Dall’Istituto San Filippo Neri al Pro Infanzia di Castelfranco Veneto. Una differenza sostanziale

A Castelfranco Veneto, nel pieno di una crisi politica dopo quattro anni di giunta e consiglio dimezzati dalle vicende belliche, si capisce che la guerra ha devastato il territorio e dilaniato la società. Si riparte con tanta fatica. Il Municipio è nelle mani del commissario prefettizio dal 16 luglio 1919 con una diaria di 25 lire al giorno che di politica non ne vuol sapere. E politica significa esprimere proprie opinioni su quello che sta succedendo o quello che è successo a causa della guerra. Un prete politicante e ben noto negli ambienti che “contavano” lancia “Pro Infanzia” come raccolta fondi e stimolo affinché si faccia qualcosa e subito, visto che ormai l’Armistizio e la conferenza della Pace sono da tanti mesi conclusi. Lo Stato manda il commissario prefettizio. Per il resto che ci pensino gli altri, inclusi gli Americani che daranno soldi, viveri, “arnesi”.
L’esempio, sebbene non venga citato da don Pastega, potrebbe essere l’iniziativa di don Celso Costantini che nel dicembre del 1918 venne fondato a Portogruaro un istituto denominato “Ospizio dei figli della guerra” per accogliere gli illegittimi delle terre liberate concepiti durante l’anno dell’occupazione nemica, ovvero nati da donne il cui marito, per le vicende di guerra, era stato assente almeno un anno prima della nascita del bambino. Successivamente l’Istituto accolse anche i bambini nati nelle terre redente, anch’essi illegittimi, figli di ragazze e di vedove, nella maggior parte dei casi, frutto di unioni con soldati italiani durante il periodo di occupazione antecedente a Caporetto. La preferenza era dunque riservata ai nati durante la guerra nelle terre redente e invase, tuttavia l’accesso era possibile a tutti i fanciulli del Regno. Si trattava, insomma, di dare una risposta immediata all’emergenza di ricovero, a quei neonati, che in maniera ambigua erano chiamati i “figli della colpa”, che altrimenti erano esposti al rischio d’infanticidio, di morte per inedia o per maltrattamenti. La paura di fronte al giudizio della comunità o della propria famiglia, il ritorno del marito o di un famigliare dal fronte spingevano le puerpere a sbarazzarsi dell’“intruso” attraverso l’aborto o l’infanticidio come testimoniano alcune fonti giudiziarie o qualche articolo di giornale.
L’Opera Pia, aperta in un reparto dell’ex ospizio per i profughi S. Giovanni di Portogruaro per poi trasferirsi nei locali del seminario di Portogruaro, fu inizialmente  denominato, come si è detto, “Ospizio dei figli della guerra”, ma con il regio decreto del 10 agosto 1919 fu riconosciuta come opera pia con il nome di Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia. L’Istituto rimase sotto la presidenza del fondatore, mons. Celso Costantini, fino al 1922, quando questa passò al fratello mons. Giovanni. Nel giugno del 1923, grazie alla donazione del dottor Vincenzo Favetti, l’Istituto poté trasferirsi a Castions di Zoppola in un edificio più adatto alle esigenze dei bambini ormai numerosi e cresciuti.
