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I fatti e le notizie

Rovigo, La Rotonda: Errori e malintesi attorno al podestà Verità Zenobio nel telero di A. Zanchi

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Tempio della Beata Vergine del Soccorso di Rovigo detto la Rotonda
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Antonio Zanchi, Glorificazione di Verità Zenobio, particolare del telero (1682, La Rotonda di Rovigo)

(di Graziella Andreotti)
L’errore storico è duro a morire e si tramanda nei secoli finché qualcuno, memore del “fide sed vide” di Orazio, non cerchi di verificare. E’ il caso di Verità Zenobio, podestà e capitano di Rovigo dal febbraio all’ottobre 1682. Verità Zenobio morì il 28 agosto 1682 a Este e non il primo ottobre a Rovigo; fu sepolto in San Marco nel sepolcro degli avi a Verona il 31 agosto e non nel tempio della B. Vergine del Soccorso a Rovigo. In seguito, la chiesa di San Marco fu demolita e dell’arca degli Zenobio non è rimasta traccia.
A destra dell’organo Callido, c’è la Glorificazione di Verità Zenobio (1682). E’ una delle tre tele in Rotonda del pittore Antonio Zanchi, preceduta dalla Glorificazione del rettore Antonio II Loredan (1673) e seguita dalla Glorificazione del rettore Almorò Dolfin (1683) che chiude il ciclo delle glorificazioni in Rotonda.
E’ un’opera immersa in un’atmosfera tenebrosa e dalla simbologia lugubre. Lo Zenobio, inginocchiato, allunga le braccia verso la Vergine mesta con il Bambino in alto; la Parca Atropo recide il filo della vita del podestà; la Morte appare in sembianze di scheletro; la città di Rovigo a lutto è personificata da una donna piangente avvolta in un mantello nero; l’Adige, gigante nudo chinato, immerge un remo tra erbe palustri. Sullo sfondo un cielo fosco, il sole oscurato e la cometa apparsa in quei giorni. Un araldo impugna una tromba (allegoria della fama) e regge uno scudo con lo stemma dello Zenobio. Su un piedistallo, gli stemmi dei due regolatori di Rovigo, Ottavio Casilini e Marc’Antonio Manfredini.
Lo Zanchi (1631-1722), nato a Este, era diventato a Venezia uno di pittori più in auge nella seconda metà del ‘600 accanto a Pietro Liberi, pure presente in Rotonda con tre teleri. E’ autore di vaste composizioni, animate da contrasti chiaroscurali di “maniera tenebrosa”, con il gusto per frammenti architettonici, per ricchi e pastosi panneggi barocchi e per nudi erculei. Rifacendosi al Tintoretto, tenta di piegare la “maniera tenebrosa” alle esigenze veneziane per la pittura decorativa monumentale.
L’errore di datazione, di luogo della morte e di sepoltura dello Zenobio parte da Francesco Bartoli, “Le pitture sculture ed architetture della città di Rovigo” (1793): “morto in Rovigo, e qui seppellito”, cioè in Rotonda. Viene ripreso da Camillo Semenzato, “Guida di Rovigo” (1966): “morto in Rovigo e qui sepolto”; in in AA.VV, “La Rotonda di Rovigo” (1967): “morì nell’ottobre 1682, mentre era Podestà di Rovigo”; in “Rovigo – Le chiese” (1988): “morto in Rovigo, e qui seppellito”;  in Leobaldo Traniello, “La Rotonda di Rovigo”, Accademia dei Concordi (2011): “morì a Rovigo nell’ottobre 1682”.
L’8 giugno 2003, su “la Settimana”, nell’articolo “Localizzata in Rotonda la tomba del Podestà Bartolomeo Querini”, chiarisco per la prima volta l’errore storico relativo a Verità Zenobio, dopo aver preso visione dell’atto di morte e di sepoltura conservato presso il duomo di Este. Carla Boccato nel volume “Il potere nel sacro” (2004), avvalora la mia affermazione con le lettere inviate dal camerlengo e dal vicario al doge, il 29 agosto, per comunicare la morte del podestà, e con altra documentazione. Già il primo settembre, il fratello Piero, tutore dei figli minori, faceva inventariare i beni del palazzo ai Carmini a Venezia.
Questo in sintesi l’atto di morte: Venerdì 28 agosto 1682, il N.H. Conte Verità Zenobio, Podestà e Capitano della Città di Rovigo, e Provveditore di tutto il Polesine, convalescente in Este, dopo aver ricevuto i Santissimi Sacramenti della Penitenza ed Estrema Unzione, passò a più felice vita nel suo Palazzo in Contrà di San Pietro, e il 29 il suo cadavere fu trasportato in Verona, accompagnato dal Rev.mo Arciprete Marchetti, da un prete e da altri tre religiosi, e il lunedì 31 fu sepolto nel sepolcro degli avi, nella chiesa di San Marco.
Il conte Verità Cristoforo Zenobio discendeva da un’antica e ricca famiglia. Di origine greca, inizialmente stabilitasi a Verona, ascritta al patriziato di Venezia nel 1646. Nato nel 1642, sposato nel 1671 a Lucrezia Foscari, ebbe dieci figli. Aveva palazzo in Venezia ai Carmini, uno dei più imponenti edifici barocchi, ma moriva, a soli 40 anni, nella villa Zenobio-Albrizzi di Este, in via San Pietro, dove si era recato per respirare l’aria dei colli, a seguito di una breve malattia.
La villa è ora un’oasi di piante secolari, protetta da alte mura, fra il Ponte Girometta e il Ponte San Pietro, sul Canale d’Este. Il palazzo di Venezia, edificato verso la fine del XVII secolo su un precedente edificio gotico dei Morosini e su progetto di Antonio Gaspari, allievo di Palladio, era famoso per il salone da ballo affrescato da Louis Dorigny e per il giardino, raffigurato in un’incisione di Carlevarijs, detto Luca di Ca’ Zenobio per essere stato ospitato e protetto dai proprietari. Nel 1850 il palazzo passava ai padri armeni Mechitaristi.
Lo Zenobio, che aveva fama di uomo giusto e prudente, era stato accolto con largo consenso dalla comunità di Rovigo. A un mese dalla morte, la città volle tributargli solenni onoranze funebri nel tempio della B.V. del Soccorso, il primo ottobre 1682. Questa data e il luogo trassero in errore gli studiosi da Bartoli in poi.
Un’incisione, conservata presso la biblioteca del Correr, riproduce l’imponente apparato allestito presso il tempio. Una macabra e pomposa scenografia barocca: catafalco coperto da drappo damascato alla sommità di una gradinata con doppia balaustra; il podestà rappresentato supino a figura intera di profilo; cupola sormontata dalla Vergine ammantata a lutto; ceri e scheletri con o senza falce; teschi e ossa incrociate; allegorie di Fede, Speranza, Carità, Fortezza, Giustizia e Prudenza; stemmi di Rovigo e di Ca’ Zenobio (Riproduzione riservata,G. Andreotti)

