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Il dibattito politico e sociale sull’ambiente a volte sembra all’apice dell’attenzione, invece è ristretto in piccoli ambienti. I giornali ne parlano, i cittadini s’interrogano ma poi?

PFAS. AGGIORNAMENTO STATO DI ATTUAZIONE DELLE OPERE COMMISSARIALI DI NUOVE CONDOTTE PER PORTARE ACQUA PULITA IN ZONE CONTAMINATE

Il Commissario delegato per i primi interventi urgenti di Protezione Civile in conseguenza della contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) delle falde idriche nei territori delle province di Vicenza, Verona e Padova, dr. Nicola Dell’Acqua, che ha l’incarico di completare le opere acquedottistiche necessarie a garantire acqua libera da PFAS, comunica quanto segue:
I lavori relativi alla realizzazione delle opere commissariali procedono secondo quanto previsto da cronoprogramma. Le opere, finanziate dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per un totale di circa 80 milioni di euro, vengono messe in atto per completare gli interventi emergenziali necessari a realizzare la nuova rete acquedottistica nelle aree inquinate da PFAS.
Nello specifico delle varie tratte dei nuovi acquedotti e delle opere complementari previste, la situazione dei cantieri ad oggi è la seguente:
Dorsale veronese (Condotta di collegamento DN1000 centrale di Lonigo-Belfiore e nuovo campo pozzi di Belfiore) – Soggetto Attuatore Acque Veronesi scarl: le tre condotte per un totale di 18 km previsti dal collegamento sono state quasi interamente realizzate. Infatti sono in corso di svolgimento i lavori sui 3 lotti, giunti rispettivamente a circa l’89% (lotto1B), il 81% (lotto 2) ed il 84% (lotto 3) di realizzazione. La portata di tali condotte sostituirà del 60% le attuali fonti idriche. Il completamento dei cantieri è previsto entro novembre. Per quanto concerne la realizzazione del campo pozzi di Belfiore, in località Bova, è stato realizzato il 23% dell’opera. I lavori saranno completati entro i primi mesi del 2021;
Dorsale basso vicentina (Condotta Montecchio Maggiore-Brendola-Lonigo e Condotta DN 1000 Piazzola sul Brenta (PD) – Vicenza Ovest) – Soggetto attuatore Veneto Acque spa: il cantiere è stato avviato a febbraio ed è previsto completamento delle opere nel primo semestre 2021. Sono stati eseguiti e completati alcuni attraversamenti di infrastrutture primarie in Comune di Brendola, di Montebello Vicentino e Lonigo e sono in corso di esecuzione opere edili relative a diversi nodi di interconnessione. Dei 17 km previsti nella tratta Montecchio Maggiore-Brendola-Lonigo sono stati posati circa 6 km di condotta che, unitamente alle opere puntuali e agli attraversamenti già eseguiti, definiscono un avanzamento dei lavori pari a quasi un terzo dell’opera (oltre il 30%).
Dorsale padovana (maxi condotta Ponso – Montagnana – Pojana Maggiore e realizzazione del serbatoio di Montagnana) – Soggetto Attuatore Acque Venete spa: i lavori, che prevedono la realizzazione di oltre 22 km di condotta, sono iniziati il 23 giugno e procedono spediti. Il 20% delle trivellazioni previste è stato eseguito. In particolare sono state eseguite trivellazioni (con tecnologia TOC) di tre corsi acqua ed è stata completata l’attività di bonifica bellica nell’area di sedime del serbatoio di Montagnana. Le forniture di tubazioni e pezzi speciali sono in linea con la programmazione dei lavori. Le opere saranno realizzate entro fine 2021.
Dorsale alto vicentina (ricerca di nuove fonti di approvvigionamento e realizzazione di opere di attingimento da connettere all’esistente condotta della Valle dell’Agno) – Soggetto Attuatore Acque del Chiampo spa: avviati a fine maggio i lavori che comprendono la realizzazione di interconnessioni e di nuovi pozzi. In dettaglio, per quando riguarda le condotte, concluso a marzo il Lotto A (primo tratto di DN300) in corrispondenza della realizzanda pista ciclabile per complessivi 400 m; il Lotto B prevede di realizzare il secondo e rimanente tratto delle condotte di collegamento tra i nuovi pozzi e la condotta consortile della Valle dell’Agno per complessivi 1,7 km; i lavori sono stati consegnati a maggio e si concluderanno entro fine 2020. Il “Lotto pozzi” prevede di realizzare 3 pozzi, 2 in località Cappellazzi e uno in località Viola, per una stima complessiva di portata emunta pari a 50+-10 l/s che, aggiunti agli esuberi possibili dal sistema di approvvigionamento attuale, da destinare alla sostituzione degli approvvigionamenti di valle compromessi dalla presenza di PFAS. A fine agosto sono stati realizzati gli ultimi due pozzi pilota, che costituiranno la base dei successivi pozzi produttivi. Il progetto esecutivo sarà approvato entro ottobre 2020 a seguito del completamento e monitoraggio dei pozzi esplorativi in via di esecuzione. I lavori potranno iniziare entro il 2020 per essere conclusi in aprile 2021.
Per quanto concerne l’ampliamento del serbatoio di accumulo “Colombara” di Cornedo Vicentino in località Spagnago (opera da 2.500.000 euro) è stato approvato il progetto di fattibilità tecnico economica, la progettazione di fattibilità è stata affidata ed è previsto di completare il progetto definitivo/esecutivo entro dicembre 2020. Si prevede di appaltare le opere entro giugno 2021 e realizzare così i lavori entro febbraio 2022.
Infine, è stata affidata anche la progettazione dell’Interconnessione del sistema acquedottistico di Vicenza con la tratta A7-A6 Brendola-Vicenza Ovest (opera da 2.300.000 euro) ed è stato approvato il progetto di fattibilità tecnica. Si prevede di completare il progetto definitivo/esecutivo entro dicembre 2020 e, quindi, di appaltare le opere entro maggio 2021 per poter realizzare così i lavori entro febbraio 2022.

