Veneto all’avanguardia per il coronavirus: tamponi, test e gioco di squadra

Il giornalista trevigiano Elia Cavarzan è a Bruxelles, in Belgio, dove sta completando uno stage presso IFJ – International Federation of Journalists. 
Liceale di Montebelluna (Liceo Levi), cafoscarino e per ultimo laureato al Bo’, Elia è un giornalista pubblicista, impegnato com’è il suo carattere, con un futuro che gli auguriamo di avere grande soddisfazione. A dir il vero cinquant’anni fa, quando eravamo all’Università, in special modo a Scienze politiche di via del Santo con il sociologo Acquaviva, il giurista Simonetto, il costituzionalista Lucatello e lo storico Di Nolfo e l’amministrativista Berti, il clima non era poi così sereno e stabile. Si gambizzavano o si sequestravano i professori, si occupavano locali universitari e si devastavano anche piccole biblioteche, c’erano degli infiltrati da ambo le parti (spioni militari in cerca di una laurea! Nullafacenti che avevano solo lo scopo di disturbare e persino programmare assalti a mano armata in via Cesare Battisti, al Liviano,…agli Istituti). Sembrava che la guerra fosse imminente lungo la frontiera italo-jugoslava ed il Vietnam era dietro l’angolo. Finita tutta questa baraonda che vide persino il sequestro di un generale americano all’Arcella, il rapimento di Aldo Moro che aveva già formato un governo di unità nazionale con Berlinguer e di tante altre tragiche vicende (bombe, attentati, morti) si arrivò “finalmente” allo sgretolamento dei cosiddetti Paesi satelliti nell’orbita URSS, alle guerre balcaniche e al disastro di Chernobyl. Come se non bastasse, iniziò la nuova era delle Torri Gemelle (2763 morti certificati) e della caccia al terrorismo islamico. Tutto doveva essere concertato (vedi polizie, intelligence) a livello planetario (tra gruppi di Stati) come autodifesa da eventuali attacchi e attentati. Si visse con la paura, anche da noi con il pericolo di caderci, essendo facile bersaglio (Piazza San Pietro, Venezia, Firenze, …).
Passammo anche questa fase bomber; ora ormai ai terroristi islamici non ci pensa più nessuno. Sono subentrati terremoti, alluvioni, la tempesta Vaia nelle montagne venete del 2018, l’alta marea di 1, 60 del gennaio scorso ma siccome fanno parte della categoria “calamità naturali”, dopo qualche mese sono dimenticate.
D’altra parte, oggi, le scuole sono obbligate a preparare il corpo docente e gli alunni a saper reagire in caso di calamità o atti terroristici, simulando una o due volte all’anno un sistema d sicurezza e di protezione civile (allerta, evacuazione, pronto intervento). La contaminazione per incidenti o propagazione di un virus letale non sono mai rientrati nel protocollo e qui forse sta la prima contraddizione.
L’attuale “cononavirus covid-19” è e rimarrà la più grande disgrazia accaduta in tempo di pace ai tanti Paesi che sono tra loro “uniti” da relazioni interpersonali, scambi commerciali, diplomatici e culturali. Il decorso della malattia infettiva non ha messo a dura prova solo le strutture sanitarie, il personale chiamato a servirle, ha bensì creato enormi perdite del pil nazionale ed un impoverimento delle classi sociali, soprattutto quelle che oggi sono chiamate “più fragili”, senza un impiego fisso, una pensione sostenibile, lavori part time stagionali per pagarsi le tasse universitarie, un soggiorno Erasmus o una specializzazione. Tutto questo è solo l’inizio che il governo italiano temporeggia nel dare soluzioni precise a media durata. Si trincera dietro il “bonus” da seicento euro, prestiti che sembrano un cappio al collo (partite iva), buoni pasto da 25 euro per settimana (nucleo di tre persone) e nomina una task force diretta da Londra (sic) che deciderà chi aprirà e chi no. Intanto chi vive segregato in casa (bambini, anziani, maniaci, violenti, paranoici, nullafacenti e non connessi con la Rete) è ancor di più confinato e spersonalizzato. Non si capisce come mai un presidente del Consiglio non sia in grado di comprendere che la politica va condivisa e non trattata da tecnici. Altrimenti possiamo domani mattina chiuder il Parlamento ed il Presidente della Repubblica e gettare le chiavi nel Tevere. Dopo questo sfogo, siamo onorati di pubblicare l’articolo dal corrispondente Elia Cavarzan, da come gli appare il Veneto, durante questa crisi pandemica. (A. Miatello*)

