Archivi categoria: Otto-Nove Cento

Società, Arte, Storia a cavallo dei due Secoli.

Quando Giulietto Chiesa svelò i dolori di Palmiro Togliatti dopo i fatti d’Ungheria.

Giulietto Chiesa è stato giornalista, scrittore e politico ma soprattutto un uomo di buona memoria. Oggi che se ne va, lo ricordiamo con quella che fu una sua esclusiva. L’11 settembre del 1996 pubblicò due lettere che Palmiro Togliatti aveva inviato al Comitato Centrale del PCUS dopo i fatti d’Ungheria. Erano trascorsi quarant’anni e Chiesa fu il primo a rispolverare sulla stampa quelle carte spinose (G. Chiesa, Le due lettere di Togliatti, in “La Stampa”, 11 settembre 1996).

«Alla segreteria del CC del PCUS
30 ottobre 1956
Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano e anche nel nostro partito. Il distacco di Nenni da noi che pure, a seguito delle nostre iniziative, aveva mostrato una tendenza a ridursi, si è ora bruscamente acuito. La posizione di Nenni sugli avvenimenti coincide con quella dei socialdemocratici.
Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente opposte e sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l’intera responsabilità di quanto avvenuto in Ungheria risiede nell’abbandono dei metodi stalinisti. All’altro estremo vi sono coloro che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito. Essi si basano su una dichiarazione di Di Vittorio che non corrispondeva alla linea del partito e che non era stata da noi approvata. Noi conduciamo la lotta contro queste due posizioni opposte ed il partito non rinuncerà a combatterla.
Tuttavia vi assicuro che gli avvenimenti ungheresi si sono sviluppati in modo tale da rendere molto difficile la nostra azione di chiarimento all’interno del partito e per ottenere l’unità attorno alla sua direzione. Nel momento in cui noi definimmo la rivolta come controrivoluzionaria ci trovammo di fronte ad una posizione diversa del partito e del governo ungheresi e adesso è lo stesso governo ungherese che esalta l’insurrezione. Ciò mi sembra errato. La mia opinione è che il governo ungherese, rimanga o no alla sua guida Imre Nagy, si muoverà irreversibilmente verso una direzione reazionaria.
Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione o se siete più ottimisti. Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito si sono diffuse preoccupazioni che gli avvenimenti polacchi ed ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito, quella che è stata definita al XX Congresso. Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento.»
(Palmiro Togliatti)

Fonte: da un post di Maurizio Cecconi nel suo diario)

Ettore Beggiato: Il PRIMO Re d’Italia è Vittorio Emanuele SECONDO

Torino – Il 17 marzo 1861 nasce il Regno d’Italia … i Veneti (e altri popoli) NON ne fanno parte …
Il neonato Regno inizia subito con una farsa … il PRIMO Re d’Italia è Vittorio Emanuele SECONDO … lo capisce anche un bimbo che c’è qualcosa che non quadra … E NON è una questione di lana caprina … La forma è anche sostanza … E così nel primo parlamento italiano inizia una discussione furibonda fra chi (giustamente a mio modesto parere) chiede che il PRIMO Re d’Italia abbia nel nome il numero ordinario primo come forma di rispetto per i nuovi sudditi del nuovo regno e chi, come casa Savoja pretendeva di continuare con la numerazione dinastica … Vinse casa Savoja e NON è una cosa di poco conto … è la dimostrazione che i Savoja se ne strafregavano (scusate il francesismo …) della unità d’Italia, della liberazione dei popoli oppressi e di tutte le fanfaluche che la retorica patriottarda ci racconta; i Savoja vedevano la cosiddetta unità d’Italia solo come mera espansione dei loro possedimenti e del loro potere con una logica imperialista e annessionistica.
Il Veneto verrà annesso al Regno d’Italia nel 1866 dopo un plebiscito-truffa: da allora farse e tragedie con l’unico obiettivo, per tutti i governi che si sono succeduti, di “FARE GLI ITALIANI”… a 154 siamo comunque lontani da una simile, devastante “soluzione finale” : i veneti riscoprono ogni giorno di più la loro identità e si stanno riappropriando, lentamente ma costantemente, del loro futuro.
VENETI RESTEMO VENETI .