COMUNALI 2020: “PUNTO D’INCONTRO” DI GIOVANI UNDER 25 PER MIGLIORARE CASTELFRANCO

Si chiama “Punto d’incontro“, una lista civica che cerca di farsi spazio per le prossime elezioni amministrative del 20-21 settembre: Consiglio, Giunta e Sindaco del Comune di Castelfranco Veneto (33mila abitanti). Fino ad ora non si erano mai visti “solo giovani” raggruppati in una lista civica per spingere il proprio capolista come “sindaco”.  Una strategia che dovrebbe appagare gli sforzi di chi ha voluto metterci la faccia e chi dà una mano dietro le quinte.
Ora finalmente la “regola della lunga attesa” del giovane si è invertita. Qualcosa è cambiato anche con il lockdown che ha obbligato tutti ad aggiornarsi sulle tecniche comunicative. Chi se non loro hanno maggiore destrezza con il “virtuale” e la new community?
La nuova generazione dei Millennials, cioè quelli che sanno convivere con i social e il digitale, in poco tempo, sono riusciti a creare “il punto d’incontro”,  passare con successo tutti gli step che la legge di vent’anni fa prescrive (raccolta firme, andare in Cancelleria a Treviso), inventarsi e studiare un marchio, saperlo descrivere, depositarlo, registrare i nomi dei candidati consiglieri e del candidato sindaco, preparare comunicati, chiamare i giornalisti, parlare con tutti, con gli anziani e con i coetanei, fare video, selfie, clip, rigorosamente a costo “Zero + 1” (piedi, bici, i treno).
E qui sta la differenza tra questi under 25 [tutti studenti diplomati o verso la fine della loro laurea e qualcuno anche già con un impiego], e tutti gli altri raggruppati con sigle nazionali o di sostegno.
Sono una realtà viva di Castelfranco Veneto che “dispone” di circa diecimila studenti regolari dalla scuola dell’obbligo fino ai corsi universitari a villa Bolasco e al Conservatorio Steffani. Una città che deve assolutamente rivedere un diverso piano di sviluppo sociale, green, propositivo ma sempre culturale. Se la rivoluzione è lo smartphone anche il Comune dev’essere smart, come del resto tutto il comparto scuola, biblioteca, museo e teatro. Con questo non vuol dire che la persona sia messa in disparte, è il contrario. Questi giovani chiedono di essere ascoltati e sono molto più consapevoli che questa città di Giorgione ha grandi potenzialità. Naturalmente non spese e progetti faraonici, come qualcuno ha assecondato nel passato. Quanti milioni buttati al vento.
Punto d’incontro, quattro frecce che convergono nel castello, non propone progetti faraonici ma cose concrete, invertendo la marcia, dato che dobbiamo convivere con il pericolo di possibili ritorni epidemici. Attrezziamoci e non armiamoci!

Sentiamo cosa dice Lorenzo Zurlo, candidato Sindaco, durante l’intervista. “Il programma di Punto d’incontro ruota attorno a tre focus principali: sostenibilitàambientale, opportunità e mondo della ricerca al servizio della comunità.
“Nel nostro programma un capitolo dedicato anche al funzionamento del Consiglio
comunale. L’attuale stato delle cose svuota di significato un’istituzione che ha il compito di rappresentare la compagine cittadina all’interno del Comune. Il dibattito riguardo le proposte è un elemento imprescindibile. Nello stesso capitolo ci sarà anche la proposta di rivisitare la composizione delle Commissioni aumentando le possibilità di accesso ad esse anche a figure esperte, ma estranee alla vita istituzionale. Il fine: trasparenza, competenza ed efficacia operativa.
Stiamo portando avanti incontri quotidiani con figure specializzate di diverse età e diversi ambiti al fine di coinvolgere e sfruttare le competenze e l’esperienza che risiedono e operano nel territorio.
Aprono la lista Juliette Miatello, studentessa al terzo anno in Filosofia, Studi Internazionali e Economia; Vittorio Lago, studente all’ultimo anno di Giurisprudenza e Serena Roberto, studentessa al terzo anno in Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio.
Vi è poi una rosa di studenti, alcuni dei quali appena diplomati delle scuole superiori di Castelfranco Veneto. Il Liceo Giorgione è rappresentato: dall’appena diplomata Caterina Bertolo (Maturità scientifica); dai rappresentanti del liceo Elena Borsellino e Marco Comacchio (rispettivamente Indirizzo Classico e Indirizzo Scientifico Scienze Applicate); da Giovanni Bianco (Indirizzo Scientifico). Sono invece portavoce dell’Istituto Tecnico Martini: gli appena diplomati Anita Simioni; Arianna Gallo e Thomas Bordignon (Settore Economico) e lo studente Carlo Udino Baggio (Indirizzo Turistico).
Tra i laureati, sono presenti: Francesco Giovanni Gomiero, Dottore in Matematica e Gianluca Zanotti, Dottore in Filosofia, entrambi all’Università degli Studi di Padova.
Per concludere, troviamo ancora degli studenti universitari: Laura Marcon, studentessa nell’Università trilingue di Bolzano in Scienze della Comunicazione e Cultura, Filippo Marini, studente in Ingegneria Gestionale e Giovanni Francesco Sbrissa, studente alla Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti“.
Rispondendo a una polemica sollevata da altri nei giorni scorsi sul fatto che il tema
ambientale sia rappresentato da più posizioni in queste elezioni, ribadiamo che molti di noi hanno accettato di aderire al progetto proprio per la sua indipendenza da posizioni ideologiche, al fine di spendersi incondizionatamente per la città e con tutte le parti che formeranno il Consiglio. Ecco il Punto d’incontro.”

