“Castelfranco Veneto” ricordato da Ferruccio Macola (1884)*

I Veneti quando vogliono esprimere l’ incoerenza di un fatto, di una parola, di un discorso;  di un motto qualunque usano dire:  “ ci sta come i cavoli a merenda”. – I lettori leggendo il titolo di questo capitolo,potranno molto probabilmente dire la stessa cosa. – E infatti, il soggiorno che io mi apparecchiava a godere in questo carissimo paese, giustifica forse le parole, che spendo più sotto, per illustrarlo; e senza pretendere di tramandarlo all’ammirazione dei posteri, additarlo  alla curiosità dei lettori presenti? – O l’aneddoto occorsomi, quantunque abbia qualche relazione colla vita militare è argomento abbastanza valido per questa giustificazione?

E Io scopo, dirà il lettore di quella slavata descrizione, che Dio non voglia, mi graverà la coscienza degli sbadigli più prolungati, lo scopo qual e? Questi argomenti abbastanza convincenti, avrebbero dovuto farmi desistere  dall’ idea di buttar giù una simile pappolata, se proprio l’intensissimo amore che porlo al mio bel paese non avesse provocato questo sfogo d’affetto nostalgico; e non mi avesse poi deciso del tutto un fatto accadutomi, che mi feri nell’ amor proprio unicamente per 1a mia condizione di militare, e mi condannò a dovermi ricordare d’ esser soldato, anche in quel luogo dove avrei voluto anche temporaneamente dimenticarlo.

Scrivendo di Treviso, delle sue mura di circonvallazione, e della celebre porta di San Tommaso, il simpatico Caccianiga([1]) disse:  « Se Treviso potesse paragonarsi a un anello, la porta di S. Tommaso, sarebbe la sua gemma più preziosa» .
Un ammiratore appassionato di Castelfranco scrisse invece: « Se i paesi della provincia di Treviso potessero disporsi in forma di anello, Castelfranco ne sarebbe la gemma più preziosa.» Io vado più in là, e dico:  « Se colle città del Veneto si potesse formare un gigantesco anello, certamente Castelfranco rifulgerebbe come la gemma più bella».
A qualcuno, queste espressioni potranno sembrare iperboli degne addirittura dell’Ariosto; ma il fatto distrugge assolutamente questa supposizione, e il visitatore arrivato sul luogo è costretto a domandare a sé stesso, come Cristo all’Apostolo: « Uomo di poca fede perché dubitasti? »

La disposizione felice dei suoi fabbricati piantati intorno come un gigantesco anfiteatro; il vastissimo piazzale, che gira tutto il paese, ]e acque che lo circondano, il verde delle rive, le macchie multicolori vivissime, spiccate dei fiori che le popolano, i venerabili e altissimi  pioppi; i merli delle mura diroccate che coi  torrioni massicci e col rosso nerastro dei mattoni sgretolati servono di sfondo al quadro, colpiscono assolutamente il forestiero, che se non dirà sublime, come il duca di Wellingthon alla battaglia di Waterloo, dovrà dire certamente: « Tutto questo è bello, molto bello».
Se è vero, che l’ aspetto esterno delle cose influisce molto sul genio e sull’ ingegno del1′ uomo, e se le donne di qualche secolo indietro conservavano intatta la bellezza delle donne dell’ odierna Castelfranco, io non esito ad asserire, che il Giorgione non sarebbe riuscito quel grande pittore, se non avesse avuto sempre sott’ occhio quegli stupendi modelli di materia e di vita.
L’aspetto pittoresco e seducente che presenta il paese di giorno, aumenta in bellezza di notte al chiarore della luna, e diventa un vero panorama delizioso.
Allora la massa cupa degli antichi torrioni spicca in modo meraviglioso col bianco dei  fabbricati moderni: le ombre dei merli sdentati si allungano i n figure strane irregolari; gli alberi disegnano sulle rive le macchie brune del fusto e dei rami protesi; luccicano i fili dell’ erba bagnata dalle guazze notturne; si riflettono sulle acque tutte quelle onde di luce bianca, che spazia nell’ immensità del vuoto, e sullo sfondo purissimo del cielo spiccano nettamente i contorni delle costruzioni più lontane.
L’ arte e la natura furono colte a Castelfranco in uno dei momenti più felici; e il connubio non poteva riuscire più armonico, più poetico, più originale. C’ è una pagina del cavalleresco e feroce medio evo rappresentata da quel castello dalle mura crollanti; e l’ espressione più pacifica, più civile dell’evo moderno, rappresentata da quei fabbricati  non più rinchiusi dentro una cinta di fortificazioni, ma sorgenti all’ aperto, quasi come un’ espansione piena di fede, che contrasti le paure e i sospetti medioevali.
Carducci visitando Castelfranco, colpito, dalla bellezza di quello spettacolo, aveva promesso a un suo carissimo amico il Dott. Valerio Bianchetti di scrivere un’ ode; e se essa non vide finora la luce deve essere certamente, perché dopo prove e riprove, il poeta l’avrà trovata sempre inferiore all’ altezza del soggetto.
Chi crebbe in quei luoghi e visse in essi gli anni della fanciullezza e della sua prima gioventù prova un attaccamento, un affetto tanto tenace, quando se ne allontana, che risente uno strappo doloroso nell’intimo dei sentimenti più cari, poiché egli si trova quasi senza accorgersi , avvinghiato col cuore alle mura del suo paese, con quella stessa tessa città dell’ edera, che si abbarbica sui suoi bruni torrioni. E infatti l’essere umano che ama, e che ha bisogno d’ amare, si affeziona volentieri all’ ambiente che lo circonda e tanto più ai luoghi natii, dove ogni pietra racchiude per lui un ricordo degli anni trascorsi. Quando io mi trovo nel mio paese, e passeggio per le sue strade, rifaccio qualche volta, quasi senza volerlo, tutta la storia della mia vita passata, dalle monellerie più ingenue, agli scherzi più audaci premeditati contro qualche bruna fanciulla.
O è il tirante di un campanello visitato di preferenza a maggior disperazione dei vicini; o è il muricciuolo da dove lanciava qualche proiettile provocatore ai passanti; o è un albero di frutti, che mi era ingegnato a rubacchiare; o è una finestra della stanza dell’antico collegio, dove aveva imparato sbadigliando a ruminare il latino; o è un palazzo originale con due bianche colonne di una via solitaria, al quale aveva dedicato i primi sguardi e i primi sospiri; o è lo svolto di una stradicciola romita piena di ricordi piccanti, o è infine un pergolato sepolto nel verde, dove aveva schioccato un bacio traditore a una gentile fanciulla.
Durante gli anni di reclusione in collegio gli affetti per il mio paese si erano raddoppiati, si erano formati in vera valanga; poiché là solo, e per un solo mese dell’anno, potevo dimenticare completamente le asprezze della vita militare. E il lettore per tutte queste attenuanti saprà certamente compatire la lunga tirata, che può avergli dato però una pallida idea de1lo stato dell’ animo mio, mentre mi sentiva trasportato verso questo paese, che racchiudeva tutta l’intimità dei miei affetti, e il profumo delle memorie più gradite.

([1]) Antonio Caccianiga (Treviso, 30 giugno 1823  politico, patriota e scrittore italiano. Podestà e sindaco di Treviso sindaco di Maserada, deputato del Regno d’Italia, prefetto di Udine.

*Fonte “Come si vive nell’Essercito e nella Marina, Genova 1884.

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