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I fatti e le notizie

SCANNER NELLE SCUOLE: LA CORSA ALLA SPESA. QUALE MARCA?

IL VENETO IN TUTTI GLI EDIFICI SCOLASTICI: MASCHERINE E TERMOSCANNER.

La misurazione della temperatura in ingresso per studenti, docenti e personale scolastico è sempre stato uno dei grossi problemi, fin dall’inizio. Siccome la Sanità, come in molte altre situazioni, non era in grado di far fronte al fabbisogno nazionale, abbiamo assistito ad estenuanti ping-pong mediatici. Chi li aveva questi strumenti, quasi sempre importati, e chi invece ne era sprovvisto e doveva accontentarsi della pistoletta piantata sulla fronte.
Pistole, cellulari, telecamere con zoom, alcuni dei quali sofisticatissimi con le relative app, venivano indirettamente pubblicizzati da tutte le emittenti pubbliche e private. La nostra corrispondente Botteri da Tokyo per la Rai non mancava un solo giorno mostrare al grande pubblico italiano chiuso in casa, rattristato e succube della dittatura mediatica, come la tecnologia asiatica era già pronta, sia cinese che coreana. Milioni di passanti sulle strade o quando entravano negli esercizi pubblici venivano immortalati su uno schermo con un quadrato tratteggiato sulla fronte che segnalava la temperatura sospetta di un individuo. Una centrale (o una postazione locale) rilevava l’untore e la polizia interveniva dopo qualche minuto o ora (?). Certo che ci voleva un esercito per controllare le masse sempre di fretta. E’ il passaggio obbligatorio per un futuro con altri scopi? Kennedy ci ha già messo in guardia a Berlino, qualche giorno fa.
Da noi, non si poteva certo essere attrezzati con questa eccezionale ripresa dall’alto con telecamere piazzate un po’ dovunque e postazioni ravvicinate o a distanza, quando abbiamo ancora quelle stravecchie dell’era 2000 che non danno immagini nitide e non segnalano nulla, essendo sprovviste di “algoritmi” puntuali. E nemmeno potevamo pretendere di avvicinarci al mondo del Grande Fratello, da poco usciti dalla preistoria (la scoperta di covi dei mafiosi con postazioni sugli alberi (Provenzano, Rina) e con la caccia ai “pizzini” (post-it gialli), vedi scandalo Consip: “Di padre in figlio. Il familismo renziano” di Marco Lillo).
La fantascienza con armi micidiali al lazer, super telecamere persino grandi come un uccellino (“Bird Drone”) per scovare Bin Laden è sempre rimasta sugli schermi o nelle storie di rotocalchi.
Come mai il Billionaire non si era attrezzato?
Ora però, la dice lunga, a poche settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico, che è ancora un via vai di dichiarazioni e contro dichiarazioni. Forse a causa della burocrazia che ha tempi ciclopici e non certo veloci e “onesti”.
“Propongo l’installazione di termoscanner in tutte le sedi scolastiche – dichiara l’assessore del Veneto, Donazzan – così come già avviene negli uffici pubblici, negli aeroporti, in alcune grandi aziende. Affidarsi alla misurazione a casa da parte delle famiglie è chiaramente inattendibile, così come sarà impraticabile misurare individualmente la temperatura con l’uso della ‘pistola’.
La soluzione più logica, veloce ed efficace non può che essere quella di installare alle porte di ingresso delle scuole apparecchiature per il rilevamento automatizzato della temperatura. Costa troppo? Invece di spendere inutilmente milioni per l’acquisto di banchi con lo rotelle che non serviranno a nessuno, il governo investa su questi dispositivi, attendibili e funzionali”.
C’è chi, come De Luca, governatore della Campania, non ha guardato in faccia nessuno ed ha ordinato gli scanner tipo “coreani” penultima generazione per tutte le scuole della sua regione. Dunque, regioni a statuto ordinario che vanno più veloci di altre, forse per la loro promiscuità con i poteri forti (burocrazia e politica) che governano da quasi un secolo. Un dibattito meriterebbe anche da noi che siamo lontani seicento km dalla capitale “la nostra burocrazia veneta è lenta?“. 

AUTONOMIA: un principio generale erga omnes che noi Veneti abbiamo sottoscritto. Una conversazione con Claudio Malvestio, candidato alle Regionali 2020

“Per il Veneto l’autonomia delle regioni rimane al primo posto” queste le parole di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, a margine della seduta straordinaria della Conferenza delle Regioni per l’approvazione del documento “1970-2020: le istituzioni regionali 50 anni dopo”

