BIENNALE ARTE 2022: IL LATTE DEI SOGNI / THE MILK OF DREAMS

Ormai pochi giorni rimangono per l’apertura della 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia dal 22 aprile al 27 novembre. La direttrice del Settore Arti Visive Cecilia Alemani  ci spiega così il titolo Il latte dei sogni/The Milk of Dreams ed il programma che si svolge all’interno dei tanti padiglioni tra Giardini e Arsenale, nella speranza che non ci siano percorsi obbligati come nella Biennale precedente. Cioè l’anno scorso per Biennale Architettura si entrava all’Arsenale ma non si poteva ritornare sullo stesso percorso ma solo proseguire verso il giardino delle Vergini, camminare ancora un bel tratto di Castello per poi, rientrare ai Giardini, contornando il monumento di un tale che si chiamava Giuseppe Garibaldi (1885) in mezzo ad una vasca di pesci rossi e tartarughine. Il monumento fu del veneziano Augusto Benvenuti che la Biennale ha dimenticato, celebrato vent’anni dopo l’Unità d’Italia. Un itinerario, giustificato per ordine del ministero della salute. Uscivi da un cancello laterale poco lontano dal padiglione della Cina e via via tra calli, abitazioni chiuse, un canale un po’ puzzolente con bottegucce e bacari, forse rientravi ai Giardini. Circa un’oretta a piedi senza vista laguna. Un assurdo tutto al contrario. Niente mezzi di traporto per chi ha difficoltà motorie. Il mondo al rovescio.
Se è vero che “la Mostra propone un viaggio immaginario attraverso le metamorfosi dei corpi e delle definizioni dell’umano”, ci aspettiamo che quest’anno quelli della Biennale siano un pochino meno severi, ci confida una collega, perché noi siamo “triplo” vaccinati, con tanta voglia di riprendere il nostro racconto sull’arte in epoca di guerra “massiva”. Subito il pensiero va all’attuale crisi russo-ucraina, anzi Russia-Stati Uniti d’America, dice il dr. De Benedetti. Nessuno di noi, afferma piangendo Romano Prodi, l’artefice dei contratti per il gas siberiano, avrebbe mai immaginato che la Grande Russia si stesse preparando ad invadere un paese confinante, contadino e patriota per natura. Distruggerlo, annientarlo e saccheggiarlo con il pretesto di “non sentirsi una “Nazione sicura” perché il vicino ha scelto un altro tipo di Costituzione. Il piano era di cinque giorni con 190mila, tra reclute e militari di ferma. Siamo al cinquantesimo giorno di bombardamenti con trentamila morti ecc. Facciamo fatica di credere alle spiegazioni grottesche proclamate dal Vladimir Putin, alto 1,70 m., con circonferenza della testa pari a un melone che ha ripetuto in lungo e in largo che vuole proteggere la sua Nazione dalla Nato in espansione. Si fa riprendere chiuso dentro una specie di front desk con pulsantiere, telefoni anni Sessanta, schermi e due bandiere. E’ il suo fortino dal Cremlino, forse un bunker mimetizzato Il suo motto: “questa è una operazione militare speciale” che sta andando molto bene con obiettivi realizzati. Dobbiamo continuare”. Non è un film da guerre stellari, n in una normale stanza bianca, nemmeno una puntata di quella serie anni ’90 che si producevano a Hollywood.
Cosa c’entra l’arte con tutto questo?
Tutto o niente. Anzi per l’artista “the War” può servire per produrre opere che vanno bene al regime con l’eroismo, la retorica, la propaganda, come il monumento al panciuto Garibaldi che è in mezzo ad una vasca rotonda. In tempo di pace invece la guerra viene condannata apertamente. “Siamo tutti pacifisti e amici di ambedue: Putin e Zelensky”. E gli oligarchi? Ci fanno comodo perché ci acquistano ville lussuose e costose, ormeggiano con “barche” da 65 a 300milioni e qualche Porche Cayenne. Di solito l’artista è di “sinistra”, cioè per i diritti dell’uomo, le libertà, contro i crimini di guerra, il genocidio ed altre barbarie.