Qualche giorno fa, Elia Cavarzan ha pubblicato un articolo in inglese in The Brussels Times con questo titolo “The Veneto region leads the way in Italy fighting the coronavirus” (Il Veneto è all’avanguardia in Italia nella lotta contro il coronavirus), che ri-presentiamo in italiano, con alcune note aggiuntive per i nostri lettori non veneti.

“La drammatica pandemia di coronavirus italiana era iniziata a Vò Euganeo, un piccolo borgo collinare villaggio di tremila anime, in provincia di Padova il 21 febbraio. (1)
Siamo in un piccolo borgo vitivinicolo nel cuore dei Colli Euganei, della provincia di Padova, nel nord Italia, in Veneto, dove, dopo un mese “lookdown” (2), la popolazione e le imprese chiuse stanno vedendo la fine del tunnel.
Il governatore della regione, Luca Zaia, ha aggiornato la popolazione giorno dopo giorno attraverso una conferenza stampa dall’inizio della pandemia.
Le idee sul come agire sono sempre state chiare fin dall’inizio: zone rosse, chiusure tempestive di ospedali, molti test e ricoveri dei positivi contagiati in strutture separate.
Sebbene il Veneto sia la quarta regione per decessi confermati COVID-19, con 940 morti, ci sono altre regioni – Liguria e Marche – che contano solo poche decine in meno. (3)
La differenza è che il Veneto, poiché ha testato un gran numero della popolazione, può contare su dati più affidabili per avere una rappresentazione realistica dell’entità reale del contagio e dei decessi, cosa che non si può dire per la maggior parte delle altre regioni italiane.
Questo risultato è stato possibile grazie all’intervento tempestivo della Regione all’indomani del “paziente zero” a Vò Euganeo. Nessuno ha aspettato, nessuno ha minimizzato.
L’asso nella manica del governatore Luca Zaia è Andrea Crisanti, un parassitologo dell’Università di Padova che gestisce uno dei più importanti e rispettati laboratori di microbiologia in Italia.
Su suggerimento di Crisanti e di altri consulenti scientifici (4), la Regione ha deciso che avrebbe investito denaro e risorse per garantire la possibilità di test per il coronavirus. Questa decisione, insieme ad altre altrettanto importanti, è la base di quello che oggi viene chiamato il “Modello Veneto”, quello d’oro. Dunque non tanto i test a tappeto ma la tempestività di aver acquistato una macchina performante per poterli realizzare. Un piccolo dettaglio che è sfuggito a molti analisti. (5) 
Il primo decreto del governo nazionale per combattere il coronavirus è arrivato il 22 febbraio, ma la Regione Veneto era già al lavoro dal 20 gennaio.
Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, ha pubblicato i primi protocolli per i test per rilevare SARS-CoV-2, Andrea Crisanti ha informato la direzione sanitaria della Regione che avrebbe effettuato un acquisto per garantire reagenti sufficienti per analizzare circa 500 mila test per il coronavirus.
