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Novità in programma

Il Rinascimento rivive a Vicenza: “la bottega dei Bassano detti Dal Ponte”

Marica Rossi

La mostra sulla eccezionale stagione artistica della Vicenza del Cinquecento in Basilica Palladiana meraviglia per gli obiettivi prefissi e raggiunti da Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Mattia Vinco (con Edoardo Demo per gli aspetti economici): mostrare quanto poté una città che scommise sull’idea del fare arte puntando su ricerca, innovazione e capacità di guardar al futuro. Ne sono straordinario esempio i Dal Ponte detti Bassano e le loro botteghe per merito di Jacopo, figura che risponde all’assunto dei curatori di non alimentare l’idea dell’artista genio ma dimostrare che la terra vicentina fu favolosa grazie a personalità di talento artistico con l’acume d’organizzar botteghe, produzioni, creando nuovi modelli e tessendo reti a vasto raggio. Gente che sapeva far lavorare famigliari, allievi, assistenti, apprendisti, garzoni e pure collaboratori esterni allora chiamati ‘giovani’. Jacopo se l’era prefisso da che mandato dal padre a Venezia da Bonifazio de’ Pitati, era costretto, come si dice, ‘a robar co l’ocio’! Si raccontava “che quando Bonifacio dipingeva si serrava in camera e che Jacopo per il foro della chiave osservasse il fare di lui e che in questa guisa apparisse il modo del suo pingere…” (Cenni Biografici. Francesco e Lucia Pizzardini. “Jacopo Bassano una lunga vita dedicata alla pittura”.

Avvantaggiato in quanto figlio d’arte (il padre Francesco detto il vecchio per esser distinto dal nipote Francesco, fu allievo a Vicenza di Giovanni Speranza seguace di B. Montagna) Jacopo (1510-1592) trovò nella natale Bassano di che realizzarsi da artista e da imprenditore. Grazie ad un eclettismo che lo portava ad invenzioni idrauliche, a disegnar mobili, armature, e oggetti come ceri pasquali e statuette in marzapane oltre alle rinomate pale d’altare e agli ambitissimi dipinti con soggetti e temi sacri e anche mitologici, poterono impiegare i propri talenti anche i suoi quattro figli maschi. I più bravi Francesco (primogenito) e Leandro (il terzo) ebbero il privilegio di dipingere a stretto contatto con il padre che affidò loro anche dopo la sua morte l’atelier in laguna. Gli altri due furono invece destinati a diventare gli amministratori unici dell’impresa bassanese ricevendo poi per volontà testamentarie (febbraio 1592 a due giorni dal decesso il 13 del mese) l’enorme quantità di materiale dell’inventario della bottega (Carlo Corsato “Dai Dal Ponte. Eredità di Jacopo, le botteghe dei figli e l’identità artistica di Michele Pietra”).  La bassanese era sempre stata la casa madre per la costante presenza di Jacopo, munito com’era di doti professionali inarrivabili (invenzione + mestiere) e saggezza, religiosità e dedizione alla famiglia. Sensibile alla bellezza della natura e degli animali dotò questi ultimi dello stesso sguardo ‘umano’ delle persone, come per l’amato gatto che teneva in atelier e sbucava spesso nelle sue composizioni. Anzi, come afferma la studiosa (pure artista dell’incisione) Marina Alberghini in “Jacopo Bassano e il suo gatto” Arti Grafiche COLOR BLACK Novate Milanese”, Jacopo col suo gatto Menegheto formò una strana coppia. Un duetto fatto dell’idealismo e generosità di lui vero patriarca biblico e della sospettosità, tetraggine e bruttezza del felino. Un tutto che incuriosisce per come il pittore lo ritrasse realisticamente curando di variarne l’aspetto negli anni come uno di noi che inesorabilmente invecchia!

Tornando al modo di produrre della bottega, c’è da dire che pur essendo probabile che Jacopo facesse uso dei cartoni, furono fondamentali per la replicazione dei soggetti i disegni da trasferire sulla tela opportunamente scalati. Molto importante però anche la preparazione dei fondali architettonici e paesaggistici nei quali venivano inserite in maniera modulare singole figure che potevano essere combinate con altre in infinite variazioni e sempre tramite una suddivisione del lavoro e dei compiti come d’uso nelle grandi botteghe (Francesca del Torre nel catalogo della mostra). A Francesco (che fu autonomo nell’invenzione) e a Leandro (forte nell’esecuzione) Jacopo concedette presto la firma accanto alla sua. Gli altri due acquistarono via via autorevolezza nell’atelier di Bassano in diverse guise. Infatti Gerolamo (che frequentò anche medicina nello studio di Padova dove incontrò Galileo estimatore dei dipinti dei Dal Ponte) era ‘abilissimo copista’ di Jacopo (C. Ridolfi ne “Le maraviglie dell’ arte”, Venezia 1648), mentre Giambattista era spigliato nelle trasposizioni dei moduli su tela. Questo sistema proto-industriale ha origine nella formazione artistica di Jacopo per i metodi di progettazione e nella pratica di copiare le tele in studio con lucidi che consentivano di replicare all’infinito le composizioni. Così nella fucina dove le risorse erano sfruttate al massimo a fronte della crescente richiesta, avveniva che il maestro definisse le idee, ne calibrasse le componenti espressive partendo da una figurazione originale e insegnando la preparazione dei colori prima di metter in cantiere la traduzione anche seriale dei soggetti. E se è vero che le repliche erano una consuetudine nel Rinascimento, è fuor di dubbio che quei lavori replicati dai Bassano restano unici. Lo ribadisce il curatore Mattia Vinco in linea con quanto scrive Francesca del Torre approfondendo il ruolo e la funzione della bottega. Un clan d’artisti il cui grande valore risulta inversamente proporzionale al loro modesto stile di vita. Non avevano un cavallo proprio neanche per gli spostamenti di lavoro! (Michelangelo Muraro, ” Il libro secondo di dare e avere della famiglia Dal Ponte con diversi per pitture fatte”). Anzi va detto che molto di quello che si sa della destinazione delle opere, della committenza, dei costi e dei ricavi delle botteghe è proprio merito del ritrovamento del succitato “Secondo libro dei conti” ad opera dell’accademico vicentino Michelangelo Muraro. Allo stesso modo, come spesso ha ricordato Vittorio Sgarbi, va a Muraro il merito del ritrovamento nella chiesa del suo paese natio Sossano di “Sant’Anna fra San Francesco e San Girolamo”, 1541, opera fondamentale di Jacopo Bassano nel momento del suo contatto più vivo con il manierismo centro-italiano.