Da sempre, Claudio Malvestio, nostro designer della comunicazione e co-autore di tante monografie e giornali, si batte per l’autonomia del Veneto, quella che il nostro Luca Zaia sta portando avanti con professionalità e passione. Non è una battuta e nemmeno una battaglia, è un “principio generale erga omnes” sul quale la nostra Terra ha accettato di unirsi al resto degli altri “popoli” siciliani, sardi, lombardi, toscani, umbri, campani, piemontesi…dal 1861 al 1867 (mancavano Trento e Trieste con l’Istria).
Certamente l’obiettivo era di cacciare (a calci in culo) gli stranieri oppressori e di unire le nostre forze, chi mirava ad una Repubblica (Mazzini e Garibaldi) e chi invece ad una Monarchia costituzionale (Cavour). Fu scelta questa seconda esperienza, un po’ per pigrizia un po’ per scopiazzare gli imperiali europei. Eravamo poveri e analfabeti. Ci fregarono.
Poi ci fu il Ventennio, dopo una Guerra che vide il Triveneto devastato, città bombardate, milioni di morti. Fregati per la seconda volta con i Trattati di Losanna. Per certi versi fu unico sistema che voleva plasmare l’italiano, renderlo forte ed orgoglioso. Purtroppo l’ideologia gioca brutti scherzi. Non possono sentirsi indenni i comunisti. La storia per chi l’ha vissuta fu tragica. Di nuovo disastri, bombardamenti, morti ma in tutt’Italia. E come se non bastasse italiani contro italiani. Sparì la dittatura, grazie agli Alleati. Risorse un’Italia democratica, liberale e prettamente cattolica. Almeno così sembrava.
Nacquero la Ceca, l’Euratom e il Mec e poi via via si formò l’Europa delle Regioni.
In Italia abbiamo festeggiato i cinquant’anni della loro nascita con una mostra al Ferro Fini che a causa del lockdown nessuno se ne è accorto.
Altri tempi, altri partiti, altre forme elettorali. Oggi, più che mai, possiamo essere orgogliosi di stare al passo di una prossima “autonomia funzionale”, elaborata dal prof. Mario Bertolissi e votata dall’ottantasette per cento dei Veneti.
E su questo, Claudio Malvestio non vuole essere frainteso: “il mio Veneto lo vedo sempre molto avanti rispetto ad altre regioni, appunto perchè noi Veneti ci hanno abituati di essere responsabili in “famiglia” e di aiutarci qualora ci fosse bisogno”, in altre parole nel linguaggio politico significa far valere il principio di solidarietà nei confronti altre regioni. Un principio ripetuto anche dal presidente Sergio Mattarella quando ha incontrato i presidenti di tutte le Regioni.
“La solidarietà – come ha detto il Capo dello Stato – rafforza il dovere di utilizzo equo, efficace ed efficiente delle risorse da parte di tutte le Regioni”  Angelo Miatello  

CINQUANTENARIO DELLE REGIONI
A 50 anni dalla nascita delle Regioni a statuto ordinario, è d’obbligo tirare le somme. Il Veneto è riuscito con forza e passione a trasformarsi in una delle realtà socio-economiche più rilevanti d’Europa. Non a caso chiediamo con insistenza di tradurre la nostra virtuosità in autonomia differenziata, cioè di migliorare il benessere del nostro Paese. Al  recente incontro col  capo dello Stato e del Ministro Boccia, Luca Zaia ha ribadito che vanno usati i fondi del Recovery fund per i Lep, cioè i Livelli essenziali di perequazione.
Claudio Malvestio

REPERTORIO

23 settembre 2019 | Incontro tra il Presidente Zaia e il Ministro Boccia sull’Autonomia del Veneto | In evidenza il Dossier consegnato al Ministro Boccia

10 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per le questioni regionali

3 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per l’attuazione del Federalismo Fiscale

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COMUNALI 2020: “PUNTO D’INCONTRO” DI GIOVANI UNDER 25 PER MIGLIORARE CASTELFRANCO

Si chiama “Punto d’incontro“, una lista civica che cerca di farsi spazio per le prossime elezioni amministrative del 20-21 settembre: Consiglio, Giunta e Sindaco del Comune di Castelfranco Veneto (33mila abitanti). Fino ad ora non si erano mai visti “solo giovani” raggruppati in una lista civica per spingere il proprio capolista come “sindaco”.  Una strategia che dovrebbe appagare gli sforzi di chi ha voluto metterci la faccia e chi dà una mano dietro le quinte.
Ora finalmente la “regola della lunga attesa” del giovane si è invertita. Qualcosa è cambiato anche con il lockdown che ha obbligato tutti ad aggiornarsi sulle tecniche comunicative. Chi se non loro hanno maggiore destrezza con il “virtuale” e la new community?
La nuova generazione dei Millennials, cioè quelli che sanno convivere con i social e il digitale, in poco tempo, sono riusciti a creare “il punto d’incontro”,  passare con successo tutti gli step che la legge di vent’anni fa prescrive (raccolta firme, andare in Cancelleria a Treviso), inventarsi e studiare un marchio, saperlo descrivere, depositarlo, registrare i nomi dei candidati consiglieri e del candidato sindaco, preparare comunicati, chiamare i giornalisti, parlare con tutti, con gli anziani e con i coetanei, fare video, selfie, clip, rigorosamente a costo “Zero + 1” (piedi, bici, i treno).
E qui sta la differenza tra questi under 25 [tutti studenti diplomati o verso la fine della loro laurea e qualcuno anche già con un impiego], e tutti gli altri raggruppati con sigle nazionali o di sostegno.
Sono una realtà viva di Castelfranco Veneto che “dispone” di circa diecimila studenti regolari dalla scuola dell’obbligo fino ai corsi universitari a villa Bolasco e al Conservatorio Steffani. Una città che deve assolutamente rivedere un diverso piano di sviluppo sociale, green, propositivo ma sempre culturale. Se la rivoluzione è lo smartphone anche il Comune dev’essere smart, come del resto tutto il comparto scuola, biblioteca, museo e teatro. Con questo non vuol dire che la persona sia messa in disparte, è il contrario. Questi giovani chiedono di essere ascoltati e sono molto più consapevoli che questa città di Giorgione ha grandi potenzialità. Naturalmente non spese e progetti faraonici, come qualcuno ha assecondato nel passato. Quanti milioni buttati al vento.
Punto d’incontro, quattro frecce che convergono nel castello, non propone progetti faraonici ma cose concrete, invertendo la marcia, dato che dobbiamo convivere con il pericolo di possibili ritorni epidemici. Attrezziamoci e non armiamoci!

