GIORGIONE BARBARELLA, LA VIA DELLA VERITA’

BARBARELLA, AVETE NEGATO UN FIGLIO ALLA NASCITA. FU UN DELITTO.

A tal punto, passata la tempesta, e data la notorietà del fenomeno Giorgione, si escogitò di:

  1. “autografare con un grosso lapis” sul retro della tavola una dedica firmata “Giorgio Barbarelli” in perfetto italiano nel 1803, che potrebbe essere stata ulteriormente “affrancata” nel 1878 da un altro restauratore;

2. murare una lapide nel 1638 della famiglia Barbarella nella “chiesa di dentro” di S. Liberale che andrà persa con la demolizione del fabbricato quattrocentesco NEL 1756.. Dell’epigrafe si conosce solo la trascrizione del Federici, con aggiunte le variazioni del Melchiori e del Tescari “Ob perpetuum laboris ardui monumentum / in hac fratris (fratribus Melchiori) / obtinendo plebem suscepti / virtutisque præclaræ Jacobi et Nicolai seniorum / ac Giorgionis summi pictoris memoriam / vetustate collapsam pietate vestauratam (vestaurandam Melchiori e Tescari) / Mattheus et Hercules Barbarella fratres / sibi posterisque construi fecerunt / donec veniat… / dies // Anno Domini MDCXXXVIII Mense Augusti.[1]

La discendenza di Giorgio dai “Barbarella” lombardi non inizia da Giorgio Vasari che lo nomina così:
Questi fu Giorgio che in Castelfranco in sul trevigiano nacque l’anno 1478, essendo Doge Giovan Mozzenigo, fratel del Doge Piero, dalle fattezze della persona e dalla grandezza dell’animo chiamato poi col tempo Giorgione.
Il quale, quantunque egli fusse nato d’umilissima stirpe, non fu però se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia e dilettossi continovamente de le cose d’amore e piacqueli il suono del liuto mirabilmente e tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili.

 

Riepilogando

— 1511, morte di Giorgione al Lazzareto Novo
– -1638, posa della lapide nella chiesa antica di san Liberale (qualcuno ha ascritto che sarebbe rientrate le spoglie dell’artista, quando?)
– -1668, mezzo secolo dopo la posa della lapide, Carlo Ridolfi vede la lastra tombale
Da famiglia semplicissima il Giorgione proveniva da “stirpe agiata”, ricca di notai e signori a Vedelago.
– -1556, Giorgio Vasari scrive la prima “antologia” di architetti, pittori e scultori del Rinascimento italiano La biografia di Giorgione viene subito dopo Lionardo Da Vinci, con meno pagine ma sempre in dolce compagnia.
Il Vasari parla di “fuoco” che quest’uomo aveva nelle vene.
E’ una vittima di peste che si collega indirettamente agli “amori” con delle belle donne, unica spiegazione perchè la donna è un soggetto caro a Giorgione: “allevato in Vinegia e si dilettò continuamente di cose d’amore”.
La peste può essere anche la sifilide molto frequente nelle città di porto con tanti stranieri come a Venezia. Non ci sono bollettini medici.
Il fatto però che questa tesi del Vasari sarà poi rimarcata dal Ridolfi che vi aggiungerà qualcosa di più drammatico per l’artista, si trasformerà in uno scandalo per i puritani.
Si scarica la colpa sulla donna che l’avrebbe contagiato, quindi l’uomo è mezzo salvo. Il soggetto non sarà più annoverato come pittore ma come un dongiovanni pittore che ammaliava donne e giovinette con la sua voce soave: la Madonna di Castelfranco sarà persino oltraggiata da qualcuno che la trasformerà in “CECILIA”, che qualche imbecille credeva fosse la causa della morte di Giorgione. A Castelfranco tutti ci credono, dal primo monsignore (Camavitto) all’ultimo prete di campagna (Crico), dal primo cittadino (Marta) all’ultimo dei beolchi (Toni). Persino qualche donna ci cade sopra la storiella metropolitana.
Venne il 1885 e Pietro Cossa scrisse il dramma Cecilia che ebbe uno strepitoso successo a Roma, Milano e Torino.
CECILIA FU VITTIMA D UNO STUPRO DEL LUZZO [MORTO DI FELTRE] E INVISA DALLA GELOSISSIMA GIULIA GRIMANI.
Giorgione le vuole bene così com’è con la figlia nata a seguito di un rapporto maldestro del Luzzo, un vigliacco che l’abbandonò e dovette la sventurata arrangiarsi.

Allegati (Vasari)

Ne’ medesimi tempi che Fiorenza acquistava tanta fama, per l’opere di Lionardo, arrecò non piccolo ornamento a Vinezia la virtù et eccellenza [di] un suo cittadino, il quale di gran lunga passò i Bellini, da loro tenuti in tanto pregio, e qualunque altro fino a quel tempo avesse in quella città dipinto.
Il quale, quantunque egli fusse nato d’umilissima stirpe, non fu però se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia e dilettossi continovamente de le cose d’amore e piacqueli il suono del liuto mirabilmente e tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili.

Mentre Giorgione attendeva ad onorare e sé e la patria sua, nel molto conversar, che e’ faceva per trattenere con la musica molti suoi amici, si innamorò d’una madonna, e molto goderono l’uno e l’altra de’ loro amori. Avvenne che l’anno 1511 ella infettò di peste, non ne sapendo però altro, e praticandovi Giorgione al solito, se li appiccò la peste di maniera, che in breve tempo nella età sua di 34 anni, se ne passò a l’altra vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici, che lo amavano per le sue virtù, e danno del mondo, che perse. Pure tollerarono il danno e la perdita con lo esser restati loro due eccellenti suoi creati Sebastiano Viniziano, che fu poi frate del Piombo a Roma, e Tiziano da Cadore, che non solo lo paragonò, ma lo ha superato grandemente, de’ quali a suo luogo si dirà pienamente l’onore e l’utile che hanno fatto a questa arte.

  1. G. Bordignon Favero, 1955, p. 16, nota 2 (errore di datazione Anno Domini MDCXXX); migliore J. Anderson, n. 31, p. 351.
  2. Copyright 2020 Angelo Miatello

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