“Durante il bombardamento aereo AUSTRO-GERMANICO di Castelfranco-Veneto” è il titolo del libretto . C’è di tutto, dalle stupidaggini alle cose molto serie, dai sonetti ed epitaffi ai “marameo” dentro il campanile, dalle autocelebrazioni al politichese pre-Ventennio. La vita del prete non sembra così tragica. Un don Camillo ante litteram. Si sarà più volte detto: meglio qui a dire messa che al fronte o nelle trincee che prima o dopo saresti scoppiato per aria. Era un profugo sui generis, dovendo percorrere 3,5 chilometri a piedi come “rifugio” in canonica a Campigo. Poi gli fu dato un posto in quello sotterraneo a pochi passi dalla “SUA” chiesa. Il rifugio anti aereo fu costruito dai genieri francesi tra il 1917 e il 1918 che non fu mai bombardato! “Sembrava di essere nella stiva di una nave con tanti letti a castello per un centinaio di soldati!” Una novità assoluta per Castelfranco Veneto, che ci dispiace dirlo e ripeterlo, c’è stata trascuratezza totale sia da parte dei militari italiani sia dei politici locali, quelli che accettarono per interessi personali di condurre il Municipio. Rifugi improvvisati nelle cantine delle case, dentro il campanile, sotto la torre civica. Eppure dal 1916 a tutto il 1917 si notarono tanti sopralluoghi delle squadriglie tedesche…perchè imprecare contro la Luna che permetteva con il suo bagliore dare la rotta ai piloti e bombardare a 150 metri d’altezza?

COMMISSIONE REALE D’INCHIESTA, sezione s. fasc. 3, 0136, Gemona del Friuli, 30 dicembre 1918
La sottoscritta Z. M. di anni 27, nata e domiciliata a Gemona dichiara di essere stata violentata dietro minacce di morte da un soldato germanico nel mese di dicembre 1917. Qualche tempo dopo fu di nuovo costretta a cedere con la forza alle voglie del medesimo soldato. Dalla unione il giorno 8 settembre u.s. nacque un bambino che presentemente tiene presso di sé. Il marito mutilato di guerra (ha perduto un piede) ha dichiarato di non voler tenere in casa questo bambino; è disposto però a continuare a convivere con la moglie.
Letto e confermato il presente la dichiarante si sottoscrive Z. M.

Allegato n. 3, VIII, XVIII
Io sottoscritta dichiaro che durante l’invasione austro-tedesca continuamente venivano in casa mia molti soldati entrando abusivamente e commettendo delle violenze con minacce a mano armata, tanto che una notte cominciarono a sforzare la porta riuscendo ad aprire, allora salite per la mia stanza è stato un brutto momento che si hanno presentati con stili in mano puntandoli verso la mia persona io certo povera vecchia nel momento non sapevo quello che dovevo fare solo che cominciai a chiamare mia figlia dove sentendo la mia voce subito accorse dove trovò a me già svenuta dello spavento e dentro la stanza cinque soldati germanici che erano venuti direttamente per rubare, dove si hanno preso dei polli, che dentro nella medesima casa cominciavano a tirargli il collo, allora mia figlia vedendo tutto questo si slanciò contro detti malfattori impedendogli di volere che commettessero altra barbarie ma tutto fu invano solo che con una spinta la fecero cadere a terra, scesi giù nel primo appartamento cominciarono ad aprire tutti i mobili dove si portarono molto oro, biancheria e tutto quello che vedevano. Questi atti immorali e non da soldati in guerra solo posso dichiarare che era un brigantaggio facendo continuamente da barbari e desolare tante povere fanciulle.
Maria Gardini, vedova Da Ros, Vittorio Veneto, 6 dicembre 1918

REALE COMMISSIONE D’INCHIESTA
Comando III Armata, sf. 70.1, Stato Maggiore, Ufficio informazioni. Comando della III Armata. Stato Maggiore – Ufficio Informazioni 6 dicembre 1918
Il dominio Austriaco nel territorio italiano invaso
[…] [p.13] Gli atti di barbarie venivano compiuti con la piena consapevolezza degli alti Comandi. Basti citare il seguente fatto: il generale comandante la 26° Divisione Honved a Piavon a una madre che si presentò a lui con tre piccoli bimbi perché li soccorresse, affermando che morivano di fame, rispose: “Se avete fame, mangiate prima il vostro bambino più piccolo e poi gli altri”. La terribile riposta corse poi sulla bocca di molti ufficiali a.u. che, trovandola spiritosa (ed autorevole) la adottarono. Se la sentirono ripetere, fra gli altri a Oderzo, la moglie di Antonio Rossetto, ed a Campo S. Pietro i contadini Florian Pietro […], Floriani Angela, loro figlia, Sartor Raimondo. Presso gli stessi comandi dove era stata raccolta la farina requisita, gli ufficiali ne contrattavano come volgari mercanti, la vendita alle povere donne che venivano ad offrire, in compenso, i loro ori e mobili onde poter sfamare i bambini privi di ogni sostentamento. Per 5 kg. di farina una signora diede un cordone d’oro antico di grande valore reale ed artistico.