Sentiamo cosa dice Lorenzo Zurlo, candidato Sindaco, durante l’intervista. “Il programma di Punto d’incontro ruota attorno a tre focus principali: sostenibilitàambientale, opportunità e mondo della ricerca al servizio della comunità.
“Nel nostro programma un capitolo dedicato anche al funzionamento del Consiglio
comunale. L’attuale stato delle cose svuota di significato un’istituzione che ha il compito di rappresentare la compagine cittadina all’interno del Comune. Il dibattito riguardo le proposte è un elemento imprescindibile. Nello stesso capitolo ci sarà anche la proposta di rivisitare la composizione delle Commissioni aumentando le possibilità di accesso ad esse anche a figure esperte, ma estranee alla vita istituzionale. Il fine: trasparenza, competenza ed efficacia operativa.
Stiamo portando avanti incontri quotidiani con figure specializzate di diverse età e diversi ambiti al fine di coinvolgere e sfruttare le competenze e l’esperienza che risiedono e operano nel territorio.
Aprono la lista Juliette Miatello, studentessa al terzo anno in Filosofia, Studi Internazionali e Economia; Vittorio Lago, studente all’ultimo anno di Giurisprudenza e Serena Roberto, studentessa al terzo anno in Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio.
Vi è poi una rosa di studenti, alcuni dei quali appena diplomati delle scuole superiori di Castelfranco Veneto. Il Liceo Giorgione è rappresentato: dall’appena diplomata Caterina Bertolo (Maturità scientifica); dai rappresentanti del liceo Elena Borsellino e Marco Comacchio (rispettivamente Indirizzo Classico e Indirizzo Scientifico Scienze Applicate); da Giovanni Bianco (Indirizzo Scientifico). Sono invece portavoce dell’Istituto Tecnico Martini: gli appena diplomati Anita Simioni; Arianna Gallo e Thomas Bordignon (Settore Economico) e lo studente Carlo Udino Baggio (Indirizzo Turistico).
Tra i laureati, sono presenti: Francesco Giovanni Gomiero, Dottore in Matematica e Gianluca Zanotti, Dottore in Filosofia, entrambi all’Università degli Studi di Padova.
Per concludere, troviamo ancora degli studenti universitari: Laura Marcon, studentessa nell’Università trilingue di Bolzano in Scienze della Comunicazione e Cultura, Filippo Marini, studente in Ingegneria Gestionale e Giovanni Francesco Sbrissa, studente alla Civica Scuola di Cinema “Luchino Visconti“.
Rispondendo a una polemica sollevata da altri nei giorni scorsi sul fatto che il tema
ambientale sia rappresentato da più posizioni in queste elezioni, ribadiamo che molti di noi hanno accettato di aderire al progetto proprio per la sua indipendenza da posizioni ideologiche, al fine di spendersi incondizionatamente per la città e con tutte le parti che formeranno il Consiglio. Ecco il Punto d’incontro.”

Punto d’Incontro – contatti
puntodincontrocfv@gmail.com 
+39 331 159 8371 (Lorenzo Zurlo)

Foto archivio AIDA 7 giugno 2020 ore 06:59, il raggio di sole entra da vicolo Cappuccini ed illumina la statua di Giorgione del 1878. Un dettaglio che dice tutto sulla scienza della meridiana. Il fascio di luce dura appena una settimana, poi piano piano esce da questo straordinario raggio. Vicolo Cappuccini esiste da secoli che da dieci anni il Municipio ha deciso di cambiare senso. Chissà perchè non si ripristina l’accesso da piazza Giorgione a via dell’Ospedale.    

LINGUE MINORITARIE: ACCORDO PER TUTELA RECIPROCA FVG-VENETO

Friuli Venezia Giulia e Veneto stringono un’alleanza per la tutela e lo sviluppo delle lingue minoritarie e delle reciproche varietà linguistiche.
È quanto stabiliscono due delibere approvate dalle rispettive Giunte con cui le due Regioni hanno dato il via libera ad un “Accordo di collaborazione per la tutela e per lo sviluppo del patrimonio linguistico e culturale della componente friulanofona della Regione del Veneto e venetofona della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia”.
Presupposto dell’accordo – che attiva una collaborazione richiesta da anni dalle comunità locali – è l’uso della lingua friulana anche in aree circoscritte dei comuni veneti di Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro e Portogruaro, ma anche – come riconosciuto nel 2006 dal Consiglio Provinciale di Venezia – nei comuni di San Michele al Tagliamento, Teglio Veneto e Cinto Caomaggiore. Allo stesso modo, in Friuli Venezia Giulia persiste l’uso di dialetti veneti (il triestino, il bisiaco, il gradese, il maranese, il muggesano, il liventino, il veneto dell’Istria e della Dalmazia, il veneto goriziano, pordenonese e udinese) che la Regione è impegnata a valorizzare in base alla legge regionale 5/2010.
Con questo accordo la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia si impegna ad estendere alcuni servizi erogati dall’Agenzia regionale per la Lingua Friulana (Arlef) anche agli organismi veneti riconosciuti, nonché a consentire l’accesso ai finanziamenti regionali per la promozione della cultura e della lingua friulana ai Comuni veneti interessati. La Regione Veneto, a sua volta, si impegna a promuovere il finanziamento di progetti a sostegno della lingua friulana con i fondi previsti dalla legge regionale 73/1994 e a favorire le iniziative culturali volte all’approfondimento del friulano nell’area del portogruarese, anche con il coinvolgimento delle Università presenti nelle due Regioni. L’accordo ha durata triennale ma potrà essere prorogato. L’Arlef è incaricato della gestione operativa dell’attività.
Le due Regioni potranno collaborare per sviluppare iniziative mirate alla piena attuazione delle leggi statali e regionali istituite per la tutela della lingua minoritaria, con particolare riferimento alla componente linguistica friulana presente nel territorio portogruarese del Veneto. Potranno inoltre favorire la cooperazione tra i soggetti firmatari per la salvaguardia del patrimonio linguistico e culturale della componente friulanofona in Veneto e venetofona in Friuli Venezia Giulia. Il friulano potrà essere proposto come attività integrativa nelle scuole dei comuni interessati, così da promuoverne la conoscenza e l’uso della sua grafia ufficiale. Infine, le due Regioni potranno supportare le amministrazioni locali, gli enti, le società pubbliche e le associazioni di categoria nell’attuare progetti per la promozione della lingua minoritaria, il recupero del patrimonio lessicale desueto e la pratica del polilinguismo.
Per parte propria la Regione Veneto – sottolinea l’assessore alla sanità e sociale, ai flussi migratori e alle minoranze linguistiche – si impegna a sviluppare, di concerto con il Friuli Venezia Giulia e con il coinvolgimento delle amministrazioni locali, iniziative di sostegno delle minoranze linguistiche, della storia e della cultura veneta nel territorio friulano, anche mediante l’attuazione di progetti statali e comunitari.