Si tratta della pala che Jacopo Dal Ponte fornì ai padri riformati di Asolo nel 1541 con una Sant’Anna che tiene in braccio la Vergine mentre ai lati stanno San Girolamo e San Francesco. L’opera scompare da Asolo al tempo di Napoleone. Nel 1815, si ha menzione della sua presenza all’Accademia di Venezia. Poi fu considerata smarrita. Nel 1883 il dipinto (147×103) fu assegnato alla chiesa di Sossano Veneto dove appunto nel 1947, il prof. Muraro la riconobbe. ( “Ritrovamento di un’opera di Jacopo Bassano”, ARTE VENETA, 1, 1947, N.287).

particolari di alcune opere in mostra alla Palladiana: J.Bassano, "Ritratto di cani..."; Andata al calvario...."

6 luglio 1970 nasce la Regione del Veneto – La nostra Storia

(di Roberto Ciambetti Presidente del Consiglio regionale del Veneto)

Il 6 luglio 1970 si riuniva nella grande sala di Ca’ Corner il primo Consiglio regionale del Veneto, presieduto dal consigliere anziano il democristiano bassanese Giovanni Bottecchia.

Primo presidente del Consiglio verrà eletto Vito Orcalli e primo presidente della Giunta, ad agosto, il veronese Angelo Tomelleri.
Sin dalla prima seduta è evidente il sentimento autonomista trasversale alle forze politiche, con l’eccezione dell’opposizione missina e, più smorzata e di diverso tenore, del Partito Liberale. Le cronache narrano di un Veneto percorso da forti tensioni in una terra dove non s’era arrestato, anzi, l’esodo dalle campagne, dove non s’era ancora diffusa la piccola e media industria e il terziario era ancora in via di sviluppo. Rispetto alle altre aree del Paese, il Veneto scontava ancora una certa arretratezza economica e un ritardo infrastrutturale, ciò non di meno la maggioranza dei consiglieri credeva fermamente nell’autonomia e nell’autogoverno nella convinzione di poter dare risposte adeguate alle domande emergenti dalla società veneta.
La speciale commissione Statuto composta da una ventina di consiglieri e  presieduta da un giovanissimo Marino Cortese, affiancato dal professor Feliciano Benvenuti, uno dei massimi studiosi del Diritto costituzionale in Italia, presenterà al Consiglio regionale già il 3 novembre uno schema di statuto che verrà approvato il mese successivo, il 4 dicembre, con 47 voti a favore e uno solo, il missino,  contrario. L’articolo 2 di quel testo recita: “L’ autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia. La Regione concorre alla valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico delle singole comunità”. Il segnale è chiarissimo: si parla di caratteristiche specifiche della storia e delle tradizioni del popolo veneto che dichiara il proprio diritto all’autogoverno.
Il 22 ottobre del 2017 oltre 2 milioni 273 mila elettori residenti in Veneto ribadiscono questa aspirazione partecipando al Referendum indetto dalla Regione, con un risultato che non può essere ignorato, come aveva già spiegato la Corte costituzionale nel 1992 quando il Consiglio regionale approvò la richiesta di consultazione popolare per chiedere per il Veneto il riconoscimento di regione a Statuto speciale, richiesta impugnata dal governo di allora. La richiesta di autonomia è un tema che ha sempre attraversato le dieci legislature di questi cinquant’anni in cui il Veneto è mutato profondamente: da regione a impianto rurale a motore del manifatturiero europeo, proiettata su scala internazionale.
Cinquant’anni dopo la prima seduta del Consiglio regionale, possiamo dire che il Veneto ha vinto la sua scommessa dimostrando una capacità di gestione straordinaria proprio nell’unica materia su cui ha effettiva competenza, la sanità, durante la pandemia che ha messo in crisi quasi tutte le nazioni più avanzate. Com’era accaduto per il policentrismo diffuso e l’economia della piccola e media impresa anche la sanità veneta è stata presa a modello e studiata a livello internazionale.
Cinquant’anni dopo il 6 luglio, la Regione del Veneto ha diritto ad ottenere quell’autonomia che ha conquistato guidando una regione da povera che era al benessere. E’ il risulto di uno sforzo comune, a cui tutti gli attori sociali, economici, culturale e politici hanno contribuito, con contraddizioni, errori, limiti, ma anche con risultati inattesi, insperati e grande capacità. A chi dice che le Regioni non servono, possiamo ribattere con i fatti, con la nostra storia.  Una grande storia (e non solo, ma anche, per questi ultimi cinquant’anni).

(Angelo Miatello, Aidanews)

