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Società, Arte, Storia a cavallo dei due Secoli.

La Belle Époque, anticamera della Grande Guerra?

Gli storici sembrano abbastanza d’accordo sul fatto di considerare che dal 1890 in poi in certi ambienti si respirava un’aria “moderna”, “una voglia di cambiare vita”, “nuovi costumi, nuove mode”, “l’uso di sostanze inebrianti”, che prese il titolo di Belle Époque. Il cliché della femminilità può essere stravolto dalla modernità, come esprimono le farandoles del ligure Giuseppe Cominetti che mettono in scena l’ebbrezza del can can del Moulin Rouge di Montparnasse di Parigi e del tango, silhouettes scomposte invase da un’emotività ormai incontrollabile. Così come le toilettes delle Perdute di Pompeo Mariani seducono impudiche nell’atmosfera dorata del casinò di Montecarlo, ormai tappa obbligatoria per principi e ricchi borghesi. Si racconta che Elisabetta, detta Sissi, moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe, prima di essere assassinata dall’italiano anarchico Luigi Luccheni sulla banchina del Mont Blanc di Ginevra, con il suo panfilo faceva tappa a Montecarlo, per cibarsi di ostriche e champagne (per tenersi in forma), per poi ripartire e circumnavigare la Penisola italica e dirigersi verso la sua residenza greca. Non aveva altro da pensare che al suo corpo e ai suoi fantasmi! Sissi e Francesco Giuseppe furono “ospiti” a Venezia, al Correr arredato e riscaldato a puntino per l’occasione, dove incontrarono il patriarca Giuseppe Sarto. Che poi sarà eletto Papa nel 1913 con il pieno appoggio dell’imperatore austriaco che bloccò con il veto il cardinale siciliano Rampolla, sospettato di essere “filofrancese”. Il papa era una figura strategica o morale per le case imperiali?
Euforia e frivolezza dominano nelle opere d’arte della Belle Epoque, anche se sotto la superficie serpeggiavano i virus di un malessere che sfociò nel dramma della Grande Guerra. L’universo mondano rimane il fil rouge della Belle Epoque, che scorre negli abiti, negli sguardi, nei dettagli. Sono, per esempio le piume che adornano i vestiti delle donne, le scarpette, i monocoli, i bastoni e i cilindri degli uomini, che infiammano di edonismo sfrenato il quadro di Aroldo Bonzagni “Mondanità o Uscita dal veglione”. L’artista illustra con disincantata ironia l’incedere di una folla di uomini e donne che in abiti eleganti aleggiano, quasi sospesi su un tappeto rosso, fuori da un veglione appeno concluso.
Immagini guida di una modernità che gareggia per affermarsi escono dalla matita di Leonetto Cappiello, o piuttosto di quella di Marcello Dudovic e Leopoldo Metlicovitz, pionieri indiscussi della grafica pubblicitaria, o come si diceva con una parola coniata in quegli anni, réclame, di abbigliamenti, alimenti, bevande, biciclette e automobili, ma anche di nuovi servizi urbani e di invitanti località di villeggiatura.
E i toscani Giovanni Costetti e Alfredo Müller, che rimane a Parigi dal 1889 al 1914 e si impone come incisore e illustratore di grande raffinatezza e forza espressiva, particolarmente dedito alla descrizione delle dame notturne come nella suggestiva “Place Blanche”. A dare saggio di un’abilità sopraffina nell’acquaforte a colori, Lionello Balestrieri, e ancora di Serafino Macchiati, che arriva a Parigi nel 1898, proprio in vista dell’incarico per l’illustrazione del libro di Paul Bourget, “Un crime d’amour”. Ma è alla Parigi notturna, alla sua vibrante umanità che Lionello Balestrieri dedica molta attenzione, giocando ad arte con gli effetti della luce artificiale sugli abiti degli avventori di Brasserie a’ Montmartre e di Cafè du Chat Noir a’ Pigalle fino ai drammatici controluce di “I lavori della metropolitana a Parigi”.
Icona della Belle Epoque appare poi la bicicletta, quella ormai evoluta con le ruote di uguale grandezza. Federico Zandomeneghi, attento osservatore dell’universo femminile, ne fa un vezzo, come nel suo “Rencontre a’ biciclette”, del 1896, rappresenta con singolare tempismo proprio la nuova occasione ormai affermata nella vita moderna: “Non è forse un caso – commenta – che la posa e l’abbigliamento delle due figure femminili, l’una a cavallo della bicicletta, l’altra appoggiata ad essa in attesa dell’amica, sembrano quasi ripresi da un coevo catalogo di vendita di un grande magazzino”.
(News tratte da “Belle Epoque”, catalogo della mostra allestita a Palazzo Roverella, Rovigo curata da Francesca Cagianelli, Dario Mattoni).

L’avvio all’unione coniugale, il caso di Margherita e Giambattista

(di A. Miatello)
Margherita convola a nozze con Giambattista Sarto a soli vent’anni, mentre il suo sposo ne ha quaranta. Quasi una generazione di differenza: lei nata ancora sotto il vigente codice napoleonico (1813) e lui invece durante le raccolte di leggi e consuetudini della Serenissima (1792) che dalla Rivoluzione francese in poi sembra non essere stata minimamente toccata. Liberté, Fraternité, Egalité erano concetti sconosciuti sia per il clero che per la classe al potere che sopravviveva di ingenti risorse accumulate dagli avi ma ormai verso una trasformazione socio politica che travolgerà lo stesso Veneto. Nobili che si trasformano in filo napoleonici, per poi assoggettarsi agli Asburgo, sporadiche proteste che venivano sopite con le armi da fuoco, ma sempre in uno stretto legame tra l’altare e la patria. Essere poveri nell’entroterra veneto era la regola, possedere qualche ettaro di terra ed avere degli animali già un privilegio. In più se sapevi leggere e fare la tua firma per una comunità di villici poteva rappresentare uno status symbol non indifferente. Fu il caso di Giambattista Sarto, cursore e possidente di Riese che si scelse una giovinetta, tale Margherita Sanson, “cucitrice e illeterata”, per iniziare finalmente quella che si direbbe oggi una nidata di figli. Infatti, forse per sorte divina, Margherita mise al mondo undici figli, di cui tre perirono, sei femmine due maschi vissero abbastanza a lungo. Cosa se ne facesse di tante femmine in casa, non ci riguarda perchè il povero Giobatta morì nel 1852 a sessant’anni esatti di “pleurite fulminante”, lasciando sulle spalle della consorte trentanovenne il fardello della famiglia numerosa.

