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I fatti e le notizie

Verona: Lü Jia dirige l’Orchestra e Coro dell’Arena. Commemorazione vittime Olocausto

–I Jia Lu
Terzo appuntamento sinfonico 2015, Teatro Filarmonico, direttore Lü Jia alla guida di Orchestra e Coro dell’Arena di Verona

 

FINZI, STRAVINSKY E ČAJKOVSKIJ PER IL TERZO CONCERTO AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

VEN 30 GEN ORE 20.30
SAB 31 GEN ORE 17.00
terzo appuntamento sinfonico del 2015 al Teatro Filarmonico con il direttore Lü Jia alla guida di Orchestra e Coro dell’Arena di Verona.

La serata, a pochi giorni dalla Giornata della Memoria, a commemorazione delle vittime dell’Olocausto e per ricordare i 70 anni dalla liberazione del lager di Auschwitz-Birkenau presenta in apertura due composizioni del musicista di origine ebrea Gerald Finzi, mai eseguite al Filarmonico dalle compagini artistiche della Fondazione: Romance per archi op. 11 e Introit for Solo Violin & Small Orchestra op. 6, che vede a dialogo con l’orchestra il primo violino areniano Peter Szanto. Il concerto prosegue quindi con la Sinfonia di Salmi di Igor Stravinsky, eseguita dal Coro dell’Arena, e si conclude con la Sinfonia n. 4 op. 36 in fa minore di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
Il concerto replica sabato 31 gennaio alle ore 17.00.
La proposta sinfonica di fine mese presenta un artista poco frequentato dai teatri italiani, Gerald Finzi. Del compositore inglese vengono proposte due opere giovanili: una breve composizione per orchestra d’archi del 1928, Romance per archi op. 11, e «un breve lavoro che ha il carattere di un movimento concertante, con un accompagnamento orchestrale che ha un’importanza quasi pari alla parte del violino solista». Così dichiara lo stesso Finzi introducendo la partitura di Introit for Solo Violin & Small Orchestra op. 6, di pochi anni precedente alla Romance ma revisionata più volte, sia dieci anni dopo la prima stesura del 1925 che nel 1942.
Segue l’entrata in scena del Coro areniano preparato dal M° Vito Lombardi per l’esecuzione della Sinfonia di Salmi (Symphonie de Psaumes) di Stravinsky: un «tutto organico» che compone una sinfonia non conforme ai differenti schemi codificati dall’uso, «un’opera dal grande sviluppo contrappuntistico» che utilizza un organico corale e strumentale nel quale i due elementi sono posti allo stesso livello, «senza alcuna predominanza dell’uno sull’altro», come racconta il compositore nella sua biografia. La Sinfonia di Salmi nasce sui versetti dei Salmi n.38, n.39 e n.150 della versione latina delle Vulgata ed è la prima opera importante in cui Stravinsky affronta il tema religioso.
Conclude l’esecuzione della Sinfonia n. 4 op. 36 in fa minore di Čajkovskij. Velatamente dedicata alla baronessa Nadežda von Meck, più che un vero e proprio programma extramusicale, la Quarta Sinfonia illustra una successione di stati d’animo che possono essere associati alle diverse situazioni espressive evocate nel corso della partitura, come Čajkovskij descrive nella lettera indirizzata all’amica all’indomani della prima esecuzione. Il primo movimento si delinea come una riflessione sull’ineluttabile forza del Fato che incombe sull’esistenza umana, nel suo «costante alternarsi di aspra realtà, di sogni evanescenti, di fuggevoli visioni di felicità»; l’Andantino «esprime un’altra fase di sofferenza; è la malinconia che ci invade a sera, allorché siamo soli»; il terzo movimento «non esprime sensazioni definite; è piuttosto una successione di capricciosi arabeschi», su cui l’immaginazione costruisce visioni di «contadini un po’ ebbri», canzoni di strada e cortei militari. Infine, nel quarto movimento prendono vita, in contrapposizione al dolore individuale, «una festa rustica» e la gioia del divertimento collettivo, su cui ancora una volta incombe il richiamo del Fato «che riappare a ricordarti di te stesso».
biglietteria@arenadiverona.it
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Castelfranco Veneto: Saran si dimette. Cause incerte.

