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Mostre e recensioni, appunti e note sulle arti di Marica Rossi, giornalista, curatrice e saggista

Vicenza, Libreria Galla Caffé: Hilde Sigelen, un artista al digitale

1-dicembre-sigelendi Marica Rossi

Un’arte che avendo solide radici nel solco fertile tracciato dai grandi del passato, continua ad evolvere nel nostro presente attraverso la tecnologia. Accade nella produzione di Hilde Sigelen, tedesca di nascita, vicentina d’adozione, artista di lungo corso apprezzata da critica e pubblico, con docenze universitarie a Trieste e a Padova. Ora è al Galla Caffè a Vicenza coi suoi lavori recenti per la mostra ”Della costanza del divenire”. E’ una sorpresa trovarsi di fronte a questo nuovo vocabolario espressivo della pittrice, apparentemente antitetico al precedente, ma sorprendentemente in linea colla sua produzione di prima! Hilde s’è convertita al digitale riuscendo a rimanere straordinariamente coerente col suo linguaggio consueto. Segni, colori che puntano alle infinite sfumature del blu, a strategie compositive che alludono a paesaggi mai avulsi dalle atmosfere rarefatte ed estranianti.

Un modo di fare pittura secondo una ritualizzazione che giustifica il ben scelto titolo a questa ventina di opere digitali con due piccoli “intrusi”. Il primo è un quadro a olio stilisticamente affine alle opere digitali, ma realizzato con una tecnica analogica (olio su tela); il secondo una rappresentazione in formato testuale di una delle opere digitali.

sigelen_locandinaCavalcare l’avventura digitale per Hilde è stata un’alternativa felice nel momento in cui la fragilità del polso ne limitava la creatività. Disponendo tecnicamente di conoscenze aggiornate grazie alla figlia Petra professionista nel settore, ha trovato per il suo talento nuovi eden.

Una fortuna per lei perché è come se un musicista avesse in casa un tecnico del suono pronto a ottimizzare lo strumento prima di ogni importante esibizione.

Il suo lavoro attuale rappresenta così un nuovo iter pittorico in cui spicca una particolare modalità del processo creativo. Un tutto che si traduce in un universo colorato volto talvolta a rappresentare l’inquietudine della modernità alla maniera dell’espressionismo astratto.

Certo gli esiti di Hilde Sigelen inducono a ulteriori molteplici considerazioni. La prima che la dualità macchina ed elemento umano, in questo caso è davvero vincente perché la fantasia dell’autrice ne esce quasi rinvigorita, con buona pace di Dino Buzzati che nel 1966 aveva dedicato al computer uno dei suoi articoli più noti chiamandolo sarcasticamente “Il Grande Coso”.