Come avrà conosciuto la giovane ‘Margarita’ diciannovenne? Non ci sono testimonianze precise sul matrimonio, a parte i dati del registro parrocchiale di Riese. L’unica cosa certa che Giovambattista Sarto, essendo cursore ed abitando in centro, fra i villigi (abitanti) era abbastanza noto per il servizio pubblico che svolgeva. Una specie di pubblico ufficiale, ereditato dal padre, che sapeva leggere anche il tedesco, per notificare ai residenti editti, verbali e riscuotere sanzioni. Era munito di una trombetta quando s’incamminava nelle contrade perché all’epoca non esistevano manifesti murali, la gran parte della gente era analfabeta.
La scelta dello sposo, o meglio chi decideva? A quei tempi, le unioni matrimoniali “si costruivano” per conoscenze dirette intrafamiliari o indirette. Non tutte le femmine – che superavano di gran lunga i maschi – potevano ambire ad un matrimonio.[1] Le conoscenze si facevano soprattutto alle feste del patrono o in occasioni solenni.
Bastava uno sguardo? “Le motivazioni individuali della scelta del proprio compagno erano spesso di carattere sociale, guidate talvolta dalla necessità di trovare una sistemazione economica per sé e per la famiglia. Aiutano nella ricerca della persona adatta i mediatori, quelli che conoscono meglio la gente degli altri villaggi, soprattutto nei casi in cui un vedovo o una vedova si trovino nella necessità di costituire nuovamente un nucleo familiare, per reggere alle mille difficoltà della vita quotidiana”. [2]
Data la differenza di età tra i due futuri sposi, vien da pensare che Giovambattista Sarto abbia puntato sulla giovanetta già qualche anno prima di chiedere alla madre vedova il permesso di portarla sull’altare. La sistemazione economica sarà stata la motivazione principale, non certo un amore folgorante verso un uomo dall’aspetto burbero e – si scopre dalle testimonianze delle figlie – con atteggiamenti autoritari.
Si dice che fosse stato un padre po’ burbero. É noto che si oppose alla scelta fatta da suo figlio Giuseppe che voleva continuare il ginnasio a Castelfranco per poi entrare in Seminario, sospinto dalla stessa Margherita, dal parroco don Tito Fusarini e dal cappellano don Pietro Jacuzzi che “fecero di tutto” per convincerlo.
Il codice ecclesiastico. Come abbiamo visto, il matrimonio era regolato dal codice ecclesiastico, dato che il codice austro-ungarico in vigore nel 1833 “inglobava nei suoi dettami il diritto canonico”.
Ci si sposava in chiesa con testimoni e con il consenso dei genitori (se viventi) fino al compimento del 24° anno di età, per lui e del 21° per lei. La deroga per un’età diversa – il caso della diciannovenne ‘Margarita’ – doveva essere formalizzata dalla competente autorità ecclesiastica di Bassano del Grappa. È probabile che la pratica sia stala espletata dallo stesso Giovambattista per le sue conoscenze.
Le tre fasi di Margherita. Si possono delineare tre fasi di Margherita: nei primi vent’anni di matrimonio (1833-1852) è alle dipendenze del padrone-marito, nella seconda si ritrova vedova con seri problemi di mandare avanti la famiglia dal 1852 al 1860, nella terza fino alla sua morte (1894) con minore carico sulle spalle per il soccorso prestato da terzi, e  soprattutto dal figlio Mons. Giuseppe che si prenderà a carico le sorelle. L’impressione che abbiamo non è mai di angoscia o di sconfitta. Si direbbe anzi che quando c’è l’accentuazione dei pericoli, delle sofferenze, delle disgrazie Margerita Sansòn non faccia che evidenziare ulteriormente il coraggio, la resistenza, la sopportazione che una madre di famiglia si sarà trovata.

Note
[1] La maggior parte rimaneva “zitella” oppure “andava monega”. Tradizione quest’ultima assai diffusa nel Veneto. Le suore occuperanno posti riguardevoli nell’instruzione, nel sociale e nel sanitario fino al dopoguerra degli anni Cinquanta del secolo scorso. In seguito all’emancipazione della donna e al crescente spopolamento delle campagne ci sarà un netto ridimensionamento della vocazione femminile. Secondo alcuni studi anagrafici nel Veneto asburgico la femmina superava punte del 56% rispetto al maschio. Se prendiamo l’esempio della famiglia Sarto era formata da sei donne e due maschi, cioè la presenza femminile era tre volte tanto quella maschile. Questo è un dato che fa capire quanto sia rimasta soffocata la condizione femminile in una società prettamente rurale che solo alla fine dell’800 vedrà le prime industrie manifatturiere con impianti a vapore. Non a caso Mons. Bepi Sarto, in qualità di Direttore Scolastico a Salzano e poi come vescovo di Mantova e Patriarca di Venezia avrà sempre un particolare riguardo per la condizione femminile (formazione scolastica e impiego). E’ a tutti notorio aver sollecitato la ripresa dei laboratori femminili di ricamo a Burano o dell’impiego nella filanda dei nobili israelitici Jacur.
[2] Ursini, Marazzato, p. 209.