I Veneti della Maremma. Una postilla di Ettore Beggiato

A partire dal 1866, subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il fenomeno dell’emigrazione ha pesantemente contraddistinto il popolo veneto, all’inizio con dimensioni bibliche quando paesi interi partivano per la Merica sperando di far fortuna, e creando un altro Veneto al di là dell’Oceano, specialmente nei tre stati meridionali del Brasile (Rio Grande do Sul, Paranà e Santa Catarina),che ancor oggi mantiene in maniera straordinaria la propria identità linguistica, culturale e sociale, poi in maniera costante con significativi aumenti di partenze dopo le due guerre mondiali e che è durato fino agli anni sessanta, per poi ripartire in maniera consistente nei nostri giorni, quando centinaia e centinaia di venete e veneti, il più delle volte con laurea in mano, riprendeno la strada dei nostri antenati cercando un’affermazione all’estero.
Oltre che nei cinque continenti, c’è stata anche una notevole  emigrazione veneta anche all’interno dello stato italiano,  in maniera autonoma (rivolta soprattutto verso i poli industriali lombardo e piemontese) e in maniera “organizzata”; in quest’ultima forma vanno ricordati soprattutto le tre emigrazioni portate avanti durante il ventennio: ad Arborea, nella provincia sarda di Oristano, nelle paludi pontine e, quella meno conosciuta, anche perché numericamente molto inferiore, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, ad Alberese.
E proprio di questa vorrei parlare, anche perché relativamente poco conosciuta dagli stessi veneti, prendendo spunto da un volume particolarmente interessante intitolato “I Veneti di Maremma. Storia di una migrazione” di Paolo Nardini e Massimo De Benetti con fotografie  di Giovanni Bredariol, edito nel 2004 dal Comune di Grosseto.
Alberese fa parte del Comune di Grosseto ed è l’estrema propaggine del capoluogo verso i monti dell’Uccellina; all’interno di un territorio piuttosto vasto e poco popolato troviamo la tenuta di Alberese.
In questo contesto decisamente suggestivo nell’undicesimo secolo veniva fondata l’Abbazia Benedettina di Santa Maria Alborense, poi San Rabano; l’Abbazia per quasi 500 anni fu il punto di riferimento di tutta la zona per passare poi all’Ordine di Malta; nel frattempo attorno all’Abbazia era sorto un piccolo borgo.
Nel 1839 l’Abbazia fu acquistata dal granduca Ferdinando IV di Lorena per essere poi espropriata dal Regno d’Italia durante la prima guerra mondiale in quanto considerata “bene del nemico”; per la verità c’era stato nel 1915 il tentativo di vendere da parte degli Asburgo-Lorena alla famiglia Lante della Rovere ma il governo italiano non riconobbe valido tale atto.
Fu così che nel 1923 dopo il decreto di esproprio del Prefetto di Grosseto, la tenuta (6500 ettari) fu assegnata all’Opera Nazionale per i Combattenti (ONC); nel 1928 iniziarono i lavori di bonifica in quanto la zona dell’Alberese era soggetta alla malaria per il gran numero di zone acquitrinose e nel 1930 furono costruiti i poderi da assegnare alle famiglie provenienti dal Veneto. A ogni podere veniva assegnato un nome legato alla prima guerra mondiale: Ortigara, Bainsizza, Buccari, Cadore, Carso, Istria, Dalmazia e via discorrendo …Il podere era composto dalla casa colonica, la stalla per sedici capi, il pollaio, un annesso rustico con il forno, due recinti per i maiali, la concimaia in muratura, un pozzo con la pompa, l’abbeveratoio e un lavatoio.
Va ricordato che nel 1926 il governo italiano aveva istituito il Comitato Permanente per le Migrazioni Interne, con il compito di gestire lo spostamento di grandi masse di popolazioni con l’obiettivo di evitare la corsa dei disoccupati verso le grandi città del nord.
Nel 1930 arrivarono le prime famiglie dal Veneto e l’immigrazione continuò anche nel 1931-32: in tutto arrivarono oltre un centinaio di famiglie, soprattutto dal Veneto centrale e i cognomi lo testimoniano ancor oggi: Caoduro, Bottazzo, Casarin, Riello, Maggiotto, Pegoraro, Zorzi, Segato, Marangon, Bettiol, Perin, Zampieri, Cavallin e tanti altri …
Nel volume già citato si sfogliano le fotografie dell’epoca con diverse didascalie interessanti: “Ci si sposava più fra veneti, perché … la mì moglie, il sù babbo abitava là e noi si abitava qui… era ‘na questione di vicinanza”, “Quando siamo venuti qui, loro avevano il pane sciocco, senza sale, e noi non s’era boni a mangiarlo”, “Anche il prete era veneto…quando non aveva niente da mangiare, andava a casa dei contadini e diceva -deme un piato de menestra anca a mi-”.
E Roberto Ferretti nel volume “Segare la Vecchia e bruciare di Marzo” del 1984 annotava che “…ad Alberese i veneti si pongono come comunità alloglotta: continuano a parlare come nella loro terra patria e solo quando si trovano in presenza di altri si forzano di usar l’italiano”
E ancor oggi nelle case di Alberese si sente parlar veneto, anca se sempre manco …

Ettore Beggiato

Presidente onorario associazione
“Veneti nel mondo”

Il Gigante del Nilo. Storia e avventure del Grande Belzoni. Incontro con Marco Zatterin e Francesca Veronese

In occasione della mostra L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi, aperta al pubblico fino al 28 giugno 2020 al Centro culturale Altinate San Gaetano, giovedì 28 novembre alle ore 17:30 in Sala del Romanino dei Musei Civici, piazza Eremitani 8, viene proposto un incontro in cui a far luce su questo straordinario personaggio saranno Marco Zatterin, vicedirettore de La Stampa, noto biografo del Belzoni, che ha appena pubblicato una nuova edizione ampliata del fortunato volume Il Gigante del Nilo. Storia e avventure del Grande Belzoni e la curatrice della mostra Francesca Veronese, conservatrice del Museo Archeologico di Padova.
L’appuntamento si concluderà con una degustazione di vini e prodotti del territorio a km zero offerta da Coldiretti e Campagna Amica.
L’iniziativa è realizzata nell’ambito della manifestazione Novembre Patavino, ideata dall’associazione culturale Veneto Suoni e Sapori e promossa da Comune di Padova Assessorato alla Cultura e Assessorato alle Attività Produttive e Commercio.
Una vita straordinaria, “fuori dagli schemi”, quella del padovano Giovanni Battista Belzoni (1778-1823), che dal palcoscenico del polveroso Sadler’s Wells Theatre di Londra, dove grazie a una straordinaria prestanza fisica si era cimentato in numeri di forza e giochi d’acqua ottenendo grandi successi, si proietta sugli appassionanti scenari della civiltà dell’Egitto, scoprendo vie che altri continueranno a percorrere, ponendo le premesse per lo sviluppo di una disciplina che oggi si insegna nelle Università. Una vita che si è conclusa in modo tragico sotto una palma nell’Africa Occidentale, a Gatwo, nel Regno del Benin.