GIAMBATTISTA PIRANESI (1720-1778) A BASSANO DEL GRAPPA PER SCONFIGGERE IL CORONAVIRUS DAL 20 GIUGNO

Dopo Albrecht Dürer, le sale restaurate di Palazzo Sturm accolgono un altro tra i giganti dell’incisione mondiale: Giambattista Piranesi (1720-1778).
La mostra — a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza — propone tutti i capolavori grafici di Giambattista Piranesi patrimonio delle raccolte bassanesi. Un corpus completo che comprende incisioni sciolte e molte altre racchiuse in volumi ai quali si aggiunge la serie completa delle Carceri d’Invenzione proveniente dalle collezioni della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
La città di Bassano del Grappa ha scelto di omaggiare il grande genio di Piranesi in occasione del terzo centenario della sua nascita (4 ottobre 1720).
«Il patrimonio conservato nei nostri Musei Civici non cessa di stupirci» dichiara Elena Pavan, Sindaco di Bassano del Grappa, «il desiderio di aprire i nostri archivi e di valorizzare le nostre collezioni nascoste ci permette ora, per la prima volta nella storia dei nostri musei, di ammirare i capolavori grafici di Piranesi e di coglierne il genio artistico e la straordinaria abilità nella tecnica incisoria».
Il patrimonio grafico dell’artista di origini venete, che conta a Bassano circa 570 opere, viene esposto nel quarto e quinto piano di Palazzo Sturm, spazi destinati alle esposizioni temporanee, inaugurati dopo l’ultima campagna di restauro, con la mostra Albrecht Dürer. La collezione Remondini. L’esposizione, che ha riscosso un gran successo di pubblico e di critica, ha inaugurato il filone dedicato all’arte incisoria — di cui Palazzo Sturm conserva uno dei patrimoni più importanti al mondo — esponendo all’interno di teche in acciaio e vetro quelle opere che per motivi conservativi non sono tradizionalmente esposte al pubblico. L’allestimento è costituito da cinquantasei teche progettate dallo studio APML architetti, strutture pensate per preservare le condizioni ottimali di conservazione delle opere sia da un punto di vista microclimatico che luministico.
«Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo è la mostra completa delle incisioni piranesiane conservate a Bassano» afferma Chiara Casarin, curatore della mostra, «una mostra che risponde alla volontà di esporre al pubblico i tesori conservati nella sala stampe e negli archivi della Biblioteca e che conferma, ancora una volta, quanto l’insegnamento degli antichi sia vivo nell’arte contemporanea».
«La mostra che i Musei Civici di Bassano dedicano al genio di Piranesi» dichiara Pierluigi Panza, curatore della mostra, «testimonia un importante progresso nello studio delle collezioni permanenti della città e consente di sottolineare alcune precisazioni sulle vicende biografiche dell’artista e della sua famiglia».
Disegnatore, incisore, antiquario e architetto, Giambattista Piranesi è considerato il più grande esponente dell’incisione veneta del Settecento.
La sua attività ha influenzato non solo architetti ma anche scenografi e pittori oltre che lasciare un forte impatto anche sulla fantasia letteraria. Veneto di nascita ma romano d’adozione, Piranesi si presenta in questa mostra con tutta la sua incredibile potenza grafica.
Giunto a Roma appena ventenne, decide di trasferirvisi definitivamente a partire dal 1746, iniziando la produzione delle celebriVedute di Roma: raccolte di tavole raffiguranti ruderi classici e monumenti antichi, tra cui quelle presenti nelle collezioni di Bassano del Grappa. Architetto di un unico edificio, la chiesa di Santa Maria del Priorato a Roma, Piranesi diede vita nelle sue incisioni ad architetture che stupirono il mondo, magnificamente oniriche ma al contempo potentemente concrete e per questo destinate a colpire la fantasia di molti. Di lui parlarono con ammirazione sconfinata non solo esperti d’arte e di architettura ma anche poeti e scrittori; tra i molti Marguerite Yourcenar volle dedicargli una biografia dove, a proposito delle Carceri – l’opera forse più famosa di Piranesi – scrive trattarsi di «una delle opere più segrete che ci abbia lasciato in eredità un uomo del XVIII secolo».
Per la prima volta nella loro storia i Musei Civici di Bassano del Grappa espongono al pubblico il corpus completo di incisioni piranesiane presenti nelle collezioni permanenti cittadine. Un corpus completo che comprende le più celebri Vedute di Roma: tavole raffiguranti i monumenti antichi realizzate dall’artista nell’intero arco della sua vita. A queste si aggiungono i quattro tomi delle Antichità Romane, preziosi volumi che costituiscono il fulcro della visione archeologica di Piranesi. Fondamentali per l’intera opera piranesiana e, allo stesso tempo, punto di partenza per le opere successive di argomento analogo e complementare, queste tavole forniscono un quadro unitario organico della città di Roma attraverso l’individuazione dei monumenti, delle zone e degli spazi, della cinta muraria, della rete degli acquedotti e delle porte urbane.
La mostra gode dell’importante collaborazione della Fondazione Giorgio Cini di Venezia per il prestito delle 16 tavole tratte dalla celebre serie delle Carceri d’Invenzione. Pubblicata una prima volta nel 1748, l’opera completa viene data alle stampe nel 1761, diffusa con il titolo Carceri d’Invenzione di G. Battista Piranesi archit. vene. Per la loro straordinaria libertà di immaginazione e per la capacità di trasferire nel segno grafico una sensibilità pittorica, le incisioni rivelano l’influenza dei Capricci di Giambattista Tiepolo, incontrato da Piranesi presumibilmente nel 1745, poco prima della sua ripartenza per Roma. Assieme alle Vedute, leCarceri d’Invenzione costituiscono l’opera più famosa della produzione piranesiana e testimoniano la grande abilità nell’uso della tecnica incisoria da parte dell’artista.
In mostra due video approfondiscono il percorso espositivo e narrano il successo di Giambattista Piranesi all’estero, i punti salienti della vita dell’artista a partire dal ritrovamento dell’atto di battesimo. Si tratta di The Lumière Mystérieuse, scritto e diretto da Massimo Becattini e Giovan Battista Piranesi 1720-1778, realizzato in occasione della grande mostra dedicata all’artista nel 1978 dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo si completa con il film che Factum Arte ha realizzato in occasione della mostra Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer, organizzata dalla Fondazione Giorgio Cini nel 2010. Il video di animazione, creato da Grégoire Dupond per Factum Arte, ricostruisce tridimensionalmente ogni ambiente delle 16 tavole delleCarceri, dando allo spettatore la sensazione di poter camminare all’interno di questi spazi contraddittori e visionari.
Nelle Carceri così come in tutte le sue acqueforti la decadenza di Roma viene esaltata nella sua terribile bellezza con una carica visionaria che ha saputo esercitare un importantissimo riferimento artistico per la cultura contemporanea. In mostra sono esposte anche le lettere tra il conte Remondini di Bassano del Grappa e Francesco Piranesi, figlio di Giovambattista e continuatore dell’attività. Nel catalogo sono inoltre presentati nuovi documenti relativi alla genealogia di Piranesi e ai suoi rapporti con Venezia.
Luca Pignatelli è l’artista contemporaneo con il quale i curatori della mostra vogliono testimoniare quanto, ancora una volta, l’insegnamento artistico degli antichi sia vivo nella produzione artistica del presente. Come in Piranesi, anche nei lavori di Pignatelli la storia è assoluta protagonista e diventa di volta in volta quella che lo stesso artista definisce una “rappresentazione stratificata del tempo”. Gli orologi inseriti nella Veduta del Castello dell’Acqua Felice di Pignatelli, oggi, raccontano questa storia e lo fanno mostrandosi in qualità di piccoli oggetti perfetti che hanno scandito il passato e determinato la vita di molti uomini.
Il catalogo scientifico della mostra edito da Silvana Editore, a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza, presenta tutte le opere e le incisioni di Piranesi esposte a Palazzo Sturm con i testi di Chiara Casarin, Pierluigi Panza, Luca Massimo Barbero, Enzo Di Martino, Manlio Brusatin e Stefano Pagliantini.
In attesa dell’apertura delle porte al pubblico il prossimo 20 giugno, i Musei Civici raccontano la mostra nei canali social con video d’approfondimento e incursioni nel backstage, dettagli e curiosità sulle opere.