Il mestiere di sarta tra Otto e Novecento. Il caso di Margherita Sanson

scarpolini a Quinto 1800 - Copia (2)
Scarpolini a Quinto di Treviso (1884)
1276571893
Atelier di moda veneziano ‘800 (Archivio fotografico Fondazione Cassa di Risparmio)

(di Angelo Miatello)
Il mestiere di sarta. Secondo studi ormai assodati, solo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 il mestiere di sarta sostituì quello di serva, come causa di emigrazione verso le grandi città, che alloggiava nei sottotetti o addirittura nello scantinato. Anche in questo caso, doveva trattarsi di donne single, che partivano da regioni lontane per giungere nel milanese e in Piemonte, a Torino soprattutto, ove si erano sviluppate delle grandi sartorie.
Molte oltrepassavano le Alpi o si imbarcavano a Genova per l’America, assieme a uomini e adolescenti. I primi stabilimenti erano sorti in seguito ad un processo di trasformazione del settore dell’abbigliamento e dell’idea stessa di moda, grazie anche all’uso delle macchine a vapore che contribuivano ad un lavoro a catena. Erano, inoltre, aumentati i consumi di abiti confezionati, l’alta moda e la produzione di biancheria si erano sviluppate. La domanda di prêt à porter era cresciuta e ne era di conseguenza aumentata la produzione.
La macchina da cucire, le sartorie cittadine. In particolare, la creazione e la diffusione, a prezzi ragionevoli, della macchina da cucire aveva permesso di aumentare la produttività e la regolarità del lavoro, di ridurre i costi, di favorire una produzione in serie ed un consumo maggiore di indumenti. Accanto alle grandi sartorie che occupavano anche 100 addette, sorsero piccoli laboratori ove alcune piccole imprenditrici, dopo aver frequentato corsi di cucito, acquistavano una macchina da cucire a rate ed iniziavano un’attività in proprio. Talvolta queste donne aprivano un’attività indipendente dopo aver imparato il mestiere in una sartoria di una grande città. “Aiutare le donne che volevano imparare a cucire a macchina divenne nel 1860 una forma di beneficenza, un aspetto di quella carità preventiva che doveva consentire le donne di guadagnarsi da vivere” e vi furono associazioni che operarono per organizzare una scuola per la cucitura a macchina.
La nuova mode d’inizio ‘900. Con l’inizio del 900 si assiste ad un vero boom della moda. Chi rimaneva ancorato a vecchi stili e chi invece propugnava un nuovo vestiario, più vicino a quello maschile e per certi versi più pratico. Il lancio spettacolare della bicicletta da usare nei lunghi chemins dans les bois contribuì alla mascolinità della donna, cosa che vent’anni prima nessuno si sarebbe sognato.
Margherita Sanson nell’800. Il periodo di esistenza di Margherita Sanson che va dal 1813 al 1894, quasi un secolo, ha visto fuori di Riese e Vedelago, varie mode per le classi alte ma per quelle basse, come la sua, una tale povertà che ancor oggi ci si chiede come sarà riuscita a mandare avanti la famiglia con otto figli, di cui sei femminucce, quando suo marito morì di pleurite. In una foto di famiglia la si vede ben vestita, assieme alle figlie e ai nipoti. Mentre in un’altra foto dentro la locanda “alle due spade” si vedono delle donne con dei bambini dentro una cucina ben attrezzata di pentole e arnesi. In un ritratto fotografico, colorato a mano, è particolarmente alla moda del tempo, cioè rigorosamente di nero, avvolta da uno scialle fiorito e con la tipica traversa di raso. Porta anche due orecchini turchini e un crocifisso con un cordoncino, regalatogli dal figlio.
La donna custode dell’ordine. La donna veneta comunque, nel periodo asburgico, dopo il 1830 all’interno della famiglia piccolo borghese, aveva il compito riservato esclusivamente allo spazio privato dove era custode dell’ordine, del buon convivere, della pace e della moralità. Ancora di salvezza spirituale, portatrice di valori e di virtù, essa incarnò almeno fino alla metà del secolo l’ideale dell’angelo del focolare, modello che si affermò anche in campo estetico influenzando il gusto corrente: obbligatori la modestia del gesto, la prudenza del comportamento, lo sguardo dolce e timido. L’abito ormai chiuso attorno al collo, aveva maniche lunghe e spalle cadenti, mentre le linee del corpo tondeggianti simboleggiavano fragilità, dolcezza e arrendevolezza.
L’evoluzione del vestito. All’inizio del secolo, la sottana mostrava la caviglia, per poi allungarsi fino ai piedi nel 1840 allargandosi sempre più con la cupola della crinolina; si prolungò con lo strascico dopo il 1870; ritornò infine a una lunghezza moderata e ad una linea a campana. Il punto vita, alto fino al 1822, si abbassò alla sua posizione naturale e scese a punta sul davanti alla fine del secolo. Influenzato anche dai movimenti culturali, il costume femminile trovò ispirazione in fogge che guardavano al passato e alla storia: all’inizio del secolo il neoclassicismo imperante voleva tutte le donne vestite e pettinate come statue greche. Con l’avvento del romanticismo gli abiti si coprirono di pizzi e balze; ci si ispirò alla storia, al gotico e al Rinascimento, alle eroine del melodramma.