Punto d’Incontro – contatti
puntodincontrocfv@gmail.com 
+39 331 159 8371 (Lorenzo Zurlo)

Foto archivio AIDA 7 giugno 2020 ore 06:59, il raggio di sole entra da vicolo Cappuccini ed illumina la statua di Giorgione del 1878. Un dettaglio che dice tutto sulla scienza della meridiana. Il fascio di luce dura appena una settimana, poi piano piano esce da questo straordinario raggio. Vicolo Cappuccini esiste da secoli che da dieci anni il Municipio ha deciso di cambiare senso. Chissà perchè non si ripristina l’accesso da piazza Giorgione a via dell’Ospedale.    

La storia della cartografia trevigiana nella Collezione Domenico Vianello Bote

Proseguono gli incontri online dedicati alle collezioni geografiche della Fondazione Benetton Studi Ricerche. Giovedì 9 luglio alle ore 18, Massimo Rossi, geografo e responsabile della cartoteca della Fondazione, presenterà in diretta, sulla piattaforma Zoom, la collezione Domenico Vianello Bote, preziosa raccolta cartografica che rappresenta una vera e propria storia della cartografia trevigiana ordinata cronologicamente e comprendente, tra gli altri, i capolavori delle dinastie tipografiche olandesi che in grandi e prestigiosi atlanti hanno documentato e diffuso tra il pubblico europeo l’immagine dei luoghi di tutto il mondo.
Acquisita nel 2008 dagli eredi del medico odontoiatra Domenico Vianello Bote (1933-2008), la collezione, avviata a partire dalla metà degli anni settanta del secolo scorso e durata un trentennio, contiene cartografie storiche a stampa. L’interesse del collezionista era esclusivamente indirizzato alla città di Treviso e al suo territorio, documentato analiticamente attraverso un centinaio di materiali originali, in ottimo stato di conservazione, datati tra il XV e la fine del XIX secolo. Tra le corografie sono presenti la tavola intitolata Tarvisium del Liber Chronicarum edito a Norimberga nel 1493, la Marcha Trevisana di Giacomo Gastaldi (1548), la Tarvisina Marchia et Tirolis Comitatus di Mercatore (1589), varie edizioni seicentesche del Territorio Trevigiano di Hondius e Blaeu, e l’esemplare di Antonio Zatta del 1783.
Le riproduzioni topografiche della città testimoniano i lavori di Georg Hoefnagel nell’edizione dell’Urbium praecipuarum mundi theatrum quintum del 1598, di Mortier con Trevise del 1704, di Salmon con La città di Trivigi nell’edizione del 1753 e di Bernardo Salomoni con la pianta pubblicata nel 1824 derivata dalla mappa catastale del 1811.
I principali monumenti cittadini sono ritratti nelle vedute di metà Ottocento di Marco Moro e in quelle di Alvise Semenzi ospitate nella Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto (1861).
A partire dalle stampe cartografiche della collezione Domenico Vianello Bote, la Fondazione Benetton Studi Ricerche, con la curatela di Massimo Rossi, ha organizzato nel 2011 la mostra Atlante Trevigiano e ha pubblicato l’omonimo catalogo, con l’intento di provocare una riflessione in merito alle modalità di “costruzione” di una collezione di stampe antiche, indagando sul complesso e articolato insieme di relazioni sociali tra stampatori, editori, geografi, umanisti, tecnici, artisti locali e internazionali che hanno tenuto saldamente legata la rappresentazione locale ai più grandi fenomeni editoriali europei.
Il catalogo Atlante Trevigiano. Cartografie e iconografie di città e territorio dal XV al XX secolo, a cura di Massimo Rossi, Fondazione Benetton Studi Ricerche-Antiga, Treviso 2011, è distribuito nelle principali librerie, nel bookshop della Fondazione Benetton e online.

CORONAVIRUS. DA LUNEDI PARTONO LE LETTERE A OLTRE 3 MILA GUARITI DA COVID 19 AFFINCHE’ DONINO IL LORO SANGUE PER CREARE LA BANCA DEL PLASMA

Partiranno lunedì le lettere del Sistema sanitario regionale veneto a oltre 3 mila persone guarite dal coronavirus affinché si rechino a donare il loro sangue per la creazione, nel più breve tempo possibile, della banca del plasma voluta dal Presidente Luca Zaia, dopo che la sperimentazione della terapia con plasma iper-immune su un panel di ricoverati condotta dalla dottoressa Giustina De Silvestro, Direttore dell’Unità operativa immunotrasfusionale dell’Azienda Ospedaliera di Padova, ha evidenziato un netto miglioramento delle condizioni cliniche dei pazienti.
“La Regione del Veneto richiede cortesemente la collaborazione della popolazione per compiere un ulteriore passo sul cammino della sfida alla pandemia da virus SARS-COV-2 che è responsabile della malattia COVID 19”, è l’incipit della lettera.
“Negli ospedali della nostra regione e in particolare nell’AOdP, che ha assunto ruolo di centro coordinatore, è in atto la sperimentazione della trasfusione ai pazienti con forma grave di COVID 19 del plasma raccolto dai pazienti guariti dalla stessa malattia che hanno prodotto nel loro organismo degli anticorpi in grado di neutralizzare il virus – prosegue la lettera – i confortanti risultati ottenuti nel decorso clinico dei pazienti così trattati ci ha dato la forza per sostenere e avviare la ricerca delle persone che hanno superato la malattia e potrebbero divenire sorgente benefica donando un po’ del loro plasma (…) Non soltanto: ma abbiamo l’ambizione di poter provvedere alle possibili ricomparse future di questa insidiosa malattia conservando quote congelate del prezioso emocomponente, da utilizzare al momento opportuno”.
“Lei potrebbe essere la persona che stiamo cercando: la preghiamo perciò di poter aderite alla nostra iniziativa e di comunicarci la sua disponibilità ad essere contattato dal Centro Trasfusionale della sua provincia di residenza – conclude la lettera che sarà inviata ai guariti da COVID 19 – per avere maggiori e più precise informazioni in merito e magari poter concordare un appuntamento per una visita preliminare”.