Musei Civici Bassano del Grappa
Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo
A cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza
Palazzo Sturm 20.6—19.10.2020

Guggenheim Collection: 40 anni di storia

Nell’aprile del 1980 alcuni giovani furono invitati a collaborare alla fase di apertura al pubblico della Collezione Peggy Guggenheim. Nel corso degli anni questo invito informale si è trasformato in un programma di tirocinio di fama internazionale che ha accolto dall’80 a oggi centinaia di migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo, accomunati dalla grande passione per l’arte. Primo e unico nel suo genere, il programma offre un’opportunità di studio e un’occasione di lavoro tanto ampia e varia quanto la Collezione stessa. Il tirocinio presso la Collezione Peggy Guggenheim consente a tutti coloro che sono interessati a una carriera nel mondo dell’arte, di godere del contatto ravvicinato con i capolavori del Novecento, di partecipare allo stimolante ambiente culturale che il museo e la città stessa di Venezia sanno offrire, e vivere al tempo stesso un’esperienza di crescita unica, personale, curriculare e professionale. Dal 1980 a oggi il programma si è sviluppato seguendo l’ampliamento del museo stesso e passando da 6 a 30 tirocinanti al mese. Nel 2019, da circa 1000 candidature, sono stati accettati 157 studenti provenienti da 47 paesi diversi del mondo. Il programma è coordinato dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York ed è gestito dal Dipartimento Educazione del museo che ne organizza le attività giornaliere e settimanali.

Vostra,
Karole P. B. Vail
Direttrice Collezione Peggy Guggenheim

Fin dalla sua apertura la Collezione Peggy Guggenheim ha dunque creduto nel ruolo fondamentale della formazione e nel sostegno delle nuove generazioni in qualità di portavoce del messaggio del museo. Per questo, oggi più che mai, desideriamo celebrare questi primi 40 anni attraverso lo sguardo e le parole dei tantissimi giovani che nel corso di 4 decadi hanno portato alta la bandiera della PGC in tutto il mondo!
Attraverso un lungo racconto di immagini e video, ogni giovedì sulle piattaforme social del museo sarà possibile rivivere tappa dopo tappa questi primi 40 anni della Collezione e del suo programma di tirocinio, ripercorrendo le mostre organizzate dagli anni ’80 al 2019, e ascoltando dalla voce degli stagisti di ieri e di oggi come l’esperienza alla Collezione Peggy Guggenheim abbia cambiato le loro vite.

Buon compleanno PGC!

Una lezione del dr. Claudio Beltramello: significato e uso della mascherina chirurgica. Propaganda live contro il governatore Zaia

Il dr. Claudio Beltramello, dopo mesi che assistiamo al valzer delle mascherine riprese dalle televisioni mondiali, nazionali, regionali e video privati (dalla Cina al Veneto), finalmente ci dà una lezione sull’uso della mascherina cosiddetta “chirurgica”, quella che lui conosce meglio nell’ambito ospedaliero. Il video postato su youtube è di ieri, 22 marzo 2020. A Castelfranco siamo in campagna elettorale, sospesa ma sotto traccia.

Il dr. Claudio Beltramello è medico igienista (ULSS 2) con un corposo curriculum formativo e professionale. Non sappiamo come mai ci siano voluti mesi per informarci con chiarezza in che cosa consistesse “La mascherina” e perché si chiamasse “chirurgica” e quali fossero le altre, da lui velocemente indicate nel video di 9:15 m., con sigle “FFP2” e “FFP3” che hanno speciali filtri di entrata con carboni, ed una presa “diretta tra il naso e la bocca”.  Già i giornali, circa dieci giorni fa, quando scoppiò, lo scandalo del totale esaurimento di scorte presso le farmacie, come altri prodotti per l’igiene (amuchina, alcol, guanti in lattice) iniziarono a dare qualche informazione con immagini o schede tecniche. Naturalmente erano mascherine di marche ben scelte. Da qui in poi, ci fu un fai da te scandaloso ed un tiro al bersaglio mobile contro questo o quel politico (“il più stupido” fino ad ora, si sarebbe manifestato il ministro Boccia che, in conferenza stampa nella sede romana della Protezione civile nazionale, si presentò con una specie di mascherina (?) che gli penzolava dall’orecchio destro. Forse alludeva alle mascherine “Made in Veneto?” La blogger Selvaggia Lucarelli ne fece una caricatura della coppia “Boccia-De Girolamo” piuttosto tragica o comica alla Totò. Un ministro può prendere per i fondelli i Veneti?) [ndr: vedi http://www.Tpi.it ]