Legge n. 15/1994: un ventennio speso bene per la cooperazione Veneto-Istria-Dalmazia e Montenegro

Roberto Ciambetti (Foto di A. Miatello)
Roberto Ciambetti, Assessore regionale

Si è tenuto a Palazzo Franchetti un seminario sulla legge 7 aprile 1994 n. 15
con questo titolo: “Vent’anni delle legge regionale n.15/1994: Veneto, Istria, Dalmazia fra memoria, cultura, cooperazione” con la partecipazione di autorità istituzionali e i responsabili dei progetti portati a termine. Diverse e molteplici sono stati gli esempi di attività di ricerca e culturali, didattiche, formative e di cooperazione e di restauro architettonico che si spera si ripeta nei prossimi anni, attingendo dai fondi europei. La legge, come ha spiegato Ettore Beggiato, è nata quasi per caso, come lui stesso si trovò ad affrontare nel turbinio di Tangentopoli. Con un pizzico di fortuna ma di tanta passione da quel lontano 1994 si sono fatti progressi enormi, nonostante ci siano ancora lacerazioni da ambo le parti per questioni “vecchie” mai sopite – ci confida un soprintendente di Trieste. Interessanti sono state le relazioni di carattere storico di Bruno Crevato-Selvaggi, Davide Rossi, Denis Visintin, Snezana Pejovic e delle tre giovani ricercatrici caforscarine che hanno portato a termine uno studio sull’Archivio di Cattaro. “Allargare le menti di più nel Veneto significa capire che non viviamo isolati. Sapere che oltre l’Adriatico c’è un “Veneto” quasi uguale al nostro dovrebbe aiutarci a intraprendere nuovi accordi di partenariato culturale ed economico, come ha suggerito Gian Angelo Bellati  di Unioncamere del Veneto.  Si può pensare a relazioni internazionali senza la cultura? No, risponde Diego Vecchiato, direttore del Dipartimento Politiche e Cooperazione Internazionali, organizzatore del convegno.
Una breve intervista la dedichiamo all’assessore regionale Roberto Ciambetti, che ci concede il tempo per scriverla in diretta.
Ci può introdurre Ciambetti a questa legge regionale?
“Vent’anni della legge regionale n. 15/1994 “Interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria e nella Dalmazia”. Porgo il saluto del Presidente Luca Zaia oltre al mio a voi tutti e un ringraziamento particolare ai relatori, a quanti si sono impegnati per la riuscita della giornata odierna e un grazie sincero, di cuore, a Ettore Beggiato oggi con noi che della legge 15 fu lungimirante ispiratore e promotore.
Ci può spiegare meglio?
Il Seminario oggi vuole ripercorre 20 anni di attività in applicazione della legge n. 15/1994, finanziate dalla Regione del Veneto e realizzate con la collaborazione di Istituzioni, Enti, Organismi e Associazioni del Veneto, Croazia, Montenegro e Slovenia.
Logo_sloganA chi la paternità della legge?
La legge n. 15/1994 fu promossa da Ettore Beggiato, come ho detto, con rara sensibilità culturale e indubbia preveggenza, non appena le circostanze storiche lo permisero, per ristabilire anche attraverso una legge con la sponda orientale dell’Adriatico quei legami culturali e di collaborazione, che non si erano mai sopiti. L’obiettivo della legge era di intervenire in modo strutturato e sistematico per il recupero e la valorizzazione dell’inestimabile patrimonio storico di origine veneta in quelle terre.
Quale strategia per la Regione Veneto?
Quella legge, nel corso degli anni, si è arricchita di un altro significato oggi strategico in quanto essa riafferma la precisa volontà della Regione Veneto di svolgere un ruolo attivo e propulsivo nei processi di integrazione che si stanno sviluppando in tutta l’area adriatico-ionica, con un particolare e ovvio riguardo per le comunità di lingua istro-veneta e veneta – dalmatica che vi abitano e per le loro Associazioni, che tanto contribuiscono, con il loro operato sul territorio, alla valorizzazione e salvaguardia della cultura veneta, oltre che a favorire un clima di dialogo e collaborazione con le comunità di altre etnie nell’Istria slovena e croata, in Dalmazia, nel Quarnero e nelle Bocche di Cattaro.
rocca_03Ha un esempio concreto?
Non dimentichiamo che non lungi da qui, una delle prospettive più famose al mondo, la riva che unisce San Marco all’Arsenale, è dedicata agli Schiavoni, a ricordare, senza retorica, chi pur abitando dall’altra parte dell’Adriatico indipendentemente dall’etnia fu ugualmente cittadino veneziano non un suddito ma un vero protagonista fedele della storia della Repubblica: questi uomini e queste donne ci parlano dal passato per richiamarci ai nostri compiti odierni di cittadini europei.
Ciambetti, ci sono cifre da ricordare?
Gli interventi realizzati grazie al contributo della Regione del Veneto in 20 anni dalle Legge 15 hanno raggiunto la ragguardevole cifra di n. 600 con un impegno complessivo di € 7,6.
• 109 sono stati gli studi, indagini e ricerche storico-artistiche, pubblicazione di volumi
• 136 le iniziative di sostegno sotto forma di acquisto di materiali e attrezzature per favorire le attività, nonché i numerosi corsi di lingua italiana, delle Comunità degli Italiani di Istria e Dalmazia,. Un cenno particolare meritano i contributi per interventi realizzati negli asili e nelle scuole italiane, che hanno l’obiettivo di tramandare alle nuove generazioni il patrimonio culturale e linguistico italiano e veneto. Penso in particolare il contributo dato all’istituzione del Centro di Ricerche Culturali Dalmate di Spalato e al Centro Ricerche Storiche di Rovigno.
• 120 sono stati gli spettacoli ed eventi culturali di vario tipo, quali rappresentazioni teatrali e musicali, mostre a convegni.
• 196 azioni di restauro del consistente patrimonio architettonico-artistico di origine culturale veneta, comprendete pitture, sculture, antichi organi, mura cittadine, antichi palazzi, leoni marciani e vere da pozzo- Finanziariamente si tratta della parte più consistente dell’impegno finanziario sostenuto in questi vent’anni con € 4,2 milioni;
• 19 sono stati i gemellaggi finanziati tra Enti locali del Veneto e dell’Istria e della Dalmazia.
Ci sono stati vari partners, ce ne può indicare qualcuno?
In questi 20 anni, come si è visto, si è svolto un percorso importante, partendo da una situazione di rapporti anche non sempre semplici quando magari il restauro di un leone marciano incontrava notevoli criticità. Ad oggi questo cammino di relazioni positive e collaborazioni, sviluppatosi con molti enti territoriali di quest’area, ha visto il proprio culmine nei vari processi di cooperazione e integrazione che si sono aperti nell’area adriatico-ionica, che vedono la Regione del Veneto tra i protagonisti.
Tra questi segnalo: l’Euroregione Adriatica, istituita nel 2006, l’adesione della Slovenia prima e della Croazia poi all’Unione Europea, e oggi dell’adozione della Strategia europea per la Regione Adriatico Ionica (EUSAIR), nella quale tante speranze e tante sfide sono riposte, nonché dello sviluppo dei vari programmi europei nell’area, tra cui il Programma INTERREG Italia-Croazia, di cui la Regione del Veneto proprio in questi giorni deve discutere a Bruxelles l’eventuale ruolo di Autorità di gestione.
I rapporti internazionali con questi paesi in tutta l’area adriatico-ionica hanno portato a un qualche risultato?
Sì, con i processi di collaborazione e cooperazione in corso, sono stati coronati alla fine del 2014 con l’adozione da parte del Consiglio Europeo della Strategia per la Regione Adriatico Ionica.
La strada sembra dunque tracciata.
Sì, ed è per questo che m sento onorato perché voglio ringraziare quanti nell’arco di questi vent’anni hanno tentato di ricucire i fili sottili di una trama delicatissima quanto importante per la storia e la cultura europea sotto il segno del Leone di San Marco e di quella Repubblica che fu stato e nazione, punto di riferimento per il diritto e l’economia non solo dell’Europa, ponte tra oriente e occidente.
Riamane forte il legame di Venezia con questi territori?
Non è solo questione di rispetto della nostra comune memoria quanto il riscoprire la forza delle ragioni che per secoli furono il cemento della nostra convivenza. Proprio in questi giorni a Conegliano si sta svolgendo una mostra su Vittore e Benedetto Carpaccio, una mostra che vi invito a vedere e sulla quale occorre riflettere perché narra di un’epoca di crisi e profondi mutamenti, ma anche del viaggio culturale che i Carpaccio intraprendono da Venezia fino a fare di Benedetto un autentico artista istriano, in quell’Istria in cui Biagio da Ragusa sviluppa la sua idea di Rinascimento, mentre Andrea Palladio va disegnando, tra Pola e Spalato, le testimonianze dell’arte antica: basterebbero questi nomi per dimostrare, come vedete, che Veneto-Istria-Dalmazia-Montenegro e isole ioniche sono dei pilastri anche culturali dell’Europa di ieri e di domani.
Quali prospettive?
La legge 15 va letta in questa prospettiva, come pagina con la quale noi tutti, umilmente, ci mettiamo al servizio del domani: in quest’ottica, mi sia concesso, pensare con affetto all’asilo che è stato riaperto a Zara in cui vanno formandosi nel segno della pace e della civile convivenza con la nostra cultura gli uomini e le donne del domani. A chi abita il futuro, dunque, va il nostro messaggio e a voi tutti il mio grazie per aver avuto la pazienza nell’ascoltarmi.