La professione di cucitrice. Nell’atto matrimoniale con Giobatta Sarto, Margherita ha il titolo di “cucitrice”. E’ un mestiere diffuso, però non sappiamo se teneva una specie di ‘laboratorio’ assieme alla madre. Si sa comunque che la maggioranza delle donne che praticavano il cucito lavorava nel proprio domicilio in abitazioni vecchie e malsane, spesso a cottimo con perdite di salario se la produttività non era quella prevista dal datore di lavoro. La giornata lavorativa, inoltre, non era continua poiché, lavorando in casa, la cucitrice era sottoposta ad ogni tipo di interruzione (faccende domestiche, cura dei figli, ecc.) e per reggere lo standard di produzione previsto essa era costretta a lavorare di notte, o si faceva aiutare dalle bambine che aveva, tracciando per le stesse un futuro spesso di miseria e minato nel fisico da tisi e tubercolosi. La generazione di Margherita non ha conosciuto, almeno in questo profondo Veneto, un’organizzazione sindacale, come lo fu invece a Milano nel 1883 con la fondazione del primo sindacato femminile di categoria, quello delle orlatrici, o l’organizzazione di cravattaie e lavoranti di tessuti elastici che nacque nel 1892, e nel 1863 la costituzione, a Torino, di un’Associazione di miglioramento tra sarte, modiste e cucitrici in biancheria, che diede vita ad un esperimento cooperativo.
La situazione a Venezia. Fino all’Unità d’Italia, Venezia registrò una ripresa socioeconomica molto debole, sottolineata da cadute e tragiche interruzioni quali il colera del 1849 e la crisi agraria del 1854, i cui effetti sui prezzi del grano si prolungarono fino al 1859.  Era descritta durante il periodo della Restaurazione come “città lugubre e malinconica”, in realtà a partire dalla metà del secolo la popolazione stabile prese a recuperare i vuoti giungendo nel 1869 a un totale di 133.037 anime: pur sulla base di dati incerti la crescita sembra essersi dispiegata al ritmo del 9 per mille annuo. Una ripresa importante si nota negli ultimi due decenni del secolo quando investita da un processo di intenso ricambio della popolazione la città passò dai 129.851 abitanti del 1881 ai 146.682 di fine secolo, tornando quindi a toccare i livelli precedenti la dissoluzione dello stato veneto. Nel settore manifatturiero fra padroni, maestri, lavoranti e garzoni risultavano 6827 sarti, cucitrici, cappellai e calzolai, 6262 muratori, scalpellini fabbri e falegnami, 4120 addetti alla lavorazione delle perle di vetro, 2521 conciatori, tessitori, canapini e tabacchini. Inoltre degli abitanti attivi 20.980 erano rappresentate da donne: 5459 domestiche, 2256 cucitrici, 2095 infilzaperle di vetro (le impiraresse), 2046 sarte, 1232 tabacchine.
La conoscenza dell’economia veneziana attraverso le guide commerciali. Secondo una ricerca di Paola Lanaro, da cui sono tratte alcune annotazioni, un modo per studiare l’economia veneziana è l’analisi comparata di certe guide commerciali pubblicate nell’Ottocento. Nel 1846 presso Francesco Andreoli fu pubblicata la prima Guida commerciale di Venezia (Arrigo De Bocchi). La guida tenta di censire fabbricatori, negozianti e lavoranti impegnati nelle varie categorie manifatturiere, individuando la fabbrica o il negozio nel tessuto urbano. I settori individuati riflettono più un impressionistico e personale piuttosto che razionale e statistico. E’ per questo motivo che alcune attività individuate per l’anno 1846 non si riscontrano negli anni successivi, andando a confluire in settori più ampi e più razionalmente costruiti. L’individuazione dei diversi luoghi di fabbrica e vendita avviene sulla base delle parrocchie, cui segue l’indicazione della calle, della fondamenta, della corte, del ponte…. La molteplicità delle specializzazioni arriva a classificare i “negozianti scutterini di lane, pelli, cere e sete attualmente in Venezia” e la “venditrice di pezzette di levante per darsi il belletto “e ancora la” fabbricatrice di scalferotti”. Nel 1847 si stampa un nuovo numero della Guida, mentre i rivolgimenti politici del 1848 interrompono la serie che riprende nel 1853 sulla base degli elenchi forniti dalla Camera di Commercio. A questo punto la serie diventa continua e i criteri di classificazione più omogenei, anche se i compilatori si alterneranno imprimendo alle loro guide elementi personali. Venezia è da tempo meta del turismo internazionale e la promozione artigianale va a pari passo, come vedremo per gli studi fotografici che praticavano sia la ritrattistica che la pubblicazione di album e cartoline ricordo.