La burocrazia sanitaria ha i suoi tempi e i suoi protocolli. Non è roba per tutti. Nel frattempo, con un’escalation tale dal 21 febbraio scorso, la confusione si è talmente espansa che ha superato l’algoritmo del coronavirus: si vedono in giro indossare mille tipi di mascherine, azzurrine pieghettate (tipo Miyachi), bianche, nere, poche rosse, tante verdi, di plastica per marmisti (sic), alcune molto elaborate con la marca 3M, altre con un tappo rosso o blu, quelle fai da te della nonna, di tessuto riciclato oppure di carta assorbente, come quella per le mani da cucina o da stazione di servizio. Persino fatte con salviette per bambini o quelle in stile “arabo” (senza nessuna offesa). Poi ci sono persone che si mettono una sciarpa con il Sole cocente e chi ancora non mette nulla perché respira con la bocca! (i più contagiosi). Altri che ti dicono: non le ho trovate. Dappertutto esaurite. E qui l’igienista di Castelfranco avrebbe potuto postare un video di protesta e appello: “santo buon governo, procuraci le mascherine. Ti prego, a nome dei miei compagni e amici.

Il governo spinto dall’emergenza e dai numeri che crescono, morti, ricoverati, servizi insufficienti, strutture inadeguate (contagiati molto vicini ad altri reparti, pronto soccorso fragili, personale sanitario molto a rischio), un via vai di ambulanze e camion militari non per l’ordine pubblico ma per il crematorio più vicino, insiste sulle misure “drastiche” per il bene del Paese, o meglio mettendo in primo piano la nostra salute. Il motto è “resta a casa” la mascherina non serve. Al massimo cammina per duecento metri da casa tua.
E fin qui sembrerebbe comprensibile la politica del governo che fa di tutto per arginare i danni della peste incoronata ed arrestare il numero delle vittime. Governo che è consapevole di una macchina che non ha né la benzina né gli uomini a sufficienza. Tutto il Meridione lo sta dimostrando ed il Nord tra poco andrà in default. Trasmissione “Non è l’Arena” di Giletti (ieri sera).

La lezione del dr. Beltramello è chiara, anzi siamo convinti che nemmeno il Ministro Speranza sia in grado di superarlo per chiarezza nella comunicazione che non è mai stata effettuata e ripetuta su scala nazionale, preferendo, il politicamente corretto degli “spot di testimonial e influencer” nel raccomandare “resta a casa”.  Nella sua veste di medico igienista dell’ULSS 2 e dopo aver consultato prima i suoi diretti superiori, poi quelli a livello politico (è iscritto al Pd, già candidato sindaco alle comunali di cinque anni fa), ha deciso di dedicare un pomeriggio per la sua lezione di sanità pubblica con video postato su Youtube.

E’ giusto informare, siamo in democrazia e non in una dittatura.

Tra governo centrale e regione Veneto non circola buon sangue. Ma non è la sola, suvvia: Lazio, Emilia Romagna, Toscana… Troppi miliardi il settore brucia ad ogni semestre. Le Ulss sono roccaforti inviolabili di tante specie e serie, lo sanno tutti. La sanità calabrese è commissariata da un bel po’.
La sua opinione sulla qualità della “mascherina Made in Veneto” presuppone comunque un test personale prima di dare il voto e se nel caso fosse nociva, dovrebbe a posteriori denunciarla non con youtube ma con una carta bollata. Oppure, sarebbe stato auspicabile offrire la sua preparazione per migliorarla. Non è un prodotto commestibile, nemmeno per le tarme e sicuramente più igienica dei milioni di fazzolettini e rotoli di carta igienica che nessuno sa quanto cloro e altre “buone sostanze” contegono…. La mascherina di Grafica Veneta è la risposta come i fazzolettini per il naso. Non ha nessuna velleità di combattere il covid-19.

La mascherina distribuita dalla Protezione civile contiene queste due scritte: “NON E’ UN DISPOSITIVO DI PROTEZIONE INDIVIDUALE” e sotto “ARTICOLO MONOUSO” e che il prodotto usato è del tipo “TESSUTO NON TESSUTO”.

CARATTERISTICHE
Si tratta di una mascherina dall’aspetto inedito, realizzata con un “tessuto non tessuto”, consistente, morbida, resistente all’umidità, a elevata capacità di barriera, facile da indossare anche per gli anziani, utilissima per la protezione delle persone (circa l’80% del totale) nell’ambito della vita quotidiana che ora, ha annunciato Zaia, sarà distribuita da Protezione Civile e Volontari in confezioni da 10 a 20 pezzi in punti particolarmente adatti a creare un’osmosi di diffusione su tutto il territorio, per esempio fuori dagli ospedali ai visitatori che vi arrivano privi di protezione, nei supermercati e nella rete commerciale ancora aperta.
LA PRODUZIONE
La potenzialità produttiva della mascherina presentata oggi è di 500-700 mila pezzi al giorno (800 mila ne sono già state prodotte) ma, “in circa dieci giorni – ha detto Franceschi – siamo in grado di arrivare a 1,5 milioni al giorno”. Franceschi ha anche annunciato che due milioni di pezzi saranno regalati alla Regione Veneto per gli usi più opportuni.

P.S. Catelfranco Veneto, 21 febbraio 2020: Qui si vivacchia e le giostre sono prontissime a partire per la sfilata dei carri della provincia di Padova di domani ecc. ecc. Albert Farchadi da Ginevra mi manda un post per chiedermi che sta succedendo in Italia? Anche Juli dal Belgio pone una domanda simile. Boh? Alla sera andammo ad una conferenza del dr. Cecchetto tenutasi in una sala stipata di gente, molte le persone anziane.  Giorno, dopo giorno, i matematici avevano ragione.