Remigio Fabris s’inchina davanti al plenilunio extralarge

attraverso-nuovi-orizzonti-smalto-su-tela-50-x-70-12-07-2009L’attuale produzione di Remigio Fabris tanto umbratile negli assunti esistenziali quanto soffusa di mirati chiarori lunari proprio ora, mentre siamo in procinto di assistere a partire dalle 17e15 al plenilunio extralarge d’una super luna (come non si vedeva dal 1948) atteso stasera dagli astronomi, suggerisce molteplici rimandi a questo nostro satellite naturale scelto dagli umani quale perfetto e irrinunciabile interlocutore astrale.
Scrive Leopardi nel 1829 nel XXIII canto “Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?”. Marinetti nel 1909 ne attesta suo malgrado l’importanza assegnandole emblemi di passatismo col perentorio “Uccidiamo il chiaro di luna”. Molto di più è poi accaduto dopo il 20 luglio 1969, giorno dello sbarco del satellite, allorché un dirigente Rai dice ad un inviato culturale: ”Calmo, la luna non è più dei poeti”. Ed è quando Diego Valeri telefona da Venezia “Eccomi qui. Poeta ucciso dalla Luna.” La Rai, ha commentato infatti un giornalista di rete (autore del volume ”La Luna, Mamma Rai e il sorriso della Gioconda”), ha spazzato via ogni aura romantica riducendo la luna ad un ”grosso sasso pieno di rughe da calpestare e basta”.
E allora, adesso, la luna di chi è?
Io, specialmente dopo aver conosciuto Remigio( talmente dotato du fisique du rol che quando l’ho visto entrare al Galla-Caffè poco prima che io presentassi una mostra, mi sono detta: questo è un artista) affermo che appartiene ai pittori. A ben vedere la luce riflessa in queste creazioni è lunare. Anzi, è una delle loro peculiarità. Una calamita per la nostra attenzione al loro sguardo parallelamente all’evidenza colla quale dall’opera emana la presenza del talento dell’artista che costituzionalmente vive la pittura come passione esclusiva. Degli esiti suoi recenti col titolo “Pain-t” ha dato conto appunto questa mostra allestita da “Hands”, lo spazio di Manuela Veronesi, lei stessa artista in qualità di scultrice di vaglia. E infatti i quaranta esemplari (smalti su carta,tela e acrilici su tela e carta)rivelano un valore in sé ma pure l’ eccezionalità del personaggio proprio in tal senso.
Stavolta c’è di più giacché il suo saper esprimersi per immagini, pur essendo già noto ai suoi collezionisti, ora ha sorpreso un po’ tutti coi racconti visivi sul disagio dei suoi personaggi: solitari come il loro creatore. Illustrazioni potenti che alludono al cinema e alla fotografia raffigurando con tratti efficaci la malinconia del vivere, la difficile relazione tra le persone con un fare lirico come i sogni infranti. Oltremodo laconico nel dire, Remigio Fabris è eloquente e prolifico nell’alludere a tutto quanto può turbare. Un’angoscia solo in parte riconducibile ai motivi ispiratori di Munch, essendo la sue atmosfere specchio della nostra epoca, dell’attuale nostro patire situazioni di sbigottimento, dov’è forte l’insidia del nostro precipitare nel baratro inabissandoci nel vuoto. Ciò malgrado, non è pittura che rattrista ma che affascina grandemente. Ed è perché nella rappresentazione prevale per virtù d’arte la fruizione estetica e di contenuti mai banali. Una magia che attenua l’eventuale virulenza nell’immediatezza dell’impatto coll’indurre ad una contemplazione che fa meditare senza nulla perdere della carica emozionale e dell’aura di bellezza che l’immagine reca in sé. (di Marica Rossi)

Breganze: le testimonianze rurali acquerellate da Erasmo Zancan

img_0977“Riscoprire il paesaggio” promosso da Breganze colla Biblioteca Civica G Boschiero in via Castelletto 54 è il titolo della personale dell’artista Erasmo Zancan, vicentino di Povolaro, per celebrare la pittura, il sodale di sempre l’ineffabile maestro Piero De Pellegrini e la bellezza del territorio al cui culto entrambi han dedicato molto del loro impegno per la salvaguardia di quel che resta dei valori della civiltà contadina. La mostra che s’apre questo 12 novembre alle 18 nella bibliosala del centro breganzese, allinea una quarantina di opere dove l’autore ha acquerellato i paesaggi prediletti colle celebri colombare, le secolari magioni e i vigneti disseminati sul territorio ritraendoli com’erano una volta sulla base delle fotografie scattate dallo stesso Erasmo oltre quarant’anni fa (le visite fino al 27 novembre sabato e domenica ore 10-12 e 16-19; 15-19 nei feriali). Tale poetica testimonianza anche di ciò che è andato perduto, non solo vale per chi nel visitare quei luoghi può rendersi conto delle trasformazioni sopravvenute, ma anche come raccolta pittorica di gran pregio estetico facendo riscoprire volti e risvolti di un paesaggio veneto d’incredibile attrattiva e delle affascinanti memorie che esso custodisce. “Di quei soggetti” scrive l’autore nel depliant ”ora restano spesso testimonianze murarie, ma il contesto sia ambientale che intrinseco non è quello di un tempo. Però lo spirito, l’anima, la fantasia.. il cuore di quelle condizioni possono rivivere civilmente nelle nostre esistenze presenti e future, nella cultura in benigno progresso.”