SVILUPPO ECONOMICO. ASSESSORE VISITA TRE AZIENDE DEL PADOVANO. “ECCELLENZE CHE DIMOSTRANO LA GRANDE CAPACITA’ DI REAGIRE DELLE IMPRESE VENETE”

“Tre realtà venete, padovane straordinarie che lavorano anche ad agosto e danno il segno di quale sia la capacità dei veneti di reagire anche ad una pandemia drammatica come quella che abbiamo vissuto in questi mesi”.
Così l’assessore regionale allo sviluppo economico commenta nel complesso le visite istituzionali che oggi lo hanno visto ospite della Professional show spa di Limena, della Service Key spa di Padova e della Inclusive srl sempre di Padova.
Professional show spa di Limena (Padova). Fondata nel 1982 da Leonardo Girardi, si tratta di un’azienda unica in Italia nel mondo del broadcast televisivo. Da oltre un decennio è stata costituita una divisione per la realizzazione di simulatori di volo professionale per le scuole di volo istituti tecnici e Aeronautica Militare.
“Alla Professional Show, impresa davvero unica nel suo genere, – spiega l’assessore regionale – ho potuto fare la straordinaria esperienza di guidare un aereo in una cabina di simulazione di volo, in un ambiente che ridisegna lo scenario della saga di Star Trek”.
La seconda visita ha riguardato la Service Key spa di Padova, grande azienda leader nel settore delle pulizie, che conta oltre 4.500 dipendenti. “Ho potuto toccare con mano la realtà di un’impresa che opera in tutta Italia ed è un fiore all’occhiello” spiega ancora l’assessore che nell’occasione è stato accompagnato dal Presidente regionale di Confcommercio Patrizio Bertin.
Ultimo incontro ha riguardato Inclusive srl, start up di Padova che offre servizi turistici innovativi, dando lavoro alle persone in base a specifiche competenze legate al territorio.
“Per finire ho potuto conoscere Inclusive srl – conclude l’assessore regionale che nello sviluppo economico segue anche la competenza dell’innovazione – una start up di giovani, giovanissimi che hanno l’idea di coniugare territorio, esperienza, turismo e lavoro. Un’opportunità per creare lavoro e offrire occasioni per conoscere il nostro territorio attraverso l’esperienza e le emozioni che mi hanno molto colpito”.

MARIO DRAGHI AL MEETING DI RIMINI. PAROLA D’ORDINE: “ETICA”