Veneto all’avanguardia per il coronavirus: tamponi, test e gioco di squadra

Il giornalista trevigiano Elia Cavarzan è a Bruxelles, in Belgio, dove sta completando uno stage presso IFJ – International Federation of Journalists. 
Liceale di Montebelluna (Liceo Levi), cafoscarino e per ultimo laureato al Bo’, Elia è un giornalista pubblicista, impegnato com’è il suo carattere, con un futuro che gli auguriamo di avere grande soddisfazione. A dir il vero cinquant’anni fa, quando eravamo all’Università, in special modo a Scienze politiche di via del Santo con il sociologo Acquaviva, il giurista Simonetto, il costituzionalista Lucatello e lo storico Di Nolfo e l’amministrativista Berti, il clima non era poi così sereno e stabile. Si gambizzavano o si sequestravano i professori, si occupavano locali universitari e si devastavano anche piccole biblioteche, c’erano degli infiltrati da ambo le parti (spioni militari in cerca di una laurea! Nullafacenti che avevano solo lo scopo di disturbare e persino programmare assalti a mano armata in via Cesare Battisti, al Liviano,…agli Istituti). Sembrava che la guerra fosse imminente lungo la frontiera italo-jugoslava ed il Vietnam era dietro l’angolo. Finita tutta questa baraonda che vide persino il sequestro di un generale americano all’Arcella, il rapimento di Aldo Moro che aveva già formato un governo di unità nazionale con Berlinguer e di tante altre tragiche vicende (bombe, attentati, morti) si arrivò “finalmente” allo sgretolamento dei cosiddetti Paesi satelliti nell’orbita URSS, alle guerre balcaniche e al disastro di Chernobyl. Come se non bastasse, iniziò la nuova era delle Torri Gemelle (2763 morti certificati) e della caccia al terrorismo islamico. Tutto doveva essere concertato (vedi polizie, intelligence) a livello planetario (tra gruppi di Stati) come autodifesa da eventuali attacchi e attentati. Si visse con la paura, anche da noi con il pericolo di caderci, essendo facile bersaglio (Piazza San Pietro, Venezia, Firenze, …).
Passammo anche questa fase bomber; ora ormai ai terroristi islamici non ci pensa più nessuno. Sono subentrati terremoti, alluvioni, la tempesta Vaia nelle montagne venete del 2018, l’alta marea di 1, 60 del gennaio scorso ma siccome fanno parte della categoria “calamità naturali”, dopo qualche mese sono dimenticate.
D’altra parte, oggi, le scuole sono obbligate a preparare il corpo docente e gli alunni a saper reagire in caso di calamità o atti terroristici, simulando una o due volte all’anno un sistema d sicurezza e di protezione civile (allerta, evacuazione, pronto intervento). La contaminazione per incidenti o propagazione di un virus letale non sono mai rientrati nel protocollo e qui forse sta la prima contraddizione.
L’attuale “cononavirus covid-19” è e rimarrà la più grande disgrazia accaduta in tempo di pace ai tanti Paesi che sono tra loro “uniti” da relazioni interpersonali, scambi commerciali, diplomatici e culturali. Il decorso della malattia infettiva non ha messo a dura prova solo le strutture sanitarie, il personale chiamato a servirle, ha bensì creato enormi perdite del pil nazionale ed un impoverimento delle classi sociali, soprattutto quelle che oggi sono chiamate “più fragili”, senza un impiego fisso, una pensione sostenibile, lavori part time stagionali per pagarsi le tasse universitarie, un soggiorno Erasmus o una specializzazione. Tutto questo è solo l’inizio che il governo italiano temporeggia nel dare soluzioni precise a media durata. Si trincera dietro il “bonus” da seicento euro, prestiti che sembrano un cappio al collo (partite iva), buoni pasto da 25 euro per settimana (nucleo di tre persone) e nomina una task force diretta da Londra (sic) che deciderà chi aprirà e chi no. Intanto chi vive segregato in casa (bambini, anziani, maniaci, violenti, paranoici, nullafacenti e non connessi con la Rete) è ancor di più confinato e spersonalizzato. Non si capisce come mai un presidente del Consiglio non sia in grado di comprendere che la politica va condivisa e non trattata da tecnici. Altrimenti possiamo domani mattina chiuder il Parlamento ed il Presidente della Repubblica e gettare le chiavi nel Tevere. Dopo questo sfogo, siamo onorati di pubblicare l’articolo dal corrispondente Elia Cavarzan, da come gli appare il Veneto, durante questa crisi pandemica. (A. Miatello*)

Qualche giorno fa, Elia Cavarzan ha pubblicato un articolo in inglese in The Brussels Times con questo titolo “The Veneto region leads the way in Italy fighting the coronavirus” (Il Veneto è all’avanguardia in Italia nella lotta contro il coronavirus), che ri-presentiamo in italiano, con alcune note aggiuntive per i nostri lettori non veneti.