A questa esposizione fa seguito nella stessa sede la presentazione del libro il 18 novembre alle 20e30 “Fuochi sull’Astico- Storia di Piero De Pellegrini” (Sandrigo30 Editore) di Cinzia Benetazzo e Francesca Rizzo che facendo leva su rievocazioni di chi l’ha conosciuto, hanno raccontato di questo personaggio dedito come pochi alla diffusione della nostra cultura. Verranno presentate alcune foto significative pubblicate nel volume e documenti attestanti la storia di un uomo che ha consacrato la propria vita all’arte e di un amico che ha tanto amato e valorizzato Breganze e il suo habitat. I meriti di tali eventi van oltre che agli Autori, a Regione Veneto, all’Assessorato alla Cultura del Comune di Breganze, alla commissione Cultura, al Gruppo Ricerca storica, all’Associazione Museo del Maglio e unitamente a sponsor tra cui la Pro Loco di Breganze.

Vicenza, Palazzo Valmarana Braga: Marica Rossi presenta “Lights Aquae Pictae” di sette vicentine acquerelliste

14470409_332405947094004_2890337734575426872_nPer  Kirkeby, noto autore contemporaneo di panorami di matrice romantica afferma “Noi pittori sappiamo inserire nelle immagini un punto focale ancor prima di configurarle del tutto nella mente”. E’ uno dei tanti accorgimenti delle sette vicentine di Aquae Pictae acquerelliste della personale di gruppo a cura di Marica Rossi alla Qu.Bi Gallery in Palazzo Valmarana Braga in corso Fogazzaro con inaugurazione il 1 ottobre alle 17 e apertura fin ai 16 del mese.

Ad accomunarle è la passione per l’acquerello e il culto della eredità spirituale e di sapienza artistica di Toni Vedù, il loro grande maestro prematuramente scomparso. Un gruppo impegnato anche su altri fronti compreso quello familiare dimostrando come si possa vivere freneticamente senza rinunciare ad un’arte di qualità elevata. Prova evidente son queste creazioni col titolo “Lights Aquae Pictae a Palazzo Braga” rivelatrici d’un loro bel passo avanti per originalità e forza espressiva relativamente agli esiti precedenti.

Stavolta hanno motivi ispiratori fra cui ”Gli alberi che non muoiono mai”, scelto sia per il concetto che la natura dipinta è per sempre, sia prendendo spunto dall’effettiva esistenza di piante rese imperiture dalle loro radici aeree (pneumatofori) in grado di calibrar l’H2O in terreni che v’eccedono.
Un riferimento emblematico per le strategie necessarie al genere scelto il quale grazie della complicità dell’acqua opportunamente dosata gode d’una vitalità e di una freschezza inesauribili.

Doti di cui Ida Bianco connota le sue effervescenti e cromaticamente accese composizioni anche floreali, che ipnotizzano come “Betulle fra la neve” della fantasiosa e prolifica Michela Parise che ha in comune con Silvia Cusinato, pittrice fortemente motivata, l’arte di velature e trasparenze che danno vita ad atmosfere avvolte da una luce molto speciale. Incalza Anna Maria Polato con espressive creazioni ascrivibili alla sua capacità d’esternare con forza stati d’animo ed emozioni avendo ben presenti in questo caso i paesaggi collinari berici e le loro turgide cromie anche quando innevati. Paola Rigoni s’abbandona al vagheggiamento di quella casa comune che è il creato, ricco di  poetici fulgori, mai trascurando il rito del dettaglio o influenze di maestri come Turner. Irene Bagiacchi ama gli specchi di luce ma anche paesaggi umbratili e scorci dove una emozionante luminosità è oltre lo sguardo, più magistralmente suggerita che espressa. Infine Franca Gregori esterna la sua passione per una montagna ricca di robuste presenze arboree, di cui sa far immaginare alitare di fronde e profumi ma senza mai cader nella cartolina.