I funebri per i soldati morti in Africa, aprile 1896: dalla Gazzetta di Venezia

Dalla Gazzetta di Venezia (direttore proprietario Ferruccio Macola, gerente responsabile Giacomo Gavagnin), 16 aprile 1896  N. 195, Anno CLIV

CRONACA VENETA (III pagina)

Castelfranco, 15 aprile – I funebri per i soldati morti in Africa (G.). “Sabato prossimo [18] ha luogo la funzione religiosa in Duomo per i morti di Abba Garima. Il catafalco che si sta costruendo in chiesa tutto adorno di fiori e trofei ed il tempio parato a lutto. Interverranno le autorità civili e militari, i Collegi Convitti Giorgione e Spessa e parte dell’intero squadrone qui di stanza. Non sappiamo poi quali disposizioni siano state prese circa l’intervento della Banda ed orchestra. Alla solenne cerimonia certo speriamo che qualche cosa si sarà deliberato in proposito.
Se non si può fare a tempo per la orchestra si provvede con la banda; appunto come si fece in altre circostanza di questo genere. Senza dell’una e dell’altra si toglierebbe l’importanza alla funzione.”

Il rito si svolse regolarmente sabato 18 aprile 1896 con il Duomo stracolmo di gente. A quanto pare l’intero consiglio comunale ed il sindaco non ricevettero un invito formale nel parteciparvi.Lo dimostra il tono polemico del cronista locale “G.” che spera ci sia almeno la banda  si non si potrà fare a meno dell’Orchestra. Partecipano gli studenti e i loro insegnanti di due Convitti e le autorità civili e militari.
Consultando le sedute del Consiglio Comunale di quei giorni si viene a sapere che non era giunta nessuna convocazione per partecipare al rito funebre. Anzi, sembra che un consigliere anziano, che diverrà sindaco, chiese luni al sindaco conte Venezze, ma questi cadde dalle nuvole. La notizia della Gazzetta di Venezia in un certo senso colse di sorpresa i politici locali, dato che un consigliere sollevò il problema nella seduta speciale del 17 aprile 1896, appunto ricavando dalla notizia apparsa il 15 aprile sulla Gazzetta di Venezia.
Ricordiamolo: in quel periodo il direttore proprietario era il conte Ferruccio Macola che si recò di persona in Abissinia assieme ai primi contingenti nel dicembre 1895, che furono imbarcati con navi militari e di società marittime per la campagna d’Africa.
Come mai il Municipio di Castelfranco non ricevette l’invito di partecipare alla solenne celebrazione? Dissidi tra militari e politici? Gli storici locali (Urettini, Lanaro, Bordigno Favero) hanno poco o niente studiato il periodo e i personaggi coinvolti. Ferruccio Macola, ad esempio, è stato sia nel 1887 sia nel 1896 in Africa come inviato di guerra, ma poco studiato.  

In preparazione:
– 1895: Nasce la Biennale di Venezia (da la Gazzetta di Venezia)
– Ferruccio Macola, giornalista e politico fin de siècle
– Ferruccio Macola: Come si vive nell’Esercito e nella Marina. Il primo libro sulla tortura e la corruzione

Biennale di Venezia 1897: sette artisti giapponesi invitati, una saletta tutta per loro. Rovigo 2019, palazzo Roverella “Giapponismo”, cento opere