L’avvio all’unione coniugale, il caso di Margherita Sanson e Giambattista Sarto

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Venezia, Le impiraresse (collane di perline muranesi), Foto archivio Ottocento Fondazione Cassa di Risparmio

(di A. Miatello) Margherita convola a nozze con Giambattista Sarto a soli vent’anni, mentre il suo sposo ne ha quaranta. Quasi una generazione di differenza: lei nata ancora sotto il vigente codice napoleonico (1813) e lui invece durante le raccolte di leggi e consuetudini della Serenissima (1792) che dalla Rivoluzione francese in poi sembra non essere stata minimamente toccata. Liberté, Fraternité, Egalité erano concetti sconosciuti sia per il clero che per la classe al potere che sopravviveva di ingenti risorse accumulate dagli avi ma ormai verso una trasformazione socio politica che travolgerà lo stesso Veneto. Nobili che si trasformano in filo napoleonici, per poi assoggettarsi agli Asburgo, sporadiche proteste che venivano sopite con le armi da fuoco (“sparavano in faccia ai rivoltosi, provocando ferite e infezioni inguaribili”) ma sempre in uno stretto legame tra l’altare e la patria.
Essere poveri nell’entroterra veneto era la regola, possedere qualche ettaro di terra ed avere degli animali già un privilegio. In più se sapevi leggere e fare la tua firma per una comunità di villici poteva rappresentare uno status symbol non indifferente. Fu il caso di Giambattista Sarto, cursore e possidente di Riese che si scelse una giovinetta, tale Margherita Sanson, “cucitrice e illeterata”, per iniziare finalmente quella che si direbbe oggi una nidata di figli. Infatti, forse per sorte divina, come si usa da queste parti che tutte le persone fortunate sono baciate dalla Provvidenza, Margherita mise al mondo undici figli (non dieci!) di cui tre perirono, sei femmine due maschi vissero abbastanza a lungo. I Sarto sono longevi, “una razza Piave” come certi politici trivigiani gridano in giro. Cosa se ne facesse di tante femmine in casa, non ci riguarda perché il povero Giobatta morì nel 1852 a sessant’anni esatti di “pleurite fulminante”, lasciando sulle spalle della consorte trentanovenne il fardello della famiglia numerosa. Una vedova che per le statistiche dell’epoca doveva aggirarsi ad un 38% dei casi, tra vedove bianche, cioè di uomini espatriati o fuggiti, in carcere per furti e rissa, e vedove per morte del congiunto. Non era poi così drammatico avere in casa tante femmine perché ad ognuna veniva data una mansione.
Come avrà conosciuto la giovane ‘Margarita’ diciannovenne? Non ci sono testimonianze precise sul matrimonio, a parte i dati del registro parrocchiale di Riese. L’unica cosa certa che Giovambattista Sarto, essendo cursore ed abitando in centro, fra i villigi (abitanti) era abbastanza noto per il servizio pubblico che svolgeva. Una specie di pubblico ufficiale, ereditato dal padre, che sapeva leggere anche il tedesco, per notificare ai residenti editti, verbali e riscuotere sanzioni. Era munito di una trombetta quando s’incamminava nelle contrade perché all’epoca non esistevano manifesti murali, la gran parte della gente era analfabeta.
La scelta dello sposo, o meglio chi decideva? A quei tempi, le unioni matrimoniali “si costruivano” per conoscenze dirette intrafamiliari o indirette. Non tutte le femmine – che superavano di gran lunga i maschi – potevano ambire ad un matrimonio. [1]
Le conoscenze si facevano soprattutto alle feste del patrono o in occasioni solenni.
Bastava uno sguardo? “Le motivazioni individuali della scelta del proprio compagno erano spesso di carattere sociale, guidate talvolta dalla necessità di trovare una sistemazione economica per sé e per la famiglia. Aiutano nella ricerca della persona adatta i mediatori, quelli che conoscono meglio la gente degli altri villaggi, soprattutto nei casi in cui un vedovo o una vedova si trovino nella necessità di costituire nuovamente un nucleo familiare, per reggere alle mille difficoltà della vita quotidiana”. [2]
Data la differenza di età tra i due futuri sposi, vien da pensare che Giovambattista Sarto abbia puntato sulla giovanetta già qualche anno prima di chiedere alla madre vedova il permesso di portarla sull’altare. La sistemazione economica sarà stata la motivazione principale, non certo un amore folgorante verso un uomo dall’aspetto burbero e – si scopre dalle testimonianze delle figlie – con atteggiamenti autoritari.
Si dice che fosse stato un padre po’ burbero. É noto che si oppose alla scelta fatta da suo figlio Giuseppe che voleva continuare il ginnasio a Castelfranco per poi entrare in Seminario, sospinto dalla stessa Margherita, dal parroco don Tito Fusarini e dal cappellano don Pietro Jacuzzi che “fecero di tutto” per convincerlo.
Il codice ecclesiastico. Come abbiamo visto, il matrimonio era regolato dal codice ecclesiastico, dato che il codice austro-ungarico in vigore nel 1833 “inglobava nei suoi dettami il diritto canonico”.
Ci si sposava in chiesa con testimoni e con il consenso dei genitori (se viventi) fino al compimento del 24° anno di età, per lui e del 21° per lei. La deroga per un’età diversa – il caso della diciannovenne ‘Margarita’ – doveva essere formalizzata dalla competente autorità ecclesiastica di Bassano del Grappa. È probabile che la pratica sia stala espletata dallo stesso Giovambattista per le sue conoscenze.
Le tre fasi di Margherita. Si possono delineare tre fasi di Margherita: nei primi vent’anni di matrimonio (1833-1852) è alle dipendenze del padrone-marito, nella seconda si ritrova vedova con seri problemi di mandare avanti la famiglia dal 1852 al 1860, nella terza fino alla sua morte (1894) con minore carico sulle spalle per il soccorso prestato da terzi, e  soprattutto dal figlio Mons. Giuseppe che si prenderà a carico le sorelle. L’impressione che abbiamo non è mai di angoscia o di sconfitta. Si direbbe anzi che quando c’è l’accentuazione dei pericoli, delle sofferenze, delle disgrazie Margerita Sansòn non faccia che evidenziare ulteriormente il coraggio, la resistenza, la sopportazione che una madre di famiglia si sarà trovata.

Note
[1] La maggior parte rimaneva “zitella” oppure “andava monega”. Tradizione quest’ultima assai diffusa nel Veneto. Le suore occuperanno posti riguardevoli nell’instruzione, nel sociale e nel sanitario fino al dopoguerra degli anni Cinquanta del secolo scorso. In seguito all’emancipazione della donna e al crescente spopolamento delle campagne ci sarà un netto ridimensionamento della vocazione femminile. Secondo alcuni studi anagrafici nel Veneto asburgico la femmina superava punte del 56% rispetto al maschio. Se prendiamo l’esempio della famiglia Sarto era formata da sei donne e due maschi, cioè la presenza femminile era tre volte tanto quella maschile. Questo è un dato che fa capire quanto sia rimasta soffocata la condizione femminile in una società prettamente rurale che solo alla fine dell’800 vedrà le prime industrie manifatturiere con impianti a vapore. Non a caso Mons. Bepi Sarto, in qualità di Direttore Scolastico a Salzano e poi come vescovo di Mantova e Patriarca di Venezia avrà sempre un particolare riguardo per la condizione femminile (formazione scolastica e impiego). E’ a tutti notorio aver sollecitato la ripresa dei laboratori femminili di ricamo a Burano o dell’impiego nella filanda dei nobili israelitici Jacur.
[2] Ursini, Marazzato, p. 209.

Giovanni Boldini (1842-1931): Un artista colto, raffinato, consapevole

Giovanni Boldini, Nudo di donna seduta, 1880-85
Giovanni Boldini, Nudo di donna seduta, 1880-85, mostra “Boldini lo spettacolo della modernità”. Forlì, Musei San Domenico, 1 febbraio 14 giugno 2015.