Oggi il Veneto ha analizzato oltre 215 mila tamponi di coronavirus, qualche migliaio in meno rispetto alla Lombardia.
La differenza è che il Veneto ha meno di cinque milioni di abitanti, la Lombardia più di dieci. Pertanto, la task force sanitaria veneta è stata immediatamente in grado di lavorare con dati precisi e modelli matematici eccezionalmente aggiornati per diffondere contagi.
Ciò ha significato essere in grado di emanare direttive regionali in grado di affrontare il problema con precisione chirurgica.
La fortuna ha anche giocato a favore della Regione, in effetti un altro aspetto importante è la conformazione socio-morfologica della regione: pochi agglomerati urbani, nessuna città metropolitana eccetto Venezia e molte aree di campagna aperte hanno garantito l’assoluta funzionalità del sistema di chiusura della “zona rossa”.
Quindi, il sistema di ospedalizzazione ha contribuito ad alleviare la crisi nei letti di terapia intensiva. La filosofia era la seguente: il virus è combattuto nelle strade e non negli ospedali.
Le persone che sono state ricoverate nel reparto di terapia intensiva erano le persone più bisognose e la protezione della salute del personale medico in prima linea è sempre stata al centro dell’interesse politico: ad oggi, circa 10 mila medici e infermieri.
In poche parole, il sistema sanitario veneto si basa su una diffusa rete di medici di base e strutture di medicina territoriale.
Solo per avere una visione chiara: oggi solo il 15% degli attuali pazienti positivi in ​​Veneto è ricoverato in ospedale, rispetto al 40% in Lombardia, al 29% in Piemonte e al 27% in Emilia-Romagna.
Il diffuso sistema sanitario sembra aver vinto. La cinghia di trasmissione tra i medici di famiglia sparsi in tutto il territorio e gli ospedali è riuscita a calmare e monitorare lo scoppio dei contagi.
Inoltre, la stretta collaborazione con la comunità scientifica è stata una caratteristica distintiva fin dall’inizio e un pilastro del “Modello Veneto”.
Le tre eccellenti università venete – Padova, Venezia e Verona – non hanno mai smesso di provare nuove ricerche scientifiche.
L’ultimo dato è stato annunciato il 16 aprile. Luca Zaia ha dichiarato durante la conferenza stampa quotidiana: “Il farmaco per il cancro alla prostata potrebbe essere la chiave. Lo studio sarà pubblicato nel New England Journal of Medicine.
Un farmaco per il cancro alla prostata inibisce l’enzima che è il veicolo del virus ”, secondo uno studio elaborato da un gruppo di ricerca guidato dal Prof. Andrea Alimonti, farmacologia, composto dall’Università di Padova e dalla Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata del Veneto.
Ora la Regione Veneto sta preparando il piano per la graduale riapertura delle attività commerciali prevista per inizio maggio.
Puoi vedere la luce alla fine del tunnel: “tutto andrà bene.”