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Collettiva al Galla Caffé curata da Marica Rossi con: Ida Bianco – Michela Parise – Silvia Cusinato – Anna Maria Polato – Paola Rigoni – Irene Bagiacchi – Franca Gregori 

Vicenza GallaCaffé: Sulle orme di Piero Querini, personale di Leo Maria Scordo

SANTA MARIA DEL GIGLIO (2)”Venezia è una città che fiorisce tra aria e acqua. …… Una città colore in cui le condizioni cromatiche, le tonalità sono tutt’uno con le condizioni spaziali, topologiche.” Questa della citazione di Attilio Marcolli, che del colore di Venezia fu il teorico più accreditato, è la Venezia di Leo Maria Scordo nei primi scatti della sua personale “Sulle orme di Piero Querini” che s’inaugura GallaCaffè venerdì 8 aprile alle 18 coll’autore e la presentazione di Marica Rossi curatrice della mostra aperta fino a tutto il mese.
Accomunato al protagonista del suo racconto per immagini dalla vocazione dei viaggi e della scoperta dell’ignoto, Leo Scordo classe 1972, nativo di Reggio Calabria, architetto e docente di liceo a Vicenza sua città d’adozione, venuto a conoscenza in terra berica delle avventure di Piero Querini e dei vantaggi che ne trassero i nostri lidi, ne è rimasto talmente affascinato da farne il punto focale della sua ricerca scegliendo di recarsi di persona nei luoghi dell’itinerario. Le opere sono in tutto 20 montate su forex da un cm: 12 nel formato 50×70 e 8 nel più piccolo formato 30×45 realizzate con fotocamere 35 mm, treppiedi e filtri a densità neutra mirando al controllo puntuale della luce.
Nella prima sezione c’è la Serenissima, patria di Piero Querini; la seconda punta alle isole Lofoten. Qui il nobiluomo (la cui nave partita nel 1431 da Candia subì tempeste e disastrosamente naufragò nei mari del Nord) giunse col suo decimato equipaggio. Salvo per miracolo e creduto morto in patria, scoprì dopo innumerevoli traversie la generosa ospitalità degli abitanti e anche l’alimento straordinario dello stoccafisso. Una risorsa preziosa sia per la navigazione a lungo corso di allora essendo facile da conservare, sia quale specialità culinaria. Quel Baccalà noto a Venezia (il mantecato) ma rinomato grazie alla città del Palladio perché piatto vicentino per eccellenza.
011d9ae9-e8d5-47b2-97ec-fe3d981282b6Tornando alla magistrale perizia di Leo Maria Scordo nel ritrarre quei “cieli”, va detto che gli esiti non sarebbero stati tali se l’autore avesse coltivato solo la fotografia. L’arte tutta gli fu trasmessa dal padre che nel suo studio gli fece realizzare le prime incisioni già a quattro anni. La passione di Scordo per la settima musa risale alla prima giovinezza e diventa professione specie per le foto di paesaggio. Eccelle nei reportage tra cui il pluripremiato ”Nel cuore della Russia” e ed è richiesto per l’insegnamento della fotografia in corsi di vario livello da cui trae le esperienze nel mondo della formazione dei giovani che lo inducono ad acquisire tecniche sempre più nuove.
Il suo prediligere gli orizzonti liquidi, le scenografie aperte verso l’alto, e l’ essere intellettualmente e culturalmente ben attrezzato gli ha permesso di affrontare il tema delle celeberrime avventure del patrizio veneziano.
Abilissimo nel riprodurre le atmosfere del ‘nubiloso aere’, restituisce a noi l’emozione di queste sue rivisitazioni, facendo diventare quei luoghi anche metafora e catalizzatori di diversi stati dell’essere. Immagini mai artefatte. Ma qualcosa da vedere e ammirare con un godimento estetico e un’emozione che Leo col suo scatto e la sua tecnica enfatizza rendendo persistente al nostro sguardo la fascinosa visione delle migliori luci del nord.