“La drammatica pandemia di coronavirus italiana era iniziata a Vò Euganeo, un piccolo borgo collinare villaggio di tremila anime, in provincia di Padova il 21 febbraio. (1)
Siamo in un piccolo borgo vitivinicolo nel cuore dei Colli Euganei, della provincia di Padova, nel nord Italia, in Veneto, dove, dopo un mese “lookdown” (2), la popolazione e le imprese chiuse stanno vedendo la fine del tunnel.
Il governatore della regione, Luca Zaia, ha aggiornato la popolazione giorno dopo giorno attraverso una conferenza stampa dall’inizio della pandemia.
Le idee sul come agire sono sempre state chiare fin dall’inizio: zone rosse, chiusure tempestive di ospedali, molti test e ricoveri dei positivi contagiati in strutture separate.
Sebbene il Veneto sia la quarta regione per decessi confermati COVID-19, con 940 morti, ci sono altre regioni – Liguria e Marche – che contano solo poche decine in meno. (3)
La differenza è che il Veneto, poiché ha testato un gran numero della popolazione, può contare su dati più affidabili per avere una rappresentazione realistica dell’entità reale del contagio e dei decessi, cosa che non si può dire per la maggior parte delle altre regioni italiane.
Questo risultato è stato possibile grazie all’intervento tempestivo della Regione all’indomani del “paziente zero” a Vò Euganeo. Nessuno ha aspettato, nessuno ha minimizzato.
L’asso nella manica del governatore Luca Zaia è Andrea Crisanti, un parassitologo dell’Università di Padova che gestisce uno dei più importanti e rispettati laboratori di microbiologia in Italia.
Su suggerimento di Crisanti e di altri consulenti scientifici (4), la Regione ha deciso che avrebbe investito denaro e risorse per garantire la possibilità di test per il coronavirus. Questa decisione, insieme ad altre altrettanto importanti, è la base di quello che oggi viene chiamato il “Modello Veneto”, quello d’oro. Dunque non tanto i test a tappeto ma la tempestività di aver acquistato una macchina performante per poterli realizzare. Un piccolo dettaglio che è sfuggito a molti analisti. (5) 
Il primo decreto del governo nazionale per combattere il coronavirus è arrivato il 22 febbraio, ma la Regione Veneto era già al lavoro dal 20 gennaio.
Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, ha pubblicato i primi protocolli per i test per rilevare SARS-CoV-2, Andrea Crisanti ha informato la direzione sanitaria della Regione che avrebbe effettuato un acquisto per garantire reagenti sufficienti per analizzare circa 500 mila test per il coronavirus.
Oggi il Veneto ha analizzato oltre 215 mila tamponi di coronavirus, qualche migliaio in meno rispetto alla Lombardia.
La differenza è che il Veneto ha meno di cinque milioni di abitanti, la Lombardia più di dieci. Pertanto, la task force sanitaria veneta è stata immediatamente in grado di lavorare con dati precisi e modelli matematici eccezionalmente aggiornati per diffondere contagi.
Ciò ha significato essere in grado di emanare direttive regionali in grado di affrontare il problema con precisione chirurgica.
La fortuna ha anche giocato a favore della Regione, in effetti un altro aspetto importante è la conformazione socio-morfologica della regione: pochi agglomerati urbani, nessuna città metropolitana eccetto Venezia e molte aree di campagna aperte hanno garantito l’assoluta funzionalità del sistema di chiusura della “zona rossa”.
Quindi, il sistema di ospedalizzazione ha contribuito ad alleviare la crisi nei letti di terapia intensiva. La filosofia era la seguente: il virus è combattuto nelle strade e non negli ospedali.
Le persone che sono state ricoverate nel reparto di terapia intensiva erano le persone più bisognose e la protezione della salute del personale medico in prima linea è sempre stata al centro dell’interesse politico: ad oggi, circa 10 mila medici e infermieri.
In poche parole, il sistema sanitario veneto si basa su una diffusa rete di medici di base e strutture di medicina territoriale.
Solo per avere una visione chiara: oggi solo il 15% degli attuali pazienti positivi in ​​Veneto è ricoverato in ospedale, rispetto al 40% in Lombardia, al 29% in Piemonte e al 27% in Emilia-Romagna.
Il diffuso sistema sanitario sembra aver vinto. La cinghia di trasmissione tra i medici di famiglia sparsi in tutto il territorio e gli ospedali è riuscita a calmare e monitorare lo scoppio dei contagi.
Inoltre, la stretta collaborazione con la comunità scientifica è stata una caratteristica distintiva fin dall’inizio e un pilastro del “Modello Veneto”.
Le tre eccellenti università venete – Padova, Venezia e Verona – non hanno mai smesso di provare nuove ricerche scientifiche.
L’ultimo dato è stato annunciato il 16 aprile. Luca Zaia ha dichiarato durante la conferenza stampa quotidiana: “Il farmaco per il cancro alla prostata potrebbe essere la chiave. Lo studio sarà pubblicato nel New England Journal of Medicine.
Un farmaco per il cancro alla prostata inibisce l’enzima che è il veicolo del virus ”, secondo uno studio elaborato da un gruppo di ricerca guidato dal Prof. Andrea Alimonti, farmacologia, composto dall’Università di Padova e dalla Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata del Veneto.
Ora la Regione Veneto sta preparando il piano per la graduale riapertura delle attività commerciali prevista per inizio maggio.
Puoi vedere la luce alla fine del tunnel: “tutto andrà bene.”