MUVE: Chimere, basilischi e unicorni. Da casa visite virtuali non stop

La natura è meravigliosa, ma può diventare spaventosa. Lo sapevano bene anche gli antichi confezionatori di chimere e basilischi, che componevano pezzi di animali diversi, con l’aggiunta talvolta di occhi di vetro, per creare mostri. Nel Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue ne sono conservati due esemplari, in spazi ispirati dalleWunderkammer, le cinquecentesche “camere delle meraviglie” costruite nelle abitazioni di ricchi nobili collezionisti e di qualche studioso. Non di rado vittima di truffatori, come raccontò anche Carlo Goldoni nel suo La bottega dell’antiquario, con il conte Anselmo buggerato da Arlecchino e Colombina che travestiti gli vendono finti fossili in cambio di zecchini d’oro, e pure gli animali fantastici erano ceduti a peso d’oro.
La chimera del Museo che somiglia a una sirena è di difficile datazione e provenienza sconosciuta: inizialmente venne descritta come “torso di scimmia unito a una coda di pesce”, ma recenti interventi di restauro hanno rivelato una natura più complessa, con parti in legno, peli e unghie di mammifero e parti diverse di pesci.
Il basilisco invece è composto a partire da un pesce angelo di piccole dimensioni, molto usato in quest’arte mistificatoria con altri pesci cartilaginei, come la razza chiodata. Il suo autore parrebbe essere Leone Tartaglini, celebre cinquecentesco imbalsamatore e ciarlatano di origini toscane che visse a Venezia, dove pubblicò anche due libelli (oggi conservati alla Marciana) e produsse la polvere corallina, usata come vermifugo, per la quale ricevette nel 1563 la licenza dei provveditori alla Sanità.
La moda della collezione di oggetti naturali esotici e bizzarri dei secoli XVI e XVII faceva accogliere anche l’inverosimile, per poter sfoggiare reperti esclusivi, ma già da allora ci furono dubbi sulla loro veridicità. Mentre su oggetti reali si creavano leggende, come per il dente del narvalo, anche questo nella collezione del Museo di Storia Naturale con pezzi di diverse misure e provenienze, che fino al Settecento si credette fosse il corno dell’Unicorno.
Anche il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue è visitabile in Google Arts & Culture con tour virtuali e il Museo delle Emozioni. Buona visita!

Queste e altre notizie, storie, opere le trovate anche nei social dei Musei. Qui di seguito la lista dei nostri 11 musei con il link a Facebook (ma siamo anche su Twitter e Instagram)

Fondazione Musei Civici 
Palazzo Ducale
Museo Correr 
Torre dell’Orologio 
Ca’ Rezzonico Museo del Settecento Veneziano 
Ca’ Pesaro Galleria Internazionale d’Arte Moderna 
Palazzo Fortuny 
Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue 
Casa di Carlo Goldoni 
Museo del Vetro a Murano 
Museo del Merletto a Burano 
Museo di Palazzo Mocenigo Centro Studi di Storia del Tessuto del Costume e del Profumo 
Servizi Educativi MUVE 

GIORGIONE BARBARELLA, LA VIA DELLA VERITA’

BARBARELLA, AVETE NEGATO UN FIGLIO ALLA NASCITA. FU UN DELITTO.

A tal punto, passata la tempesta, e data la notorietà del fenomeno Giorgione, si escogitò di:

  1. “autografare con un grosso lapis” sul retro della tavola una dedica firmata “Giorgio Barbarelli” in perfetto italiano nel 1803, che potrebbe essere stata ulteriormente “affrancata” nel 1878 da un altro restauratore;

2. murare una lapide nel 1638 della famiglia Barbarella nella “chiesa di dentro” di S. Liberale che andrà persa con la demolizione del fabbricato quattrocentesco NEL 1756.. Dell’epigrafe si conosce solo la trascrizione del Federici, con aggiunte le variazioni del Melchiori e del Tescari “Ob perpetuum laboris ardui monumentum / in hac fratris (fratribus Melchiori) / obtinendo plebem suscepti / virtutisque præclaræ Jacobi et Nicolai seniorum / ac Giorgionis summi pictoris memoriam / vetustate collapsam pietate vestauratam (vestaurandam Melchiori e Tescari) / Mattheus et Hercules Barbarella fratres / sibi posterisque construi fecerunt / donec veniat… / dies // Anno Domini MDCXXXVIII Mense Augusti.[1]

La discendenza di Giorgio dai “Barbarella” lombardi non inizia da Giorgio Vasari che lo nomina così:
Questi fu Giorgio che in Castelfranco in sul trevigiano nacque l’anno 1478, essendo Doge Giovan Mozzenigo, fratel del Doge Piero, dalle fattezze della persona e dalla grandezza dell’animo chiamato poi col tempo Giorgione.
Il quale, quantunque egli fusse nato d’umilissima stirpe, non fu però se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia e dilettossi continovamente de le cose d’amore e piacqueli il suono del liuto mirabilmente e tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili.

 