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Questa situazione di crisi, la pandemia, tra le tante conseguenze genera incertezza. Forse la prima cosa che viene in mente. Una incertezza che è paralizzante nelle nostre attività, nelle nostre decisioni. C’è però un aspetto della nostra personalità dove quest’incertezza non ha effetto: ed è il nostro impegno etico. Ed è proprio per questo che voglio ringraziare di aver ricevuto questo invito, perché mi rende in un certo senso partecipe della vostra testimonianza di impegno etico. Un impegno etico che non si ferma per l’incertezza ma anzi trova vigore nelle difficoltà, trova vigore dalla difficoltà della situazione presente. Il mio esser qui oggi è motivo di grande gratitudine nei vostri confronti che mi avete invitato.
Dodici anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò.
Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.
In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.
La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora.
Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno cambiando insieme alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è quantomeno improbabile.
Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principi. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemola strada. Vengono in mente le parole della ’preghiera per la serenità’ di Karl Paul Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: «Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza».
Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.
Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.
Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale. I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.
Al di là delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni. D’altronde una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda “When facts change, I change my mind. What do you do sir?’
Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire. Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principi che ci hanno sin qui accompagnato.
Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento. L’erosione di alcuni principii considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione internazionale del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, primo tra tutti gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, e non è un caso perché l’Europa attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale.
E in Europa, abbiamo avuto critiche alla stessa costruzione europea, alle quali si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute fino ad allora essenziali per il funzionamento dell’Europa e dell’euro. Questa regole erano sostanzialmente, ricordate: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato. Queste regole sono state successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.
L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era diventua da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, per timidezza e per interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una critica contro tutto l’ordine esistente. Questa incertezza non è insolita, ma è caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti. Questa incertezza è stata poi amplificata dalla pandemia. Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto, come dicevo, quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni.
Tutto ciò è profondamente destabilizzante. Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale.
Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che potrebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni 70 del secolo scorso, che effettivamente sono stati l’ultimo periodo di grande instabilità, si pensi che in quel periodo per quello che rigurardi l’Italia, l’inflazione passò dal 5% del ’70 al 21% alla fine di quegli anni e la disoccupazione dal 4 al 7%. La Lira in quegli anni perse metà del suo valore. Un’esperienza anche di altri Paesi. Effetto di periodi che per vari motivi non hanno avuto punti di riferimento. In quegli anni ci fu il primo vero aumento del prezzo del petrolio, l’abbandono del sistema dei pagamenti internazionali che aveva accompagnato il mondo dalla seconda guerra mondiale all’inizio degli anni ’70, la guerra dello Yom Kippur, avvenimenti di grande significato e che avevano sostanzialmente reso obsoleti e superati quei principi.
Ma questo a cosa ha portato? Ha portato a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione. Ma questo non è il futuro. Il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. E occorre pensarci subito. Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale.
Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale, si pensi a De Gasperi, che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale e europeo che abbiamo conosciuto.
È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione e che questa riflessione inizi subito.Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo.
La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto, comprato, da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori. E questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi. Ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca e altri impieghi. Se cioè sarà considerato “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.
Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dalla pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.
L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo sì ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie.
Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90. Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà soltanto col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel lungo periodo.
Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento dei desideri delle nostre società, a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa.
La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che è il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: si pensi che negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati. Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.
Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.
Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.
Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica di Milano. Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni devono essere basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; e infine l’umiltà di capire che il potere che hanno i nostri policy makers è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.
Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità. La situazione di oggi richiede però un altro impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato. La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.
Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire. Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, ma anche a livello europeo. La pandemia ha severamente provato la coesione sociale ma anche a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.
Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura, il NextGenerationEu arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo.
Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione. In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.
Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà sarebbe dovuta essere stata spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà.
Perciò questo passo avanti ci sarà e dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e direi soprattutto nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia nell’ordinamento europeo sono temporanei. Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.
È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica. La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane. Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune.
La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca. Dobbiamo, lo dico ancora un’ultima volta, essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

(Mario Draghi, Rimini 18 agosto 2020)

BEPI PAOLIN, IL CUSTODE DELLE LISTE PRO ZAIA

Amichevolmente è Bepi ma ufficialmente è on. Giuseppe Paolin, deputato della Lega alla Camera dall’agosto 2018. L’abbiamo incontrato, giornalisticamente parlando, nel tardo pomeriggio alla sede K3 di Fontane di Villorba intento a modificare l’ennesimo annuncio per la conclusione delle “tre” liste pro governatore Luca Zaia. Non ci sono ancora i loghi ufficiali e i listoni che saranno stampati sui manifesti elettorali (quelli che si possono leggere fuori del seggio). L’on. Paolin ha una lunga storia di attivista politico, iniziato come consigliere comunale con l’allora sindaco Gianni De Paoli. Arriva dall’esperienza di segretario nazionale organizzativo e di presidente di Asco Piave Energie S.p.A.
Una persona pacata che vuole essere al servizio del bene pubblico, soprattutto in un momento così difficile come l’attuale che Possagno e di tutta la Pedemontana ne hanno bisogno. “Il mio compito è dare risposte ai problemi della gente”, afferma l’onorevole. “Certo, arrivo in una squadra che lavora da oltre due anni – aggiunge – e non mi resta che mettermi a disposizione, partendo dalla panchina; se ci sarà un posto libero in una commissione, ben venga”.
“L’obiettivo da cui mai distogliere lo sguardo – tiene a sottolineare – rimane l’autonomia, un caposaldo del governatore Luca Zaia”.
Le tre liste pro Zaia hanno come primo obiettivo l’autonomia, quella che da più di tre anni è in fase “di discussione istituzionale”. La vittoria sancirà una svolta storica, “ne siamo certi”. 

GIOVANNI VENDRAMINI, UN BASSANESE AL PALAZZO BALBI: ANDATA E RITORNO DI UN’OPERA D’ARTE VERONESIANA

Morena Martini, Elena Pavan, Ylenia Bianchin

“Paolo Veronese (Verona 1528 – Venezia 1588). Minerva fra la Geometria e l’Aritmetica, affresco strappato (cm. 190 x 284). Parte della vasta decorazione eseguita da Paolo Veronese e Giovanni Battista Zelotti intorno al 1551 nella Villa Soranza di Treville di Castelfranco Veneto, distrutta poi nel 1818. Lo strappo degli affreschi fu eseguito con tecnica innovativa dal conte Filippo Balbi tra il 1816 e il 1817. Acquisizione 2002 da collezione privata”.

