Archivi categoria: Mostre d’arte

Esposizioni di arti visive personali e collettive, monotematiche e di genere

AIDANEWS RIPARTE CON ROBERT CAPA | Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme

Da oggi si inizia una nuova era. La rivista culturale Aidanews celebra i suoi 25 anni all’insegna dell’Arte e della Cultura. Siamo lieti di riaprire le finestre sul mondo con nuovi articoli ogni settimana! Ecco il primo…

FRANCE. Paris. 1951. Robert Capa photographed by Ruth Orkin.

È un Capa “altro”, quello che questa grande mostra propone. E lo dichiara già dal sottotitolo, quel “fotografie oltre la guerra”, frase emblematica dello stesso Capa, che pone l’attenzione proprio sui reportage poco noti del grande fotografo”. La annunciano Federico Barbierato e Cristina Pollazzi, rispettivamente Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Abano Terme.

Reportage poco noti, ma non meno importanti e potenti. Semplicemente sopraffatti dall’immagine di lui come straordinario interprete dei grandi conflitti.
E’ una mostra, quella curata da Marco Minuz e promossa dal Comune di Abano Terme a Villa Bassi Rathgeb dal 15 gennaio al 5 giugno 2022, che vuole far uscire Capa dallo stereotipo di “miglior fotoreporter di guerra del mondo”, come ebbe a definirlo, nel 1938 la prestigiosa rivista inglese Picture Post. L’obiettivo è invece puntare tutta l’attenzione sulla sua fotografia lontana dalla guerra.
“Non vi è dubbio – riconosce il curatore – che l’esperienza bellica sia stata al centro della sua attività di fotografo: la guerra civile spagnola, la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone, la seconda guerra mondiale e quella francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni. Acquisendo, in queste azioni, una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione: Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza alla realtà. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso”.

Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio l’originale progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme che vuole esplorare, attraverso circa un centinaio di fotografie, parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute.
“Robert Capa. Fotografie oltre la guerra” esplora il rapporto del fotografo con il mondo della cultura dell’epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate.
Affascinante la sezione dedicata ai suoi reportage dedicati a film d’epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l’attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena. Nell’arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all’oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Completa il percorso la sezione dedicata alla collaborazione tra lo scrittore americano Steinbeck e Robert Capa che darà avvio al progetto “Diario russo”.
Nel 1947 John Steinbeck e Robert Capa decisero di partire insieme per un viaggio alla scoperta di quel nemico che era stato l’alleato più forte nella seconda guerra mondiale: l’Unione Sovietica. Ne emerse un resoconto onesto e privo di ideologia sulla vita quotidiana di un popolo che non poteva essere più lontano dall’American way of life. Le pagine del diario e le fotografie che raccontano la vita a Mosca, Kiev, Stalingrado e nella Georgia sono il distillato di un viaggio straordinario e un documento storico unico di un’epoca, salutato dal New York Times come “un libro magnifico”.
Un reportage culturale sulla gente comune di uno dei paesi meno esplorati dai giornalisti e reporter mondiali. Una lezione di umanità ed empatia che ci ricorda l’importanza di conoscere concretamente luoghi e persone per superare pregiudizi e ignoranza.
La mostra prosegue con una serie di fotografie realizzate in Francia nel 1938 e dedicate all’edizione del Tour de France di quell’anno, dove l’attenzione del fotografo si focalizzerà sempre prevalentemente sul pubblico rispetto alle gesta sportive degli atleti.
Una sezione è dedicata alla nascita dello Stato d’Israele. Robert Capa, ungherese di origine ebraica, emigrato in Germania e poi in Francia e negli Stati Uniti, fondatore dell’agenzia Magnum Photos, era giunto sul posto per documentare la prima guerra arabo-israeliana del 1948. A pochi anni dalla Shoah, con la vita che riprende nonostante le violenze ancora in corso, l’obiettivo di Capa documenta le fasi iniziali della costituzione del nuovo Stato.
Complessivamente la mostra promossa dal Comune di Abano, Assessorato alla Cultura, prodotta e organizzata da Suazes con il supporto organizzativo di Coopculture, dipana un centinaio di fotografie, in dialogo con gli ambienti storici di Villa Bassi Rathgeb.

Per info orari e biglietti: http://www.museovillabassiabano.it/

FRANCE. Golfe-Juan. August 1948. Pablo Picasso with Françoise Gilot and his nephew Javier Vilato, on the beach. Images for use only in connection with direct publicity for the exhibition “Retrospective – Fotografie oltre la guerra” by Robert Capa, presented at Museo Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme, Italy, from January 15th to June 5th 2022, starting 2 months before its opening and ending with the closure of the exhibition… (V. Esseci Padova)

SuperaMenti. Pratiche artistiche per un nuovo presente: Peggy Guggenheim e Swatch Art Peace Hotel

La Collezione Peggy Guggenheim, con la partecipazione di Swatch Art Peace Hotel, presenta SuperaMenti. Pratiche artistiche per un nuovo presente, ciclo diquattro workshop gratuiti condotti da altrettanti artisti italiani e internazionali destinati al pubblico della cosiddetta Generazione Z, ovvero i ragazzi di età compresa tra i 16 e i 25 anni. Partendo dalla riflessione sulla situazione che la società sta vivendo, in cui il distanziamento sociale, l’accesso contingentato agli spazi pubblici, il divieto di assembramenti e le modalità di incontro da remoto hanno ridefinito le relazioni interpersonali, e con l’idea di superare i limiti che tale situazione impone, iquattro incontri sono una sfida al presente attraverso l’attivazione di processi creativi e sociali volti a creare una “nuova normalità”.
Jan Vormann, Stefano Ogliari Badessi, in arte S.O.B, Alice Pasquini, Cecilia Jansson. Quattro voci, quattro linguaggi artistici distinti, che spaziano dalla scultura all’installazione, dalla street art al disegno, mettono in gioco la propria pratica artistica ideando una serie di workshop volti a favorire l’interazione e lo scambio, fisico o metaforico, tra i partecipanti, rafforzando il senso di cittadinanza e consolidandovalori come la partecipazione, il rispetto dell’ambiente, l’appartenenza a una collettività. “Servire il futuro invece di registrare il passato” era uno degli obiettivi che Peggy Guggenheim auspicava per la sua galleria-museo newyorkese Art of This Century e oggi diventa il motto che guida il progetto inteso come una sfida alla situazione attuale. I quattro incontri, che fanno della social practice il loro approccio metodologico, utilizzeranno un lessico fresco, dinamico e attuale, ideale per creare un dialogo sinergico con i giovani ai quali si rivolgono. I laboratori sono gratuiti e si terranno tra ottobre 2020 e gennaio 2021, con una modalità da remoto tramite la piattaforma Zoom in preparazione ai tre giorni di workshop in presenza. Gli appuntamenti si terranno in diversi luoghi della città di Venezia, e avverranno sempre nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e di contenimento del Covid-19.
Nell’affrontare i temi della contemporaneità attraverso la lente dell’arte, SuperaMenti. Pratiche artistiche per un nuovo presente rientra nella collaborazione, nata nel 2018, tra la Collezione Peggy Guggenheim e ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che si occupa di promuovere i 17 Obiettivi dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite, toccando in particolare il goal 4, istruzione di qualità.