Vicenza, GallaCaffé: “Piani-di-versi”, ovvero segni e grafie raccontati dall’artista Armando Bertollo

20160205112609_00001-1 (2)“Piani di-versi” al GallaCaffè in piazza Castello a Vicenza non è una mostra d’arte come le altre proponendo opere che sembrano le pagine d’un libro. Avvicinandole però esse risultano fortemente empatiche perché parlano di noi, della nostra infanzia e delle nostre origini attraverso segni e grafie che trasmettono contenuti in modo visuale.

Ne è autore Armando Bertollo, vicentino nato a Thiene, vissuto a Piovene e residente a Schio, che grazie a questi suoi lavori di poeta verbo visivo è da tempo personaggio ben presente in tale settore. Ora nella città del Palladio per questa personale a cura di Marica Rossi presenta una accurata selezione di pregevolissimi esemplari. Alcuni vengono ARMANDO 020 (2)da esposizioni precedenti come alla Gran Guardia di Verona, a Modena o a Ivrea.  Altri escono allo scoperto per la prima volta. Altri ancora sono stati prodotti proprio per questa mostra visitabile fino al 22 marzo. Sono creazioni su carta o su plexiglass i cui percorsi costellati di diagonali e verticali (che suggeriscono azione e movimento) contribuiscono allo stesso modo dei versi citati a dar vita ad opere che lo studioso di poesia visiva Adriano Accattino chiama Tavole. Tavole che spesso sono enigmatiche e sempre comunque allusive. Esse richiamano l’attenzione su ogni minimo particolare e inducono a riflettere sulla loro stessa origine. Cioè su ciò da cui sono scaturite e ancor più sui nuclei esistenziali emersi in un preciso persistere laddove Bertollo non si limita a rendere riconoscibile il segno intendendo mostrarne sempre le profonde radici. Gran Maestro d’elezione è stato per l’artista Stephane Mallarmé (1842-1898), l’Inventore della poesia spazializzata. Tutti quelli che poi si sono cimentati in questo campo, hanno imparato da lui.
I Futuristi nell’uso dell’interlinea. Gli Ermetici per l’attribuzione del valore del silenzio come cassa di risonanza intorno alla voce. Pause e silenzi che ci rammentano quelli di Eduardo de Filippo (e prima ancora della Duse) e dei programmi della radio dove il silenzio non è vuoto come nella Tv, ma è abitato, costruttivo, comunicante. Allo stesso modo sono eloquenti ”Piani di-versi” con i molti spazi bianchi intorno alle parole scritte di Bertollo.
Grande il merito di Mallarmé che è stato il primo in età moderna a comporre scritti imprevedibili nel loro aspetto formale arrivando alla rottura del sistema sintattico e del sistema grafico tradizionale. Il primo a puntar all’assoluto ma pure a rendersi conto che non si può prescindere dall’accidentale. Il suo “Un coup de dés jamais n’abolira le hazard” del 1897 segna l’avvio di questa poetica ricca di potenzialità espressive. (*)
Tornando ad Armando, la sua pagina è davvero vita. Un foglio che respira o che accoglie come un grembo materno. Il che conduce al concetto del miracolo della nascita e del mistero del passaggio dell’uomo sulla terra.