Cisa Vicenza: Domenicos Theotokopuolos detto El Greco, l’architetto di altari

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Illescas (Toledo) Chiesa dell’Ospedale della Carità – Cappella e altare Maggiore (1603-1605)

(di Marica Rossi, corrispondente da Vicenza città) 

Un talento che dopo la prima formazione a Creta, sceglie Venezia per collaborare con Tiziano e sapere di Tintoretto e poi di Roma nel momento clou del grande Rinascimento, può solo trarre il meglio per l’intera sua esistenza d’artista. E’ stato così per Domenicos Theotokopuolos detto El Greco, che inseguendo l’eccellenza nella pittura, nella scultura e nella architettura, fu attivo presso importanti centri europei nei decenni attraversati dai venti della controriforma.
Di lui s’è sempre saputo molto anche grazie a una cinematografia che ne ha evidenziato la personalità di eroe della difesa del libero pensiero a dispetto della incombente presenza indagatrice dell’Inquisizione. Poco invece si conosce della architettura di altari editi dal grande artista spagnolo e tanto meno di quanto questa sua arte sia stata influenzata dallo studio e dalla ammirazione per l’opera di Palladio.
Ora però nel quarto centenario della morte di El Greco (Candia Creta 1541-Toledo 1614) colla esposizione fotografica del CISA (Centro Internazionale Studi di Architettura Andrea Palladio) nella sua sede Palladio Museum in Palazzo Barbaran Da Porto, la città di Vicenza è a restituire questo capitolo fondamentale dell’attività del poliedrico pittore rinascimentale. Ha potuto farlo ricorrendo a Joaquin Bérchez noto storico dell’architettura spagnola il quale utilizza da anni con successo in tutto il mondo la fotografia sia in qualità di strumento di narrazione che di creazione visiva dell’architettura e del paesaggio. Ne fanno fede le mostre a New York, a Lisbona, in Messico, a Palermo e le pubblicazioni di Franco Maria Ricci.
Grazie alla sua peculiare strategia di ripresa e a un uso raffinassimo del particolare e del frammento, l’arte di El Greco nella rassegna aperta fin al 14 giugno al piano superiore del Palladio Museum, si fa incontro al visitatore inducendolo a cogliere l’intima sostanza di un tale linguaggio architettonico congiuntamente ai valori plastici che lo definiscono. Si tratta dell’ideazione e della edificazione di altari che incorniciavano i dipinti (Retablos) che l’artista spagnolo creò con particolare cura specie da quando poté essere aiutato dal figlio Manuel anche nell’intaglio, nei lavori dell’assemblaggio e nelle rifiniture della doratura. Se ne ha un saggio in questa pregevole operazione culturale del C.I.S.A: una bella mostra fotografica con immagini singolari e con un allestimento ineccepibile portata a compimento colla collaborazione dell’Istituto Cervantes, della Real Academia de Bellas Artes de San Carlos Valencia, della Municipality of Heraklion, della Generatitad Valeciana, della Culturartes IVC+R.
Per chi volesse estendere la conoscenza di questo aspetto dell’opera di El Greco, farebbe bene visitare l’appena restaurata Galleria Estense di Modena (le visite si sono riaperte solo questo febbraio) la quale fra tante opere insigni di grandi artisti, custodisce il famoso ‘Altarolo Portatile’ di El Greco dove, accanto a elementi riconducibili alle pratiche artigianali delle botteghe veneto-cretesi, si constata l’esperienza diretta della contemporanea pittura veneziana.
(Orari d’apertura di Palladio Museum a Palazzo Barbaran da Porto a Vicenza: dal martedì alla domenica 10-18) 

“All the World’s Futures”, la 56.Biennale d’Arte apre il 9 maggio

Paolo Baratta
Paolo Baratta, Presidente Biennale Venezia (Photo by A. Miatello)