Riepilogando

— 1511, morte di Giorgione al Lazzareto Novo
– -1638, posa della lapide nella chiesa antica di san Liberale (qualcuno ha ascritto che sarebbe rientrate le spoglie dell’artista, quando?)
– -1668, mezzo secolo dopo la posa della lapide, Carlo Ridolfi vede la lastra tombale
Da famiglia semplicissima il Giorgione proveniva da “stirpe agiata”, ricca di notai e signori a Vedelago.
– -1556, Giorgio Vasari scrive la prima “antologia” di architetti, pittori e scultori del Rinascimento italiano La biografia di Giorgione viene subito dopo Lionardo Da Vinci, con meno pagine ma sempre in dolce compagnia.
Il Vasari parla di “fuoco” che quest’uomo aveva nelle vene.
E’ una vittima di peste che si collega indirettamente agli “amori” con delle belle donne, unica spiegazione perchè la donna è un soggetto caro a Giorgione: “allevato in Vinegia e si dilettò continuamente di cose d’amore”.
La peste può essere anche la sifilide molto frequente nelle città di porto con tanti stranieri come a Venezia. Non ci sono bollettini medici.
Il fatto però che questa tesi del Vasari sarà poi rimarcata dal Ridolfi che vi aggiungerà qualcosa di più drammatico per l’artista, si trasformerà in uno scandalo per i puritani.
Si scarica la colpa sulla donna che l’avrebbe contagiato, quindi l’uomo è mezzo salvo. Il soggetto non sarà più annoverato come pittore ma come un dongiovanni pittore che ammaliava donne e giovinette con la sua voce soave: la Madonna di Castelfranco sarà persino oltraggiata da qualcuno che la trasformerà in “CECILIA”, che qualche imbecille credeva fosse la causa della morte di Giorgione. A Castelfranco tutti ci credono, dal primo monsignore (Camavitto) all’ultimo prete di campagna (Crico), dal primo cittadino (Marta) all’ultimo dei beolchi (Toni). Persino qualche donna ci cade sopra la storiella metropolitana.
Venne il 1885 e Pietro Cossa scrisse il dramma Cecilia che ebbe uno strepitoso successo a Roma, Milano e Torino.
CECILIA FU VITTIMA D UNO STUPRO DEL LUZZO [MORTO DI FELTRE] E INVISA DALLA GELOSISSIMA GIULIA GRIMANI.
Giorgione le vuole bene così com’è con la figlia nata a seguito di un rapporto maldestro del Luzzo, un vigliacco che l’abbandonò e dovette la sventurata arrangiarsi.

Allegati (Vasari)

Ne’ medesimi tempi che Fiorenza acquistava tanta fama, per l’opere di Lionardo, arrecò non piccolo ornamento a Vinezia la virtù et eccellenza [di] un suo cittadino, il quale di gran lunga passò i Bellini, da loro tenuti in tanto pregio, e qualunque altro fino a quel tempo avesse in quella città dipinto.
Il quale, quantunque egli fusse nato d’umilissima stirpe, non fu però se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia e dilettossi continovamente de le cose d’amore e piacqueli il suono del liuto mirabilmente e tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili.

Mentre Giorgione attendeva ad onorare e sé e la patria sua, nel molto conversar, che e’ faceva per trattenere con la musica molti suoi amici, si innamorò d’una madonna, e molto goderono l’uno e l’altra de’ loro amori. Avvenne che l’anno 1511 ella infettò di peste, non ne sapendo però altro, e praticandovi Giorgione al solito, se li appiccò la peste di maniera, che in breve tempo nella età sua di 34 anni, se ne passò a l’altra vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici, che lo amavano per le sue virtù, e danno del mondo, che perse. Pure tollerarono il danno e la perdita con lo esser restati loro due eccellenti suoi creati Sebastiano Viniziano, che fu poi frate del Piombo a Roma, e Tiziano da Cadore, che non solo lo paragonò, ma lo ha superato grandemente, de’ quali a suo luogo si dirà pienamente l’onore e l’utile che hanno fatto a questa arte.

  1. G. Bordignon Favero, 1955, p. 16, nota 2 (errore di datazione Anno Domini MDCXXX); migliore J. Anderson, n. 31, p. 351.
  2. Copyright 2020 Angelo Miatello

CortinAteatro 2020 dal 12 febbraio al 30 aprile

Si è tenuta una conferenza stampa a Palazzo Grandi Stazioni | Venezia stamane alle ore 11:30 per la presentazione del protocollo d’intesa tra il Teatro Stabile del Veneto e il Comune di Cortina e della stagione CortinAteatro 2020 organizzata in collaborazione con Musincantus.
Presentato il cartellone della stagione CortinAteatro. Una stagione stellare, organizzata dal Teatro Stabile del Veneto e da Musincantus. Sono intervenuti: Gianpietro Ghedina – sindaco di Cortina d’Ampezzo, Giampiero Beltotto – presidente del Teatro Stabile del Veneto, Massimo Ongaro – direttore del Teatro Stabile del Veneto, Edoardo Bottacin – presidente dell’associazione Musincantus.

Roberto Cicutto, nuovo presidente della Biennale di Venezia

 

Dopo quasi un secolo la Biennale torna ad un veneziano! Il 2020 porta bene.

«Sarà il veneziano Roberto Cicutto il nuovo presidente de La Biennale di Venezia».
Lo comunica il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini che ha avviato questa mattina la procedura di nomina. «Una candidatura prestigiosa per una delle più importanti istituzioni culturali italiane» ha commentato Franceschini augurando «buon lavoro a Cicutto per questa nuova fantastica sfida». Cicutto subentra a Paolo Baratta che il ministro ringrazia.
«Negli ultimi anni la Biennale ha vissuto un processo di rinnovamento in tutti i settori di attività e ha incrementato la sua già notevole fama sulla scena internazionale. Questo è stato possibile grazie al prezioso lavoro di Paolo Baratta e della sua squadra che ringrazio. Sono certo che Baratta, con la sua autorevolezza, continuerà a impegnarsi per La Biennale» sottolinea il ministro Franceschini. Cicutto dal 2009 ricopre la carica di presidente e amministratore delegato di Istituto Luce-Cinecittà srl.
“Una candidatura prestigiosa per una delle più importanti istituzioni culturali italiane” – ha commentato Franceschini augurando “buon lavoro a Cicutto per questa nuova fantastica sfida”.
“Negli ultimi anni – ha sottolineato il ministro – la Biennale ha vissuto un processo di rinnovamento in tutti i settori di attività e ha incrementato la sua già notevole fama sulla scena internazionale. Questo è stato possibile grazie al prezioso lavoro di Paolo Baratta e della sua squadra che ringrazio. Sono certo che Baratta, con la sua autorevolezza, continuerà a impegnarsi per La Biennale” – ha concluso. Cicutto dal 2009 ricopre la carica di presidente e amministratore delegato di Istituto Luce-Cinecittà srl.
“I miei sinceri auguri a Roberto Cicutto”.
– Così Paolo Baratta saluta la nomina del suo successo alla presidente dell’ente culturale veneziano – Ringrazio il Ministro Dario Franceschini per le sue parole. Viva la Biennale!”.
Giancarlo Leone, presidente di Apa (Associazone Produttori Audiovisivi) ha invece commentato: “Ottima notizia il nome di Roberto Cicutto quale candidato per la Biennale. Dopo il grande lavoro di Baratta, Cicutto saprà ampliare ulteriormente gli orizzonti dei settori della Biennale che costituiscono una delle eccellenze nazionali riconosciute nel mondo”.
La redazione di Aidanews commenta così: L’impegno sarà grande ma crediamo che Roberto, conosciuto ai tempi degli albori del digitale, quando la mostra e tutto il resto erano in parecchio ritardo, darà alla sua città ancora più lustro e alla Regione Veneto che si è vista qualche volta soffocata dallo strapotere ministeriale.