NOTE* (a cura di A. M.)

  1. Il comune di Vo’ fa parte del Parco Regionale dei Colli Euganei, e comprende nel suo territorio il Monte Venda, che con i suoi 603 m è il più alto del comprensorio collinare. Il terreno è molto ferroso. E’ un antico borgo abitato in prevalenza da coltivatori della vite, produttori di ottimi vini rossi e  gestori di esercizi pubblici dell’accoglienza. Il Monte Venda è un punto cardinale del sistema radar aereo sia militare che civile.
  2. Il termine inglese non viene mai tradotto in italiano, forse per essere troppo legati al significato sinistro “confinamento” che ricorda l’epoca fascista e nazista. Il lockdown, scritto anche lock down, nei paesi anglosassoni è un protocollo d’emergenza che consiste nell’impedire a delle persone o a delle informazioni di lasciare una determinata area. Sulla scia degli attacchi dell’11 settembre 2001, il governo statunitense ha utilizzato il lockdown, attuando un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile nazionale. Il 19 aprile 2013 l’intera città di Boston è stata sottoposta a lockdown e tutti i trasporti pubblici sono stati fermati, a causa della caccia all’uomo dei terroristi Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, sospettati dell’attentato alla maratona di Boston. A Bruxelles del 2015, la città è stata sottoposta a lockdown per giorni mentre i servizi di sicurezza hanno cercato i sospetti coinvolti negli attacchi terroristici di Parigi del novembre 2015.
  3. 16 aprile 2020: Lombardia 11.608; Emilia Romagna 2.843; Piemonte 2.094;
    Veneto 981; Toscana 585; Liguria 828; Marche 764; Lazio 316; Campania 286.
  4. Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova. Giorgio Palù, professore di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova Crisanti è arrivato da poco a Padova dall’Imperial College di Londra. Lo scorso ottobre ha sostituito Giorgio Palù, presidente della Società Europea di Virologia ora in pensione, ed è stato uno dei primi al mondo ad aver utilizzato la tecnica del “gene drive” per eliminare la trasmissione della malaria nei vettori responsabili di questa malattia. Vanta anche una pagina Wikipedia in inglese. Sulla polemica che si è innescata sul precariato nel mondo della ricerca, la sua è una voce controcorrente.È siciliana l’esperta che dirige il team delle Asl venete coinvolte nell’epidemia di coronovirus. Francesca Russo, direttore della Direzione Prevenzione e Sanità pubblica della Regione Veneto, è nata a Maletto e dopo aver studiato a Catania, nel 1997 ha assunto il ruolo di Dirigente medico del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda ULSS 4 Alto Vicentino.
    Il team della dottoressa Russo ritiene “che il virus circolasse sotto traccia da tempo, insieme con il normale virus influenzale. Nei soggetti debilitati, però, ha provocato polmoniti” e sottolinea che “può essere stato portato in Italia da chiunque quindi essendo presente anche negli asintomatici, cioè in persone che stanno bene e non hanno tosse o febbre, non c’erano misure realistiche per proteggere il Paese dall’epidemia”.
    Sul paziente zero è certa: “Non sappiamo chi sia: può essere uno straniero di passaggio oppure un italiano di rientro dall’estero.”
  5. A metà marzo il governatore Zaia, nel suo potere decisionale, dà mandato di acquisto di una “potente” macchina da 9 mila tamponi al giorno. Il dispositivo acquistato in Olanda è l’unico di questo tipo in Italia. “L’obiettivo della Regione è fare 20 mila tamponi ogni 24 ore”. Si tratta di una attrezzatura unica in Italia, acquistata in Olanda per circa 400 mila euro, che promette di permettere al Veneto di raggiungere l’obiettivo dei 20 mila tamponi al giorno. “Tra oggi e domani entrerà in funzione la macchina installata nel laboratorio del professor Crisanti che da sola garantirà l’analisi di 9 mila tamponi al giorno. Tutto in piena autonomia – ha spiegato il governatore del Veneto Luca Zaia nel corso di un punto stampa – ad oggi abbiamo accumulato tamponi da analizzare per mancanza di reagenti, sono circa 7 o 8 mila e ora speriamo di andare a regime al più presto”. “Se avessimo avuto fisicamente tutti i tamponi e i reagenti saremmo andati a 100km/h – aggiunge – ma purtroppo la capacità delle macchine già in uso era al minimo perché non avevamo reagenti”. Anche sul fronte dei reagenti e dei kit (gli “stecchini” che vengono usati per prelevare campioni di saliva o muco) il Veneto ha comunque saputo rimboccarsi le maniche e organizzarsi avviando produzioni e sperimentando di materiali ‘Made in Veneto’. “Se avessimo avuto tutti i reagenti necessari non avremmo accumulato ritardi nelle analisi – ha sottolineato Zaia – stiamo correndo e ora con questa nuova macchina ci darà respiro e raggiungeremo finalmente l’obiettivo annunciato di 20mila tamponi al giorno”. (Agenzia AGI, 7 aprile 2020, Riccardo Bastianello).

Presentato oggi dal presidente Zaia: il ‘Progetto fase 2’. Arriva il ‘Covid manager’
Riaprire in sicurezza, seguendo regole stringenti in ogni azienda a tutela dei lavoratori e insieme della produzione. Lunedì verrà inviato al Governo.