L’assessore Saran sbuca dalla cadillac rosa per annunciare le dimissioni a Osvaldo Bevilacqua di Rai2
Auto rosa per
Veduta di piazza Giorgione con la cadillac rosa e la troupe con Osvaldo Bevilacqua di Rai2

Oggi si è concluso un capitolo importante della mia vita. Ho rassegnato nelle mani di Luciano Dussin, sindaco di Castelfranco Veneto, le mie dimissioni da Assessore alla Cultura. E’ stata una decisione molto sofferta, ma inevitabile”. (…) “Sono stati quasi cinque anni molto intensi – ha scritto Saran in una nota sulla sua pagina Facebook -. Ho vissuto esperienze che mi fanno sentire fortunato. Confesso che mi sono molto divertito cercando di essere utile alla mia Città. Ho incontrato tante persone che altrimenti, mai avrei potuto conoscere” (…) “Tuttavia, avvicinandosi il momento della tornata elettorale – si legge nella lettera di dimissioni -, ritengo corretto da parte mia rimettere al Sindaco le competenze a suo tempo assegnatami in quanto, allo stato attuale, non ho gli elementi per conoscere e quindi condividere le possibili strategie che il candidato e il gruppo del partito da lui rappresentato sottoporranno al giudizio degli elettori. Mi auguro, pertanto, che al termine di questa esperienza, rimanga un buon ricordo di quanto da me svolto, con dedizione, impegno, entusiasmo, al di là di quelli che saranno, eventualmente, gli scenari che si delineeranno per il futuro della nostra Città”.
Valutazione politica dell’intrigante Scelta. 
1. “...non ho gli elementi per conoscere e quindi condividere le possibili strategie che il candidato e il gruppo del partito da lui rappresentato sottoporranno al giudizio degli elettori.”
L’ex assessore non sa di essere pro-tempore se già stima di “non conoscere e quindi di condividere le possibili strategie...”, fino ad ora ha fatto quello che ha voluto, non certo seguendo una linea politica disegnata dal gruppo che ha gestito il Comune o la Regione Veneto. Ha litigato con la Pro Loco, vero promoter del turismo locale. Non va d’accordo con Maria Gomierato “due galli in un pollaio”. “Oggi è pro leghista, domani è qualcos’altro”. Si è mosso “dove e con chi ha voluto”, trascurando molti altri segmenti della comunità e del compartimento tricefalo che gli fu affidato dalle mani del sindaco on. Dussin: “cultura, turismo e identità”. Diviso in casa, non si è mai capito se fosse “di area berlusconiana, alfaniana o finiana”, per le sue doppie tessere, si è trovato più di una volta con le spalle al muro: villa bolasco abbandonata, cinema paradiso allo scoperto, casa Giorgione vuota, disattento ai centenari e naturalmente separato dal mondo scuola.
2.“Il Distretto Terre di Giorgione è del mio amico Baldin, la città non ha appoggiato questa sua idea geniale”.
Di cosa stiamo parlando? Di circuiti eno-gastronomici in cui il Paolino spezapreda (così si chiamava Veronese prima di essere Paolo Caliari detto il Veronese) e il giovane Zorzon avrebbero lasciato le loro tracce nelle osterie del ‘500? Quali sono le radici comuni tra l’uno veronese con famiglia certa e l’altro vissuto cinquan’anni prima e nato non si sa da chi?
Non importa! Tuona lo slogan dei pieghevoli: “abbiamo ben otto lacerti di un ciclo veronesiano”. In realtà fu firmato da ben quattro frescanti: Paolino spezapreda, Giambattista Zelotti, Anselmo Canera e Bernardino India. “Questo è fondamentale per determinare che siamo nelle terre di Veronese”, lo ha detto lo storico di Treville. In quale provincia siamo: in quella di Zaia o di Tosi? Qui l’assessore non sa che pesce pigliare, sta con nessuno dei due. “Le Terre di Giorgione” è un brand da supermercato non certo culturale.
3. Dimenticarsi dei Centenari è come vivere con parrucche incipriate con le calze attillate bianche ed il neo sullo zigomo sinistro. Nessun cenno sugli anniversari proclamati: Giornata della Memoria, Foibe, Europa, Dichiarazione dei Diritti Umani…, Festa della Donna, e sui centenari di: San Pio X, La Grande Guerra, l’on. Ferruccio Macola (maestro del giornalismo d’attacco e fondatore del Sec. XIX di Genova), Pietro Damini, Francesco Maria Preti…
Nessun cenno del Damini, della mostra su Giorgione, Jappelli, Bembo allestite negli ultimi tre anni a Padova, la Nuova Atene. Eppure il Deus ex Machina è venuto più volte a Castelfranco.
3. Pensare di lavorare per la comunità e dimenticarsi del mondo scuola che conta più di diecimila studenti di tutte le classi e categorie, significa fare a pugni con la nostra storia. “Da un uomo colto come Saran mi sarei aspettato di più” – ha borbottato Patrizio di Bassano. Castelfranco non ha mai approfittato di gemellarsi con i Musei Civici di Padova, con Bassano o Asolo.
4. “Un assessore che giustifica il suo ultimo atto ‘romantico’ come conseguenza della bocciatura del suo amico Baldin – fra l’altro tutti e due della stessa congrega – è su un piano politico non coerente” – scrive in un post Caterina.
5. “Speriamo che il prossimo assessore sia meno talebano” – ironizza il noto fumettista Varo.
6. Domenica l’abbiamo intravisto sotto i riflettori di Rai2 con Bevilacqua Osvaldo, un veterano che ormai ha fatto la sua storia (dal 1977).
Forse è la causa nascosta delle sue dimissioni?

