Da Franz Stuck a Giacomo Grosso: lo scandalo che rende famoso l’artista!

 

Franz von Stuck, The Sin, 1893 (Neue Pinakothek, Munich) Speakers: Dr. Beth Harris & Dr. Steven Zucker. Created by Beth Harris and Steven Zucker.

Secession chiama Biennale Venezia
Alla prima Secession di Monaco di Baviera del 1893 sale alla ribalta lo scandaloso nudo di Eva attorcigliata da un grosso serpente boa che assieme fissano lo spettatore. Lì per lì sembra un’illustrazione per indemoniati o quantomeno persone che nelle loro case tengono crani, lampade turche profumate, palle di vetro e gardenie. L’opera è valutata scabrosa e contro la morale (della cattolicissima Baviera). Nessuno però ha il coraggio di toglierla o di chiudere la sala. Ed è la prima differenza. Un giovane studente tedesco esclama ad un cronista che “con questo quadro così particolare si corre a vedere le sale”.
A Venezia nello stesso periodo non sa come rilanciarsi da città popolana-portuale a città di svago (avendo il mare e la spiaggia al Lido) s’inventa un’esposizione internazionale d’arte, non di mestieri come quella di Torino o Milano.
Il sindaco mangiapreti di sinistra Selvatico e il prof. Fradeletto, vero deus ex machina, mettono le basi della manifestazione fieristica (solo d’arte) che nel tempo raggiungerà la bellezza di 58 Biennali e si allargherà ai vari settori – musica, teatro, danza, cinema e architettura – così da stabilirsi come ente promotore “mondiale”. E

Usigli e Bonmartini i primo dell’ufficio stampa della Biennale (dimenticati)

Leggendo le varie schede e i vari articoli della stampa (da ultimo vedi Di Martino) si ripete all’infinito che il “Sacro Convegno” fu il primo scandalo di Venezia ma non si dice che questo fu gloriosamente pompato dagli addetti alla comunicazione che in quei mesi seppero canalizzare la notizia con tanto pepe e sale. I due protagonisti del giornalismo galoppante sono due giovani pubblicisti: Guido Usigli della Gazzetta di Venezia (direttore e comproprietario Ferruccio Macola di Castelfranco ) e Bonmartini del Secolo (Proprietario Sonzogno, direttore Ernesto Moneta). E pensate che da quest’esperienza nascerà anche la prima Associazione veneta dei giornalisti, la quarta in Italia, dopo Roma, Milano, Napoli…che Giancarlo Bo da bravo storico ha scritto nel sito on line dell’Associazione Stampa Veneta.
USIGLI GUIDO, nato a Padova l’08.07.1873, figlio di Girolamo e Zacutti Allegra, coniugato. Ultima residenza nota: Padova. Arrestato a Padova il 30.07.1944 da tedeschi. Detenuto a Padova carcere. Deportato da Verona il 02.08.1944 ad Auschwitz. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 06.08.1944. Convoglio 14.

Lo scandalo passa le Alpi e arriva in treno

Infatti la stampa si muoveva su due fronti: quello telegrafico e a bordo di treni e navi.
Sicuramente ci sono stati tanti fattori concomitanti, tuttavia se lo scandalo di Franz von Stuck di Monaco di Baviera del giugno 1893 non fosse esploso anche l’Accademico torinese Giacomo Grosso (frequentatore dei Savoia, diventerà anche senatore a vita) forse non se ne sarebbe accorto e non avrebbe cavalcato anche lui il tema della “vischiosità tra motivo biblico e sensualità”. Le due opere pur lontane tra loro per stile, capacità espressiva, ancoraggio al passato, scenografia da atelier fotografico (il Grosso amava e studiava la fotografia mentre lo Stuck aveva in mente un simbolismo da primo piano, cioè zoomare il soggetto, era anche illustratore e grafico), sono vicinissime per lo stimolo che potevano dare a chi voleva porsi “sarà vero tutto quello che ci dicono”?
“Si toccavano le corde del pubblico dell’epoca”, ma di quale pubblico che un biglietto per la Prima Esposizione di Venezia costava due volte il salario giornaliero di una mondina che doveva starsene anche per otto ore con i piedi nel fango nelle risiere del novarese o mantovano?
Dov’era il confine tra moralismo, peccato veniale e sfruttamento delle classi più deboli? Suvvia cerchiamo di guardare il passato con un occhio meno borghese. Ecco la differenza: il Sacro convegno non doveva essere allestito in una chiesa e la donna con il serpente boa non doveva alludere a Eva che se la fa con il diavolo.