“Chissà se Santa Cecilia avrà avuto il tempo di cambiare registro, strada facendo, e puntare sull’attualità “, ci scrive una lettrice”. “Non angoli di scoazze o stanze bianche o nere per giustificare che anche Il nero ha la sua luce (Burri), piante e piantine dentro scarpe o pentolini da discarica ma opere che riguardino la cattiveria, la solitudine, la perversione, la distruzione, il femminicidio, l’annientamento della persona umana con missili, carri armati, droni, elicotteri, arei , bombe a grappolo, supersoniche, al fosforo, mine antiuomo, ecc. che vediamo quasi in tempo reale dai luoghi del terrore.” Questa è la novità assoluta del ’20-’22. I morti e gli spari in diretta, le barzellette e le verità del giorno dopo. I crimini contro l’umanità sono documentati e quelli di guerra si ripetono ogni giorno da una città martire all’altra dell’Ucraina.
Il titolo della mostra Il latte dei sogni è stato preso a prestito da un libro dell’artista surrealista Leonora Carrington (1917-2011), che negli anni Cinquanta in Messico immagina e illustra favole misteriose dapprima direttamente sui muri della sua casa, per poi raccoglierle in un libricino chiamato appunto Il latte dei sogni. Raccontate in uno stile onirico che pare terrorizzasse adulti e bambini, le storie di Carrington immaginano un mondo libero e pieno di infinite possibilitàma anche l’allegoria di un secolo che impone sull’identità una pressione intollerabile, forzando Carrington a vivere come un’esiliata, rinchiusa in ospedali psichiatrici, perenne oggetto di fascinazione e desiderio ma anche figura di rara forza e mistero, sempre in fuga dalle costrizioni di un’identità fissa e coerente.”
Così scrive Cecilia Alemani: “La Mostra nasce dalle numerose conversazioni intercorse con molte artiste e artisti in questi ultimi mesi. Da questi dialoghi sono emerse con insistenza una serie di domande che non solo evocano questo preciso momento storico in cui la sopravvivenza stessa dell’umanità è minacciata, ma che riassumono molte altre questioni che hanno dominato le scienze, le arti e i miti del nostro tempo. Come sta cambiando la definizione di umano? Come si definisce la vita e quali sono le differenze che separano l’animale, il vegetale, l’umano e il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, di altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? E come sarebbe la vita senza di noi?”
Difficile pensare che due anni fa già si sapesse dell’immane disastro causato dalla Russia. Non si tratta di una calamità naturale ma di un disegno preciso e cinico che in termini giuridici sta per “crimini contro l’umanità” e “crimini di guerra”.
Molte prove sono state raccolte. La giustizia busserà alla sua stanza dei bottoni, che sembra quella di un concierge di un grattacielo, o della sua favolosa reggia. Putin finirà come quel topo (da lui raccontato) che, bloccato con la scopa in un angolo, ti può saltare addosso. Aneddoto che si leggeva nella sua biografia abbozzata dall’ex ambasciatore Romano. Putin come una pantegana? Ecco come si può caricaturare lo zar che viene dal popolo e che sta commettendo indisturbato il crimine di genocidio, come ha dichiarato Biden, il presidente americano per giustificare altri 800milioni di dollari per la fornitura di armi non più di difesa ma di attacco. Forse sarà la volta buona che l’Assemblea ONU voti una risoluzione per avviare un’azione investigativa e bloccare l’attuale conflitto.
“Oggi il mondo appare drammaticamente diviso tra ottimismo tecnologico – che promette il perfezionamento all’infinito del corpo umano attraverso la scienza – e lo spettro di una totale presa di controllo da parte delle macchine per mezzo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Questa frattura si è acuita ulteriormente con la pandemia da Covid-19, che ha intensificato ulteriormente le distanze sociali e ha intrappolato gran parte delle interazioni umane dietro le superfici di schermi e dispositivi elettronici.”

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