Mallarmé,_Stéphane,_par_Dornac,_BNF_Gallica(*) “Un colpo di dadi mai abolirà il caso” (Un coup de dés jamais n’abolira le hasard) è una poesia di Stéphane Mallarmé apparsa nel 1897 sulla rivista Cosmopolis e poi pubblicata nel 1914 in La Nouvelle Revue française. È uno dei primi poemi tipografici della letteratura francese.
Il suo stile fin de siècles (fine secolo), in un certo senso ha anticipato le correnti artistiche che intrecciavano poesia e altre arti, come quelle dadaiste, surrealiste,futuriste di Marinetti e “vorticste”, in cui venivano esplorate le tensioni tra le parole stesse e il modo in cui esse erano esposte sulla pagina.
Tuttavia è da precisare che mentre questi lavori, a lui posteriori, si Jamais_un_coup_de_dé_n'abolira_le_hasardfocalizzavano sulla forma, le opere di Mallarmé erano piuttosto interessate “all’interazione tra stile e contenuto”. Lo constatiamo in particolare nel suo poema Un coup de dés jamais n’abolira le hasard (“Un colpo di dadi mai abolirà il caso”) che fu considerato dalla critica “altamente innovativo”. A una più profonda lettura nell’originale lingua francese risulta evidente che l’importanza delle relazioni sonore tra le parole in poesia eguaglia e va anche oltre, l’importanza dei significati tradizionali delle parole stesse. (Foto di Dornac, Bibliothèque Nationale Française; Pagina originale della poesia di Mallarmé)

Vicenza, Galla Caffé: Marilena Traballi con affioramenti, un tripudio di cromie e forme

fotoLa personale di Marilena Traballi al GallaCaffè di Vicenza aperta dal 5 febbraio 18 colla presentazione di Marica Rossi curatrice della mostra, resta tutto il mese.
La versatile pittrice vi traccia un percorso duplice dove i dipinti più numerosi e di maggior impatto visivo si nomano “Affioramenti” (da cui il titolo dell’intera rassegna). Qui i collage giocati in trasparenza contribuiscono a creare un tripudio di cromie con richiami ad una pluralità di forme che volgono all’astratto. Poi c’è l’altra sezione che propone una raffinata galleria di armoniosi e assai ben disegnati nudini.
E è vero che se in entrambi i casi vale l’affermazione di Gilbert Keith Chesterton logo della mostra “ ..una cosa creata la si ama prima che esista..” comun denominatore di tutti i veri artisti, è altrettanto assodato che l’arte di questa pittrice vicentina di lungo corso, gode di una molteplicità di input che ne fan un caso a sé. Sono motivi ispiratori e qualità espressive coltivate negli anni dall’autrice senza alcuna velleità o supponenza, neanche quando, invitata a rassegne di nota quali l’esposizione alla Casa dei Carraresi a Treviso, ha ottenuto un successo personale e committenze di vaglia. Un produrre in libertà ma poggiando su un sapere riconducibile alla sua formazione accademica nella milanese Brera e, a distanza di anni, alle Belle Arti di Venezia, cui ha fatto pendant l’insegnamento della storia dell’arte nei licei della città, allo stesso modo di quello profuso nelle scuole d’arte del territorio, comunicando una passione autentica alimentata da una cultura artistica senza frontiere da lei assimilata allo spirito del tempo. Quel Zeitgeist, ovvero quel genius saeculi, per dirla alla latina, che la fa sentire in armonia al concepimento dell’opera, nell’esecuzione e nell’esito finale.
traballi_locandinaPer i collage, c’è stata una evoluzione anche nei materiali impiegati perché dai supporti di cartone l’artista è passata alle stoffe che possono essere seta, cotone, juta. Ben scelti i colori acrilici, onnipresenti tranne qualche olio. Squillanti, vibranti, talora intensi, tal altra sfumati. Presenze che abitano tutta la superficie del quadro come sfondo, ospitando poi all’interno un florilegio di forme multicolori impreziosite da velature che enfatizzano geometrie alla Severini. Apparizioni senza ordine apparente ma che per l’idea di mobilità loro insita, contribuiscono a creare una spazialità che sa di sortilegio.