Così recita la targhetta, accanto all’opera che si trova al piano nobile di Palazzo Balbi, sede della Giunta del Veneto. É l’icona-simbolo delle riprese giornalistiche che si susseguono da parecchio tempo che ormai tutti i Veneti vedono.
L’occasione data dal trasloco dell’opera, in seguito la Minerva della Soranza, ha stimolato la cronaca per alcune divergenze attributive. Risalendo alle scarse informazioni di carattere storico e culturale che l’amministrazione competente possiede o ha mai cercato di raccogliere, ci si è posti il problema di tentare una descrizione ampia dell’opera di <93 lustri>, secondo i nostri calcoli (<1550-2015>).
Gli autori (testi) Miatello e Malvestio (iconografia), di questo libro, nel desiderio di approfondire le origini e il contenuto del frammento, si sono imbattuti su alcune contraddizioni storiche e lacune culturali. Il libro ha un taglio giornalistico, riprendendo passaggi e opinioni, risalendo a note bibliografiche e alle citazioni della letteratura che si è occupata dello specifico caso. L’uso del motore di ricerca Google, con la gratuità della consultazione Google.book di biblioteche straniere, quali: Bibliotheca Bodleiana di Oxford, Leland Stanford Junior University, Österreichische Nationalbibliothek Wien, Bayerische Staatsbibliothek München (Ex Bibliotheca Regia Monacensis), per citarne solo alcune, “ci ha facilitato la lettura, ampliandola. Ci ha portato persino grande conforto nello scoprire fraintendimenti e forse un’esagerata attribuzione”.

libro di Angelo Miatello e Claudio Malvestio

La suddivisione di capitoli con paragrafi intitolati, non frequente nella letteratura italiana ma ormai molto praticata dalle maggiori testate giornalistiche, è da sempre una forma redazionale dei Groupes de travail delle commissioni Unesco e delle O.I.
La Minerva della Soranzanon ha mai avuto né prima né dopo un approfondimento storico-contenutistico e una perizia scientifica. Le riserve che da tempo venivano sollevate sull’attribuzione dell’affresco su un piano strettamente stilistico sono in un’ugual misura riscontrabili anche confrontando le poche ma importanti riproduzioni su diversi supporti: stampa d’epoca, fotografia b.n, rivista. Non ci sono solo differenze dovute al degrado temporale.

Il (nostro) rinvenimento del catalogo della Galleria Maddox Street del 1826, in cui per la prima volta appare una “Minerva between Mensuration and Calculation” nell’elenco dei dipinti in conto-vendita, ci h aiutato a risalire alle fonti giornalistiche inglesi.
Fonti essenziali da cui si leggono gli arrivi degli affreschi del Palace of the Soranza nella City di Londra, grazie all’intermediazione del bassanese Giovanni Vendramini, apprezzato calcografo (engraver) e fine conoscitore dell’arte italiana. Seguendo le tracce indicate dal suddetto catalogo della Oxford Bodleiana, quale deposito ufficiale delle prime edizioni a stampa, si riesce a ripercorrere le tappe salienti della promozione di gran parte degli affreschi, considerati unici e di assoluto interesse culturale. Gli affreschi di “Veronese del palazzo della Soranza near Castelfranco in Trevigiano territory”erano di gran lunga più preziosi dei “Cartoni di Raffaello”.

Una scoperta di A. Miatello che nessun altro, prima, se n’era accorto. Il merito va sicuramente alle istituzioni british che hanno digitalizzato archivi e biblioteche intere (in accordo con le università americane), mentre noi (veneti) con tutta la nostra ricchezza e boria “indipendentista” siamo ancora in una fase di “studio e programmazione” e di “frammentaria digitalizzazione” (non ci sono schei!). Quindi, per fare un discorso politico, nemmeno durante gli anniversari dei 150 anni dell’Unità d’Italia, i Veneti sono riusciti a distinguersi, cadendo nel tranello dell’ “indipendenza” e della “diversità sanguigna” persino del “dna”. Due errori madornali, in quanto tutta la storia da quella romana al romanticismo in questa terra di monti, laghi, fiumi e coste, i rapporti si sono sempre intrecciati con il resto del Paese e dei Paesi confinanti amici e nemici, “ladri” e alleati (a turno germanici, francesi, fiamminghi, anglosassoni). Si può battagliare fin che si vuole ma rimaniamo pur sempre “italiani”, poi europei convinti. Non siamo né altoatesini, né valdostani e nemmeno siciliani o campani.

Auguri e complimenti alle tre signore Elena Pavan, Morena Martini e Ylenia Bianchin che si sono prestate come testimonial dell’opera veronesiana: “Minerva tra Aritmetica e Geometria”, in temporanea esposizione a palazzo Balbi, sede della Giunta regionale. Un progetto, come l’abbiamo descritto a voce sifusa che merita di concretizzarsi prima che sia troppo tardi. 