MORTO PHILIPPE DAVERIO. PRESIDENTE DEL VENETO, “UN GIGANTE DELLA CULTURA CHE SI ESPRIMEVA ALLA PORTATA DI TUTTI”

“Di Philippe Daverio mi resterà impressa la sensazione che ho provato nelle occasioni che ho avuto di incontrarlo personalmente. Un dialogo con lui lasciava sempre l’impressione di aver trovato il modo di leggere un libro in maniera rapida ma molto approfondita e sempre esaustiva. Sentirlo parlare, sembrava quasi che rendesse banale ogni spiegazione in qualsiasi ambito artistico o culturale; eppure lo faceva senza venir mai meno al rigore di studioso. Penso che la sua preparazione e il suo stile fossero quelli più congeniali per spiegare la nostra terra dove una bellezza così diffusa rischia di passare per banalità e deve essere approfondita con concetti immediati per tutti”.
Così il Presidente della Regione del Veneto ricorda Philippe Daverio alla notizia della sua scomparsa.
“Era un gigante della cultura che si esprimeva alla portata di tutti – prosegue il Governatore – l’esatto contrario di alcuni soloni che amano restare chiusi in un mondo elitario. È stato un amico del Veneto e dei Veneti. Non solo come giurato storico del premio Campiello ma anche per come ha dimostrato più volte nelle sue trasmissioni a cominciare dall’intramontabile Passepartout. Grazie alle incursioni di Daverio in terra veneta, il mondo ha sicuramente scoperto e apprezzato qualcosa di più della nostra regione, non solo di quel grande tesoro che è Venezia o delle importanti città d’arte ma anche di angoli conservati dalle nostre campagne come il Barco della Regina Cornaro, le Ville o più semplicemente il patrimonio di memorie lungo il Piave”.
“Di un personaggio di simile levatura culturale e dalla così grande capacità di rendere familiare l’arte non solo fuori ma addirittura lontano dai salotti – conclude il Presidente del Veneto – si sentirà la mancanza. A lui un pensiero di gratitudine ed un sentimento di vicinanza ai suoi familiari”.

PIRANESI RINASCE ALLO STURM DI BASSANO. A cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza

Dopo Albrecht Dürer, le sale restaurate di Palazzo Sturm accolgono un altro tra i giganti dell’incisione mondiale: Giambattista Piranesi (1720-1778).
La mostra — a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza — propone tutti i capolavori grafici di Giambattista Piranesi patrimonio delle raccolte bassanesi. Un corpus completo che comprende incisioni sciolte e molte altre racchiuse in volumi ai quali si aggiunge la serie completa delle Carceri d’Invenzione proveniente dalle collezioni della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
La città di Bassano del Grappa ha scelto di omaggiare il grande genio di Piranesi in occasione del terzo centenario della sua nascita (4 ottobre 1720).
«Il patrimonio conservato nei nostri Musei Civici non cessa di stupirci» dichiara Elena Pavan, Sindaco di Bassano del Grappa, «il desiderio di aprire i nostri archivi e di valorizzare le nostre collezioni nascoste ci permette ora, per la prima volta nella storia dei nostri musei, di ammirare i capolavori grafici di Piranesi e di coglierne il genio artistico e la straordinaria abilità nella tecnica incisoria».
Il patrimonio grafico dell’artista di origini venete, che conta a Bassano circa 570 opere, viene esposto nel quarto e quinto piano di Palazzo Sturm, spazi destinati alle esposizioni temporanee, inaugurati dopo l’ultima campagna di restauro, con la mostra Albrecht Dürer. La collezione Remondini. L’esposizione, che ha riscosso un gran successo di pubblico e di critica, ha inaugurato il filone dedicato all’arte incisoria — di cui Palazzo Sturm conserva uno dei patrimoni più importanti al mondo — esponendo all’interno di teche in acciaio e vetro quelle opere che per motivi conservativi non sono tradizionalmente esposte al pubblico. L’allestimento è costituito da cinquantasei teche progettate dallo studio APML architetti, strutture pensate per preservare le condizioni ottimali di conservazione delle opere sia da un punto di vista microclimatico che luministico.
«Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo è la mostra completa delle incisioni piranesiane conservate a Bassano» afferma Chiara Casarin, curatore della mostra, «una mostra che risponde alla volontà di esporre al pubblico i tesori conservati nella sala stampe e negli archivi della Biblioteca e che conferma, ancora una volta, quanto l’insegnamento degli antichi sia vivo nell’arte contemporanea».
«La mostra che i Musei Civici di Bassano dedicano al genio di Piranesi» dichiara Pierluigi Panza, curatore della mostra, «testimonia un importante progresso nello studio delle collezioni permanenti della città e consente di sottolineare alcune precisazioni sulle vicende biografiche dell’artista e della sua famiglia».
Disegnatore, incisore, antiquario e architetto, Giambattista Piranesi è considerato il più grande esponente dell’incisione veneta del Settecento.
La sua attività ha influenzato non solo architetti ma anche scenografi e pittori oltre che lasciare un forte impatto anche sulla fantasia letteraria. Veneto di nascita ma romano d’adozione, Piranesi si presenta in questa mostra con tutta la sua incredibile potenza grafica.
Giunto a Roma appena ventenne, decide di trasferirvisi definitivamente a partire dal 1746, iniziando la produzione delle celebri Vedute di Roma: raccolte di tavole raffiguranti ruderi classici e monumenti antichi, tra cui quelle presenti nelle collezioni di Bassano del Grappa. Architetto di un unico edificio, la chiesa di Santa Maria del Priorato a Roma, Piranesi diede vita nelle sue incisioni ad architetture che stupirono il mondo, magnificamente oniriche ma al contempo potentemente concrete e per questo destinate a colpire la fantasia di molti. Di lui parlarono con ammirazione sconfinata non solo esperti d’arte e di architettura ma anche poeti e scrittori; tra i molti Marguerite Yourcenar volle dedicargli una biografia dove, a proposito delle Carceri – l’opera forse più famosa di Piranesi – scrive trattarsi di «una delle opere più segrete che ci abbia lasciato in eredità un uomo del XVIII secolo».
Per la prima volta nella loro storia i Musei Civici di Bassano del Grappa espongono al pubblico il corpus completo di incisioni piranesiane presenti nelle collezioni permanenti cittadine. Un corpus completo che comprende le più celebri Vedute di Roma: tavole raffiguranti i monumenti antichi realizzate dall’artista nell’intero arco della sua vita. A queste si aggiungono i quattro tomi delle Antichità Romane, preziosi volumi che costituiscono il fulcro della visione archeologica di Piranesi. Fondamentali per l’intera opera piranesiana e, allo stesso tempo, punto di partenza per le opere successive di argomento analogo e complementare, queste tavole forniscono un quadro unitario organico della città di Roma attraverso l’individuazione dei monumenti, delle zone e degli spazi, della cinta muraria, della rete degli acquedotti e delle porte urbane.
La mostra gode dell’importante collaborazione della Fondazione Giorgio Cini di Venezia per il prestito delle 16 tavole tratte dalla celebre serie delle Carceri d’Invenzione. Pubblicata una prima volta nel 1748, l’opera completa viene data alle stampe nel 1761, diffusa con il titolo Carceri d’Invenzione di G. Battista Piranesi archit. vene. Per la loro straordinaria libertà di immaginazione e per la capacità di trasferire nel segno grafico una sensibilità pittorica, le incisioni rivelano l’influenza dei Capricci di Giambattista Tiepolo, incontrato da Piranesi presumibilmente nel 1745, poco prima della sua ripartenza per Roma. Assieme alle Vedute, le Carceri d’Invenzione costituiscono l’opera più famosa della produzione piranesiana e testimoniano la grande abilità nell’uso della tecnica incisoria da parte dell’artista.
In mostra due video approfondiscono il percorso espositivo e narrano il successo di Giambattista Piranesi all’estero, i punti salienti della vita dell’artista a partire dal ritrovamento dell’atto di battesimo. Si tratta di The Lumière Mystérieuse, scritto e diretto da Massimo Becattini e Giovan Battista Piranesi 1720-1778, realizzato in occasione della grande mostra dedicata all’artista nel 1978 dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo si completa con il film che Factum Arte ha realizzato in occasione della mostra Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer, organizzata dalla Fondazione Giorgio Cini nel 2010. Il video di animazione, creato da Grégoire Dupond per Factum Arte, ricostruisce tridimensionalmente ogni ambiente delle 16 tavole delle Carceri, dando allo spettatore la sensazione di poter camminare all’interno di questi spazi contraddittori e visionari.
Nelle Carceri così come in tutte le sue acqueforti la decadenza di Roma viene esaltata nella sua terribile bellezza con una carica visionaria che ha saputo esercitare un importantissimo riferimento artistico per la cultura contemporanea. In mostra sono esposte anche le lettere tra il conte Remondini di Bassano del Grappa e Francesco Piranesi, figlio di Giovambattista e continuatore dell’attività. Nel catalogo sono inoltre presentati nuovi documenti relativi alla genealogia di Piranesi e ai suoi rapporti con Venezia.
Luca Pignatelli è l’artista contemporaneo con il quale i curatori della mostra vogliono testimoniare quanto, ancora una volta, l’insegnamento artistico degli antichi sia vivo nella produzione artistica del presente. Come in Piranesi, anche nei lavori di Pignatelli la storia è assoluta protagonista e diventa di volta in volta quella che lo stesso artista definisce una “rappresentazione stratificata del tempo”. Gli orologi inseriti nella Veduta del Castello dell’Acqua Felice di Pignatelli, oggi, raccontano questa storia e lo fanno mostrandosi in qualità di piccoli oggetti perfetti che hanno scandito il passato e determinato la vita di molti uomini.
Il catalogo scientifico della mostra edito da Silvana Editore, a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza, presenta tutte le opere e le incisioni di Piranesi esposte a Palazzo Sturm con i testi di Chiara Casarin, Pierluigi Panza, Luca Massimo Barbero, Enzo Di Martino, Manlio Brusatin e Stefano Pagliantini.
In attesa dell’apertura delle porte al pubblico il prossimo 20 giugno, i Musei Civici raccontano la mostra nei canali social con video d’approfondimento e incursioni nel backstage, dettagli e curiosità sulle opere.