Fondazione Benetton: una serata con il regista Ado Hasanović

Mercoledì 28 gennaio alle ore 21, nell’auditorium della Fondazione Benetton Studi Ricerche di Treviso, è in programma l’ultima serata del ciclo di proiezioni di film e docufilm di giovani registi bosniaci e italiani in vario modo centrati sulla storia recente, l’attualità, la cultura e l’arte della Bosnia-Erzegovina. La breve rassegna sarà chiusa da alcuni documentari del giovane regista emergente, originario di Srebrenica, Ado Hasanović: The Blue Viking in Sarajevo e Red Line del 2012; The Angel of Srebrenica, 2010; Memorie Condivise, 2014; e Mama, 2013, che, nel maggio 2014, ha vinto il Golden Apple per il miglior corto al BHFF (Bosnia-Herzegovina Film Festival) di New York.
Le opere saranno presentate dallo stesso Ado Hasanović e da Gorčin Zec, regista.

REAL SHIT, vera merda di cavallo e gallina

Real Shit, foto da sito webQuesta non è la solita merda. Avrai tra le mani 500g di letame organico di prima qualità, raccolto da me qui in fattoria e fatto maturare per sei mesi neanche fosse un whisky invecchiato. Questa roba contiene abbastanza azoto, fosforo e potassio per dare una botta di vita alle tue povere piante di città. Provalo e mi ringrazierai – o meglio ringrazierai i cavalli e le galline, perché sono loro che fanno tutto il lavoro.
Si tratta della spiegazione sul web del “nuovo prodotto” inscatolato messo in vendita nel negozio di lusso Eatitaly a New York, fondato da Oscar Farinetti (una volta vendeva prodotti elettronici). Settecentocinquanta grammi di “letame organico di prima qualità”, assicura con soddisfazione l’etichetta del prodotto. Roba di qualità, come nella tradizione della catena di negozi. Quasi un chilo di purissimo concime di campagna con cui coltivare le piante sul balcone o il proprio orto urbano di insalate e pomodori. L’apoteosi del radical chic italiano. Venduto a caro prezzo, soprattutto in relazione alla materia che è quella roba lì. Alla quale non siamo soliti attribuire un prezzo, ché altrimenti saremmo tutti ricchi. A esclusione di chi soffre di stipsi. Otto euro e novanta centesimi. Ecco il prezzo della fatica – è il caso di dirlo -, di mucche o cavalli e galline (sono loro le autrici della mercanzia, ma per gli esperti era la merda di cavallo la migliore). Per sicurezza un collega milanese, radical chic della cata stampata berlusconiana ha telefonato al centralino di Eataly, per sincerarsi che non si trattasse di uno scherzo. Una gentilissima inserviente gli ha risposto che ci sono ancora scatole sugli scaffali.
Una piccola riflessione. Su un piano, diciamo etimologico, “real shit” sta per “vera merda” che faremmo fatica intitolare un barattolo da esporre in un supermercato o appoggiare accanto a spaghetti, formaggi e salumi. Allora la traduzione in italiano è “letame” ma anche questo non sarebbe adatto. Un cliente non se la sentirebbe di comperarlo e pagarlo quasi diciottomila delle vecchie lire. Ci sono gà mille prodotti chiamati “fertilizzanti” liguidi o solidi in pastiglie o bastoncini, rigorosamente verdi o marroncini come i sottovasi di plastica (o in recipienti verdi). In Usa, il barattolo di shit non fa scalpore e nemmeno di metterlo assieme ai prodotti della spesa quotidiana. A New York si vende, fa country.
L’idea è comunque geniale che provocherà un po’ di scalpore ma poi se ci sarà una buona pubblicità come quella fatta per cani e gatti (cibo inscatolato o confezionato con deliziose teste di gatto), anche il real shit, la vera merda, porterà guadagno. L’EXPO di Milano serve anche a questo: dimostrare al mondo intero che la genialità viene anche attraverso la confezione e non il contenuto.  
La storia dell’arte comunque ha un precedente dello stesso tipo: “Merde d’artiste” , scatolette confezionate dal noto Piero Manzoni che di recente in un’asta inglese una scatoletta è stata battuta per 124mila euro…che sono vuote. 