Franz Stuck era nato in Bavaria nel 1863
da una modesta famiglia cattolica di mugnai e contadini e successivamente, proprio per le sue doti artistiche, venne onorato col titolo di cavaliere dell’Ordine al merito della corona bavarese che gli consentì di aggiungere il “von” al cognome.
Pittore, scultore, incisore e architetto, tra i promotori della Secessione di Monaco del 1892 e tra i più affascinanti protagonisti del movimento simbolista, scelse la mitologia classica greco-romana e la religiosità pagana come costante iconografica della sua produzione pittorica, cercando una realtà più profonda, che andasse oltre la mera immaginazione, attingendo ai sogni e all’inconscio, in contrapposizione al naturalismo, al realismo e ad ogni convenzionalismo accademico.
Fin dal suo esordio nel 1889, sono riscontrabili nelle sue tele gli elementi che caratterizzeranno tutta la sua opera: un simbolismo mistico di grandezza primordiale, la trattazione dissacrante di tematiche religiose, il languore della sensualità femminile, l’interesse per i personaggi mitologici del mondo classico o quelli dei testi sacri, come la rappresentazione della progenitrice Eva che impersonifica il Peccato, opera ampiamente considerata un’icona del movimento simbolista.
La prima versione de “Die Sünde – Il Peccato” risale alla prima esposizione della Secessione di Monaco del 1893, dove attirò grandi folle e riscosse un successo furente – al limite dello scandalo – ma che contribuì a rafforzare la sua notorietà.

La moralità nell’arte, a cura di Manlio Brusatin (in San Pio X e l’Arte. Viceversa, CCS@RTO, 2013-2014 ISBN 978-88-88356457)

“Questa vecchia questione della moralità nell’arte la trovai nuova a Venezia a proposito di un quadro del Grosso il cui soggetto è l’ultimo convegno delle amanti di Don Giovanni intorno al cadavere del loro seduttore. Il fatto raccolto dalla voce pubblica è il seguente. Il quadro del forte artista venne unanimemente giudicato immorale da tutti coloro che avendo esuberanza di cervello erano sullo scanno di Minosse. Riccardo Selvatico che spesso e volentieri giudica colle scarpe trovò giusto di emettere opposto verdetto, e nel conflitto si cercarono tre arbitri. Tutti i buoni veneziani avrebbero  voluto che gli arbitri fossero quattro: il patriarca, il vescovo armeno, il rabbino e  il console turco; ma la necessità del numero dispari impose il numero tre e furono scelti tre letterati, i quali ragionarono colle scarpe come Selvatico, e il Don Giovanni fu ammesso con tutte le cortigiane.
Può il pubblico accontentarsi di una sentenza di cui mancano i considerando? Quale freno maggiore si può dare all’immoralità oltre al fermare coll’arte lo spavento che può tuonare dal pennello e dalla penna?
Il merito di questa scoperta d’archivio la dobbiamo al prof. arch. Manlio Brusatin che nel 1995 fu chiamato dallo storico e museografo M. Jean Clair a contribuire con un saggio storico nel catalogo Identità e Alterità della 46.Esposizione Internazionale d’Arte per il centenario 1895-1995 (p. 73 ss.), che in seguito qualche giornalista l’ha “copiato” senza mai citarlo. Ci riferiamo a Enzo Di Martino che nel libro Storia della Biennale di Venezia 1895-2003 non cita nella bibliografia.

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