La personale di Claudio Brunello al GallaCaffè nella città del Palladio

Processualit+á 37- 2010 40x40 - ---------Happiness - 2016 60x60Attento esploratore dei rapporti tra pittura, scultura, design, letteratura, l’artista bassanese Claudio Brunello, pure importante promotore d’arte nella sua città, ama anche vagabondare fra diverse altre espressioni artistiche come la musica cercando nessi, echi, rispondenze che portino a comprensioni più ampie rispetto a quelle premesse dai singoli campi d’azione. Lo si constata al GallaCaffè in piazza Castello a Vicenza dove questo mese ha esposto la personale che si titola “HAPPY”. Una raccolta di opere, molte delle quali inedite, speculari al significato attribuito dall’artista al titolo scelto per questa mostra che rimane fino al 3 febbraio a cura di Marica Rossi. Esse esprimono sorpresa, ricerca e alludono ai momenti della creazione, felice approdo di una esperienza artistica che vive e si alimenta dell’interazione tra i due universi dell’immagine e della scrittura: tra arte del dire e quella del vedere. Ecco allora il carismatico autore, veneto di nascita, torinese di formazione e poi bassanese aperto a esperienze cosmopolite, cimentarsi in un concettuale praticato in piena libertà di giudizio, optando per espressioni nitide evitando gli eccessi dell’autoreferenzialità e approdando invece a creazioni che possono essere Inside 05-2015oggetto, teca, libro, spartito, pittura assimilata al concetto di scultura per quadri da appendere a pareti con cui entrare in sintonia e da cui esser abbracciati.
Nelle scelte cromatiche, la priorità è del bianco, figlio primogenito della luce; poi il nero quale indizio del valore del vuoto, elemento imprescindibile d’ogni vita e materia.
Dell’importanza dei contenuti non v’è dubbio: la complessità della società contemporanea, le più profonde e intime tensioni dell’esistenza, il valore fondante della memoria, le tracce di civiltà sepolte in stratificazioni coi richiami di corrispettivi terrestre e citazioni che talora evocano il “Teatro del suolo” di Jean Dubuffet. Fan da specchio i materiali scelti con grandissima cura e intelligenza del comporre: il ferro, il multiforme e protettivo cartone, la proteiforme luce che spesso si fa grafia, i fili dell’odierna comunicazione, l’ecologico legno, lacerti e storie legati al computer, e l’immarcescibile plexiglass.
Da non sottacere l’altro importante appeal del modo di essere artista di Claudio Brunello: la singolarità di considerare ciascuna delle sue opere non un punto d’arrivo ma di partenza. Un divenire fatto di sollecitazioni, reiterazione di messaggi, ripensamenti, approfondimenti e rimandi. Un viaggio nel tempo e nello spazio che procede insieme al fruitore. Un campo visivo e mentale allargati dove la creazione vive di molte vite fra cui quella della sua incontestabile bellezza, epicentro del modo di fare arte di Claudio Brunello anche se volto al concettuale.

Vicenza, Palazzo Valmarana: Un Certain regard di Elena Brazzale ovvero la capacità ‘prensile’ dello sguardo