[…]
[p.14] La poca farina acquistata a così caro prezzo veniva però il più delle volte ritolta con le violenze della soldataglia. Una sventurata madre la quale dopo aver peregrinato da Vittorio Veneto fino a Motta di Livenza, indi a Torre di Mosto, era riuscita ad acquistarvi, dando tutto quello che possedeva, 20 kg. di farina, nel viaggio di ritorno a Motta di Livenza, venne, al passaggio del ponte, fermata dai gendarmi i quali, affermando che era proibito il trasporto della farina da località a località, le ripresero la farina. La povera donna, disperando ormai di poter sfamare i figli, si gettò nel fiume sotto gli occhi dei gendarmi, lasciandovi la vita. Un caso ugualmente pietoso avvenne nella primavera del 1918 a Lutrano di Fontanelle. Ivi quattro povere montanare scese dai monti di Longarone, nel ritornare da Ceggia (dove si erano recate a comperare a caro prezzo, dal Comando a.u. locale, due sacchetti di grano) vennero spogliate del loro prezioso fardello. Non valsero né le preghiere né le lagrime di una di queste povere donne, riuscite vane anche le suppliche in nome dei figli da sfamare, si gettò in un fossato d’acqua dove annegò. […]
[p.17] Le violenze contro le donne non furono, in genere, numerose da parte dei militari a.u. come lo furono invece da parte di germanici nei territori di Conegliano e di Vittorio Veneto. Ciononostante le seduzioni furono casi frequenti; nella solo città di Oderzo si calcola, nel volgere dei dodici mesi dell’occupazione austriaca, una cinquantina di gestazioni illegittime. [p.18] Rari però i casi di libertinaggio; la debolezza con la promessa di ricevere vestiti, calze, scarpe; la fame più spesso con qualche fornitura di cibi furono nella grandissima maggioranza dei casi la causa di queste seduzioni. Non mancarono però anche i casi di violenza: nel dicembre del 1917 due soldati ungheresi penetrati in Soffratta di Vazzola nella casa di un moribondo che assistito da una giovane figlia, invitarono questa ad arrendersi alle loro voglie. Alle ripulse di lei ed alle proteste del padre, finirono questo col calcio dei fucili e violentarono poi la giovane nella stessa camera.
[…]
[p.24] Del Canton Giustina, profuga di Colmirano, frazione di Alano di Piave, attualmente residente in Vallai di Feltre […] racconta che tutta la popolazione del suo paese e delle case sparse nei dintorni, dopo aver subito la spogliazione di tutto quanto possedevano nelle proprie abitazioni di indumenti e di viveri fu raccolta ed ammassata presso Ponte della Stua nei mesi di dicembre 1917 e gennaio ed ivi rimase esposta alle intemperie ed ai tiri di artiglieria provenienti dalle nostre linee. Sotto il tiro gli Austriaci cercavano riparo addossandosi ai fianchi della montagna e negli angoli morti, mentre i borghesi erano costretti a rimanere nella vallata ove si verificarono frequenti perdite. Tutta quella popolazione, composta per la maggior parte di donne, bambini e di vecchi, era costretta alla sofferenza della fame ed a continui maltrattamenti materiali e morali. Una ragazza minorenne fu violentata da soldati nemici sotto gli occhi del padre che fu costretto ad assistere alla scena brutale; altra ragazza pur minorenne fu trascinata dagli Austriaci lontano dal luogo di raccolta di Valle Stua e morì di spavento.