Musei Civici Bassano del Grappa
Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo
A cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza
Palazzo Sturm
20.6—19.10.2020

MONTECCHIO MAGGIORE S’INCHINA AI SEGNI DELL’ARTE DI ENZO ANDRIOLO

Da sabato 30 maggio a domenica 28 giugno 2020, la Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore, sita in via Bivio San Vitale, ospita la mostra “Enzo Andriolo. I segni del tempo, i segni dell’arte”

Di Marica Rossi
E’ vero che il tempo lavora per noi, ma se non ci fosse l’arte a tesaurizzarne le impronte non ne potremmo avere mai così chiara la consapevolezza.
Soprattutto non ci sarebbe dato accedere a quella bellezza nascosta ricreata in altra forma da artisti “veggenti” che da quelle tracce si son lasciati sedurre. In tal senso emblematica è l’esposizione appena liberata dai lacci del Covid-19, del vicentino Enzo Andriolo che ha scelto il titolo “I segni del tempo, i segni dell’arte” da subito
orientativo e quindi invitante per chi la visita.
La mostra si pregia della curatela dello storico dell’arte Giuliano Menato per la Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore, mitica patria dei Castelli di Giulietta e Romeo, che a partire dall’apertura di maggio ne ha ottimizzato l’affluenza fin alla chiusura il 28 giugno grazie ad uno spazio istituzionale fruibile pure nei suoi
leggendari esterni. E’ un ciclo pittorico ammirato da pubblico e critica per il livello qualitativo raggiunto dall’autore che nella poetica dei ”muri” eletti quasi ad organismi viventi, si differenzia da chi, a prescindere da graduatorie di valore, vi
si è cimentato nella contemporaneità e nel passato.
Nella fotografia è indicativa l’esperienza di Attilio Pavin, anche lui vicentino, che vi si dedicò con successo il secolo scorso. In pittura già Leonardo invitava a studiare le macchie sui muri per le composizioni delle battaglie. Una tale attenzione divenne sistematica nel ‘900 con artisti come Ernst, Salvador Dalì e Dubuffet. Soprattutto l’autore francese se ne è lasciato attrarre specialmente per le texture sulle quali ebbe a fondare i cicli delle Emprentes e dei Phénoménes. Infatti lui attribuisce a questa capacità del pittore d’individuare e far riconoscere forme note in conformazioni casuali e irregolari,un’importanza perfino maggiore delle elaborazioni stesse.
Curiosamente procede all’inverso l’arte di Andriolo inducendo ad una esperienza visiva assai singolare.
Il demiurgo della superficie rappresentata è lui non l’imperscrutabile azione del tempo sul muro cui pure il suo fare rimanda. La qual cosa consente all’artista di produrre in libertà le invenzioni di aggallanti geometrie circonfuse di rarefazioni
luminose e colori molto suoi. Altrettanto lo sono le strategie sue consuete con inserti di memorie (profili d’interni, oggetti, ritagli di quotidiani) che sussurrano messaggi che arrivano a destinazione pure per la scelta dei materiali e il sapiente uso della tecnica dell’affresco strappato e del collage ricorrendo a materiali diversi armonicamente piegati agli intenti compositivi dell’autore.
Intenti umanisticamente mirati a ricreare il vissuto di muri agé gareggiando con loro nei geroglifici significanti il passare del tempo. Va detto pure che se i primi inducono a romantiche nostalgie e alla consapevolezza del degrado, per i secondi, quelli di Andriolo, è tangibile l’affermazione del valore del passato e dei suoi doni. Sia per la storia personale dell’artista che per la collettività.

Orari: sabato e domenica:10e30-12e30; 16-19 Nuova Galleria Civica via Bivio San Vitale Momtecchio Maggiore (Vicenza)

Enzo Andriolo nasce ad Agugliaro (Vicenza) nel 1941. Negli anni Settanta frequenta la scuola di pittura “La Soffitta” di Vicenza diretta da Otello De Maria. Negli stessi anni partecipa a concorsi nazionali e a mostre collettive, delle quali si ricorda in particolare la collettiva del 1977 all’interno degli ex Magazzini Sorelle Ramonda, in via Leonardo da Vinci, ad Alte Ceccato.
Nel 1974 tiene la sua prima mostra personale presso la Galleria Modigliani. Espone con mostre personali anche a Valdagno (Galleria Palazzo Festari-1982), a cura di Giuliano Menato e a Montecchio Maggiore (Galleria Civica-1988) con la presentazione di François Bruzzo. Conosce personalmente i maestri Carmelo Zotti, Bruno Saetti, Emilio Vedova, Aldo Schmid, Luigi Senesi, di cui diventa attento osservatore e collezionista. Negli anni Ottanta, accanto alla pittura su tela, inizia un percorso di conoscenza tecnica e storico-artistica del dipinto a mano su ceramica. Dalla collaborazione con la ditta vicentina specializzata, AL.Za., di proprietà del maestro e artista ceramista Alfredo Zanin, nasceranno pezzi unici interamente decorati a mano.
Le sue mostre più recenti sono: antologica 1970-2015 presso Antichità La Galleria, Montecchio Maggiore, 2016; personali presso “10mquadri”, Bassano del Grappa, 2016 e alla “Qu.Bi Gallery”, Palazzo Valmarana Braga, Vicenza, 2017. Continua ad essere attivo oltre che nella creatività artistica, aperta in questi anni a nuove conquiste, nel dialogo stimolante con personalità del mondo dell’arte e della cultura.

Charlie Chaplin, l’homme-orchestre

(de notre correspondante Michelle Bouak)