(di Angelo Miatello)
La 56.Esposizione Internazionale d’Arte porta il titolo di “All the World’s Futures” e sarà un unico percorso su cui si snoderà dal Padiglione Centrale (Giardini) alle maestose sale dell’Arsenale, includendo 135 artisti  di 53 nazionalità diverse.  Novità ce ne sono parecchie, a partire dal curatore che è stato in grado di scegliere nuovi talenti e vecchi amici di viaggio a 360 gradi. L’internazionalità è il punto forte della kermesse veneziana.
Cosa ne pensa presidente?
“La Biennale che compie 120 anni procede, e anno dopo anno continua a costruire anche la propria storia, che è fatta di molti ricordi, ma in particolare di un lungo susseguirsi di diversi punti di osservazione del fenomeno della creazione artistica nel contemporaneo.”
Quali le differenze con le passate edizioni?
“Bice Curiger ci portò il tema della percezione e Massimiliano Gioni fu interessato al fenomeno della creazione artistica dall’interno, alle forze interiori che spingono l’artista a creare.”
Cos’è che non va?
“Oggi il mondo ci appare attraversato da gravi fratture e lacerazioni, da forti asimmetrie e da incertezze sulle prospettive. Nonostante i colossali progressi nelle conoscenze e nelle tecnologie, viviamo una sorta di ‘age of anxiety’. E la Biennale torna a osservare il rapporto tra l’arte e lo sviluppo della realtà umana, sociale, politica, nell’incalzare delle forze e dei fenomeni esterni. Si vuole quindi indagare in che modo le tensioni del mondo esterno sollecitano le sensibilità, le energie vitali ed espressive degli artisti, i loro desideri, i moti dell’animo (il loro inner song). La Biennale ha chiamato Okwui Enwezor – spiega Baratta – anche per la sua particolare sensibilità a questi aspetti.”
C’è il dibattito sull’arte che non c’è, lei cosa ne pensa?
“Curiger, Gioni, Enwezor: quasi una trilogia, sono tre capitoli di una ricerca della Biennale di Venezia sui riferimenti utili per formulare giudizi estetici sull’arte contemporanea, questione ‘critica’ dopo la fine delle avanguardie e dell’arte ‘non arte’.”
Perchè ha scelto Enwezor Okwui?
“Penso che Okwui sia la scelta migliore. Enwezor non pretende di dare giudizi o esprimere una predizione, ma vuole convocare le arti e gli artisti da tutte le parti del mondo e da diverse discipline: un Parlamento delle Forme. Una mostra globale dove noi possiamo interrogare, o quanto meno ascoltare gli artisti provenienti da 53 paesi, e molti da varie aree geografiche che ci ostiniamo a chiamare periferiche. Questo ci aiuterà anche ad aggiornarci sulla geografia e sui percorsi degli artisti di oggi, materia questa che sarà oggetto di un progetto speciale: quello relativo ai Curricula degli artisti operanti nel mondo. Un Parlamento dunque per una Biennale di varia e intensa vitalità.”
“Quello che si espone in Biennale ha come fondale 120 anni di storia delle arti, i cui frammenti sono in ogni angolo e di varia natura, visto che l’istituzione opera nell’Arte, nell’Architettura, nella Danza, nel Teatro, nella Musica e nel Cinema. (…) È il luogo delle “immagini dialettiche”, per usare l’espressione di Walter Benjamin.”
Ma la Biennale è fuori moda?
“Non credo proprio, anzi sono veramente contento e orgoglioso di non aver voluto ascoltare quanti nel lontano 1998 andava in giro dicendo che la mostra con padiglioni stranieri era “outmoded” e che andava pertanto eliminata, magari mettendo al suo posto un cubo bianco, uno spazio asettico nel quale esercitare la nostra astratta presunzione, o per dare ospitalità alla dittatura del mercato.”
Qual la differenza con altre Biennali?
“Ottima domanda. Lei sa che la nostra istituzione è plurima, articolata e complessa. Non è una semplice mostra di opere d’arte che devono rispondere ad esigenze di mercato. Trovo molto buona la metafora della grande montagna dei frammenti della nostra storia che cresce ogni anno. E tutto quello che non riusciamo a rappresentare o non siamo riusciti a rappresentare nelle Biennali del passato”.
La Biennale si rivolge ai giovani?
Il 48% dei visitatori che vengono alla Biennale è dato da una fascia giovanile. Abbiamo avviato la Biennale Sessions, un progetto che coinvolge in special modo le Università e le Accademie di Belle Arti. La Biennale offre una facilitazione a visite di tre giorni da loro organizzate per gruppi di almeno 50 tra studenti e docenti, con vitto a prezzo di favore, la possibilità di organizzare seminari in luoghi di mostra offerti gratis, assistenza all’organizzazione del viaggio e soggiorno.
Avete anche per questa edizione un’attività Educational?
Certo, essa è per gruppi di studenti di ogni grado e ordine, ma anche per professionisti e appassionati e famiglie. Ci saranno percorsi guidati o attività laboratoriali tenuti dal nostro personale specializzato, ormai con molta esperienza.
Cataloghi grossi come i volumi da enciclopedia?
Quest’anno il catalogo della Biennale è suddiviso in due volumi. Il primo descrive la Mostra Internazionale attraverso un ampio saggio del curatore, articolato in capitoli che scandiscono le biografie narrative degli Artisti invitati e le immagini delle loro opere. Il secondo volume è dedicato alle Partecipazioni Nazionali e agli Eventi Collaterali. Poi ci sarà una guida breve della Mostra su tutti gli Artisti, i Padiglioni Nazionali e gli Eventi Collaterali. Ricordo che è stato affidato il progetto grafico dell’Esposizione e dei prodotti editoriali a Chris Rehberger e al suo studio Double Standards di Berlino. Come da consuetudine è la Marsilio Editori che li pubblica e distribuisce.
Chi è lo sponsor che ci tiene di più a ricordare, presidente?
Non vorrei essere scortese con i vari marchi di prestigio che ci accompagnano in questa nostra avventura lagunare, tuttavia il gemellaggio con Swatch mi sempre il più appropriato. Swatch è vocata per l’arte, anzi ne fa una propria ragione di vita.