Policlinico universitario da 250milioni nella cittadella sanitaria di Treviso

“Altri se ne stanno realizzando, ma questo è il primo vero e proprio ‘ospedale del futuro’ che entrerà in funzione in Veneto, con altissime tecnologie, professionalità al massimo, organizzazione moderna, una valenza universitaria a tutto tondo, perché la facoltà di Medicina a Treviso dell’Università di Padova è pronta a ricevere le iscrizioni su Treviso già per l’anno accademico 2020-2021”.
Lo ha detto il Presidente della Regione del Veneto che oggi, accompagnato tra gli altri dal Sindaco di Treviso e dal DG dell’Ulss 2 Francesco Benazzi, ha visitato il cantiere della “Cittadella Sanitaria di Treviso”, ormai giunto “alla frasca”, l’ultimo piano realizzato al grezzo. La conclusione dei lavori e l’entrata in attività sono previste, al più tardi, per fine 2021.
“A Treviso – ha detto il Governatore – nasce di fatto un policlinico universitario, con otto reparti clinicizzati ai quali se ne aggiungeranno altri, tutte le più moderne tecnologie, letti compresi, sia normali che di terapia intensiva. L’obbiettivo è quello di sempre in Regione Veneto: offrire cure sempre migliori alla gente facendo in modo che soffra e resti in ospedale il meno possibile. Un risultato straordinario perché, in questo caso, abbiamo avuto a che fare con il peggio che può produrre la burocrazia. Mille intoppi sono stati superati combattendo giorno dopo giorno con santa pazienza e altrettanta determinazione. Poi la fase realizzativa, come si è visto, è stata tempestiva, e questo gioiello della sanità pubblica nazionale è cresciuto velocemente, grazie anche all’abnegazione di tutti i lavoratori, che hanno operato senza sosta, combattendo la rigidità dell’inverno e, ora, sopportando la calura dell’estate. Grazie davvero a tutti”.
Nel cuore della Cittadella della Salute dell’Ospedale di Treviso (l’edificio 30) troveranno collocazione tutte le funzioni a maggiore intensità di cura e complessità tecnologica quali sale operatorie, terapie intensive, degenze chirurgiche, diagnostica per immagini e radioterapia nonché l’area parto e le degenze di ostetricia.
Avrà una superficie complessiva di circa 60.000 mq e si svilupperà su 6 livelli, allineati e integrati all’edificio 01 (che ospita attualmente il Pronto Soccorso) che sarà mantenuto e ristrutturato nella Fase 2 del progetto.
Nell’Edificio 29 saranno realizzati 430 posti letto: 338 posti letto in camere singole e doppie, 66 posti letto di terapia intensiva, 26 culle di terapia intensiva neonatale e 2 posti letto di terapia intensiva pediatrica.
L’ingresso per gli utenti, realizzato nell’edificio in costruzione, sarà collocato sul lato sud dell’edificio 01. Sarà preceduto da una grande piazza pedonale collegata a Via Cittadella della Salute, in parte coperta.

Il costo complessivo si aggira sui 250 milioni di euro.