Alla seconda Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia (la Biennale), dal 22/04/1897 al 31/10/1897, presidente Filippo Grimani, segretario Antonio Fradeletto, furono invitati sette artisti giapponesi che esposero sette acqueforti (così sembra dal database ASAC). Non si conoscono i requisiti di essere stati scelti, se già in mano a collezionisti o galleristi parigini o tedeschi di Monaco di Baviera. Una novità per Venezia avere dei giapponesi. L’esperienza filo giapponese non si ripeterà fino al 1926, sarà ripresa solo nel 1952 per vent’anni. Poi di nuovo assente fino al 1980. Ora c’è un padiglione frequentatissimo sul viale alberato dei Giardini, fra Russia, Paesi Nordici, Germania, Corea. Uno dei più stimati per coerenza e ricerca.
Cent’anni fa, Venezia non si accorse nemmeno dell’Esposizione del cinquantennale dell’Unità d’Italia del 1911 che il “giapponismo” ebbe una vasta influenza su molti artisti delle nuove generazioni.
Nelle principali capitali ormai il Giapponismo dilagava da trent’anni (1860-1915). Fu un contagio per gli impressionisti, quelli dell’Art Nouveau, Liberty, Simbolismo e viceversa (vedi opere a tergo, courtesy Studio Esseci di Padova). A Venezia le arti applicate entrano nel decoro di ambienti, scenari teatrali, manifesti pubblicitari. Le pagode nascono come funghi nei giardini pubblici. Al Lido nel 1908, l’Hotel Excelsior ne ha una sulla spiaggia, a forma di palafitta. C’è però confusione tra “cineseria e giapponismo”, tra laccature veneziane e quelle vere originali made in Japan o China. Gli artigiani veneziani ci sanno fare e possono accontentare i neo ricchi borghesi ma il confronto non regge per intaglio e durata. La pittura veneta è lontana dalla sintesi giapponese. Forse bisognerà attendere il veneziano Carlo Scarpa che riscatterà questo ritardo (Tomba Brion ad Altivole, il giardinetto della Querini Stampalia) e trasmetterà a Tadao Ando la sintesi della sintesi (Palazzo Grassi, Teatrino, Punta della Dogana)?
Su un piano politico siamo nell’epoca della Triplice con “Italia-Germania-Austria-Ungheria”. Il Giappone inizia ad aprirsi e firma contratti di scambi commerciali e culturali con la Germania, così anche l’Italia ne potrà guadagnare qualcosa. Sulla cronaca della Gazzetta di Venezia di Ferruccio Macola si legge persino che saranno i lombardi ad avere i primi vantaggi di scambi commerciali con Tokyo. Il Giappone non è più isolato. I maggiori artisti europei guardano il Giappone con rispetto e cercano di cogliere i migliori insegnamenti della loro “sacra cultura”.  La Biennale, a parte la modestissima saletta con le acqueforti di fiori e vedute (ci sono anche quelle olandesi), non è attenta o non vuole o non è preparata. Con il senno di poi, cogliendo l’occasione delle mostre che si stanno svolgendo (l’ultima quella di Rovigo al Palazzo Roverella “Giapponismo”) o si svolgeranno prossimamente (Castello Visconteo di Pavia, “Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Capolavori dell’arte giapponese”, v. nostro servizio in questa rivista), ci si chiede come mai i veneziani non furono in grado di aprirsi ai giapponesi?
La cultura dell’arte orientale, in particolare quella giapponese, iniziò negli anni ’60 dell’Ottocento.
D’accordo, l’Italia aveva ben altro da pensare e la cultura era in mano ai garibaldini, ai mazziniani, ai cavouriani, ai monarchici piemontesi, ci volevano ben altre basi culturali. Pittura e scultura sono tutt’uno: rievocazione storica, eroismo, problemi sociali visti sotto un angolo “classicheggiante, di maniera”, paternalismo. Altrove, in Francia, ad esempio, si diffondono ceramiche, stampe, ed arredi da giardino dall’Impero del Sol Levante che, pochi anni addietro, nel 1853, si era aperto al resto del modo. Tutti avranno già visti il giardino giapponese, i riti del te, i Samurai…i disegni fantastici, le illustrazioni su carta da parati. Dalla curiosità del collezionista e di chi poteva viaggiare e portarsi a casa ricordi si passa ben presto allo studio, alla ricerca, alla loro inestimabile miniera culturale. Le Biennali di Venezia sono “assenti”, solo nella seconda del 1897 vi è un minuscolo gruppo di acquafortisti che espone assieme ad altri.

Consigliamo allora di andare a Rovigo e poi a Pavia così vi farete un’idea e colmerete quel gap che la nostra storia dell’arte immancabilmente mantiene.
Dall’esposizione londinese del 1862, dove i “prodotti” del Sol Levante debuttarono, a quelle parigine del ’67 e’78, che ebbero nelle proposte il loro elemento di maggiore attrazione, fino all’esposizione del cinquantennale dell’Unità d’Italia del 1911 che ebbe una vasta influenza su molti artisti delle nuove generazioni.
Le prime xilografie giapponesi si diffusero, dapprincipio, grazie al commercio di vasi e ceramiche, con cui questi venivano “avvolti” e“impacchettati”. I preziosi fogli erano spesso i celebri manga di Hokusai o altre brillantissime stampe di Utamaro e Hiroshige che tanta influenza ebbero sugli Impressionisti, sui Nabis, fino alle Secessioni di Vienna e Monaco per concludere il loro ascendente con i bagliori della Grade Guerra trasformandosi in un più generico culto dell’Oriente nel corso degli anni 20 e 30 del Novecento.
La moda giapponista, esplosa attorno al 1860 e destinata a durare almeno un mezzo secolo sedusse la ricca borghesia internazionale, quindi due intere generazioni di artisti, letterati, musicisti e architetti, trovando via via sempre più forza con l’innesto della nascente cultura e Liberty e modernista sempre più attenta ai valori decorativi e rigorosi dell’arte giapponese. Ora per finire ricordiamo questi primi artisti invitati alla Biennale del 1897, sui quali non si hanno notizie e nemmeno le foto delle loro opere, ad eccezione di questa:

“Primavera” di SATO SHIEN (1897)
Manifestazione: 1897 – 2. Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia
Soggetto: dipinto (acquaforte)

Database ASAC
1897 Seconda Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia
Commissario Speciale Miriyoski Naganuma (Per la sezione giapponese)