Ed è vero. Ci fa riflettere il presidente Baratta, noi che abbiamo abitato quasi vent’anni a Ginevra in rue Jean-Petitot, a due passi dalla Corraterie. Infatti è una grande firma svizzera che ha saputo nel tempo ricollocare l’immagine dell’orologio “perfetto” in un mondo che ormai sembrava totalmente perso per l’arrivo sul mercato dei prodotti non più meccanici e manuali ma funzionanti al quarzo e a basso costo. Con un prodotto che sembrava banale ed effimero, di plastica stampata ed anche rumoroso, la cultura ha avuto il sopravvento facendo sì che l’orologio da polso fosse simpatico, estravagante, tradizionale, pruriginoso, sportivo o da sera, ma sempre con un tocco artistico. “Una galleria d’arte al polso”, per riassumerlo come ha detto il Creative Director Swatcher Carlo Giordanetti alla conferenza stampa di stamane a Ca’ Giustinian, chiamato sul palco dal presidente Baratta.
Si può dire che è il simbolo dell’era del PC, dell’informatica e della condivisione sociale. Ma non dei nativi digitali. Se ha ben 95.000 collezionisti nel mondo, significa che è riuscito a crearsi uno zoccolo duro che nessun altro prodotto voluttuario c’è riuscito fino ad ora. Ci sono esempi che ne hanno copiato la strategia e l’invettiva (Swarowski, Thun), tuttavia il Signor Swatch o la signora Swatch (in francese è “la Montre”, ndr.) hanno ridato fiducia all’industria manifatturiera degli Elvezi* che non andava tanto bene tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando gli Svizzeri si chiedevano “come mai perdiamo fette di mercato?”.
Poi conoscendo molto bene lo svizzero che è orgogliosissimo della propria nazione ed appartenenza, i fondatori della Swatch A.G. hanno creato una specie di solidarietà collettiva, un modo come un altro per sentirsi uniti da un pezzo di plastica al polso che poteva essere cambiato ad ogni stagione. Il prezzo medio di Cinquanta Franchi Svizzeri era alla portata di tutti.
Poi naturalmente i più conservatori preferivano avere il modello con cinturino nero, quadrante bianco e numeri ben leggibili e mai cambiarlo (certi professori socialisti). Le novità si vedevano ogni settimana sulle vetrine dei propri negozi monomarca che sembravano un po’ spaziali e un po’ kitch. Con le signorine e la direttrice sempre prontissime con un insostituibile sorriso sulle labbra. Gli annunci erano diramati sulla stampa, publiredazionali che si confondevano con la cronaca, la quale non si dimenticava di aggiornare il lettore per numero di vendite, cose strane che succedevano per le aste, l’accaparramento dei nuovi modelli firmati o limitatissimi. La febbre da Swatch intaccò l’Italia, via Lugano, mentre la Francia via Ginevra e la Germania occidentale la vicina Zurigo.
Però chi viaggiava poteva procurasi il modello esaurito nei freeshop degli aeroporti internazionali o a Madrid o a New York, così il mercato si mescolava con Swatch che uscivano e ritornavano a casa, in un vortice di scambi che finivano sui banchi dei marchés des puces à Plainpalais.

Carlo Giordanetti
Carlo Giordanetti, Creative Director at SWATCH International (Photo by A. Miatello)

*Elvezi, popolo celtico, stanziato tra i laghi di Costanza e di Ginevra, il Giura e il Reno. (cf. Giulio Cesare / Testi, IIa Classico Liceo Giorgione-Castelfranco Veneto. La Guerra Gallica, Libro Primo, Cesare e Ariovisto. XXX)
Terminata la guerra contro gli Elvezi, ambasciatori di quasi tutta la Gallia, autorevoli personaggi, vennero a congratularsi con Cesare. Benché Egli avesse castigati gli Elvezi per i loro antichi torti verso il popolo Romano, nondimeno essi dicevan di capire che ciò era accaduto non solo per il bene di roma ma anche in pro’ della Gallia, giacché gli Elvezi avevan lasciato le loro case pur essendo ricchi e prosperi, col disegno di far guerra alla Gallia intera, di prenderne il dominio e di scegliere a loro dimora, fra tanti luoghi che v’erano, quello che di tutta la Gallia paresse loro il più adatto e il più ricco, così da render loro tributarie le altre genti.

Per la Festa della donna entrata (quasi) libera ai Musei Ecclesiastici

06676 001Il 7 e 8 marzo, in tutta Italia 3^ Giornata dei Musei Ecclesiastici, Domenica Primerano, neo Presidente dell’AMEI – Associazione Musei Ecclesiastici Italiani – annuncia per i prossimi 7 e 8 marzo la terza edizione della Giornata nazionale dei Musei Ecclesiastici.
Le due prime edizioni, svolte sotto la regia dell’allora Presidente monsignor Giancarlo Santi, hanno ovunque fatto registrare presenze prima mai viste. Facendo scoprire a migliaia di persone la ricchezza e l’interesse degli oltre mille Musei “ecclesiastici”, ovvero Musei Diocesani, di Cattedrali, Chiese, Confraternite disseminati lungo l’intera Penisola, da nord a sud, isole comprese; un immenso patrimonio che ai più è del tutto ignoto, scarsamente segnalato dalle guide turistiche delle città, “snobbato” da un certo ambiente culturale, soffocato da un’immagine di polverosità e noia che è assolutamente lontana dalla realtà di queste istituzioni.
La Giornata, sin dalla sua prima edizione, ha avuto il merito di cominciare a far riemergere quelli che apparivano come i “Musei cancellati”, nonostante siano regolarmente aperti al pubblico, siano davvero tanti (più di mille), ricchissimi per patrimonio e per attività e siano ospitati in luoghi e monumenti tra i più belli delle città italiane.
Per la Terza Giornata nazionale l’AMEI ha individuato le date del 7 e 8 marzo. Così sabato 7 e domenica 8, i più di 250 Musei Ecclesiastici aderenti all’Associazione (senza per altro escludere dall’iniziativa i Musei non ancora iscritti) apriranno le porte, proponendo, accanto al godimento delle loro diversissime collezioni, visite guidate, attività, incontri, musica.
Molti hanno scelto di accogliere del tutto gratuitamente i loro ospiti, altri riservano loro ingressi a prezzo ridotto o simbolico.
Tutti hanno scelto di proporre, accanto alla visita guidate ai loro tesori, ulteriori opportunità: visite a monumenti, o parti di monumenti, chiese, palazzi diversamente non accessibili, mostre temporanee, iniziative per famiglie e bambini, incontri di approfondimento storico o musicale. Diversi Musei hanno scelto dei temi femminili o omaggi a grandi donne, altri hanno anticipato, nelle manifestazioni messe a punto per la Giornata, temi che anticipano la prossima Expo.
museo-diocesiano-milano“Quest’anno – afferma la Presidente Primerano, che è anche Direttore del Diocesano di Trento – i nostri Musei si sono impegnati in modo davvero fortissimo, convinti dell’utilità di accogliere vecchi e nuovi visitatori in modo originale, vivace, creativo. Sono certa che per molti sarà una scoperta, il riappropriarsi di un patrimonio prima ignoto o ignorato. Tutti avranno l’opportunità di constatare come la parola museo, unita all’aggettivo ecclesiastico, sia tutt’altro che il sinonimo di vecchiume, di polvere, di cosa stantia. Chi verrà a trovarci scoprirà realtà al passo con i tempi, in grado di confrontarsi alla pari con gli altri musei cittadini, realtà che sanno dare attualità e futuro ad un illustre passato. Un patrimonio nazionale di valore europeo, centri espositivi di grande livello ma anche e soprattutto vivacissimi centri culturali”.
I Musei aderenti e le iniziative proposte da ciascuno di essi iniziative si possono trovare sul sito dell’Associazione: http://www.amei.biz

