Sulla storia della Gazzetta di Venezia la figura di Ferruccio Macola offuscata da storici negligenti

Il testo riportato è facilmente reperibile in Rete sulla storia della carta stampata a Venezia. D’accordo, la parola “Gazzetta” non l’ha inventata un “veneziano”, anche perchè non sapeva nemmeno cosa fosse. Era un foglio su cui si stampavano editti, avvisi, condanne, feste. La Gazzetta come pagina che raccolga notizie narrate su fatti e persone con periodicità per leggerla bisogna spostarsi all’estero. Poi ci sono i cosiddetti “corrispondenti” che seguono eserciti in movimento oppure sono addetti alle visite di emissari diplomatici. Un grande dell’informazione fu il meticoloso Sanudo che ci ha lasciato un’enciclopedia di cronaca ufficiale, dalla quale possiamo ricostruire la storia cinquecentesca.
La Gazzetta di Venezia, quella che ci interessa per il nostro studio, dal 1866 inizia il suo percorso giornalistico con all’apice un direttore-proprietario l’anziano Locatelli coadiuvato dal genero avvocato Paride Zajotti; morto il primo nel 1868, il secondo assume direzione e proprietà del foglio per circa un ventennio. Dopo esser riuscito nell’impresa di mantenersi voce ufficiale o semiufficiale della classe dirigente cittadina attraverso una mezza dozzina di cambi di governo, di bandiera e di regime, l’austero giornale rappresenta ora l’anima conservatrice della Venezia italiana.
Dal sottotitolo “Giornale politico quotidiano col riassunto degli Atti amministrativi e giudiziari di tutto il Veneto”, si capisce benissimo che non era un giornale popolare ma bensì un organo d’informazione burocratica con accenni alla cronaca italiana, veneta e cittadina. Il giornale veniva costruito ritagliando notiziole da altre testate, in seconda battuta e forse da una fonte diretta romana per i dispacci governativi. La pubblità dell’intera quarta pagina (commerciale e servizi) e della terza con tabelle, resoconti e l’ “osservatorio” da Venezia. La prima pagina mescolava un argomento giuridico con notizie dall’estero (Africa) ed altre nazionali, rigidamente con metà pagina riservata al romanzo scelto che poteva dilungarsi per mesi (ad esempio Guerra e Pace di Tolstoy)…

La solida alleanza clerico-moderata non fu immediata quanto viene descritto ma come risposta all’arroganza di una minoranza che si dichiarava democratica popolare laica.  Quando sul piano umano faceva ben poco e di concerto era dalla parte del Re, come simbolo “!risorgimentale” di un’Italia Unita. Vedi il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II in Riva degli Schiavoni, opera che è costata 350mila lire, qualcosa come mezzo milione di euro attuali, quando un operaio forse prendeva dalle cinque alle otto lire al giorno. Il monumento fu inaugurato nel 1887 alla presenza dei Sovrani Umberto e Margherita che il giorno dopo entrarono al padiglione dell’esposizione artistica nazionale.

Posizione, questa, destinata ad accentuarsi ulteriormente quando, morto Zajotti nel 1889, la “Gazzetta” viene acquistata dal conte e deputato Ferruccio Macola, uno degli antesignani del clerico-moderatismo (l’alleanza tra destra liberale e gerarchie ecclesiastiche che avrebbe permesso di superare la frattura risorgimentale del blocco conservatore). Ed è proprio una solida alleanza clerico-moderata – patrocinata dal patriarca di Venezia, e prossimo papa, Giuseppe Sarto – a portare nel 1895 sulla poltrona di sindaco della città il nobiluomo Filippo Grimani: naturale quindi che la “Gazzetta” diventi l’organo ufficioso dell’amministrazione cittadina destinata a durare ininterrottamente per ben 24 anni (Grimani, peraltro, finanziava personalmente il giornale).

Piuttosto di darci una chiara lettura del giornale di Macola e capire quanto fosse originale e moderno per Venezia si preferisce ripetere la solita filastrocca che si trasforma in una vendetta post mortem. La Gazzetta è stata trasformata in due o tre anni in un giornale di livello nazionale.

 Macola tuttavia si appresta a restare alla storia, e insieme ad uscire di scena, per un’altra vicenda: nel 1898, a Roma, uccide in duello il leader radicale Felice Cavallotti. La diatriba era nata proprio per alcune notizie pubblicate dalla “Gazzetta” circa l’attività parlamentare di Cavallotti, e ritenute da quest’ultimo calunniose; da qui scambi di ingiurie e di padrini, fino all’anacronistico epilogo. Viste le personalità coinvolte (deputati entrambi i duellanti, deputati persino i quattro padrini) e vista, soprattutto, la popolarità di Cavallotti, il clamore fu enorme – a Venezia ci furono dimostrazioni popolari contro la sede del giornale – e Macola si dimise da deputato per ritirarsi progressivamente a vita privata, fino a suicidarsi nel 1910.