A l’occasion du 130e anniversaire de la naissance de Chaplin, la Philharmonie de Paris propose une exposition inédite sur le Maître du cinéma muet… dans sa dimension musicale. Ce qui peut paraître pour le moins incongru est loin de l’être. En parcourant l’exposition, le visiteur prend pleinement conscience de l’importance de la musique dans toute l’oeuvre de Charlie Chaplin. Acteur et réalisateur, créateur de Charlot, génial pantin actionné par lui-même, il était aussi musicien et compositeur. Il n’a cessé de travailler son rapport au rythme et au son. Partitions, photos, extraits de films, affiches, instruments de musique ou caméras qui jalonnent l’exposition sont là pour nous le rappeler. Les parents de Charlie Chaplin sont des artistes de music-hall tombés dans la déchéance. Charlie passe une grande partie de sa petite enfance dans des foyers d’accueil pour enfants pauvres. Les difficultés matérielles et les angoisses affectives qu’il a connues imprègnent toute son oeuvre où les taudis londoniens servent souvent de décor et la faim est un thème récurrent. Le monde du spectacle le sauve à 10 ans. Il débute sa carrière professionnelle dans une troupe d’enfants danseurs de claquettes : les « Eight Lancashire Lads » (les « Huit gars du Lancashire »). Attiré par le music-hall, il intègre la célèbre troupe de Fred Karno, le plus grand impresario britannique de spectacles de cabaret. Il y peaufine l’art de la pantomime et s’initie à la construction de gags. Ses talents exceptionnels en font très vite une des stars de la troupe. En tournée aux Etats-Unis avec Karno, il est remarqué par le réalisateur Mack Sennett qui lui propose de faire du cinéma. Commence alors un nouveau chapitre de la vie de Charlie Chaplin, le cinéma… Il enchaîne les courts et moyens métrages.
En 1914, avec « Charlot est content de lui », il lance le personnage de Charlot, le petit vagabond facilement econnaissable à la démarche chaloupée tel un pingouin, avec sa petite moustache, son petit chapeau melon, sa veste étriquée, son pantalon trop large, ses grandes chaussures et sa canne. A l’origine simple clown, le personnage de Charlot devient peu à peu le symbole vivant de tous les anticonformistes et offre un témoignage émouvant de la condition humaine. La drôlerie du personnage tient dans un corps en mouvement, chorégraphié comme celui d’un danseur, parfaitement accordé au rythme du montage, un corps constamment en équilibre, comme mû par des forces contraires, en action-réaction avec le monde qui l’entoure. La musique est partie intégrante de la vie de Charlie Chaplin. Tout jeune homme, il avait acheté un violon et un violoncelle. Il improvisait très correctement au piano bien qu’il n’eût jamais appris le solfège. Dès ses premiers longs métrages muets, il s’intéressait de près aux arrangements musicaux de ses films. A partir de son premier film sonore mais non parlant « Les Lumières de la ville », ce sera lui qui composera toutes ses musiques, travaillant en étroite collaboration avec les arrangeurs. Au panthéon des oeuvres de ce grand artiste du XXe siècle : « La Ruée vers l’or » (1925), « Les Lumières de la ville » (1931), « Les Temps modernes » (1936), « Le Dictateur » (1940) dont des extraits sont proposés dans le cadre de l’exposition.

Charlie Chaplin, l’homme-orchestre
Jusqu’au 26 janvier 2020
Cité de la musique – Philharmonie de Paris

philharmoniedeparis.fr  

Un architetto al tempo di Canova. Alessandro Papafava e la sua raccolta

di Marica Rossi

La mostra di Vicenza al Palladio Museum: “Un architetto al tempo di Canova. Alessandro Papafava e la sua raccolta” a cura di Susanna Pasquali e Alistair Rowan aperta dal 30 novembre fino al 13 settembre 2020, sta riscuotendo un gran successo e non solo tra i cultori della scienza del costruire. Già la sua location in Palazzo Barbaran Da Porto, tra i più prestigiosi di Palladio, è meta ambita. Diventata sede del Centro Studi Internazionali dedicato a questo grande dell’architettura di tutti i tempi, si pregia di documenti, opere, illustrazioni, video e registrazioni che di sala in sala comunicano molto di quanto c’è da sapere di Palladio, in un modo didatticamente divulgativo e senza mai nulla perdere in scientificità. L’attuale evento vi aggiunge un fiore collezione Papafavaall’occhiello di considerevole appeal. Sono 49 tra fogli e stampe di celebri architetti attivi tra il 1803 e il 1807 che danno vita ad una raccolta straordinaria. Una summa di disegni di architettura rimasta intatta, protetta per secoli nell’archivio di una nobile famiglia padovana, in grado di trasportarci in un mondo lontano: quello di Alessandro Papafava (1784-1861). Un architetto vissuto in tempi difficili ma fervidi di passioni, all’indomani della caduta della Serenissima. Dopo due secoli il prezioso materiale è stato donato dalla famiglia Papafava dei Carraresi a questo Centro Internazionale fondato negli anni ’50 da studiosi del calibro di Renato Cevese cui di recente è stata dedicata una targa commemorativa nel salone più rappresentativo al pianterreno dell’Istituto.
Tornando alla raccolta, va riconosciuto trattarsi di opere d’altissima qualità grafico-pittorica e di enorme valore storico: un’istantanea degli interessi d’un giovane studente di architettura fra Sette e Ottocento, totalmente immerso nella cultura architettonica negli anni in cui i modelli del Neoclassicismo romano arrivarono nel Veneto, rivoluzionandone il gusto.
I visitatori della mostra “Alessandro Papafava e la sua raccolta” e dell’appena inaugurata mostra “Ritratto di Donna” in Basilica Palladiana, hanno diritto alla riduzione reciproca nei biglietti d’ingresso.

Informazioni: Palladio Museum contrà Porti 11
Orari:da martedì a domenica dalle 10 alle 18

E’ il nuovo allestimento in Basilica Palladiana che non deturpa l’ingegno di Andrea Palladio, studiato dall’arch. Antonio Ravalli di Ferrara, presentato in conferenza stampa dall’arch. Guido Beltramini: “Modernità e innovazione, sono queste le parole chiave dell’allestimento studiato su misura per la più bella Basilica palladiana. Realizzato dal Gruppo Fallani srl, è stato finanziato da Cereal Docks Group di Camisano Vicentino con l’Art bonus per una spesa di 160.095 euro (esclusa iva). All’interno del grande salone – ha spiegato il direttore del CISA – è stato installato un parallelepipedo di 8 metri, alto 3,5 metri che, in assenza di mostre, sarà sempre presente, consentendo di leggere nella sua interezza l’architettura e la copertura a carena di nave rovesciata.”
Dopo la mostra dedicata al “Ritratto di donna” (’19-’20) a cura di Stefania Portinari, ce ne saranno altre due “Dietro le quinte del Rinascimento” (’20-’21) a cura di Guido Beltramini (direttore CISA Palladio), Davide Gasparotto, Xavier Salomon e Mattia Vinco e “Tebe nel nuovo Regno” (’21-’22) a cura di Christian Greco (direttore Museo Egizio di Torino).                                                