SEZIONE GIAPPONESE – Sala N*
Kampo Araki
Fukui Kotei
Nagami Masanosuke
Shyien Sato
Jida Shinshichi
Shonen Suzuki
Tosui Kobuta

SEZIONE GIAPPONESE – Sala N
Opera: CARPIONI NELL’ACQUA
Opera: COLOMBE TRA FIORI DI CILIEGIO
Opera: FAGIANO TRA PIANTE AUTUNNALI
Opera: FESTA A JEDDO
Opera: NIBBIO COMUNE SU ALBERO
Opera: QUAGLIE TRA CRISANTEMI
Opera: VEDUTA DI TAGONOURAnnale 1897

*Comitato Ordinatore P. Molmenti (Presidente), Bartolomeo Bezzi, Guglielmo Ciardi, Antonio Dal Zotto, Pietro Fragiacomo, Emilio Marsili, Riccardo Selvatico, Augusto Sezanne, Alessandro Zezzos
**La Sala N contiene anche le acqueforti olandesi

Carolus Auguste Emile Duran alla prima Biennale 1895, dimenticato in Italia ma presente in tutti i grandi musei del mondo

Carolus Auguste Emile Duran, Lucica, Studio di nudo
Artista: Carolus Auguste Emile Duran
Opera: LUCICA (STUDIO DI NUDO)
Manifestazione: 1895 – 1. Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia
Soggetto: opera, dipinto
ID supporto virtuale R 36628
Materia e tecnica Digitale / virtuale da lastra

Questa è la scheda con la foto che si legge da tempo sul database ASAC, Archivio storico delle arti contemporanee. Poi, volendo, esce l’immagine a bassa risoluzione che riproduce una donna nuda vista di schiena dentro un campo tutto nero con grossa cornice dorata. Più fotografico che dipinto ad olio, in quanto la figura femminile sembra sfuocata all’altezza degli arti con dettagli poco leggibili da sembrare più silhouette che ritratto, forse munita di calze. Misure e colori dell’opera non sono indicati. La foto con la grossa cornice intagliata sarà quella reale? Chi è l’autore? Domande senza risposta che non trovano voci tra i faldoni conservati che raccolgono ritagli di giornali, estratti di riviste, minute del segretario Fradeletto, telegrammi, corrispondenza varia. Mancano persino molte “cartoline” di accettazione da parte degli artisti che assegnavano il diritto di riproduzione delle proprie opere esposte nelle sale.

Panzacchi scriveva: “Bisogna leggere le lettere di adesione di Carolus Duran, di Puvis de Chavannes, di Domenico Morelli e di altri ullustri per comprendere quanto il comitato  organizzatore della grande solennità artistica debba esser lieto e fiero della sua iniziativa.”

Il catalogo della Prima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (1895, una delle tante edizioni che circolavano a scopo commerciale e promozionale di beni e servizi), in cui mancano volutamente decine di opere esposte che riappaiono in altre pubblicazioni (periodici, supplementi speciali) pone a prima vista qualche perplesssità del servizio pubblico. La richiesta di un’immagine del database ha un costo standard di circa cento euro anche se non è quella originale. Alla Biblioteca comunale di Bassano del Grappa ci sta il catalogo dell’esposizione (Editori Fratelli Visentini, Venezia) ben conservato, donato da un privato cittadino, che riporta questa scheda sull’artista francese invitato: “Uno splendido colorista, uno spirito alieno da ogni forma di simbolismo e adorante la vita nella sua florida sanità, è Carolus Duran, nato a Lilla il 4 luglio 1837, di famiglia oriunda dalle Fiandre. Robusto, addestrato a tutti gli esercizi del corpo, coraggioso, parlatore scintillante di brio, invidiabile organismo pel quale si direbbe non doveva mai suonare l’ora della vecchiaia, egli ha qualche tratto di rassomiglianza con gli artefici del Cinquecento, coi maestri da lui studiati non per proposito di imitazione ma per impulso d’affinità. Dal 1862 al 1863 [1865] egli visse e lavorò in Italia (…).”
Non ci sono ulteriori dettagli del quadro che riporta solo il titolo e l’autore. La foto pubblicata nel catalogo della Prima Esposizione e in altre pubblicazioni dell’epoca è rigorosamente in scala di grigi.
L’immagine digitalizzata nel database ASAC confrontata con quella del catalogo è diversa. Dunque si tratterà della stessa opera d’arte? Forse il vetrino col tempo si è consumato e la riproduzione su pellicola ha perso inevitabilmente tutti i particolari delle ombre e del corpo che l’accademico ne era un grande esperto e maestro. “Secondo lui, il ritratto doveva essere realizzato a partire dall’abbozzo, direttamente sulla tela, senza uno schizzo preparatorio. Le cinque o sei parti principali del viso dovevano essere realizzate subito, senza fusione, e i dettagli costruiti sulla tela. La maggiore attenzione doveva essere posta sugli effetti di luce, piuttosto che sulla costruzione delle masse e dei volumi. Dal 1870 si dedicò soprattutto al ritratto con grande successo e aprì uno studio a Montparnasse, dove insegnò pittura secondo il modello dell’amato Velázquez. Ricevette la Légion d’honneur nel 1872, fu ufficiale nel 1878, commendatore nel 1889 e grand’ufficiale nel 1900. Dal 1889 al 1900, fu membro di giuria di ogni Exposition universelle tenuta a Parigi; nel 1890 fu tra i fondatori della Société Nationale des Beaux-Arts, nel 1895 fu invitato alla prima Biennale di Venezia e nel 1904 fu eletto membro dell’Académie des Beaux-Arts. Senza aver mai vinto un Prix de Rome, fu nominato direttore dell’Accademia di Francia a Roma nel 1905 che vi rimase fin quasi alla morte.” (wikipedia)
La foto in vendita dalla Biennale è stata alterata e mai corretta. La consultazione online con il motore di ricerca Google non ha dato risultati positivi sull’ubicazione di Lucica (studio di nudo), forse in un museo francese, ma alcune interessanti piste da approfondire: il Journal hebdomadaire gli dedicò un numero biografico del Paris – Theatre – Belles Lettres Beaux Arts; c’è una sua foto ritratto nella Collection Felix Potin; uno studio di Rachel Esner Ateliers d’artistes (1898): an advertorial for the ‘lady readers’ of the Figaro illustré, all’epoca firmato dal critico François Thiébaut-Sisson, in cui appare una foto di Carolus Duran nel suo atelier; e un disegno a matita conservato al Rijksmuseum di Amsterdam con questa didascalia: “Studie van een naakte vrouw, gezien op de rug, Emile Auguste Carolus-Duran, 1848 [1837, Ndr] – 1917 paper, h 188mm x 105mm, firmato in basso a sinistra “Carolus Duran”, della quale non siamo in grado di valutare l’autenticità troppo vicina alla fotografia del catalogo. (Copyright Angelo Miatello)