http://www.real-shit.com/it#/home

Shit and die, Cattelan si confessa. Il corpo innazitutto

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Valerio Carrubba, Eve (a portrait of Gianni Minà), 2014, Courtesy l’artista e Galleria Monica De Cardenas, Milano/Zuoz
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SHIT AND DIE, LETAME (MERDA) E MORTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La città di Torino a prova di bomba
“Che piaccia oppure no, Shit and die è stata una scommessa: nessuno di noi fa il curatore di professione, ma da subito la città ci ha rapito e convinto ad accettare la sfida”, afferma Cattelan con  Papini e Ben Salah. “Torino ha offerto spazi, leggende e personalità che sono diventati cibo per la nostra immaginazione affamata e il materiale grezzo con cui elaborare un racconto. Abbiamo annodato le fila della memoria collettiva e ci siamo imbattuti per caso in personalità che ci hanno incuriosito: quello del professor Giacomini, ad esempio, che dopo una vita trascorsa a sezionare cadaveri, ha donato il suo corpo al Museo di anatomia che lui stesso aveva contribuito a creare. Il suo scheletro è ancora in trasferta a Palazzo Cavour, ma lunedì tornerà in quella che si è scelto come casa eterna”. L’esposizione – il cui titolo strizza l’occhio all’opera “One hundred live and die” di Bruce Nauman – è in fondo una finestra sull’arte esistenziale.
Protagonista è il corpo, con le sue pulsioni e fragilità: vita e morte a prova di choc, con riferimenti sessuali espliciti, nudi e provocazioni. E così come i personaggi torinesi nei loro ritratti alla “Trasformat”, anche il padrone di casa Camillo Benso ha dovuto fare i conti con le perversioni feticiste, proprio nel suo bagno.
Questi numeri
Oltre 28 mila visitatori hanno messo gli occhi sulle 144 provocazioni d’artista allestite nei 1357 metri quadri di Palazzo Cavour. A far discutere, oltre alle scelte stilistiche dei 61 artisti in mostra, è il cocktail di sesso, soldi, morte, nudi e potere racchiuso nelle venti stanze di uno dei palazzi più importanti della città. Le pareti dello scalone d’ingresso sono ricoperte da 40 mila banconote autentiche da un dollaro (l’opera di Eric Doeninger s’intitola “The hug”, l’abbraccio). Dieci sono le tonnellate di terra utilizzate nell’opera di Davide Balula, 308 le scatole di torrone impiegate da Aldo Mondino e 39 i metronomi che scandiscono il tempo nella creazione di Martin Creed. Stelios Faitakis ha impiegato un ciclo lunare, 28 giorni, per dipingere la sua opera in loco; Julius von Bismarck ha dovuto girare per dodici ore intorno al suo tronco d’albero per tagliarlo con un coltellino svizzero; di un centimetro al giorno è il “progress di autodistruzione” del lavoro di Pugnaire e Ruffini.
E Artissima ringrazia
“Nel 1992, in una mostra collettiva al Castello di Rivara Maurizio Cattelan allestiva un’opera fatta di lenzuola annodate, segno della sua fuga dallo spazio espositivo. Ventidue anni dopo, in veste di curatore, ha compiuto un’operazione apparentemente contraria: non è scappato ma si è calato dentro questa città”, afferma la presidentessa Sarah Cosulich. “Questa mostra è il risultato del mettersi in gioco del trio curatoriale così come di Artissima. Invitando Cattelan, ho creduto che il suo progetto potesse portare tanto alla fiera e a Torino. Sono felicissima per lo straordinario risultato ma non ne sono per niente sorpresa”.