In tutto questo Macola cedeva la “Gazzetta”, nel 1902, al gruppo di liberali veneziani guidati dal conte Lorenzo Tiepolo (che, per breve tempo, la dirigerà anche in prima persona). Ancora un aristocratico, dunque, deputato della destra e poi senatore: ma stavolta c’è una novità, perché i “tiepolini” rappresentano in verità la fazione più “avanzata” dei conservatori veneziani.
Rispetto alla gestione di Macola si tratta di una svolta, che oggi può apparire minima ma che all’epoca sembrò tale da giustificare una vera e propria scissione: l’ala più retrograda della classe dirigente cittadina, che faceva riferimento al conte Nicolò Papadopoli Aldobrandini, ripudiò la secolare testata per fondare nel 1903 “Il Giornale di Venezia”, dove confluirono i redattori della “Gazzetta” – tra gli altri Luciano Zuccoli e Virginio Avi – che non si riconoscevano nella nuova linea di Tiepolo. Il dissidio interno al partito liberale veneziano rimandava, ancora una volta, alla questione dell’alleanza con i clericali, verso cui Tiepolo e soci nutrivano scarso entusiasmo; ma non era certo incomponibile, tanto che già nel 1906 gli “scissionisti” del “Giornale di Venezia” rientravano nella “Gazzetta” e uno di loro, Luciano Zuccoli, ne assumeva addirittura la direzione (mentre la presidenza della Società Anonima Editrice Veneta, proprietaria del giornale, veniva assunta dal conte Papadopoli).

Eppure, all’ombra dell’inaffondabile amministrazione clerico-moderata di Grimani, qualche tensione restava, esplodendo occasionalmente: così nel 1908 per la presentazione de La Nave di D’Annunzio, che la giunta aveva voluto solennizzare come un evento storico per la città. I clericali veneziani, per cui l’opera era sacrilega ed immorale, scatenarono una violenta polemica contro la “Gazzetta” (portavoce, si noti, di un’amministrazione da sempre in ottimi rapporti con la curia), che invece sosteneva l’iniziativa.

Come già negli anni precedenti, a dividere l’establishment veneziano era, a prima vista, la questione del rapporto con i cattolici; ma, sullo sfondo, cominciavano in verità a delinearsi due opposte visioni del futuro della città, con una posizione più passatista tutta dedita alla conservazione di Venezia e un’altra più ambiziosa e modernizzatrice, pronta anche a grandi stravolgimenti – come la costruzione di un nuovo porto in terraferma, di cui ormai si discuteva animatamente – pur di garantire all’ex Serenissima un grande futuro marittimo e industriale. Questa seconda tendenza acquistava sempre più corpo, in un gioco di sponde tra un versante politico (il nazionalismo adriatico di Piero Foscari) e uno economico-industriale (l’astro nascente di Giuseppe Volpi e degli imprenditori “elettrici”), con il valore aggiunto di un cantore del calibro di D’Annunzio. I dilemmi, le discussioni, il progressivo prevalere di una delle due parti si riflettevano sulle pagine del giornale della classe dirigente cittadina, riproponendosi anche in campo culturale ed artistico, per esempio nelle polemiche tra i sostenitori della tradizionalista Biennale e quelli delle avanguardie artistiche di Ca’ Pesaro.

Proprio l’ambito culturale era d’altronde quello in cui la “Gazzetta” eccelleva, con collaborazioni di prestigio, specie da quando ne era direttore il romanziere Luciano Zuccoli (di origine svizzera, vero nome Von Ingenheim, l’ennesimo conte alla guida del giornale). Dal punto di vista politico, invece, le rabbiose polemiche di Zuccoli lo spingevano ancora più “a destra” di tutti i suoi predecessori: nell’autunno 1911, allo scoppiare della guerra di Libia, invitò dapprima a fucilare “almeno due terzi” dei prigionieri nemici, poi partì all’attacco di socialisti ed ebrei, nemici interni e “stranieri tollerati”. Ce l’aveva principalmente con il deputato veneziano Elia Musatti, che era socialista, ebreo e contrario alla guerra; ma lo scoperto antisemitismo preoccupò la proprietà del giornale – in cui era presente anche l’imprenditoria ebraica cittadina – che a fine anno non rinnovò il contratto a Zuccoli.

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