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Guido Fusinato il super esperto di diritto internazionale dei trattati

(di Angelo Miatello)

UN CASTELLANO E DEPUTATO A FELTRE TALLA GUIDA DEL TRATTATO DI PACE DI LOSANNA 1911-12: IL PROF. UIDO FUSINATO, DIMENTICATO

In barba ai “grandi” storici locali, ripropongo una scheda, trovata nella Biblioteca pubblica universitaria di Losanna che riassumo:
Il trattato di Losanna, conosciuto anche come il Trattato di Ouchy [quartiere dove fu sottoscritto] – fu il “trattato di pace” che pose fine alla guerra italo-turca, firmato il 18 ottobre 1912 fra l’Italia e l’Impero Ottomano.
In breve, nel 1911, la regione costiera [oggi attuale Libia] era governata dall’Impero Ottomano “Vilayet di Tripolitania”, cioè una provincia guidata da un pascià (governatore). Anche l’adiacente provincia della Cirenaica o Barca era considerata parte del dominio di Tripoli, de facto sotto lo stesso pascià.
Non mi dilungo sulla cronologia di quel periodo di soggiorno svizzero che era sembrato interminabile e soggetto ad impantanarsi.
La delegazione diplomatica italiana era composta da: il veneziano Giuseppe Volpi, il montebellunese Pietro Bertolini (1853-1920) e il “castellano” Guido Fusinato.
Altri tempi in cui i veneti sapevano contare.
Bertolini era ministro plenipotenziario e Giuseppe Volpi (1877-1947), il motore della centralità economica di Venezia, in affari con serbi e montenegrini (Petrovic).
Fu socio fondatore dell’Hotel Excelsior del 1908 e amico di Grimani, vennero in treno a Castelfranco per l’inaugurazione della nuova linea Venezia-Bassano..
Al prof. Guido Fusinato, esperto di arbitrati e diritto internazionale, fu dato il merito di condurre le trattative legali. Fu deputato di Feltre per sette legislature, sottosegretario agli Esteri, ministro della Pubblica Istruzione e, come pochi sanno, si schierò a favore della neutralità dell’Itala (1914-15). Fu nominato gran jurì del duello tra Cavallotti-Macola, suo coetaneo e collega a Montecitorio.
Guido Fusinato nacque a Castelfranco nel 1860, figlio del poeta Arnaldo e della scrittrice Erminia Fuà, nel palazzo che ancor oggi porta una targa sbiadita, che nessuno legge, a fianco della pescheria. La famiglia Fusinato si trasferì a Firenze nel 1870, quindi a Roma, dove i genitori trovarono lavoro in Senato e nel ministero di pubblica istruzione.
La famiglia Fusinato meriterebbe un convegno studi. Abbiamo materiale di prima mano.

Il Trattato di Losanna
Il 12 luglio 1912, a Losanna – a guerra in corso – erano iniziati i colloqui di pace fra una delegazione italiana e il principe turco Salid Halim Pascià.
Le trattative proseguirono dal 13 agosto a Caux, con la delegazione turca composta anche dai diplomatici Roumbeyoglou Fahreddin e Mèhemmed Naby Bey. I colloqui furono poi trasferiti a Ouchy il 3 settembre, senza significativi progressi. A ottobre, infine, la situazione precipitò, con la mobilitazione di Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria per la liberazione dei territori balcanici ancora soggetti all’Impero Ottomano. Di fronte a questa minaccia la Sublime Porta dovette cedere ed accettare la pace.L’Impero Ottomano, infine, revocava l’espulsione dei cittadini italiani, effettuata nel precedente mese di giugno in ritorsione dell’occupazione italiana del Dodecaneso e accettava di reintegrarli nella situazione lavorativa che avevano lasciato e di corrispondere loro un trattamento, comprensivo dei contributi per le pensioni di fine rapporto, per i mesi passati fuori dall’impiego (art. 9).
Il Trattato di Losanna, quindi, non prevedeva “la sovranità piena ed intera del Regno d’Italia” sulla Tripolitania e la Cirenaica, così come dichiarato unilateralmente dall’Italia con Regio decreto n. 1247 del 5 novembre 1911, convertito in legge il 23 e il 24 febbraio 1912, bensì la sola amministrazione civile e militare su un territorio giuridicamente parte dell’Impero Ottomano.
Al trattato venne data piena ed intera esecuzione con Legge n. 1312 del 16 dicembre 1912, che ne riportava il testo per intero, in lingua francese.