Zoom sur Mondrian figuratif au musée Marmottan Monet

(de notre correspondante Michelle Bouak)

Principalement connu pour sa peinture abstraite aux lignes épurées -viennent
immédiatement à l’esprit ses carreaux rouges, jaunes et bleus-, Piet Mondrian est
longtemps resté méconnu pour sa peinture figurative. Ses tous premiers tableaux
abstraits sont pourtant tardifs, il a alors cinquante ans… Ironie de l’écriture de l’Histoire de l’art qui a mis l’accent sur l’aspect abstrait de son oeuvre, laissant de côté un pan fondamental de sa création.
L’exposition « Mondrian figuratif » permet de découvrir cette face méconnue de l’oeuvre du maître néerlandais. D’autant que, sa vie durant, Mondrian a toujours prôné la coexistence paisible entre abstraction et figuration. Une soixantaine de peintures de premier ordre -paysages, portraits, peintures de fleurs-, sont présentées en exclusivité au musée Marmottan Monet, grâce à la collection Salomon Slijper léguée au Kunstmuseum de La Haye.
Le parcours de l’exposition est chronologique et à dominante figurative.
Les paysages peints entre 1898 et 1905 avec les motifs du moulin et de la ferme à
Duivendrecht -un village proche d’Amsterdam- rappellent l’école de La Haye. Ces motifs illustrent les talents précoces de Mondrian en tant que dessinateur et maître du clair obscur. L’artiste se réinvente sans cesse tout en se limitant à quelques thèmes, le moulin, l’arbre, la ferme, la fleur et le portrait. Il ne cherche pas à représenter un instant précis, mais l’expérience spirituelle de la nature.
Considérant que « les couleurs de la nature ne peuvent être imitées sur la toile »,
Mondrian aborde dès 1907 un tournant moderne privilégiant les aplats et les contrastes colorés poussés à l’extrême : « Moulin dans le crépuscule (1907-1908). Avec « Bois près d’Oele » (1908), l’artiste passe un nouveau cap, lignes courbes, arabesques et couleurs irréelles confinant au mystique. Membre de l’association théosophique, Mondrian se dépeint alors tel un illuminé. Trois autoportraits au fusain inédits le montrent à l’âge de trente-six ans, cheveux longs, barbe noire et le regard pénétrant des êtres habités. Ces tableaux annoncent son oeuvre symbolique.
Mondrian se détache progressivement de la représentation du visible pour rendre
symboliquement compte « des fondements de l’existence ». La géométrisation des
formes du monumental « Moulin rouge » (1911) aux couleurs exaltées annonce
l’abstraction. Ses toiles s’organisent autour d’un réseau de verticales, horizontales et obliques. Il procède à une simplification extrême des formes. Toutefois, Mondrian
s’inspire toujours du réel et ses motifs restent identifiables. Il n’oppose pas figuration et abstraction. Vers 1916-1917, il renoue avec le style naturaliste et reprend le motif de « Ferme à Duivendrecht » qu’il a traité pour la première fois au début du siècle. Les premières oeuvres purement abstraites de Mondrian débutent en 1919. Sa démarche est purement spirituelle. A ce stade de sa carrière, il a formalisé la théorie qui l’élève aujourd’hui au rang de père de l’abstraction. Pour autant, lorsqu’il entreprend son « Autoportrait » en 1918, il reste fidèle à la tradition naturaliste et au genre établi du portrait d’artiste posant en buste devant l’une de ses toiles en damier, véritable dialogue entre figuration et abstraction.
En épilogue, « Composition avec large plan rouge, jaune, noir, gris et bleu » (1921), voisine avec six tableaux de fleurs dont « Rose dans un verre » (également de 1921). La fleur est le motif que Mondrian a abordé sa vie durant, sans interruption, à la manière d’un musicien qui commence sa journée en faisant ses gammes. Le naturalisme reste et demeure une constante de l’oeuvre de Mondrian, l’érigeant au rang de grand maître de la peinture figurative du XXe siècle.

Biennale di Venezia 1897: sette artisti giapponesi invitati, una saletta tutta per loro. Rovigo 2019, palazzo Roverella “Giapponismo”, cento opere