Intervista di Angelo Miatello al prof. Paolucci, presidente del Comitato scientifico della mostra “Boldini. Lo spettacolo della modernità” dal 1 febbraio al 14 giugno 2015 ai Musei San Domenico di Forlì.
Perchè Boldini, professore? “Senza Boldini il quadro della modernità italiana soprattutto sotto l’aspetto della sua internazionale fortuna, non sarebbe completo”.
Non è stato un artista un po’ troppo criticato?
“Bisogna, prima di tutto riconoscere che per la critica moderna, il caso Boldini è sempre stato allo stesso tempo affascinante e imbarazzante. Affascinante perché non si può non rimanere stupiti e affascinati di fronte al suo prodigioso virtuosismo, a quelle scintillanti stilettate di colore, alla vertigine cromatica quasi da “action painting” delle sue opere migliori.
In altre parole? “E non si può non riconoscere che i suoi ritratti femminili, le sue “femmes-fleures” come le definiva il gran mondano conte Robert de Montesquiou, sono la rappresentazione più squisita, nel secolo, della “moderna nevrosi”. Tuttavia, nell’epoca che si apriva alle Avanguardie, imbarazzante doveva apparire il vecchio pittore che, dal suo studio parigino di Boulevard Berthier, ufficiale della Legion d’Onore e della Corona d’Italia, ricco a dismisura, conteso dai collezionisti di mezzo mondo, moltiplicava con infinita bravura e a prezzi vertiginosi i suoi memorabili ritratti per gli “happy-few” d’Europa e soprattutto d’America.”
(Miatello) Come sappiamo, Boldini nasce a Ferrara nel 1842, [ha tredici anni di meno rispetto a Giuseppe Sarto (1835), divenuto patriarca di Venezia nel 1894 che esordisce come ‘contestatore-censore’ della Prima Biennale veneziana, per un’opera di Giacomo Grasso “Il Supremo Convegno” e che dimostrerà di avere una forte indole per la copia di dipinti classici] si separerà dall’Italia ben presto, scegliendo di vivere come molti altri a Parigi, la nuova metropoli in continua espansione. E qui farà la sua fortuna, tanto che supererà di gran lunga – almeno nella quotazione del mercato dell’arte e dei collezionisti borghesi – tutti i suoi contemporanei.
Perché non l’apprezzavano, c’era forse invidia per il suo inverosimile successo?
“Secondo alcuni, per la sua insormontabile bravura – continua Paolucci – l’arte di Boldini appariva più “industria che vera pittura” (Netti) costruita con sagace opportunismo per piacere, per fare in modo che “le signore e i signori alla moda, i borghesi ricchi ritrovassero sé stessi in quelle opere”, è la critica che più spesso ricorre prima e dopo la morte dell’artista avvenuta nel 1931. E non gioca certo a favore di Boldini il confronto che in quell’anno 1931 Palazzeschi stabiliva con Toulouse Lautrec. Tanto è facile scintillante, seduttivo, il mondo di Boldini, quanto è “appassionata, drammatica, angosciosa e talvolta tragica” la testimonianza dell’universo femminile delle bische, dei cabarets, delle case chiuse, offertaci dal conte parigino Henry de Toulouse Lautrec.”
Boldini ormai è verso un tramonto dorato che lo condannerà purtroppo per motivi di salute negli ultimi anni della sua esistenza, non percepisce forse l’avanzare delle avanguardie…
“Nel 1909, anno di nascita del Futurismo, Ardengo Soffici, alfiere delle Avanguardie, poteva scrivere di Boldini: “non è né un creatore, né un poeta, si può persino dubitare che sia un pittore”. Per Soffici egli è un testimone del suo tempo, un cronista o piuttosto un commentatore acre, malevolo di un mondo che in fondo al cuore sentiva estraneo; lui, l’italiano povero, di umili origini, coperto d’oro e baciato dalla fortuna, non per questo però meno invidioso della società che scelse di servire.”
Il merito di questa mostra ai Musei San Domenico di Forlì (città esemplare dei regimi totalitari del XX secolo, Rotta Culturale del Consiglio d’Europa) è di Fernando Mazzocca e di Francesca Dini. Ci vuole spiegare?
“Mazzocca e Dini hanno saputo selezionare gli artisti e gli storici dell’arte, guardando alla sua pittura con occhio attento e capacità di discernimento. Da Filippo De Pisis che lo intervista poco prima della morte a Vittorio Corcos che così definisce la sua arte: “fusione spontanea e rapidissima fra creazione e traduzione pittorica” e trova in ogni pennellata “il tratto nitido e lampante di un cuore saturo di febbre e di vita”. Da Diego Martelli che di fronte ai prodigi cromatici di Boldini, a una originalità di “prestigiatore” e di “seduttore” che fa saltare tutti gli schemi, conclude dicendo: “lo gnomo vi inviluppa, vi sbalordisce, vi incanta, le vostre teorie se ne vanno, egli ha vinto”. Fino al giovane Berenson che, pur fra “gli artifizi dei sarti e delle modiste” e in mezzo alle pose ambigue del “salotto e del teatro”, è disposto a riconoscere al Boldini dei ritratti femminili “forte potere d’incanto” ma anche “impulsive doti di pittore e anche un certo pepe satirico”.
Ma la Grande Guerra che nemmeno Papa Pio X si sarebbe immaginato una carneficina di milioni di morti e vittime, era forse per lo stesso Boldini?
“Che quell’universo tenero, perfido e scintillante, insieme alle belle donne, ai ricchi borghesi, agli aristocratici e ai “dandies” che ne erano stati protagonisti, insieme agli intellettuali e agli artisti che quella società avevano testimoniato e celebrato, finisse spazzato via dalla Grande Guerra, è ben comprensibile. Per questo è giusto dire che Giovanni Boldini morì assai prima di quel 1931 che segna il suo decesso anagrafico. Ed è anche comprensibile il lungo periodo di oscurità che fra gli anni Trenta e Cinquanta dello scorso secolo la sua stella ha conosciuto.”
Chi lo riportò sotto i fari di una nuova luce?
“Dobbiamo alla giovane vedova Emilia Cardona sposata dal Boldini nel ’29, quasi alla vigilia dei novant’anni, se la memoria dell’artista si è conservata grazie alla attenta custodia dell’archivio e alla promozione di mostre intelligenti e ben selezionate.”
E per la componente critica?
“Il merito maggiore per la emersione critica di Boldini, va riconosciuto a Jean Louis Vaudoyer. A lui dobbiamo la grande fondamentale mostra del 1963 al Jacquemart-Andrè di Parigi, una mostra che affascinò Carlo Ludovico Ragghianti, diventato da allora fermo sostenitore della qualità e soprattutto della storicità del pittore ferrarese. Il quale oggi (questa mostra forlivese intende fornircene definitiva, necessaria conferma) sempre di meno appare come il virtuoso tutto istinto e mestiere e sempre più invece come l’artista colto, raffigurato, consapevole che si muove in parallelo con Stevens e Sargent, che guarda a Frans Hals e a Van Dyck, a Velázquez e a Goya, a Guardi e a Tiepolo.”

