Il Rinascimento rivive a Vicenza: “la bottega dei Bassano detti Dal Ponte”

Marica Rossi

La mostra sulla eccezionale stagione artistica della Vicenza del Cinquecento in Basilica Palladiana meraviglia per gli obiettivi prefissi e raggiunti da Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Mattia Vinco (con Edoardo Demo per gli aspetti economici): mostrare quanto poté una città che scommise sull’idea del fare arte puntando su ricerca, innovazione e capacità di guardar al futuro. Ne sono straordinario esempio i Dal Ponte detti Bassano e le loro botteghe per merito di Jacopo, figura che risponde all’assunto dei curatori di non alimentare l’idea dell’artista genio ma dimostrare che la terra vicentina fu favolosa grazie a personalità di talento artistico con l’acume d’organizzar botteghe, produzioni, creando nuovi modelli e tessendo reti a vasto raggio. Gente che sapeva far lavorare famigliari, allievi, assistenti, apprendisti, garzoni e pure collaboratori esterni allora chiamati ‘giovani’. Jacopo se l’era prefisso da che mandato dal padre a Venezia da Bonifazio de’ Pitati, era costretto, come si dice, ‘a robar co l’ocio’! Si raccontava “che quando Bonifacio dipingeva si serrava in camera e che Jacopo per il foro della chiave osservasse il fare di lui e che in questa guisa apparisse il modo del suo pingere…” (Cenni Biografici. Francesco e Lucia Pizzardini. “Jacopo Bassano una lunga vita dedicata alla pittura”.

Avvantaggiato in quanto figlio d’arte (il padre Francesco detto il vecchio per esser distinto dal nipote Francesco, fu allievo a Vicenza di Giovanni Speranza seguace di B. Montagna) Jacopo (1510-1592) trovò nella natale Bassano di che realizzarsi da artista e da imprenditore. Grazie ad un eclettismo che lo portava ad invenzioni idrauliche, a disegnar mobili, armature, e oggetti come ceri pasquali e statuette in marzapane oltre alle rinomate pale d’altare e agli ambitissimi dipinti con soggetti e temi sacri e anche mitologici, poterono impiegare i propri talenti anche i suoi quattro figli maschi. I più bravi Francesco (primogenito) e Leandro (il terzo) ebbero il privilegio di dipingere a stretto contatto con il padre che affidò loro anche dopo la sua morte l’atelier in laguna. Gli altri due furono invece destinati a diventare gli amministratori unici dell’impresa bassanese ricevendo poi per volontà testamentarie (febbraio 1592 a due giorni dal decesso il 13 del mese) l’enorme quantità di materiale dell’inventario della bottega (Carlo Corsato “Dai Dal Ponte. Eredità di Jacopo, le botteghe dei figli e l’identità artistica di Michele Pietra”).  La bassanese era sempre stata la casa madre per la costante presenza di Jacopo, munito com’era di doti professionali inarrivabili (invenzione + mestiere) e saggezza, religiosità e dedizione alla famiglia. Sensibile alla bellezza della natura e degli animali dotò questi ultimi dello stesso sguardo ‘umano’ delle persone, come per l’amato gatto che teneva in atelier e sbucava spesso nelle sue composizioni. Anzi, come afferma la studiosa (pure artista dell’incisione) Marina Alberghini in “Jacopo Bassano e il suo gatto” Arti Grafiche COLOR BLACK Novate Milanese”, Jacopo col suo gatto Menegheto formò una strana coppia. Un duetto fatto dell’idealismo e generosità di lui vero patriarca biblico e della sospettosità, tetraggine e bruttezza del felino. Un tutto che incuriosisce per come il pittore lo ritrasse realisticamente curando di variarne l’aspetto negli anni come uno di noi che inesorabilmente invecchia!

Tornando al modo di produrre della bottega, c’è da dire che pur essendo probabile che Jacopo facesse uso dei cartoni, furono fondamentali per la replicazione dei soggetti i disegni da trasferire sulla tela opportunamente scalati. Molto importante però anche la preparazione dei fondali architettonici e paesaggistici nei quali venivano inserite in maniera modulare singole figure che potevano essere combinate con altre in infinite variazioni e sempre tramite una suddivisione del lavoro e dei compiti come d’uso nelle grandi botteghe (Francesca del Torre nel catalogo della mostra). A Francesco (che fu autonomo nell’invenzione) e a Leandro (forte nell’esecuzione) Jacopo concedette presto la firma accanto alla sua. Gli altri due acquistarono via via autorevolezza nell’atelier di Bassano in diverse guise. Infatti Gerolamo (che frequentò anche medicina nello studio di Padova dove incontrò Galileo estimatore dei dipinti dei Dal Ponte) era ‘abilissimo copista’ di Jacopo (C. Ridolfi ne “Le maraviglie dell’ arte”, Venezia 1648), mentre Giambattista era spigliato nelle trasposizioni dei moduli su tela. Questo sistema proto-industriale ha origine nella formazione artistica di Jacopo per i metodi di progettazione e nella pratica di copiare le tele in studio con lucidi che consentivano di replicare all’infinito le composizioni. Così nella fucina dove le risorse erano sfruttate al massimo a fronte della crescente richiesta, avveniva che il maestro definisse le idee, ne calibrasse le componenti espressive partendo da una figurazione originale e insegnando la preparazione dei colori prima di metter in cantiere la traduzione anche seriale dei soggetti. E se è vero che le repliche erano una consuetudine nel Rinascimento, è fuor di dubbio che quei lavori replicati dai Bassano restano unici. Lo ribadisce il curatore Mattia Vinco in linea con quanto scrive Francesca del Torre approfondendo il ruolo e la funzione della bottega. Un clan d’artisti il cui grande valore risulta inversamente proporzionale al loro modesto stile di vita. Non avevano un cavallo proprio neanche per gli spostamenti di lavoro! (Michelangelo Muraro, ” Il libro secondo di dare e avere della famiglia Dal Ponte con diversi per pitture fatte”). Anzi va detto che molto di quello che si sa della destinazione delle opere, della committenza, dei costi e dei ricavi delle botteghe è proprio merito del ritrovamento del succitato “Secondo libro dei conti” ad opera dell’accademico vicentino Michelangelo Muraro. Allo stesso modo, come spesso ha ricordato Vittorio Sgarbi, va a Muraro il merito del ritrovamento nella chiesa del suo paese natio Sossano di “Sant’Anna fra San Francesco e San Girolamo”, 1541, opera fondamentale di Jacopo Bassano nel momento del suo contatto più vivo con il manierismo centro-italiano.

Si tratta della pala che Jacopo Dal Ponte fornì ai padri riformati di Asolo nel 1541 con una Sant’Anna che tiene in braccio la Vergine mentre ai lati stanno San Girolamo e San Francesco. L’opera scompare da Asolo al tempo di Napoleone. Nel 1815, si ha menzione della sua presenza all’Accademia di Venezia. Poi fu considerata smarrita. Nel 1883 il dipinto (147×103) fu assegnato alla chiesa di Sossano Veneto dove appunto nel 1947, il prof. Muraro la riconobbe. ( “Ritrovamento di un’opera di Jacopo Bassano”, ARTE VENETA, 1, 1947, N.287).

particolari di alcune opere in mostra alla Palladiana: J.Bassano, "Ritratto di cani..."; Andata al calvario...."

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