[p.72] Trasaghis, allegato n. 28
Io sottoscrita dichiaro che durante l’invasione austriaca dovetti dipositare a comando militare austriaco tutta lamia roba di casa, perché minacciatta con la baionetta al petto e minaciata di essere fucilata subito se non avessi consegnata detta roba, edio per la troppa paura dovetti consegnare tutto il complessivo di lire 1.150.
Montese Giulia vedova Panza, Farra di Soligo-Col San Martino, profuga a Trasaghis, 30 novembre 1918
Io sotoscrita dichiarato che durante linvasione austriaca fui danneggiata conviolenza e conminacie e conle armi da fuoco puntati al petto alla mia persona, perché io consegnasse tuti gli ogetti dacassa, e poi barbaramente mi anno butatta fuori con cuattro bambini senza avere nessuna pietà.
Balliana Vittoria di Col San Martino, profugha a Trasaghis, 30 novembre 1918
[p.97] Maniago, allegato n. 44
Io sotoscrita dichiaro che durante che siamo statti governati dagli Austriachi abbiamo subito i barberie e spaventi continuato. Una sera sorsatamente sono entrati in casa mia molti soldati austriaci cercando da mangiare, allora fummo ad un tratto agraditi io e la povera mamma visti che delle mani avevamo delli anelli spesialmente a mia madre anno fatto il moso più villano di tirare il cortello per tagliare il ditto per levare lanello allora io mi prontai verso questi malcansoni di pedirli di cometere questa barberia, allora pregai amia madre di cavarsi l’anello e darielo dopo che restatta dirubata io.
Bertoli Assunta, Maniago 3 dicembre 1918
Comando della IV Armata Stato Maggiore – Ufficio ITO. Documenti sugli atti contrari al diritto delle genti commessi dal nemico durante il periodo novembre 1917-ottobre 1918 (a cura di Attilio Vigevano)
1) provincia di Treviso; 2) provincia di Belluno; 3) provincia di Udine; 4) Manifesti di ordini di perquisizione.
Documento 12 bis
Nei primi di settembre 1918, verso le ore 8 vidi 7 soldati ungheresi che avevano mandato i priopri cavalli alla mia vigna, e si come rovinavano tutte le viti cariche di uva, mi avvicinai a loro dicendo loro che per favore se ne andassero; ma uno dei soldati prese un grosso bastone e mi colpì alla testa.
Augusta Menegon, di Fregena, podere Rivanello, 30 dicembre 1918
Documento n. 62
La notte dal 17 al 18 novembre 1917 all’una veniamo svegliati da ripetuti colpi dati con violenza al portone della rimessa. Io per la prima mi alzo e m’affaccio tosto alla finestra per chiedere “Chi è ?” Distinguo cinque figure, una delle quali mi risponde: “Capitano major – requisizione armi e munizioni”. Al chè prego pago abbino pazienza che mi sarei vestita subito per andare ad aprire. Faccio che tutti di casa (mio marito, mia mamma, mia sorelle e la donna di servizio) si alzino e si vestano completamente. Intanto i colpi continuano, il portone viene scassinato, così pure un’altra porta che per una scala secondaria conduce direttamente al piano superiore. Non appena aperta la porta di casa, veniamo brutalmente ricacciati e minacciati dalla punta delle bajonette innestate. […] Incominciarono la perquisizione personale non risparmiando nessuno di noi, nemmeno mia mamma settantenne, […] minacciata con una baionetta puntata sul ventre.
Adele Favretti, Sospirolo, Belluno, 24 dicembre 1918

[Cf. Nell’anno della fame e della violenza Le donne venete nella Reale commissione d’inchiesta 1918-19 a cura di Matteo Ermacora, in Dep, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, Ca Foscari]

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