I coniugi Sarto nella Riese asburgica

Orfanelle
Luigi Da Rios, Le orfanelle, Venezia, 1880. Molti sono i soggetti della situazione miserevole veneta che gli artisti dell’epoca incorniciarono sulle tele, quasi a dimostrazione di una realtà che non si voleva dimenticare. Una pittura di stampo sociologico, letterario, veristico che si contrapponeva alle bellezze femminili (Boldini, Corcos), ai dolci paesaggi, alla copia classica tanto di moda nelle Accademie italiane.

(Ricerca a cura di Angelo Miatello)
Dall’atto matrimoniale e da brevi biografie si ricavano alcuni particolari sui coniugi Sarto-Sansòn: “…il Sarto è agente comunale, domiciliato al numero 1 (in casa ad un piano e sette stanze, di fronte alla strada che da Riese devìa verso la cittadina di Asolo, a circa 9 chilometri) e possidente. Oltre alla casetta, teneva tre campicelli (equivalenti a dodici pertiche censuarie) e una vaccherella. Quale agente comunale, cursore, percepiva mensilmente quindici svanziche austriache, cioè giornalmente cinquanta centesimi di svanzica; aveva anche diritto di compiere, nel comune, una piccola questa”. [1]
“Sanson Margarita nata a Vedelago il dì 8 maggio 1813 cattolica, nubile, cucitrice, domiciliata al N° (?)”. “Margarita è cucitrice e rimarrà vedova come la madre Maria” [2] .
“Il padre del futuro pontefice espletava le funzioni di cursore comunale in cambio di un modesto salario, integrato dalla magra rendita di un piccolo appezzamento di terra. Un benessere molto relativo se si pensa che i coniugi misero al mondo dieci figli e che il capofamiglia mancò il 14.5.1852.” [3]
“Mio padre era messo comunale dell’Imperial Regia Podesteria di Riese, con la paga di 15 svanziche al mese. Svanzica, da swanzig, venti, era il nome popolare della lira austriaca d’argento da venti soldi, corrente del Regno Lombardo Veneto sotto la sovranità di Ferdinando I, imperatore d’Austria. Il Veneto era stato ceduto da Napoleone con il trattato di Campoformio nel 1797 all’Austria. Il Papa era il bellunese Gregorio XVI ed il patriarca di Venezia il riesino Jacopo Monico.”[4]
Nel racconto dei vari autori che hanno voluto descrivere la situazione familiare in cui visse Giuseppe Sarto, c’è un velato senso di commiserazione e di pietismo dato che la famiglia disponeva di qualche risorsa: “specialmente in quei passi in cui si vuole sottolineare la povertà di Giuseppe Sarto, chierico e sacerdote, e la carità che lo caratterizzò a tal punto da contrarre debiti che riuscì a pagare solo vendendo parte delle sostanze domestiche” (Bortolato, p. 21), per far fronte all’emergenza della famiglia numerosa. La situazione dei due coniugi Paola Giacomello e Giuseppe Sarto, nonni paterni, non era poi così tragica dato che “possedevano due case e oltre sei ettari di terra (m2 63.245,2528)”. [5]
Lo stesso Pio X nel suo testamento olografo del 30 dicembre 1909 “nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo” ha metaforicamente enfatizzato una situazione che non era per niente “povera” se confrontata con altre situazioni ben più problematiche della sua a Riese o altrove.
Non c’è da meravigliarsi se gran parte della società dell’epoca fu impregnata di drammi famigliari, di assurde situazioni che potevano solo fare tenerezza e che furono persino veicolate nell’arte figurativa e nella letteratura. Un mondo che deve commuovere e perciò lo si deve rappresentare solo con scene ispirate alla famiglia, le uniche che possono parlare al cuore dell’uomo e indurlo a pensare e a volere il bene. Nell’arte, ad esempio, “si trasforma in mezzo educativo del cuore” per cui “dipingere orfanelli abbandonati, famiglie gettate su una strada [serve…] per farci meglio sentire e comprendere il bello morale”. Parole queste di una schiettezza quasi naturale del professore Selvatico, impegnato nella presentazione critica di suoi allievi. [6]
Esempi come Le Analfabete (1873), Le Orfanelle (1880) sono due opere eloquenti di questo modo di pensare che il pittore vittoriese Da Rios ci permette di comprendere appieno. [7] Tra gli anni Settanta e Ottanta vi è dunque una corrente artistica che sarà apprezzata dai collezionisti, non solo italiani. Sono i piccoli drammi domestici dove i protagonisti sono umili bambini, ritratti all’interno delle loro modeste case o lungo le calli della città, mentre versano copiose lacrime dopo essere stati sgridati (Cosa gastu fato?, Da Rios, 1878) o si sono fatti male (La bua, Antonio Rotta , 1869), o addirittura si vede la miseria fuori della soglia di casa (Le orfanelle, Da Rios, 1876).
“All’epoca la famigliola non può essere annoverata tra quelle economicamente indigenti. Modesta sì, probabilmente con il problema di arrivare a fine mese, visto che a scadenza quasi biennale un nuovo bambino arrivava ad allietare la casa…Con coraggio la donna si dà da fare, attraverso il mestiere di sarta (anche come insegnante di quest’arte) e grazie alla rendita di un podere in affitto.” [8]
“Alla morte di Giambattista Sarto (1852), la sua parte di eredità (case e terreni) passarono a Margherita Sanson e ai suoi otto figli.
Nei 42 anni che Margherita Sanson sopravvive al marito si verificarono almeno altri due fatti: una rettifica per la sua “lustrazione territoriale 1868”, in cui l’attuale casa Maggion risulta registrata a parte presso il catasto, e la vendita dei campi posseduti dalla famiglia. A  proposito di questi ultimi, “i due ettari di eredità paterna erano stati venduti, con atti in data 2 dicembre 1877, ad Antonio Monico e a Pietro Montin. Anche la casetta, minacciata di vendita, era stata salvata all’ultimo momento. Dopo la morte di Margherita Sanson, la casa fu chiusa: le sorelle coniugate abitavano fuori Riese (sic!) e le sorelle nubili risiedevano a Venezia col fratello patriarca (vedi atto notarile Carlo Candiani, sabato 13 novembre 1897, presso il palazzo patriarcale di Venezia: il terreno aratorio di pertiche 0.23…e la casa Centro villa Riese ai numeri civici 4-5 piani 2, vani 7, mappale 106a, contro il corrispettivo di 2000 lire)”. [9]
Delle tre sorelle coniugate, Teresa (1839) si sposò con Giovanni Battista Parolin, proprietario dell’albergo “Alle due spade” di Riese, dirimpettaio alla dimora Sarto, di cui uno dei loro dieci figli, Giovanni Battista fu sacerdote, arciprete di Possagno, prelato domestico dello zio papa; Antonia (1843) sposò il sarto Francesco De Bei con cinque figli, a Salzano, Lucia (1848) invece si sposò con Luigi Boschin con tre figlie, sacrista della chiesa parrocchiale di Salzano. Il titolo esatto del nipote don Giovanni Battista era: Pontificio di Cameriere Segreto soprannumerario colle insegne e prerogative annesse.