Birdman: la notorietà che porta a toccare il cielo con un dito

birdman_keatonIl cinema d’autore di Alejandro G. Inarritu costruisce con bravura una forma di pensiero sul modo di fare cinecomics, cioè il cinema dei supereroi, non dà dei giudizi negativi, indaga sul personaggio, e cerca di trasmettere il pensiero che riguarda il dramma personale che colpisce gli attori hollywoodiani che possono toccare il cielo con un dito ma poi possono anche cadere come gli dei. Arrivano alla notorietà mondiale, per essere poi ricacciati sul mondo reale, talvolta distruggendosi. Il mondo di Hollywood si sa che è spietato “se muori oggi almeno sarai sui trending topic“, come lo sono i magnifici piani sequenza collegati tra loro, senza stacchi visibili fino a nove decimi del film.
La novità dei piani sequenza di 5 minuti. Siamo abituati a piani sequenza come metodo per trasmettere un lasso di tempo reale – un piano sequenza di 5 minuti corrisponde a 5 minuti reali di interazioni tra i personaggi nel film – ma Birdman va oltre infatti la telecamera vola e scivola nei camerini per diversi giorni, ellissi a go-go, senza mai fermarsi per prendere respiro.
Michael Keaton è geniale nel mettere in gioco la sua figura, emblema ideale per questo film, che spiccò per notorietà grazie al Batman di Tim Burton senza più eguagliare quel successo in tutta la sua successiva carriera. Riggan Thomson alias Birdman che non rinuncia all’idea di dover essere un attore qualsiasi, terrorizzato di non venire ricordato dal mondo, più che altro per paura di passare in secondo piano a discapito di qualcun’altro più bravo di lui (ad esempio Farrah Fawcett che morì lo stesso giorno di Michael Jackson) ma al contempo non si pone tanti quesiti sul perché non sia più riuscito a risalire.
Un uomo senza i grandi valori che hanno reso immortali i supereroi COME Marvel, vuole continuare ad essere il migliore, esige che le sale siano gremite e i botteghini striripino di soldi, ma nello stesso momento non ne vuole più sapere con il personaggio che lo ha reso celebre.
Riggan è ancora strettamente radicato a terra fra i tanti problemi che può avere un attore di Hollywood con una ex-moglie (tradita), una figlia tossica (per il quale non è mai stato presente) e un collega attore esaltato (che vuole portargli via la scena), così tra sfoghi e tensioni l’ex supereroe sfoggia i propri super poteri solo a se stesso, fino al momento in cui si compirà il miracolo, decidendo di lasciar libero Birdman o di diventarlo una volta per tutte. Un film non solo per gli appassionati di fumetti ma per spettatori che amano una discussione aperta.

Baratta: Il film di apertura di Venezia.71,  Birdman di Alejandro G. Iñárritu, vince 4 Oscar

MTZISQBFIB02755(di A. Miatello)
“Alla Mostra del Cinema di Venezia – ha dichiarato il Presidente della Biennale, Paolo Baratta – è accaduto tra l’altro che nelle ultime due edizioni i film di apertura hanno poi fatto messe di Oscar. Quest’anno Birdman di Alejandro G. Iñárritu ha ottenuto quattro statuette (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior fotografia). L’anno scorso Gravity di Alfonso Cuarón ne aveva ottenute sette (tra cui quella per la miglior regia).
Se la più qualificata e dinamica industria cinematografica del mondo affida a Venezia il lancio in prima mondiale di film proiettati verso gli Oscar, a me pare un segno importante del prestigio internazionale di cui gode attualmente la Mostra”.

Repertorio Asiac.info (10 luglio 2014)

Proiezione la sera del 27 agosto nella Sala Grande del Palazzo del Cinema
Sarà Birdman (o Le imprevedibili virtù dell’ignoranza), diretto da Alejandro G. Iñárritu (Amores perros, 21 grammi, Babel, Biutiful), con Michael Keaton, il film d’apertura della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (27 agosto – 6 settembre 2014). Oltre a Michael Keaton, il film è interpretato da Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Emma Stone e Naomi Watts. Il film è una distribuzione Fox Searchlight Pictures / New Regency di una produzione New Regency / M Productions / Le Grisbi.
Birdman (o Le imprevedibili virtù dell’ignoranza) è una black comedy che racconta la storia di un attore in declino (Michael Keaton) – famoso per aver interpretato un mitico supereroe – alle prese con le difficoltà e gli imprevisti della messa in scena di uno spettacolo a Broadway che dovrebbe rilanciarne il successo. Nei giorni che precedono la sera della prima, deve fare i conti con un ego irriducibile e gli sforzi per salvare la sua famiglia, la carriera e se stesso.
Birdman (o Le imprevedibili virtù dell’ignoranza) è scritto da Alejandro G. Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris Jr. e Armando Bo. I produttori sono Alejandro G. Iñárritu, John Lesher, Arnon Milchan, James W. Skotchdopole. I credits comprendono inoltre il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (Gravity, The Tree of Life, I figli degli uomini), la scenografia di Kevin Thompson (The Bourne Legacy, Michael Clayton), la musica di Antonio Sanchez.
La svolta nella carriera di Alejandro G. Iñárritu avviene nel 2000 con Amores Perros, che riceve una candidatura all’Oscar come miglior film straniero e vince il premio della Semaine de la Critique al Festival di Cannes. Nel 2003 Iñárritu dirige 21 grammi (21 Grams) con Sean Penn, Benicio Del Toro e Naomi Watts. Il film partecipa alla 60. Mostra di Venezia, dove Sean Penn vince la Coppa Volpi come miglior attore; Watts e Del Toro ottengono la candidatura all’Oscar per le loro interpretazioni. Nel 2006 Iñárritu dirige Babel, l’ultimo film della sua trilogia, con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, le esordienti Adriana Barraza e Rinko Kikuchi e altri attori non professionisti di varie nazionalità.
Per Babel Iñárritu si aggiudica il premio come miglior regista al 59. Festival di Cannes. Il film ottiene sette nomination agli Oscar incluse quelle per il miglior film e il miglior regista, vincendo il premio per la miglior colonna sonora originale. Riceve inoltre sette nomination ai Golden Globes e conquista il premio per il miglior film drammatico. Nel 2007 è membro della Giuria internazionale della 64. Mostra di Venezia. Nel 2010 presenta Biutiful in concorso al Festival di Cannes, dove Javier Bardem vince il premio per la miglior interpretazione maschile (ex aequo con Elio Germano per La nostra vita). Biutiful è nominato all’Oscar come miglior film straniero e Bardem come miglior attore protagonista.
Birdman (o Le imprevedibili virtù dell’ignoranza) uscirà nelle sale cinematografiche del Nord America il 17 ottobre e all’inizio del 2015 nel resto del mondo.