The Veneto region leads the way in Italy fighting the coronavirus
https://www.brusselstimes.com/opinion/106668/the-veneto-region-leads-the-way-in-italy-fighting-the-coronavirus/

I giardini del tè di Dazhangshan, un video di Fondazione Benetton disponibile su Vimeo dal 17 al 23 aprile

Sul canale Vimeo della Fondazione Benetton è disponibile, da venerdì 17 a giovedì 23 aprile, la visione del documentario I giardini del tè di Dazhangshan, regia di Davide Gambino, in collaborazione con Gabriele Gismondi, prodotto dalla Fondazione nell’ambito della trentesima edizione (2019) del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino dedicata appunto a I giardini del tè di Dazhangshan, nella Cina meridionale, un paesaggio contemporaneo in grado di raccogliere il senso della storia e di proiettare nel futuro il valore di un ambiente rurale nel quale l’uomo stabilisce una relazione di armonia con la natura.
Nelle prossime settimane saranno resi disponibili anche gli altri documentari realizzati in occasione delle ultime edizioni del Premio Carlo Scarpa e dedicate ai villaggi di Osmače e Brežani (Bosnia-Erzegovina), al sito Maredolce-La Favara(Palermo), al Jardín de Cactus di Lanzarote e aiCéide Fields irlandesi; nonché il Diario da un viaggio di studio in Kazakistan e Uzbekistan, realizzato in occasione del Premio Carlo Scarpa 2016.

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Festival dei Piccoli Borghi D’Italia: Vota per Castelfranco Veneto!

Si apre ufficialmente venerdì 17 aprile la possibilità di dare la propria preferenza per Castelfranco Veneto alla prima edizione del Festival dei Piccoli Borghi D’Italia.
La Città del Giorgione è in lizza con il suo video trasmesso nella Primavera dello scorso anno sul canale PiccolaGrandeItalia.tv. Il video è ora riproposto nello spazio web del noto canale televisivo assieme ai docufilm delle altre Regioni in lizza (LINK). La selezione dei 20 documentari partecipanti è stata effettuata sulla base dei riscontri ricevuti dal pubblico televisivo e web.
Per Castelfranco, chiamata a rappresentare il Veneto, è una vetrina nazionale di grande richiamo, utile per contribuire a dare visibilità alla Città in chiave turistica in attesa della fine di questa lunga fase emergenziale.
Votare è assai semplice. È sufficiente caricare la pagina https://bit.ly/2xwwcpq e compilare il form proposto. Al termine delle votazioni sul podio saliranno le tre città più votate con la vincitrice che riceverà, accanto al nome sulla prima riga dell’albo d’oro, un premio di 2 mila euro in attrezzature per la proiezione e diffusione di contenuti video.
Attenzione però: c’è tempo solo sino alla MEZZANOTTE DI SABATO 18 APRILE per dare la preferenza a Castelfranco Veneto. Quindi mouse in mano e passa parola!

Boris Johnson emula Winston Churchill ma viene travolto dal virus covid-19

È stata l’ammirazione per Winston Churchill a costare cara a Boris Johnson. Qualche anno fa aveva scritto un libro, “The Churchill Factor”, nel quale rievocava gli anni della Seconda Guerra Mondiale e parlava con invidia del modo nel quale Churchill era riuscito a unire il paese, portandolo alla vittoria attraverso immani sacrifici. Johnson pensa davvero di essere l’erede di quello spirito, lo ha usato nei discorsi sulla Brexit, negli slogan come «Get Brexit done», semplici e facili da capire per tutti, nella tenacia con la quale è riuscito alla fine a unire il suo partito in un obiettivo comune.
Poi è arrivato il coronavirus, la più importante minaccia al benessere e alla pace del paese dalla fine della guerra. Che cosa avrebbe fatto Churchill? si deve essere domandato Boris Johnson. E ha cercato di imitarlo fin da subito, sottovalutando e deridendo un nemico al quale nulla importa della retorica dei discorsi. Nel suo primo intervento in Parlamento dopo la nomina a primo ministro nel maggio del 1940, Churchill aveva promesso al paese solo «lacrime, sudore e sangue». Johnson lo ha seguito dicendo che molte persone avrebbero perso i loro cari, una frase infelice che non ha risvegliato l’orgoglio di nessuno. Ha aggiunto che lui avrebbe continuato a stringere mani, un’affermazione arrogante che non teneva conto di quanto già si sapeva sulla pericolosità del virus.
Quando Johnson ha fatto sapere di essere stato contagiato, un’annunciatrice della tv ha sorriso nel dare la notizia e ha poi dovuto scusarsi. Ma a molti è venuto da sorridere, perché quella triste novità è apparsa come una catarsi che trasformava per l’ennesima volta gli annunci di Johnson in una tragedia, questa volta personale. Ma è stato l’ultimo tentativo di assomigliare a Churchill, avvenuto tre giorni fa, a costare caro al premier britannico. Febbricitante, pallido e malato, Johnson ha voluto farsi fotografare davanti al numero 10 di Downing Street con un braccio alzato, nella stessa identica e fanosa posa che aveva assunto Churchill, rinunciando solo a fare con le dita il segno della V di vittoria, perché non c’era nessuna vittoria da celebrare. Johnson aveva probabilmente la febbre alta, ma come Churchill aveva voluto indossare solo una giacca in una giornata fredda.
E’ stata quell’imprudenza ad aggravare la sua condizione? Forse sì. Johnson ha fatto male a domandarsi come Churchill avrebbe affrontato questa guerra. Avrebbe fatto meglio a pensare che Churchill al suo posto sarebbe morto, perché beveva troppo, fumava, era sovrappeso, aveva il cuore malato e era già anziano. Avrebbe dovuto essere per una volta meno sbruffone, e ascoltare di più i medici invece di consiglieri inaffidabili e oscuri come il suo mentore Dominic Cummings. Tutti sperano che Johnson si riprenda presto e torni alla guida del paese che attraversa la sua nuova ora più buia. Ma non si può non pensare ancora una volta che quando la storia si ripete, la prima volta è per una tragedia, la seconda è per una farsa. —