Roberto Cicutto, nasce a Venezia nel 1948. Si trasferisce dopo la maturità classica al liceo Marco Polo a Roma. Qui inizia la carriera cinematografica. Vuole fare il regista. Fonda nel 1978 la società di produzione Aura Film, con cui vince, dieci anni dopo, nel 1988, il Leone d’oro a Venezia per ‘La leggenda del santo bevitore’ con la regia di Ermanno Olmi. Nel 1984 costituisce la società Mikado Film, con cui ha distribuito e prodotto film dei più rappresentativi registi italiani e stranieri. Nel 1993 con Angelo Barbagallo, Nanni Moretti e Luigi Musini fonda la Sacher Distribuzione; è stato inoltre partner di Ermanno Olmi nella società di produzione Cinemaundici. Nel 1994, in occasione del centenario della nascita del cinema, viene insignito dal Presidente della Repubblica “Commendatore” con altre personalità del cinema. E’ uno dei promotori delle Assise del Cinema d’autore che durante la direzione di Gillo Pontecorvo viene lanciato lo Statuto dell’Alta Corte del Cinema, mai praticata.
Nel 2009 è Direttore del Mercato Internazionale del Film da permettergli di frequentare festival internazionali del cinema. Per alcuni anni è membro del Consiglio di Ace (Atelier du Cinéma Européen), EFA (Euyropean Film Academy) e del Centro Sperimentale di Cinematografia. Dal 2009 ricopre la carica di Presidente e Amministratore Delegato di Istituto Luce-Cinecittà srl.

Origine del cognome “Cicutto-Cicuto”, tratto da “cognomix”. Dovrebbe derivare da forme ipocoristiche dialettali friulane del nome Francesco, che dapprima sarebbe diventato Francescut, poi per aferesi Cescut, quindi per contrazione Cicut, italianizzato in Cicuta ed in Cicuto.
Il cognome Cicuto è tipico della zona compresa tra veneziano e Friuli, dell’udinese e del pordenonese.
Cicuta è specifico del pordenonese.

Il Mondo di FERRUCCIO MACOLA 1861-1910 & FERDINANDO ONGANIA 1842-1911

Anteprima: Imminente pubblicazione ce la svelano Miatello e Turcato

Di che cosa consiste la vostra ricerca?
“FERRUCCIO MACOLA 1861-1910 & FERDINANDO ONGANIA 1842-1911”, nasce quasi per caso, nel momento in cui stavamo cercando notizie attorno a Ferruccio Macola (1861-1910), quando decise, come direttore della Gazzetta di Venezia e deputato, di seguire de visu gli sviluppi di un imminente conflitto in Etiopia, a cavallo tra il 1895-‘96.
La questione africana della “seconda fase” (1887-1900) è in gran parte l’argomento sul quale ci siamo soffermati, essendo quasi del tutto sconosciuto dalla manualistica scolastica e a tutti coloro che hanno tentato di tracciare un profilo biografico del giornalista.
Eravamo curiosi di conoscere le reazioni nel collegio elettorale di Castelfranco-Asolo in seguito alla tragica sorte capitata al magg. Toselli con i suoi 2400 soldati, tra bianchi e neri, caduti ad Amba Alagi, il 7 dicembre 1895 e a quella ancor più nefasta di Abba Carima del primo marzo dell’anno dopo.
(…)
Con chi lo pubblicate?
Il Veliero è un progetto editoriale che si sviluppa su due piani: il primo sull’indagine storico-letteraria e artistica a cavallo dei due secoli XIX e XX, e il secondo su alcuni personaggi storici dimenticati. Si basa essenzialmente sul processo partecipativo di soci autori e sostenitori in crowdfunding

Com’è strutturato?
Il volume “FERRUCCIO MACOLA 1861-1910 & FERDINANDO ONGANIA 1842-1911”, si suddivide in quattro parti: Cenni introduttivi, I-P: “Il contesto storico, sociale e culturale”, II-P: “L’Album Giorgione”, III-P:  “Ferdinando Ongania e Ferruccio Macola”, suddivise in capitoli e propri paragrafi con ciascuno un titoletto pertinente al contenuto (redazione giornalistica).
Sono circa duecento pagine con più di cento note di rinvio bibliografico. Molta cronaca inedita e diversi fatti storici dimenticati o addirittura alterati per interessi di bottega o semplicemente per odio politico.

Le vostre fonti da dove provengono?
La stesura dei testi e la scelta dell’iconografia sono in parte rintracciabili con i thesaurus di wikipedia, googlebooks, blog storico-culturali e archivi di biblioteche straniere.
Siamo riconoscenti in particolar modo a certe biblioteche straniere che hanno digitalizzato volumi e annate di giornali di autori e case editrici italiani che ci hanno permesso di costruire quest’indagine.
Inoltre per taluni capitoli ci siamo avvalsi dei contributi di specialisti in materia di: storia del giornalismo, della fotografia del XIX secolo, dell’editoria veneziana XIX secolo, e della questione africana da Dogali a Adua (prima e seconda fase del colonialismo italiano).
Dedichiamo questo libro alla memoria di: Antonio Monti, Indro Mntanelli, Carlo Romussi, Teodoro E. Moneta, Alvise Zorzi, Henry Dunant e Ferruccio Macola.

Angelo MIATELLO & Derio TURCATO