irene_Brazzale ElenaÉ una mostra corposa e davvero poliedrica per ispirazione, scelte stilistiche e tematiche quella della pittrice vicentina Elena Brazzale nel capoluogo berico fino al 23 di questo mese a Qu.bi Gallery in Palazzo Valmarana Braga in corso Fogazzaro 16 a partire da sabato 9 gennaio alle 17 colla presentazione della curatrice Marica Rossi e le ambientazioni sonore di Valentino Borgo. Molte delle opere che sono una quarantina, oltre a quelle di ideazione astratta, sono dedicate ad una natura manifestamente rigogliosa ma con una parte di sé segreta, capace di svelare altrettanta magnificenza a chi ne recepisce i metalinguaggi e l’arcana eloquenza dei suoi affascinanti misteri.
Un tutto rispondente all’ottimamente scelto titolo “Un certo sguardo” detto anche “Un certain regard” suggeriti dalle immagini logo della rassegna. Un concetto portante per l’evento in sé e dell’intera produzione di Elena Brazzale in questo decennio ispirato alle riflessioni scaturite dall’omonima sezione del festival di Cannes ricordando che ciò che attiene all’arte si deve  sempre alla capacità ‘prensile’ dello sguardo.
L’incantesimo s’esplica appieno quando, come in questo caso, si è alla presenza d’un talento naturale, di studi accademici importanti, degli apporti delle arti ‘sorelle’ come la fotografia e di sinestesie con gli universi della carta, membrana d’un universo di sorprendenti rese. Altrettanto preziose per l’arte di Elena Brazzale le esperienze didattiche e la perseverante attenzione ai diversi ambiti della storia dell’estetica, del culto della flora, e di paesaggi colle suggestioni catturate nei suoi soggiorni professionali in altri paesi quali la Turchia. Di notevole abilità tecnica le atmosfere create da decori fiabeschi e stille di colori ora tenui ora accesi dove aggallano figure talora lievi tal altra più incisive tra cui i volti di personaggi che ti vien subito voglia di incontrare personalmente. Stupendi i ritratti di bimbi come quello bellissimo del figlio raffigurato senza sdolcinature, con uno spazio sotteso percepito come qualcosa di vivente, percorso da quello che gli antichi cinesi chiamavano ‘soffio’. Un privilegio-sortilegio reso possibile dall’aura di questa pittrice che annovera pur giovane, anni di successi e un buon seguito tra gli allievi del territorio cui impartisce lezioni da specialista da par suo, come attestato dalla Associazione Italiana degli Acquerellisti che l’ha voluta sua sodale.

Elena Brazzale Un certain regard_Vicenza P. Valmarana

Vicenza: Omaggio a Jefferson di Luciano Tonello al Galla Caffé

Tonello omaggio a JeffersonIl vernissage della mostra a cura di Marica Rossi coi recenti dipinti del vicentino Luciano Tonello è al GallaCaffè a Vicenza venerdì 11 dicembre ore 18. Nei suoi delicati acquerelli e nelle sapienti chine in esposizione fino al 9 gennaio, l’artista nato e vissuto negli anni della formazione in terra di Palladio, evoca momenti del passato particolarmente ricchi di spiritualità come l’età medievale e il nostro umanesimo elaborando colte immagini di patrizie dimore, esterni con capitelli vetusti, monumenti, scorci cittadini, connotati sempre da un’idea di superiore armonia. Ambiti nei quali si fa debitore di quelle radici mediterranee che riallacciandosi alla civiltà dei greci e dei latini, aprono a itinerari della mente e del cuore con rivisitazioni frequenti nel mitico universo della Koinè. Ne deriva quella “Sinfonia d’immagini” che titola l’esposizione alludendo alla partitura invisibile sottesa a questa vicenda d’arte riconducibile alla capacità di tesaurizzare voci e immagini del tempo antico alla luce d’un oggi nel quale ritrovare il senso delle nostre vite all’interno dell’ordine naturale delle cose.
Veneto di nascita e milanese d’adozione, Tonello lavora con le tematiche di sempre che ogni volta però approfondisce ed estende grazie alle esperienze culturali cui la sua esistenza tutta dedita alla pittura lo induce. E’ il caso dell’acquerello “Omaggio a Jefferson” eseguito dopo aver visitato la mostra cittadina a Palazzo Barbaran Da Porto ad opera del C.I.S.A sul rapporto tra il Presidente americano e i “Quattro libri sull’Architettura“ di Andrea Palladio”, guardando ai quali Jefferson progettò la sua casa a Monticello e la sede del Campus universitario in Virginia ispirandosi in particolare alla “Rotonda”. L’artista vicentino ne ha tratto l’input ideale anche conseguentemente all’invito d’esporre sue opere nella collettiva per il gemellaggio Miami-Milano questo dicembre con Vittorio Sgarbi e le autorità del capoluogo e della Regione Lombardia accanto a quelle della città statunitense che ospita l’evento. Ed ecco la motivazione colla quale il vicepresidente della Fondazione Canova Renato Manera tra i promotori del gemellaggio, lo presenta: ”Luciano Tonello applica con grande padronanza e competenza la tecnica dell’acquerello unendo un elegante e raffinato senso poetico”.