DISPOSITIVI FACCIALI ANTI SPUTI CORONAVIRUS DISTRIBUITI IN PIAZZA GIORGIONE DAI VOLONTARI DELLA PROTEZIONE CIVILE

Stamattina, piazza Giorgione è stata “presidiata” dalla Protezione Civile castellana. Un gruppo di volontari ha distribuito casa per casa una confezione del dispositivo facciale, chiamato comunemente “mascherina” per farne un uso quando si va a fare la spesa o a fare il giretto dei duecento metri (mi raccomando duecento passi). L’abbiamo ribattezzato “dispositivo anti sputi”, a scanso di equivoci, in linea con le raccomandazioni del presidente del Consiglio dei ministri, della Protezione Civile Nazionale e dell’ISS: “munitevi di un dispositivo protettivo per per voi e soprattutto verso gli altri, quando uscite di casa…”. Purtroppo la raccomandazione “urbi et orbi” del Premier Conte, come fosse una benedizione papalina dal balcone di piazza San Pietro, non poteva avere riscontro in tutt’Italia, compresa Pantelleria e Courmayeur. Le cosiddette mascherine “chirurgiche” erano esaurite da molti giorni o addirittura si vendevano nel mercato nero a dieci euro l’una o a Napoli, nei quartieri spagnoli, si commerciavano quelle taroccate. Maestri sono.
Prontamente il governatore Luca Zaia lanciò un appello ed il 18 marzo presentò in conferenza stampa a Marghera nella sede della P.C.R. la “mascherina made in Veneto”, grazie alla produzione di due milioni di mascherine di Grafica Veneta “nel giro di due o tre giorni!”.
La distribuzione capillare fu affidata alla collaudata Protezione civile di ogni Provincia e quindi ai singoli comuni. Un piccolo gesto di donazione ma pur sempre esemplare che stupì il mondo intero e stuzzicò la politica casereccia, sempre pronta a far polemica, correndo sul filo della stupidità. Ci furono sapientoni e sapientini che si unirono in coro con la regola “della libertà d’opinione”, dissacrando il dispositivo antisputi coronavirus e persino alludendo ad un imbroglio psicologico dei leghisti veneti.
L’organizzazione però mi ha stupito: ogni confezione aveva un’etichetta con il nominativo del residente, del suo indirizzo e del numero dei dispositivi in essa contenuti per nucleo familiare o “single”, onde evitare doppioni.
Si tratta – come ha spiegato in conferenza stampa il titolare di Grafica Veneta – di un dispositivo dall’aspetto inedito, rettangolare di <lunghezza 42 cm x larghezza 9 (13 cm per la parte frontale)> che si infila nelle orecchie, senza elastici fastidiosi o metalli lungo i bordi che lasciano il segno. La fascia bianca è realizzata con un “tessuto non tessuto”, consistente, morbida, resistente all’umidità, a elevata capacità di barriera, facile da indossare anche per gli anziani, utilissima per la protezione delle persone (circa l’80% del totale) nell’ambito della vita quotidiana.
Non sono così ridicole a confronto delle mascherine cosiddette “chirurgiche” che fino a qualche mese fa venivano date gratuitamente al Pronto soccorso, in seguito sparite! La provenienza – ricordiamolo – di tali “mascherine, bianche, azzurrine o rosa da uno a tre strati, è asiatica (Cina, Malaysia, Turchia), dove costano al massimo due cent di euro l’una; venivano vendute in scatole da dieci, cinquanta o cento pezzi come per le salviette da naso. In Cina, ad esempio, si trovano in distributori automatici come si fa per un bicchiere d’acqua. Credere che questi milioni di dispositivi stranieri siano super sterilizzati e privi di polveri (sottili) di fabbrica è una barzelletta. Inoltre qualsiasi mascherina – si legge nei manuali d’igiene – ha un tempo limitato nell’uso e si deteriora col calore del fiato che è sempre umidiccio. Una balla pensare che una “mascherina chirurgica” fosse sufficiente di proteggere il personale sanitario del pronto soccorso quando si trovò a contatto con un appestato di covid-19! E su questo, il ministero della salute dovrà un giorno rispondere di fronte ai familiari dei medici e del personale sanitario deceduti perchè infettati.
Parlando con il responsabile della protezione civile, ci son voluti alcuni giorni per confezionare tutte le buste con le etichette degli indirizzi e dividerle per frazioni, quartieri e vie. Sono stati esclusi gli esercizi commerciali e le attività produttive. La distribuzione è iniziata venerdì scorso.
“Alcune persone non le hanno ritirate e saranno distribuite a chi ne farà richiesta in caso di bisogno. Entro sabato si dovrebbe terminare la distribuzione capillare.”
Nell’occasione che conversavo con i ragazzi, vidi il vice sindaco Gianfranco Giovine e lo invitai di mettersi accanto per una foto di gruppo. Tra questi ho riconosciuto il neo laureato in matematica Francesco Sapu Gomiero che tanto stimavo quand’eravamo al liceo Giorgione, come rappresentanti in seno al Consiglio d’Istituto (presidi prof. Ceccon e De Vincenzis). Pensate, il giovane liceale inventò un programma per “la valutazione dei docenti da parte degli studenti”, una grande conquista di democrazia nella scuola italiana del XXI secolo. Viva dunque i giovani volontari della Protezione civile che agiscono per tutti noi. [Attendo i nomi dei volontari mascherati. Grazie]