Il rinato Museo del Vetro di Murano

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Coppa in vetro fumé

(di Marica Rossi). Se è vero che la scultura è genere che esplora lo spazio all’interno di sé e dei propri dintorni,  l’arte del vetro ne specchia la realtà d’entrambi. Un sortilegio di cui Venezia dà testimonianza fra le mirabili opalescenze della sua laguna custodendone esemplari preziosissimi come la collezione unica al mondo con oggetti d’arte vetraria ambiti come quelli in oro e in argento i quali proprio adesso possono contare nella nicchia ideale della dimora di Murano ineccepibilmente restaurata e ampliata offrendo pure una inedita frontiera per gli artisti contemporanei.
Inaugurando i giorni scorsi la rinata sede (è stata inagibile comunque solo per pochi mesi grazie ad un acrobatico sistema di interventi a rotazione sulle varie sale) si sono rinnovellati i fasti della sua tradizione di culla di questa arte colla ricollocazione dei pezzi dagli scavi archeologici, degli esemplari storici propri, delle celeberrime collezioni dei due secoli antecedenti il nostro e delle opere fin al primo decennio 2000 colla mostra che chiude il 30 maggio dedicata a Luciano Vistosi (Murano1931-2010).
Andando a ritroso nel tempo va ricordato che Murano fu la culla di quest’arte a partire dal XIV secolo allorché divenne il primo distretto industriale del vetro a livello mondiale colle fornaci spostate lì da Venezia su ordine del Doge per evitare altri rischi d’incendi alla città. Da allora l’attività fu pur con alterne fortune un punto di riferimento per l’arte del vetro suggerendo nel 1861 ad Antonio Colleoni all’epoca sindaco di Murano e all’abate Vincenzo Zanetti cultore appassionato di tale arte l’idea del Museo che fino ai nostri giorni s’è attestato il terzo museo più visitato di Venezia. Memori di ciò, versando la sede negli ultimi tempi in uno stato di degrado, ci si è attivati per un restauro ora portato a compimento con un costo di 2,1 milioni di euro di cui 1,2 arrivati dai Fondi Europei (alla presentazione ne ha parlato la dott Clara Peranetti dirigente in Regione) comp rendendo pure il ripristino degli affreschi settecenteschi dello Zugno con il trionfo di San Lorenzo Giustiniani (1381-1455) primo patriarca di Venezia. Di tutto ciò Gabriella Belli direttrice dei Musei Civici di Venezia e il Comune han saputo far tesoro riconsegnandoci una realtà che colle vigili cure della direttrice del Museo dott.ssa Chiara Squarcina è diventata una istituzione dalla museografia aggiornata, migliorata esteticamente e ampliata di 400 mq per l’Ala delle Conterie dove un tempo si fabbricavano le perline adesso destinata a mostre temporanee, come per Vistosi allestita da Daniela Ferretti con pezzi di stupefacenti genialità creativa e virtuosismo esecutivo.
E’ fuor di dubbio che il patrimonio museale esposto sia davvero un tripudio d’arte vetraria in ogni sua declinazione: dalle olle cinerarie di epoca romana, alle creazioni dell’”età dell’oro” veneziana tra il ‘300 e il ‘600; dalle preziose ostentazioni settecentesche alle meraviglie fine ‘800 fino alle sperimentazioni novecentesche tra arte e design.
Basterebbero pezzi come la “Coppa Barovier” del 1460 in vetro soffiato blu con smalti e oro, l’alzata in vetro acquamare il cui decoro dell’aquila è fatto con la paglia, e poi la serie dei ‘Goti’ Brandolini e la trentina dei lavori della temporanea di Vistosi per far accorrere quanto prima in questo luogo di delizie tutte le persone appassionate d’arte e di cultura. Un patrimonio che ben si confà alla bellezza dell’isola veneziana così unica, così coinvolgente.

Torino: Il nuovo Museo Egizio quasi pronto

5Mancano poche settimane per l’inaugurazione del nuovo Museo Egizio di Torino che da tempo attende una sua rigenerazione polivalente. Si tratta dell’unico museo al mondo oltre a quello del Cairo ad essere interamente dedicato all’arte ed alla cultura egizie. E’ la seconda collezione di antichità egizie del mondo nonché la più importante e ricca al di fuori dell’Egitto. Fondato nel 1824, attira turisti, appassionati di egittologia e studiosi di fama internazionale. Possiede una collezione più di 30.000 pezzi (Tomba di Kha e Statuario) d’interesse scientifico (vasellame, statue frammentarie, ceste, stele, frammenti di papiri) e vengono regolarmente studiati in quanto oggetto di pubblicazioni.
Nei suoi 190 anni di storia, le numerose trasformazioni del Museo sono sempre andate di pari passo con le esigenze dei visitatori, che nell’Ottocento ad esempio erano più che altro studiosi di egittologia.
L’allestimento storico è stato mantenuto fino al luglio 2013, quando i lavori di rifunzionalizzazione hanno interessato il 1° piano della sede di Via Accademia delle Scienze con la conseguente necessità di presentare al pubblico un allestimento temporaneo – quello dell’Ipogeo – che preservasse la fruibilità delle collezioni museali.
Immortali, l’arte e i saperi degli antichi Egizi è il nuovo percorso museale che dal 1° agosto dello scorso anno offre al pubblico un approccio museale più attuale, un rapporto più diretto con i reperti grazie alla possibilità di scoprirli nella loro tridimensionalità.
Pur non avendo un “carattere italiano”, il Museo Egizio è uno dei grandi attrattori culturali di Torino: molto amato dai residenti come dai turisti, dal pubblico di studiosi come dagli appassionati. Ma il Museo Egizio di Torino non è solo un tassello dell’offerta culturale e turistica della città: rappresenta infatti un pezzo di storia del territorio, un tratto distintivo della sua identità. Generazioni e generazioni di torinesi sono cresciute visitando le sue sale e
scoprendo le sue meravigliose collezioni, con la consapevolezza di possedere un “tesoro”: il più antico museo egizio del mondo. Il percorso di rinnovamento del Museo non risponde quindi solo alle logiche di tutelare e conservare al meglio un patrimonio culturale di eccezionale livello e di mantenere alto il livello di attrazione turistica, ma è anche segno della capacità di rinnovarsi della comunità di cui è espressione. Il numero di visitatori del Museo supera il mezzo milione all’anno, piazzandolo al nono posto in graduatoria nazionale. La Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino è stata costituita ufficialmente il 6 ottobre 2004 e rappresenta il primo esperimento di costituzione, da parte dello Stato Italiano, di uno strumento di gestione museale a partecipazione privata.
La Fondazione è stata costituita dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che ha conferito in uso per 30 anni i propri beni, insieme alla Regione Piemonte, alla Provincia di Torino, alla Città di Torino, alla Compagnia di San Paolo ed alla Fondazione CRT. La somma di 50 milioni di euro allocata per la ristrutturazione e il riallestimento del Museo è il frutto di un accordo di programma tra: il Comune di Torino, la Provincia di Torino, la Regione Piemonte, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT.
Il progetto del “nuovo” Museo Egizio è stato al centro di una competizione mondiale di architetti, ingegneri ed esperti museali per determinare la grande rinascita della struttura. La gara è stata vinta dal raggruppamento Isolarchitetti. I lavori sono stati affidati, attraverso un’altra gara di appalto, a Zoppoli & Pulcher.