In corso di preparazione:
1895: NASCE LA PRIMA BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA (180 PAGINE CON ILLUSTRAZIONI)

Augurare il suicidio ad un politico sembra ripetersi nella storia dei comunisti

Salvini, il giornalista Rai  Fabio Sanfilippo lo invita al suicidio su Facebook: Viale Mazzini lo sanziona10 marzo 1898: La Gazzetta di Venezia riporta questa nota: Anche il suicidio. Non sapendo cosa altro inventare, e supponendo che l’on. Macola sia ridotto da minaccie e da dimostrazioni piazzaiuole allo stato di incoscienza, quella brava gente dell’Italia del Popolo pensò ieri sera a pubblicare a Milano un supplemento col suicidio di Macola !!!
Un amico telegrafò da Milano d’urgenza per sapere, se la notizia era vera, proprio quando l’onor. Macola si recava a pranzo.
Fu risposto all’amico e poi telegrafato al giornale repubblicano come segue: Potevate risparmiare storiella del suicidio. E’ un pio e semplice desiderio delle miti vostre anime repubblicane. MACOLA *

Salvini risponde al giornalista Rai Sanfilippo: “Come si permette? Si vergogni”

“Caro Matteo Salvini, tempo sei mesi e ti spari, nemico mio”.
Fabio Sanfilippo, caporedattore Rai di Radio 1, ha festeggiato con queste parole l’addio al governo del leader della Lega. Le durissime parole del giornalista, via Facebook, hanno innescato reazioni politiche di condanna bipartisan. “Mi dà fastidio il post di un giornalista della Rai in cui mi invita al suicidio, tirando in ballo mia figlia e dicendo che le servirà un percorso di recupero — commenta Salvini —. Tu, Sanfilippo, giornalista pagato dagli italiani, ma come ti permetti?”.
Solidarietà viene espressa da tutti i fronti politici, con in prima linea gli avversari giurati del Pd. “Nell’ultimo mese ho combattuto una durissima battaglia per mandare Matteo Salvini a casa. Credo — osserva Matteo Renzi — di aver fatto il mio dovere da cittadino e da senatore. E credo di aver vinto questa battaglia insieme a tante e tanti. Ma proprio per questo rabbrividisco quando leggo il post del giornalista Rai. C’è un limite di decenza. Ho lottato e lotterò sempre contro Salvini. Ma chi, pagato coi soldi degli italiani, parla di suicidio di un avversario e addirittura tira in ballo una piccola bambina si deve vergognare”.
La Rai, intanto, ha avviato un procedimento disciplinare urgente nei confronti di Sanfilippo. “L’azienda — spiega una nota di Viale Mazzini — considera gravissime le affermazioni del giornalista. La Rai emanerà una disposizione sull’uso dei social da parte dei propri dipendenti”. A sollevare il caso del post di Sanfilippo, con le critiche a Salvini, era stata proprio la Lega, annunciando iniziative in commissione di Vigilanza.

