasciano le campagne. Le misere condizioni di vita costringono i genitori a dare in sposa le figlie minorenni, falsificando a volte i documenti, per liberarsi da un peso economico: il 52 per cento delle spose ha meno di 18 anni.      Nei grandi centri urbani, quasi cinque milioni di persone lavorano nell’industria dell’abbigliamento. Il paese è il secondo produttore di vestiti al mondo e i suoi operai realizzano gli abiti che indossiamo ogni giorno.
Nelle zone rurali, una donna riceve dalla sua famiglia un sari all’anno in occasione della principale festività religiosa. Quando i sari si consumano, tradizionalmente vengono riciclati in coperte, cucendo a mano cinque sei strati di questi vestiti di cotone.
Nel corso degli anni la superficie delle coperte si logora e gli strati nascosti affiorano in modo eterogeneo. L’eccezionale superficie colorata che ne risulta è così l’impronta di un piccolo cosmo familiare. Questi tessuti costituiscono la base dell’iniziativa “Didi Textiles”.
In un altro processo di riciclaggio, grazie all’eccellente maestria di diverse donne residenti all’interno e nei dintorni del villaggio di Rudrapur, questi tessuti vengono trasformati in abiti dal design contemporaneo. In questo modo è possibile decentrare la produzione e le donne, invece di migrare in un centro tessile urbano, continuano a rimanere nei loro villaggi con le loro famiglie, riuscendo così a guadagnarsi da vivere all’interno di una rete parentale. Lavorando nelle loro case o in uno spazio comunitario del villaggio possono preservare la dignità personale e la libertà.
Alcune curatrici del progetto sono presenti all’Arsenale nel giorno di apertura della Biennale e indossano originali abiti e borse ottenuti dalle coperte riciclate proprio dalle donne del Bangladesh. Ci spiegano che i vestiti che indossiamo influenzano spazi e stili di vita per il modo in cui sono prodotti.
Sorridenti e gentili, mosse da una grande carica umana, illustrano il loro progetto e mostrano una stanza di pochi metri quadrati dove la donna cuce e può avere contatti con il mondo grazie a un piccolo televisore. Un disegno rappresenta il villaggio di Rudrapur sopraelevato con le case raggruppate attorno a un laghetto dove gli abitanti si procurano il cibo pescando.
Una rappresentazione di miseria, di parsimonia, di non-spreco che stride con padiglioni come quello degli Emirati Arabi. Un mondo che tocca chi come me ha fatto in tempo a conoscere i cappotti rivoltati e ritinti, che duravano dalle medie all’università, in anni non molto lontani, fino al 1960, quando comincia il boom economico e sorgono anche in provincia i primi grandi magazzini con gli abiti già confezionati.
A Rovigo, in piazza Vittorio Emanuele II, al mercato del giovedì, c’è una banca come tante che vende abiti. “Siete pakistani?” – chiedo alla giovane donna con il capo coperto dal velo. “No, siamo del Bangladesh – mi risponde – prima avevamo le borse ma non si guadagnava più nulla. (Copyright Graziella Andreotti)

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