I numeri del cantiere
 1.080 giorni di lavoro
 110 maestranze operanti in cantiere
 6.992 mc di terra rimossa
 2.182 mc di calcestruzzo
 254.027 kg di armature di ferro
 160.000 m di cavi elettrici
 1.820 mq di pittura muraria.

L’immortalità degli Antichi Egizi diventa così tangibile nelle opere, sia monumentali che di piccole dimensioni, che rivelano saperi sorprendenti in grado di inviare incessantemente messaggi dal passato. Tra i reperti imperdibili da ammirare, si segnalano in particolare:
1) La Tomba degli Ignoti, Antico Regno (ca 2450 a.C.)
2) Il dedicante Penshenabu, Nuovo Regno 1279-1213 a.C., calcare dipinto
3) La dama Hel, Nuovo Regno 1279-1213 a.C., calcare
4) I coniugi Pendua e Nefertari, Nuovo Regno 1279-1213 a.C., calcare (che sono il simbolo del nuovo percorso museale, vedi poster)
5) Sandali intrecciati provenienti dalla Tomba della Regina Nefertari, Nuovo Regno, 1279-1213 a.C., fibre vegetali
6) Il portastendardi Penbuy, Nuovo Regno, 1279-1213 a.C. , legno
7) Statua cubo di Merenptah, Epoca Tarda 714-690 a.C. Diorite
8) Una intera parete di stele di epoche e materiali diversi, talune mirabilmente dipinte
9) Due regine tolemaiche, Epoca tolemaica (IV-III secolo a.C.), una in basalto e una in arenaria
10)Una testa di re, Epoca tolemaica
(IV-III secolo a.C.), basalto.

Una stele per Djehutinefer e la moglie Benbu
Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Amenofi III (1388-1351 a.C.)
Stele egizia incisa con geroglifici

Calcare, dipinta
Nuovo Regno, inizio XVIII dinastia (1540-1479 a.C.)
Provenienza: Tebe, Dra Abu el-Naga, in seguito Collezione Drovetti, 1824
N. Inv. C. 1638
Questa stele con la sommità arrotondata era un monumento funerario per Djehutinefer (il cui soprannome è Seshu) e la moglie Benbu. I due sono raffigurati in rilievo appena emergente, seduti su belle sedie con il piede a zampa di leone, mentre la loro bambina è in posa eretta al loro fianco davanti a una tavola per le offerte ricchissima di vivande (ben visibile un’anatra sopra le forme di pane). Anche in rilievo emergente sono gli occhi protettivi udjat, che simboleggiano l’occhio risanato del dio falco Horus e il segno shen (tutto ciò che il sole circonda) e la coppa (per il verbo «unire») posti sulla sommità della lunetta. La coppia è abbigliata con eleganza, l’uomo con un’intricata parrucca casco scalato con indosso una fine tunica bianca trasparente sotto un più pesante gonnellino bianco. Djehutinefer regge inoltre uno scettro del potere. Anche Bembu, mentre abbraccia affettuosamente il marito, indossa una tunica bianca che le scopre il petto. Per tenere a posto la lunga parrucca, porta un diadema a bocciolo di loto (simbolo di rinascita). Poiché le sue braccia sono impegnate, la giovane figlia Neferty (riprodotta in scala minore con il ricciolo laterale dei bambini) solleva il consueto bocciolo di loto al naso della madre. La scena si svolge incorniciata in una «finestra». I testi raffigurati sopra e sotto sono eseguiti in un meno laborioso rilievo abbassato. Elenchi di offerte sono scolpiti in uno sazio sollevato sopra la tavola d’oblazione. I due testi principali compongono una preghiera in lode a Harakhti e Osiride, affinché lo spirito ba dei defunti possa entrare in paradiso e il loro corpo nella vita ultraterrena.
http://www.museoegizio.org/pages/stele.jsp

Premio Campiello: Ilvo Diamanti presidente della 53 edizione

Ilvo Diamanti
Ilvo Diamanti

Entrano nella Giuria anche Federico Bertoni, docente di critica letteraria e letterature comparate, e Chiara Fenoglio, studiosa di letteratura italiana. Il 29 maggio a Padova si svolgerà la selezione della cinquina finalista, il 12 settembre a Venezia la proclamazione del vincitore. Al via la 53^ edizione del Premio Campiello, che quest’anno avrà come presidente della Giuria dei Letterati il politologo e saggista Ilvo Diamanti. «Una peculiarità del Premio Campiello è quella di scegliere ogni anno per la guida della Giuria dei Letterati una personalità di spicco della cultura, non legata direttamente alla letteratura», dichiara Roberto Zuccato, Presidente della Fondazione il Campiello e di Confindustria Veneto. «Una scelta voluta sia per garantire autonomia e trasparenza al Premio, sia per creare nuove contaminazioni tra mondo letterario e altre forme di cultura, arte e scienza. Ilvo Diamanti è uno degli intellettuali italiani più autorevoli, sempre in grado di offrire un punto di vista originale attraverso le sue analisi magistrali sulle trasformazioni della società e della politica. Siamo certi che saprà coordinare con autorevolezza e rigore i lavori della Giuria nel delicato compito di selezionare le cinque opere finaliste». Ilvo Diamanti commenta: «Sono molto onorato e felice di poter presiedere la Giuria dei Letterati del Premio Campiello. Da oltre cinquant’anni il Premio rappresenta uno degli eventi culturali di maggior impatto sulla società e, come studioso, mi ha sempre interessato perché propone un singolare crocevia fra impresa, lavoro e cultura.  La letteratura, inoltre, offre uno sguardo curioso e rivelatore sulla società e i suoi attori. Io ne ho spesso ricavato spunti e chiavi di lettura per comprendere i mutamenti socio-politici, da prospettive non scontate e im-previste. Il compito che mi è stato assegnato è di grande responsabilità ma anche di grande prestigio. Io cercherò di svolgerlo al meglio».