Alla seconda Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia (la Biennale), dal 22/04/1897 al 31/10/1897, presidente Filippo Grimani, segretario Antonio Fradeletto, furono invitati sette artisti giapponesi che esposero sette acqueforti (così sembra dal database ASAC). Non si conoscono i requisiti di essere stati scelti, se già in mano a collezionisti o galleristi parigini o tedeschi di Monaco di Baviera. Una novità per Venezia avere dei giapponesi. L’esperienza filo giapponese non si ripeterà fino al 1926, sarà ripresa solo nel 1952 per vent’anni. Poi di nuovo assente fino al 1980. Ora c’è un padiglione frequentatissimo sul viale alberato dei Giardini, fra Russia, Paesi Nordici, Germania, Corea. Uno dei più stimati per coerenza e ricerca.
Cent’anni fa, Venezia non si accorse nemmeno dell’Esposizione del cinquantennale dell’Unità d’Italia del 1911 che il “giapponismo” ebbe una vasta influenza su molti artisti delle nuove generazioni.
Nelle principali capitali ormai il Giapponismo dilagava da trent’anni (1860-1915). Fu un contagio per gli impressionisti, quelli dell’Art Nouveau, Liberty, Simbolismo e viceversa (vedi opere a tergo, courtesy Studio Esseci di Padova). A Venezia le arti applicate entrano nel decoro di ambienti, scenari teatrali, manifesti pubblicitari. Le pagode nascono come funghi nei giardini pubblici. Al Lido nel 1908, l’Hotel Excelsior ne ha una sulla spiaggia, a forma di palafitta. C’è però confusione tra “cineseria e giapponismo”, tra laccature veneziane e quelle vere originali made in Japan o China. Gli artigiani veneziani ci sanno fare e possono accontentare i neo ricchi borghesi ma il confronto non regge per intaglio e durata. La pittura veneta è lontana dalla sintesi giapponese. Forse bisognerà attendere il veneziano Carlo Scarpa che riscatterà questo ritardo (Tomba Brion ad Altivole, il giardinetto della Querini Stampalia) e trasmetterà a Tadao Ando la sintesi della sintesi (Palazzo Grassi, Teatrino, Punta della Dogana)?
Su un piano politico siamo nell’epoca della Triplice con “Italia-Germania-Austria-Ungheria”. Il Giappone inizia ad aprirsi e firma contratti di scambi commerciali e culturali con la Germania, così anche l’Italia ne potrà guadagnare qualcosa. Sulla cronaca della Gazzetta di Venezia di Ferruccio Macola si legge persino che saranno i lombardi ad avere i primi vantaggi di scambi commerciali con Tokyo. Il Giappone non è più isolato. I maggiori artisti europei guardano il Giappone con rispetto e cercano di cogliere i migliori insegnamenti della loro “sacra cultura”.  La Biennale, a parte la modestissima saletta con le acqueforti di fiori e vedute (ci sono anche quelle olandesi), non è attenta o non vuole o non è preparata. Con il senno di poi, cogliendo l’occasione delle mostre che si stanno svolgendo (l’ultima quella di Rovigo al Palazzo Roverella “Giapponismo”) o si svolgeranno prossimamente (Castello Visconteo di Pavia, “Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Capolavori dell’arte giapponese”, v. nostro servizio in questa rivista), ci si chiede come mai i veneziani non furono in grado di aprirsi ai giapponesi?
La cultura dell’arte orientale, in particolare quella giapponese, iniziò negli anni ’60 dell’Ottocento.
D’accordo, l’Italia aveva ben altro da pensare e la cultura era in mano ai garibaldini, ai mazziniani, ai cavouriani, ai monarchici piemontesi, ci volevano ben altre basi culturali. Pittura e scultura sono tutt’uno: rievocazione storica, eroismo, problemi sociali visti sotto un angolo “classicheggiante, di maniera”, paternalismo. Altrove, in Francia, ad esempio, si diffondono ceramiche, stampe, ed arredi da giardino dall’Impero del Sol Levante che, pochi anni addietro, nel 1853, si era aperto al resto del modo. Tutti avranno già visti il giardino giapponese, i riti del te, i Samurai…i disegni fantastici, le illustrazioni su carta da parati. Dalla curiosità del collezionista e di chi poteva viaggiare e portarsi a casa ricordi si passa ben presto allo studio, alla ricerca, alla loro inestimabile miniera culturale. Le Biennali di Venezia sono “assenti”, solo nella seconda del 1897 vi è un minuscolo gruppo di acquafortisti che espone assieme ad altri.

Consigliamo allora di andare a Rovigo e poi a Pavia così vi farete un’idea e colmerete quel gap che la nostra storia dell’arte immancabilmente mantiene.
Dall’esposizione londinese del 1862, dove i “prodotti” del Sol Levante debuttarono, a quelle parigine del ’67 e’78, che ebbero nelle proposte il loro elemento di maggiore attrazione, fino all’esposizione del cinquantennale dell’Unità d’Italia del 1911 che ebbe una vasta influenza su molti artisti delle nuove generazioni.
Le prime xilografie giapponesi si diffusero, dapprincipio, grazie al commercio di vasi e ceramiche, con cui questi venivano “avvolti” e“impacchettati”. I preziosi fogli erano spesso i celebri manga di Hokusai o altre brillantissime stampe di Utamaro e Hiroshige che tanta influenza ebbero sugli Impressionisti, sui Nabis, fino alle Secessioni di Vienna e Monaco per concludere il loro ascendente con i bagliori della Grade Guerra trasformandosi in un più generico culto dell’Oriente nel corso degli anni 20 e 30 del Novecento.
La moda giapponista, esplosa attorno al 1860 e destinata a durare almeno un mezzo secolo sedusse la ricca borghesia internazionale, quindi due intere generazioni di artisti, letterati, musicisti e architetti, trovando via via sempre più forza con l’innesto della nascente cultura e Liberty e modernista sempre più attenta ai valori decorativi e rigorosi dell’arte giapponese. Ora per finire ricordiamo questi primi artisti invitati alla Biennale del 1897, sui quali non si hanno notizie e nemmeno le foto delle loro opere, ad eccezione di questa:

“Primavera” di SATO SHIEN (1897)
Manifestazione: 1897 – 2. Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia
Soggetto: dipinto (acquaforte)

Database ASAC
1897 Seconda Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia
Commissario Speciale Miriyoski Naganuma (Per la sezione giapponese)

SEZIONE GIAPPONESE – Sala N*
Kampo Araki
Fukui Kotei
Nagami Masanosuke
Shyien Sato
Jida Shinshichi
Shonen Suzuki
Tosui Kobuta

SEZIONE GIAPPONESE – Sala N
Opera: CARPIONI NELL’ACQUA
Opera: COLOMBE TRA FIORI DI CILIEGIO
Opera: FAGIANO TRA PIANTE AUTUNNALI
Opera: FESTA A JEDDO
Opera: NIBBIO COMUNE SU ALBERO
Opera: QUAGLIE TRA CRISANTEMI
Opera: VEDUTA DI TAGONOURAnnale 1897

*Comitato Ordinatore P. Molmenti (Presidente), Bartolomeo Bezzi, Guglielmo Ciardi, Antonio Dal Zotto, Pietro Fragiacomo, Emilio Marsili, Riccardo Selvatico, Augusto Sezanne, Alessandro Zezzos
**La Sala N contiene anche le acqueforti olandesi

A Palazzo Zabarella di Padova, arriveranno Van Gogh, Monet, Degas della Mellon Collection