NOTE* (a cura di A. M.)

  1. Il comune di Vo’ fa parte del Parco Regionale dei Colli Euganei, e comprende nel suo territorio il Monte Venda, che con i suoi 603 m è il più alto del comprensorio collinare. Il terreno è molto ferroso. E’ un antico borgo abitato in prevalenza da coltivatori della vite, produttori di ottimi vini rossi e  gestori di esercizi pubblici dell’accoglienza. Il Monte Venda è un punto cardinale del sistema radar aereo sia militare che civile.
  2. Il termine inglese non viene mai tradotto in italiano, forse per essere troppo legati al significato sinistro “confinamento” che ricorda l’epoca fascista e nazista. Il lockdown, scritto anche lock down, nei paesi anglosassoni è un protocollo d’emergenza che consiste nell’impedire a delle persone o a delle informazioni di lasciare una determinata area. Sulla scia degli attacchi dell’11 settembre 2001, il governo statunitense ha utilizzato il lockdown, attuando un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile nazionale. Il 19 aprile 2013 l’intera città di Boston è stata sottoposta a lockdown e tutti i trasporti pubblici sono stati fermati, a causa della caccia all’uomo dei terroristi Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, sospettati dell’attentato alla maratona di Boston. A Bruxelles del 2015, la città è stata sottoposta a lockdown per giorni mentre i servizi di sicurezza hanno cercato i sospetti coinvolti negli attacchi terroristici di Parigi del novembre 2015.
  3. 16 aprile 2020: Lombardia 11.608; Emilia Romagna 2.843; Piemonte 2.094;
    Veneto 981; Toscana 585; Liguria 828; Marche 764; Lazio 316; Campania 286.
  4. Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova. Giorgio Palù, professore di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova Crisanti è arrivato da poco a Padova dall’Imperial College di Londra. Lo scorso ottobre ha sostituito Giorgio Palù, presidente della Società Europea di Virologia ora in pensione, ed è stato uno dei primi al mondo ad aver utilizzato la tecnica del “gene drive” per eliminare la trasmissione della malaria nei vettori responsabili di questa malattia. Vanta anche una pagina Wikipedia in inglese. Sulla polemica che si è innescata sul precariato nel mondo della ricerca, la sua è una voce controcorrente.È siciliana l’esperta che dirige il team delle Asl venete coinvolte nell’epidemia di coronovirus. Francesca Russo, direttore della Direzione Prevenzione e Sanità pubblica della Regione Veneto, è nata a Maletto e dopo aver studiato a Catania, nel 1997 ha assunto il ruolo di Dirigente medico del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda ULSS 4 Alto Vicentino.
    Il team della dottoressa Russo ritiene “che il virus circolasse sotto traccia da tempo, insieme con il normale virus influenzale. Nei soggetti debilitati, però, ha provocato polmoniti” e sottolinea che “può essere stato portato in Italia da chiunque quindi essendo presente anche negli asintomatici, cioè in persone che stanno bene e non hanno tosse o febbre, non c’erano misure realistiche per proteggere il Paese dall’epidemia”.
    Sul paziente zero è certa: “Non sappiamo chi sia: può essere uno straniero di passaggio oppure un italiano di rientro dall’estero.”
  5. A metà marzo il governatore Zaia, nel suo potere decisionale, dà mandato di acquisto di una “potente” macchina da 9 mila tamponi al giorno. Il dispositivo acquistato in Olanda è l’unico di questo tipo in Italia. “L’obiettivo della Regione è fare 20 mila tamponi ogni 24 ore”. Si tratta di una attrezzatura unica in Italia, acquistata in Olanda per circa 400 mila euro, che promette di permettere al Veneto di raggiungere l’obiettivo dei 20 mila tamponi al giorno. “Tra oggi e domani entrerà in funzione la macchina installata nel laboratorio del professor Crisanti che da sola garantirà l’analisi di 9 mila tamponi al giorno. Tutto in piena autonomia – ha spiegato il governatore del Veneto Luca Zaia nel corso di un punto stampa – ad oggi abbiamo accumulato tamponi da analizzare per mancanza di reagenti, sono circa 7 o 8 mila e ora speriamo di andare a regime al più presto”. “Se avessimo avuto fisicamente tutti i tamponi e i reagenti saremmo andati a 100km/h – aggiunge – ma purtroppo la capacità delle macchine già in uso era al minimo perché non avevamo reagenti”. Anche sul fronte dei reagenti e dei kit (gli “stecchini” che vengono usati per prelevare campioni di saliva o muco) il Veneto ha comunque saputo rimboccarsi le maniche e organizzarsi avviando produzioni e sperimentando di materiali ‘Made in Veneto’. “Se avessimo avuto tutti i reagenti necessari non avremmo accumulato ritardi nelle analisi – ha sottolineato Zaia – stiamo correndo e ora con questa nuova macchina ci darà respiro e raggiungeremo finalmente l’obiettivo annunciato di 20mila tamponi al giorno”. (Agenzia AGI, 7 aprile 2020, Riccardo Bastianello).

Presentato oggi dal presidente Zaia: il ‘Progetto fase 2’. Arriva il ‘Covid manager’
Riaprire in sicurezza, seguendo regole stringenti in ogni azienda a tutela dei lavoratori e insieme della produzione. Lunedì verrà inviato al Governo.

The Veneto region leads the way in Italy fighting the coronavirus
https://www.brusselstimes.com/opinion/106668/the-veneto-region-leads-the-way-in-italy-fighting-the-coronavirus/

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