Note: [1] Fernando da Riese, 1987, p. 13; Agasso, 1985, p. 13.
[2]  L. Morao (storia di Vedelago, ed. BCC).
[3] Cecchetto, p. 37.
[4] N. Antonello, p.15.
[5] Bortolato, p. 22.
[6] Selvatico, p. 44, 419-420.
[7] Da Rios, catalogo mostra di Vittorio Veneto, 2013.
8] Dieguez, Nordio, Ambrosi, p. 11.
[9] Bortolato, p. 22-23. Ricordiamo che “villa” sta per villaggio, luogo in cui ci sono abitazioni ed una chiesa e non “villa” intesa come edificio padronale. Un errore che spesso si commette.

L’8 maggio 1813 alle ore 8 nasce Margherita Sanson

Margherita Sanson foto di Perini copia
Antonio Perini (Venezia), Margherita Sanson, madre di Papa Pio X

(a cura di Angelo Miatello)
“Margherita nasce l’8 maggio 1813 alle ore 8 del mattino e due giorni dopo fu battezzata da don Angelo Conte, arciprete di Vedelago, avendo come padrini Andrea Spessa di Altivole e Caterina Tombolato di Vedelago. Il cognome Sansòn compare nei registri canonici della parrocchia il 21 dicembre 1812. Il padre di Margherita, Melchiore (Melchioro), era giunto al seguito del conte Francesco Zuccareda che qui aveva villa e terreni, assieme alla moglie Maria Antonini.” (Cecchetto, p. 36)
Giuseppe Melchiorre Sarto, futuro papa, porta dunque il secondo nome del nonno materno ed il primo del nonno paterno. [1]
“Sanson Margherita, figlia di Melchiore, oste a Rossano Veneto (Vicenza) nel distretto di Bassano del Grappa, e di Antonini Maria, di Riese, era nata a Vedelago, l’8 maggio 1813; abitava da anni a Riese; era come la mamma, cucitrice, cioè sarta di campagna, e donna esperta e pronta a qualunque lavoro manuale. Illeterata, non aveva frequentato scuole: nel registro dei matrimoni non appose la firma.” (Fernando da Riese, p. 13)
Le informazioni dei due autori, sebbene vaghe, combaciono: Margherita “abitava da anni a Riese” (Fernando da Riese), in più sua madre era una riesina. “Essi ricompaiono in Riese nei primi anni ’20 (del 1800)” (Cecchetto). I Sanson vengono ad abitare a Vedelago nel 1812 (o forse prima) perché solo “il 21 dicembre il cognome Sanson compare nei registri canonici della parrocchia di Vedelago dove si registra la nascita di una bambina, morta pochi giorni dopo”.
A Vedelago nacquero altri due fratelli e sorelle di Margherita. Il 7 aprile 1815 fu il turno di Ettore Gaetano Francesco; il 31 marzo 1817 nacque Illuminata Giuseppina; per ultimo, Alessandro, nato e poi subito morto il 20 ottobre 1818. (Cecchetto, p. 36)
I Sansòn, a quanto pare, si trasferiranno a Riese dopo la morte del figlio Alessandro il 20 ottobre 1820. Ricompaiono in Riese nel 1823. “Margarita” Sanson si sposa il 13 febbraio 1833 con Giambattista Sarto (27 maggio 1792 – 4 maggio 1852) nella chiesa di San Matteo a Riese, “possidente di due ettari di terreno e una mucca ed è cursore-dipendente del Regno Lombardo Veneto sotto l’Imperatore Ferdinando I”.
L’atto di matrimonio è registrato in parrocchia (vol. 1815-47, f. 49), che ha valore legale in base al diritto vigente, canonico e austro-ungarico.

Nota [1] A parte Giuseppe, come Giovanni Battista, anche Melchiorre è un nome frequente. Nella tradizione cristiana M. assieme a Baldassare e Gaspare sono i tre re, astronomi e zoroastri che seguendo ‘il suo astro’ giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il ‘re dei Giudei’ che era nato, offrendo Cover libretto “In onore di Margherita Sanson”in dono ‘oro, incenso e mirra’.
Testo tratto dal libretto a fronte. Disponibile presso Edizioni Aida, Castelfranco Veneto.
E-mail: edizioniaida@gmail.com