* Ferruccio Macola (1861-1910), direttore e proprietario della Gazzetta di Venezia era stato anche deputato parlamentare nella Destra storica. Fondò Il Secolo XIX di Genova (1886) e scrisse un libro sull’emigrazione di massa in Brasile (1893). Partecipò come inviato speciale alla battaglia di Dogali (1887) e a quella di Adua (1896), durante l’espansione nell’Africa orientale. Per dei malintesi causati da altri fu sfidato dal “collega” parlamentare e giornalista Felice Cavallotti, più anziano di vent’anni e con 32 duelli combattuti, alcuni molto rischiosi. Purtroppo il 33esimo fu fatale per il socialista che dopo tre attacchi si ritrovò ad ingoiare la punta della spada dell’avversario. Fu un incidente mortale sebbene i due si fossero accordati di “combattere fino all’ultimo sangue”. Apriti o cielo. La morte di Cavallotti causò una tale reazione popolare e mediatica che nemmeno le disfatte africane e i regicidi ebbero la stessa ampiezza.
Si insinuò che la spada del Macola fosse più lunga, come il guantone di Cavallotti piuttosto stretto. Che il Macola aveva di proposito infilato la spada nella bocca del Cavallotti, quando invece fu proprio quest’ultimo che non possedeva doti eccezionali per l’età e la statura più bassa. Si scrisse di tutto contro il Macola, persino che un giovane studente, fuggito di casa con un revolver, avrebbe pianificato l’uccisione del deputato e quindi si sarebbe tolto la vita (omicidio-suicidio). Per fortuna il padre, prof. Gentile, preside del liceo Galilei di Firenze, avvisò la questura che mandò in tutte città un comunicato nella ricerca del figlio. Qualche giorno dopo fu ritrovato a Genova, pentito, senza un quattrino per tornare a casa, e si consegnò alla polizia. (Da A. Miatello 1895: nasce la prima Biennale di Venezia, Castelfranco Veneto, 2019, in corso di stampa).

Sulla storia della Gazzetta di Venezia la figura di Ferruccio Macola offuscata da storici negligenti

Il testo riportato è facilmente reperibile in Rete sulla storia della carta stampata a Venezia. D’accordo, la parola “Gazzetta” non l’ha inventata un “veneziano”, anche perchè non sapeva nemmeno cosa fosse. Era un foglio su cui si stampavano editti, avvisi, condanne, feste. La Gazzetta come pagina che raccolga notizie narrate su fatti e persone con periodicità per leggerla bisogna spostarsi all’estero. Poi ci sono i cosiddetti “corrispondenti” che seguono eserciti in movimento oppure sono addetti alle visite di emissari diplomatici. Un grande dell’informazione fu il meticoloso Sanudo che ci ha lasciato un’enciclopedia di cronaca ufficiale, dalla quale possiamo ricostruire la storia cinquecentesca.
La Gazzetta di Venezia, quella che ci interessa per il nostro studio, dal 1866 inizia il suo percorso giornalistico con all’apice un direttore-proprietario l’anziano Locatelli coadiuvato dal genero avvocato Paride Zajotti; morto il primo nel 1868, il secondo assume direzione e proprietà del foglio per circa un ventennio. Dopo esser riuscito nell’impresa di mantenersi voce ufficiale o semiufficiale della classe dirigente cittadina attraverso una mezza dozzina di cambi di governo, di bandiera e di regime, l’austero giornale rappresenta ora l’anima conservatrice della Venezia italiana.
Dal sottotitolo “Giornale politico quotidiano col riassunto degli Atti amministrativi e giudiziari di tutto il Veneto”, si capisce benissimo che non era un giornale popolare ma bensì un organo d’informazione burocratica con accenni alla cronaca italiana, veneta e cittadina. Il giornale veniva costruito ritagliando notiziole da altre testate, in seconda battuta e forse da una fonte diretta romana per i dispacci governativi. La pubblità dell’intera quarta pagina (commerciale e servizi) e della terza con tabelle, resoconti e l’ “osservatorio” da Venezia. La prima pagina mescolava un argomento giuridico con notizie dall’estero (Africa) ed altre nazionali, rigidamente con metà pagina riservata al romanzo scelto che poteva dilungarsi per mesi (ad esempio Guerra e Pace di Tolstoy)…

La solida alleanza clerico-moderata non fu immediata quanto viene descritto ma come risposta all’arroganza di una minoranza che si dichiarava democratica popolare laica.  Quando sul piano umano faceva ben poco e di concerto era dalla parte del Re, come simbolo “!risorgimentale” di un’Italia Unita. Vedi il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II in Riva degli Schiavoni, opera che è costata 350mila lire, qualcosa come mezzo milione di euro attuali, quando un operaio forse prendeva dalle cinque alle otto lire al giorno. Il monumento fu inaugurato nel 1887 alla presenza dei Sovrani Umberto e Margherita che il giorno dopo entrarono al padiglione dell’esposizione artistica nazionale.

Posizione, questa, destinata ad accentuarsi ulteriormente quando, morto Zajotti nel 1889, la “Gazzetta” viene acquistata dal conte e deputato Ferruccio Macola, uno degli antesignani del clerico-moderatismo (l’alleanza tra destra liberale e gerarchie ecclesiastiche che avrebbe permesso di superare la frattura risorgimentale del blocco conservatore). Ed è proprio una solida alleanza clerico-moderata – patrocinata dal patriarca di Venezia, e prossimo papa, Giuseppe Sarto – a portare nel 1895 sulla poltrona di sindaco della città il nobiluomo Filippo Grimani: naturale quindi che la “Gazzetta” diventi l’organo ufficioso dell’amministrazione cittadina destinata a durare ininterrottamente per ben 24 anni (Grimani, peraltro, finanziava personalmente il giornale).