Idee antisemite. Una riflessione

ribbon-black_68(Da Parigi Cesare Martinetti). Uno dei prigionieri del terrorista al minimarket: ci ha detto che il suo obiettivo era colpire l’asilo. Ma invece per fortuna non succede nulla, non c’era nessuna bomba, come non c’è stata nessuna sparatoria nel 19°. Un anziano abitante del quartiere – «non ebreo» – racconta che l’«Hyper cacher» era stato aperto da non molto, 3-4 anni, in questo angolo del 12° arrondissement detto di Saint-Mandé. Qui, ci dice il nostro abitante di questa zona apparentemente molto popolare, vivono da anni molti ebrei. «Ma non proprio qui, più in là, verso il bosco di Vincennes, dove le abitazioni costano care come nel centro di Parigi». E lei ci veniva a far la spesa nell’«Hyper cacher?». «No, perché non mettevano i cartellini con i prezzi sui prodotti. Ecco, io credo che non sia giusto questo, lo dice la legge, bisogna sapere quando si spende…».
Idee antisemite
Non vogliamo dare nessun valore statistico a questa chiacchierata casuale, ma in quattro parole questo pacifico francese che avrà settant’anni ha infilato due pregiudizi sugli ebrei: che sono ricchi e che truffano nel commercio. Shlomo Malka ci dice che nel numero appena uscito de «l’Arche» si trova un’indagine di Dominique Reynié, politologo di Sciences-Po, sulla società francese dove si legge che «le opinioni antisemite raggiungono un’alta intensità», sia pure in ambienti relativamente circoscritti e che i musulmani antisemiti hanno assorbito cliché dalla vecchia sottocultura francese, a cominciare dal fatto che gli ebrei sono ricchi e manipolano giornali e informazione.

HEBDO CHARLY. Viva la libertà d’opinione e di satira.

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Dopo l’attacco mortale contro la sede di Charlie Hebdo, il sito del settimanale francese ha messo online una home page completamente nera con un unico messaggio scritto in bianco: Je suis Charlie (siamo tutti Charlie). Nella parte inferiore della pagina un file.pdf traduce “Je Suis Charlie” in diverse lingue. Lo slogan è diventato in pochissimo tempo la frase simbolo di solidarietà alla rivista, dopo un attacco cha ha provocato 12 morti, tra cui quattro fumettisti. L’unico modo per sconfiggere il terrorismo è la soladietà globale che esalti la libertà d’espressione e di satira condanni fermamente questi atti criminosi malvagi. Non ci può essere tolleranza per questa violenza armata “nazifascista”. Ed è inutile insegnare che “al mondo siamo più di un miliardo”, dunque possiamo fare ciò che vogliamo. L’uso della violenza estrema contro persone inermi dev’essere politicamente arginato e sconfitto, al di là di essere – come in Italia pro o contro l’emigrazione epocale. E se ancora possiamo avere un pizzico di libertà, in Occidente, è grazie alla Rivoluzione francese, alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e alla Codificazione sul diritto della guerra di Ginevra. Senza di queste anche il pianeta cosiddetto di professione religiosa differente sarebbe stato schiacciato dalla bomba atomica. E se purtroppo qualcuno ancora ffacesse fatica a capirlo perchè sarebbe molto più facile inculcare a dei giovani nullatenenti e borderline che la forza del fuoco è lecita in nome di dio, alibi peraltro assai diffuso anche fra i capi mafiosi di cultura cattolica, dobbiamo asieme chiederci il perchè e come dobbiamo cambiarli questi giovani. Non certo con 32 euro al giorno ed un paio di scarpe da ginnastica ed un paio di jeans sbiaditi ma portandoli ad una consapevole appartenenza di società multiculturale. E’ difficile ma si può fare. 
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