La mia lingua madre: 21 febbraio 2019

Il 21 febbraio 1952, alcuni studenti furono uccisi dalla polizia a Dacca,  oggi la capitale del Bangladesh, mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali dell’allora Pakistan.  La Conferenza Generale  dell’UNESCO scelse quella data così forte di valenze per istituire  novembre del 1999 la Giornata mondiale della Lingua madre, che dal 2000 viene celebrata ogni anno per promuovere la diversità linguistica e culturale ed il poliglottismo. Il  16 maggio 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la Risoluzione A/RES/61/266 invitò  gli Stati Membri a “promuovere la conservazione e la salvaguardia di tutte le lingue usate dalle popolazioni del mondo”.
Il Veneto è la mia lingua madre. E’ la lingua della realtà, delle cose concrete, del quotidiano, ma anche dei sentimenti profondi e del dolore.  Quando una sgresenda  s’infila sotto pelle non prorompiamo in un aulico “ahimè” di dolore e non credo oggi siano molti che per esprimere stupore o irritazione se ne escano con un pofferbacco oggi sconosciuto (il che è un segnale) al correttore di word. Scriveva Gigi Meneghello: “Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua”.
Ma la mia lingua è il Veneto e non me ne vergogno, anzi. “Conoscere il dialetto è possedere lo strumento per comprendere il mondo da cui siamo venuti e in cui siamo ancora immersi, non per limitare il nostro orizzonte, ma, al contrario per collocare i fatti della nostra storia particolare nel quadro più ampio della storia nazionale e della cultura europea, che è fatta di tanti contributi particolari che lentamente si sono aggregati e stanno ancora aggregandosi”. Così scrivevano Tullio De Mauro e Mauro Lodi ancora nel 1979. E prima di loro Benedetto Croce ci aveva lasciato una sintesi straordinaria, su cui occorre ancor oggi riflettere:   “Molta parte dell’anima nostra è in dialetto, come tanta altra parte è fatta di greco, latino, tedesco, francese,  o di antico linguaggio italiano”.
In lingua veneta scrissero poeti come Giacomo Noventa o Andrea Zanzotto e Biagio Marin cosiccome Giacomo Casanova aveva tradotto in veneto l’Iliade di Omero mentre Carlo Goldoni aveva conquistato, e ancor oggi conquista, i teatri più prestigiosi portando in scena sior Todari brontoloni,  chiozzotti litiganti e arlecchini senza tempo. La mia lingua madre è il veneto.  E non solo oggi ma tutti i giorni dell’anno, anche se il 21 febbraio è giusto ricordarlo e così facendo ricordare non solo gli studenti assassinati a Dacca ma tutte le lingue tagliate, tutti i dialetti a rischio di estinzione, compreso il corfioto, l’istrioto e l’istroveneto che tanti e profondi legami hanno con la lingua veneta.
Roberto Ciambetti, Presidente del Consiglio Regionale del Veneto

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