Piuttosto di darci una chiara lettura del giornale di Macola e capire quanto fosse originale e moderno per Venezia si preferisce ripetere la solita filastrocca che si trasforma in una vendetta post mortem. La Gazzetta è stata trasformata in due o tre anni in un giornale di livello nazionale.

 Macola tuttavia si appresta a restare alla storia, e insieme ad uscire di scena, per un’altra vicenda: nel 1898, a Roma, uccide in duello il leader radicale Felice Cavallotti. La diatriba era nata proprio per alcune notizie pubblicate dalla “Gazzetta” circa l’attività parlamentare di Cavallotti, e ritenute da quest’ultimo calunniose; da qui scambi di ingiurie e di padrini, fino all’anacronistico epilogo. Viste le personalità coinvolte (deputati entrambi i duellanti, deputati persino i quattro padrini) e vista, soprattutto, la popolarità di Cavallotti, il clamore fu enorme – a Venezia ci furono dimostrazioni popolari contro la sede del giornale – e Macola si dimise da deputato per ritirarsi progressivamente a vita privata, fino a suicidarsi nel 1910.

In tutto questo Macola cedeva la “Gazzetta”, nel 1902, al gruppo di liberali veneziani guidati dal conte Lorenzo Tiepolo (che, per breve tempo, la dirigerà anche in prima persona). Ancora un aristocratico, dunque, deputato della destra e poi senatore: ma stavolta c’è una novità, perché i “tiepolini” rappresentano in verità la fazione più “avanzata” dei conservatori veneziani.
Rispetto alla gestione di Macola si tratta di una svolta, che oggi può apparire minima ma che all’epoca sembrò tale da giustificare una vera e propria scissione: l’ala più retrograda della classe dirigente cittadina, che faceva riferimento al conte Nicolò Papadopoli Aldobrandini, ripudiò la secolare testata per fondare nel 1903 “Il Giornale di Venezia”, dove confluirono i redattori della “Gazzetta” – tra gli altri Luciano Zuccoli e Virginio Avi – che non si riconoscevano nella nuova linea di Tiepolo. Il dissidio interno al partito liberale veneziano rimandava, ancora una volta, alla questione dell’alleanza con i clericali, verso cui Tiepolo e soci nutrivano scarso entusiasmo; ma non era certo incomponibile, tanto che già nel 1906 gli “scissionisti” del “Giornale di Venezia” rientravano nella “Gazzetta” e uno di loro, Luciano Zuccoli, ne assumeva addirittura la direzione (mentre la presidenza della Società Anonima Editrice Veneta, proprietaria del giornale, veniva assunta dal conte Papadopoli).

Eppure, all’ombra dell’inaffondabile amministrazione clerico-moderata di Grimani, qualche tensione restava, esplodendo occasionalmente: così nel 1908 per la presentazione de La Nave di D’Annunzio, che la giunta aveva voluto solennizzare come un evento storico per la città. I clericali veneziani, per cui l’opera era sacrilega ed immorale, scatenarono una violenta polemica contro la “Gazzetta” (portavoce, si noti, di un’amministrazione da sempre in ottimi rapporti con la curia), che invece sosteneva l’iniziativa.

Come già negli anni precedenti, a dividere l’establishment veneziano era, a prima vista, la questione del rapporto con i cattolici; ma, sullo sfondo, cominciavano in verità a delinearsi due opposte visioni del futuro della città, con una posizione più passatista tutta dedita alla conservazione di Venezia e un’altra più ambiziosa e modernizzatrice, pronta anche a grandi stravolgimenti – come la costruzione di un nuovo porto in terraferma, di cui ormai si discuteva animatamente – pur di garantire all’ex Serenissima un grande futuro marittimo e industriale. Questa seconda tendenza acquistava sempre più corpo, in un gioco di sponde tra un versante politico (il nazionalismo adriatico di Piero Foscari) e uno economico-industriale (l’astro nascente di Giuseppe Volpi e degli imprenditori “elettrici”), con il valore aggiunto di un cantore del calibro di D’Annunzio. I dilemmi, le discussioni, il progressivo prevalere di una delle due parti si riflettevano sulle pagine del giornale della classe dirigente cittadina, riproponendosi anche in campo culturale ed artistico, per esempio nelle polemiche tra i sostenitori della tradizionalista Biennale e quelli delle avanguardie artistiche di Ca’ Pesaro.

Proprio l’ambito culturale era d’altronde quello in cui la “Gazzetta” eccelleva, con collaborazioni di prestigio, specie da quando ne era direttore il romanziere Luciano Zuccoli (di origine svizzera, vero nome Von Ingenheim, l’ennesimo conte alla guida del giornale). Dal punto di vista politico, invece, le rabbiose polemiche di Zuccoli lo spingevano ancora più “a destra” di tutti i suoi predecessori: nell’autunno 1911, allo scoppiare della guerra di Libia, invitò dapprima a fucilare “almeno due terzi” dei prigionieri nemici, poi partì all’attacco di socialisti ed ebrei, nemici interni e “stranieri tollerati”. Ce l’aveva principalmente con il deputato veneziano Elia Musatti, che era socialista, ebreo e contrario alla guerra; ma lo scoperto antisemitismo preoccupò la proprietà del giornale – in cui era presente anche l’imprenditoria ebraica cittadina – che a fine anno non rinnovò il contratto a Zuccoli.