La Fondazione Bano prosegue il progetto espositivo finalizzato a presentare alcune delle collezioni private più prestigiose al mondo, divenute poi pubbliche.
Dopo la rassegna dedicata ai Joan Miró dello Stato portoghese e quella ai Paul Gauguin e gli Impressionisti dello Stato danese, che hanno portato a Padova oltre 250.000 persone, dal 26ottobre 2019 al 1° marzo 2020, Palazzo Zabarella ospita, in esclusiva per l’Italia, oltre 70 capolavori di Edgar Degas, Eugène Delacroix, Claude Monet, Pablo Picasso e Vincent van Gogh e altri, che celebrano Paul e Rachel ‘Bunny’ Lambert Mellon, due tra i più importanti e raffinati mecenati del Novecento.
La mostra, curata da Colleen Yarger, capo dipartimento ad interim e curatrice del catalogo della Mellon Collection, presenta una preziosa selezione di opere provenienti dalla Mellon Collection of French Art dal Virginia Museum of Arts, che copre un arco cronologico che dalla metà dell’Ottocento, giunge fino ai primi decenni del Novecento, compreso tra il Romanticismo e il Cubismo, passando attraverso la straordinaria stagione dell’Impressionismo.
Figlio dell’imprenditore Andrew Mellon, uomo tra i tre più ricchi d’America, banchiere e Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, anch’egli importante collezionista d’arte, che fu determinante per la nascita della National Gallery of Art di Washington nel 1937, Paul Mellon ha donato alla National Gallery oltre mille opere provenienti sia dalla collezione del padre che dalla propria.
I suoi studi a Yale e a Cambridge gli instillarono un grande interesse nei confronti dell’arte inglese, ma è solo dopo il matrimonio con Bunny Lambert, appassionata d’arte e convinta francofila, che i Mellon iniziarono ad acquistare capolavori d’arte francese.
Oltre donazioni alla National Gallery di Washington, i coniugi regalarono un importante nucleo di opere francesi al Virginia Museum of Fine Art di Richmond. E sono proprio queste opere d’arte francese che rispecchiano la personale sensibilità dei Mellon e il loro eccezionale gusto collezionistico, a essere esposte a Palazzo Zabarella.
La mostra si apre con Mounted Jockey (Fantino a cavallo) di Théodore Géricault e Young Woman Watering a Shrub (Giovane donna che annaffia un arbusto) di Berthe Morisot, che definiscono la genesi della raccolta dei due coniugi.
Da un lato, Paul Mellon era un amante dei cavalli e il fatto che Géricault fosse stato in Inghilterra per studiare le opere di George Stubbs, uno dei pittori di genere animale da lui preferiti, giocò un ruolo fondamentale nel suo interesse verso l’arte francese. Dall’altro, la passione della moglie Bunny si specchia nell’opera dell’artista francese che ritrae la sorella mentre si prende cura delle piante nella sua casa di famiglia, caratterizzata da un morbido tocco e dalle chiare tonalità cromatiche, che rafforza il piacere semplice della vita domestica.
Il percorso espositivo prosegue con alcuni esempi di arte francese a soggetto equestre, tra cui i ritratti di cavalli di Eugène Delacroix e Théodore Géricault e scene di competizioni ippiche di Edgar Degas, del quale viene esposta anche una serie di quattro sculture, e con i quadri di natura morta, ovvero di fiori, dipinti da maestri quali Alfred Sisley, Vincent van Gogh, Henri Fantin-Latour, Odilon Redon, che testimoniano la passione che Rachel Lambert Mellon coltivò per il giardinaggio e l’orticultura.
Parigi, per tutto il XIX secolo fu la città che maggiormente ispirò gli artisti. I lavori di van Gogh, Pierre Bonnard, Maurice Utrillo rivelano sia vedute famose che poco conosciute, luoghi di festa e scorci delle strade e dei vicoli della capitale francese, a cui i coniugi Mellon rimasero intimamente legati per tutta la loro vita.
La rassegna continua analizzando i quadri di figura umana e di ritratto. Qui s’incontrano dipinti di maestri quali Gustave Courbet, Edgar Degas, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne e altri, in cui le persone non sono colte in pose formali, quanto in luoghi come le loro case, i loro giardini o in contesti sociali.
Il tocco impressionista, immediato e vibrante, era particolarmente adatto per cogliere gli effetti dell’acqua. Nella sezione dedicata a questo elemento, spicca A Man Docking His Skiff(Uomo che ormeggia la propria barca)di Gustave Caillebotte, nel quale l’artista rivela la sua grande capacità nel cogliere le macchie di luce e di ombra, senza dimenticare i dipinti diEugène Boudin, Édouard Manet, Berthe Morisot che ritraggono la vita sulle spiagge d’inizio secolo scorso.
Una delle passioni di Bunny Mellon era l’arredamento. Conosciuta come esempio di buon gusto, Bunny arredò le sue case con rigore e squisita raffinatezza, accogliendo ospiti come Elisabetta II d’Inghilterra, il Principe del Galles o l’amica Jacqueline Kennedy che la volle come sua consigliera per arredare le sue molte abitazioni. A Palazzo Zabarella, non possono quindi mancare opere di autori quali Felix Vallotton, Henri Matisse, Paul Gauguin, Raoul Dufy che propongono vedute d’interno.
Tra queste, si segnala The Chinese Chest of Drawers (La cassettiera cinese), capolavoro di natura morta cubista di Pablo Picasso, che rappresenta la volontà delle avanguardie di abbattere concetti e confini stilistici in cerca di nuove espressioni.
Il percorso conduce quindi il visitatore nella campagna francese per ammirare opere comeField of Poppies, Giverny (Campo di papaveri, Giverny) di Claude Monet, caratterizzato da una larga banda di colore rosso che divide lo sfondo dal primo piano, o come dipinti di piccole dimensioni di Georges Seurat, Kees van Dongen e Vincent van Gogh che trasformano il paesaggio rurale in una orchestrazione di atmosfera, energia e pura luce.
Chiude idealmente la mostra, una raffinata selezione di opere impressioniste, con due paesaggi di Monet, un ritratto di Renoir e una delle famose ballerine di Degas.

Padova, settembre 2019
VAN GOGH, MONET, DEGAS.
The Mellon Collection
of French Art from the Virginia Museum of Fine Arts
Padova, Palazzo Zabarella (via degli Zabarella, 14)
26 ottobre 2019 – 1° marzo 2020