A MARCO TAMARO, DIRETTORE DELLA FONDAZIONE BENETTON, UN RICORDO SOLENNE

Tre giorni fa è scomparso Marco Tamaro, direttore e anima di Fondazione Benetton, aveva 61 anni. Il mondo della cultura trevigiana è in lutto. Il suo grande ingegno e la passione per la conoscenza, la sua vitalità e pragmatica visione, la voglia di promuovere l’arte e la cultura a tutto tondo, arricchite da quella schiettezza e umanità che lo hanno contraddistinto alla guida della Fondazione sono stati da stimolo per tutti a Treviso nel fare cultura e stringere sinergie.
Con profondo cordoglio lo ricordano il presidente, Luciano Benetton, il vice presidente, Luigi Latini, il consiglio d’amministrazione con il collegio dei revisori dei conti, il comitato scientifico, tutti i dipendenti e i collaboratori della Fondazione. La vita, il lavoro, gli orientamenti culturali e le qualità gestionali di Marco Tamaro appaiono inscindibili dal suo rapporto con la Fondazione Benetton, un luogo che deve alla sua intensa presenza la continuità di crescita, la vivacità culturale e la coerenza di obiettivi che, in tempi non sempre facili, hanno accompagnato l’evolversi di questa istituzione.
Nato a Venezia nel 1959, laureato in Scienze Agrarie, dopo aver svolto attività di ricerca nella Facoltà di Chimica Industriale dell’Università di Venezia, ha lavorato dal 1989 al 2008 nel Consorzio di Bonifica Destra Piave di Treviso, dal 2002 come vicedirettore, partecipando a diversi progetti di ricerca. Nel 2009 è nominato direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche, un incarico rivestito con grande passione ed energia, unendo alle qualità manageriali una profonda sensibilità umana e un’ampia capacità di visione che si esprimeva anche nella costruzione di importanti relazioni istituzionali, con la città e con altre realtà culturali.
Succeduto a Domenico Luciani nella direzione della Fondazione, ha raccolto con intelligenza l’eredità e il valore di un luogo unico nel campo delle istituzioni sia italiane che internazionali, impegnandosi perché gli obiettivi che ne hanno segnato la nascita fossero garantiti e si sviluppassero nel tempo. Con Marco Tamaro si è visto, per molti anni, crescere e rinnovarsi il lavoro della Fondazione Benetton nel campo dello studio e della ricerca, delle attività editoriali, della formazione e della cura dei luoghi, garantendo, assieme al comitato scientifico, un solido approfondimento degli ambiti di lavoro legati al paesaggio, alla storia del gioco, ai beni culturali.
Al contempo ha intensificato il lavoro della Fondazione Benetton anche verso nuovi ambiti, come l’arte – impegnandosi con particolare tenacia nel progetto “Treviso città dipinta” –, la musica, il cinema e il teatro, con uno sguardo attento a cogliere sia le criticità, sia le opportunità che la scena contemporanea presentava alle diverse scale: basti pensare alla sua speciale attenzione per il mondo della scuola che, a partire dalle numerose iniziative locali, arriva a sviluppare, insieme ai Ministeri dell’Istruzione e dei Beni Culturali, l’importante progetto ispirato all’articolo 9 della Costituzione italiana. Dobbiamo poi ricordare come Marco Tamaro, nell’articolata composizione dei luoghi afferenti alla Fondazione Benetton a Treviso e nel suo territorio, si sia occupato in prima persona della valorizzazione di casa Luisa e Gaetano Cozzi a Zero Branco e della sua inedita missione culturale, del recupero e del riutilizzo di importanti patrimoni storici della città cui ha ridato vita avviando specifiche programmazioni culturali, come nel caso delle ex chiese di San Teonisto e di Santa Maria Nova, restaurate per volere di Luciano Benetton.
Dal 2015 ha messo l’esperienza della Fondazione al servizio di iniziative culturali in un orizzonte più largo, nel territorio romano connesso alle attività del gruppo Benetton, sviluppando progetti di valorizzazione territoriale, di sostenibilità ambientale e di salvaguardia del patrimonio culturale, attuando, per esempio, un importante recupero dell’archivio storico dell’Azienda Maccarese. La Fondazione Benetton Studi Ricerche saluta con commozione il suo direttore, ricordandone l’energia, la determinazione e la positività che l’hanno contraddistinto, e si unisce al dolore della moglie Linda, dei figli Lucia e Giulio e dell’intera famiglia. La cerimonia laica di saluto si svolgerà domenica 2 agosto alle ore 18.30 a casa Luisa e Gaetano Cozzi in via Milan 41 a Zero Branco.
«La prematura scomparsa di Marco Tamaro, Direttore della Fondazione Benetton, ci lascia molto addolorati -ha dichiarato Luciano Benetton- Entusiasmo, professionalità, determinazione e curiosità sono alcune delle sue caratteristiche che ne hanno fatto un ottimo condottiero per le numerose imprese culturali che la Fondazione Benetton catalizza, dedicando energie anche ai tanti temi della nostra città legati al paesaggio.Dopo la gestione delle attività culturali negli spazi Bomben, nelle Gallerie delle Prigioni e nella chiesa di San Teonisto, aveva accolto con la consueta passione l’arrivo della nuova realtà di Santa Maria Nova, dove già immaginava progetti di bellezza. Ci mancherà molto, umanamente e professionalmente, ma lascia una grande squadra di donne e uomini che lo saprà rappresentare con orgoglio e passione nelle prossime imprese».
«L’impegno di Marco Tamaro nell’ambito del lavoro promosso dalla fondazione di cui era alla guida, ha rappresentato un passaggio importante per lo sviluppo del quadro delle attività culturali nella Marca Trevigiana e, quindi, nel Veneto». Questo il ricordo del Presidente della Regione del Veneto alla notizia della scomparsa del direttore della Fondazione Benetton di Treviso. «A Tamaro va riconosciuto di aver dimostrato una visione non limitata delle potenzialità sociali della sinergia tra imprenditoria e cultura -prosegue il Governatore- Sotto la sua direzione la Fondazione Benetton ha dato concretezza non solo agli studi, alle ricerche e alla conservazione documentale, ma anche a quell’attenzione verso i beni culturali, traducendola in valorizzazione e recupero di luoghi e memorie concrete. Penso, ad esempio, al restauro della chiesa di San Teonisto che, dopo l’abbandono, è tornata ad essere luogo aggregativo della città per manifestazioni artistiche di valore. Invio un pensiero a Marco Tamaro ed ai familiari esprimo le mie più sentite condoglianze».
«Ci lascia un punto di riferimento insostituibile. Noi del Treviso Comic Book Festival gli dobbiamo molto, ci ha accolto subito tra le mura delle sue sedi espositive quando abbiamo iniziato l’ambizioso progetto di rendere il festival di livello internazionale, costruendo insieme un rapporto consolidato negli anni. A Fondazione Benetton assieme a lui e al suo staff abbiamo realizzato importanti mostre, non ultime quelle su Fumetti in tv e su Gabriella Giandelli. Amava Treviso e la sua anima di Urbs Picta che, proprio grazie anche alla sua visione della città, anche il Tcbf ha sposato con il Progetto 100 Vetrine. Nell’esprimere il nostro cordoglio a Fondazione Benetton e ai familiari, vogliamo dedicare i live painting sui palazzi storici di via Roggia che realizzeremo questa sera, venerdì 31 luglio, nell’ambito del Festival dei Festival». Stefano Pelloni, consigliere comunale, affida a una nota condivisa su Facebook il suo cordoglio: «La sua perdita rende Treviso più povera. Sono profodamente amareggiato da questa notizia. E’ stato un grande protagonista della vita culturale della nostra città, che ha sempre saputo animare con equilibrio e intelligenza, ma sempre con coraggio e visione. Ci mancherà».
Appresa la notizia della morte del dott. Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton Studi e Ricerche, il vescovo Michele Tomasi e la Diocesi tutta di Treviso esprimono le condoglianze alla famiglia, in particolare alla moglie Linda e ai figli Giulio e Lucia, e alla Fondazione stessa. «Il ricordo è quello di una persona intelligente, sensibile, competente, di una persona di collaborazione e di dialogo, sempre attento alle relazioni e a risolvere problemi, ad abbassare muri e a costruire ponti – sottolinea il Vicario generale, mons. Adriano Cevolotto -. Con gli uffici culturali della Diocesi ha collaborato spesso per alcune iniziative ideate insieme, grazie alla sua sensibilità e allo sguardo complessivo sulla città di Treviso, per la quale auspicava una vera alleanza culturale».
Eugenio Brentari coordinatore di StatisticAll – Festival della Statistica e delle Demografia. «Abbiamo perso un importante aiuto e punto di riferimento. Con energia, determinazione e positività è stato amico del Festival della Statistica e della Demografia. Ha voluto conoscere il progetto e vi ha creduto. Fin dalla prima e in tutte e cinque le edizioni il programma della manifestazione ha incluso uno o più contributi della Fondazione Benetton e del suo direttore. Esprimiamo nuovamente per il dottor Marco Tamaro stima e riconoscenza e rivolgiamo commosse condoglianze ai familiari, alla Fondazione e alla città di Treviso».