La dottrina populista del vicesindaco di Castelfranco. Fischi per fiaschi pur di entrare nella storia. Alte personalità, vittime di guerra, veri eroi dimenticati a scapito dell’ultimo arrivato

Derio Turcato da parecchio tempo segue le vicende castellane attraverso le rievocazioni storiche della Grande Guerra. Un grande esperto che rimane spesso dietro le quinte senza mai esagerare. E’ sua la scoperta della dinamica ufficiale che portò alla morte il generale francese Lucien Lizé, avvenuta a causa di uno dei tanti bombardamenti scatenati sulla città di Giorgione dagli austro-germanici. Le sue dettagliate e puntigliose ricerche, usando internet e non quelli delle auto d’epoca che purtroppo inquinano, riportano alla luce cose che non si sapevano. Purtroppo questa Regione ha subito l’onta di due guerre dichiarate ed un’altra civile che è perdurata fino alla caduta del Muro di Berlino (c’è chi dice che le brigate rosse fossero una continuazione della guerra tra partigiani e repubblichini…). La Grande Guerra trascurata dal Ministero dell’Istruzione e tenuta sotto controllo da quello della Difesa ci ha lasciati ignoranti. Nonostante che ci sia la digitalizzazione e molti Paesi confratelli si siano adeguati ai tempi, da noi non è così facile consultare stando a casa archivi, libri, memoriali come invece inglesi, francesi, danesi, svizzeri, per i loro rispettivi campi ne hanno un accesso libero, immediato e provvidenziale. “Abbiamo trovato spezzoni della Grande Guerra con dentro Castelfranco negli archivi svedesi e danesi”.
Derio Turcato, senza tanti chiavistelli o password scopre una carta, un passaggio, un dato di fatto, uno spezzone in cui c’è Castelfranco cento o centocinquant’anni fa. Ciò significa che prima di lui gli “Storici” locali o della Marca Trevigiana nulla sapessero della reale vicenda. Assieme stiamo ricostruendo la vita del conte Francesco Ferruccio Macola (1861-1910), del prof. Guido Fusinato e di sua madre signora Erminia Fuà, alla quale un bel dì il Consiglio comunale all’unanimità rifiutò di dedicarle un monumento ricordo, tanto acclamato da associazioni nazionali e da una lunga lista di intellettuali. Una famiglia di letterati, giuresconsulti, patrioti. L’on. Guido Fusinato, figlio del poeta Arnaldo Fusinato (anche sotto segretario agli Esteri e all’Istruzione), per chi non lo sapesse, era ordinario di diritto internazionale a Torino, esperto di arbitarti intertnazionali, giolittiano, capo della delegazione diplomatica delle conferenze dell’Aja e di Ginevra, quelle che stabilirono le prime interdizioni di mezzi e metodi di guerra inumani, il trattamento dei prigionieri e la tutela del personale sanitario in tempo di guerra. L’on. Guido Fusinato fu il giurì del duello tra Cavallotti-Macola, ricevette anche una laurea honoris causa dalla Oxford University prima di spararsi a Schio, la stessa blasonata università che mandò a farsi friggere Giulio Regeni. Avete letto bene! Un castellano ritenuto il maggiore interprete del Codice di Oxford. E questo mi fa molto incazzare.
Si può capire la furbizia politica di proclamarsi “salvatori del popolo veneto”, “della difesa dei confini meridionali, quello delle partite iva e degli evasori (degli incendi), dei mafiosi e malavitosi (ultima retata narrata dal prof. Enzo Guidotto), essere a capo delle forze armate locali, più o meno con l’estintore che funzioni, dei responsabili sporcaccioni che superano i livelli di smog auto consentiti di pm10 e di pm 2.5 (dati i ripetuti sondaggi degli studenti dell’Ipsia, condotti dal prof. D. Pauletto), non si può capire invece il perdurare di scelte culturali di “bassa forza”, come li chiamava Ferruccio Macola, gli addetti fuochisti. Ora parte il reddito di cittadinanza. Ingaggiate giovani per digitalizzare la biblioteca così almeno avremo un intrecciarsi di dati che sveleranno errori e bugie. (A.M.)

Riprendo una non notizia già pubblicata nel sito del’AIDA NEWS, che è scaturita dalla ricerca effettuata a proposito della presenza dei francesi in Castelfranco nel 1917-18, vale dire il bombardamento aereo austroungarico della stazione cittadina, in cui fu colpita anche parte dell’officina FERVET.
A più riprese il fatto ritorna, con i protagonisti disconosciuti e i comprimari che vengono innalzati a protagonisti, così come spiegato di seguito. Già nell’ultimo periodico edito dall’Amministrazione Comunale di Castelfranco Veneto, veniva riportato un episodio successo durante la Grande Guerra, che a detta dell’estensore dell’articolo (apparso oggi sulla stampa quotidiana), nei pressi della stazione ferroviaria, andò a fuoco un qualcosa di non ben definito, a seguito di un bombardamento. Or bene in tale frangente, si distinse un alpino, che ricopriva il ruolo di vigile del fuoco, .. il quale non esitò a gettarsi tra le fiamme per spegnere l’incendio…., quello che però non si capisce è dove si gettò il nostro alpino e quali effettive le gravi conseguenze sarebbero scaturite senza questo gesto, mancando la contestualizzazione dell’evento e dei fatti. La faccenda in realtà è molto ben diversa.
Da più fonti, comprese quelle francesi che a Castelfranco avevano posto il comando della Xa Armata, i fatti si svolsero in maniera assai articolata.
La stazione di Castelfranco Veneto era uno snodo ferroviario molto importante per alimentare le nostre e altrui truppe schierate sul Grappa e Montello. Nelle sue vicinanze erano distribuiti numerosi depositibaracche, tra cui quelli destinati a riserva per le necessità dell’artiglieria schierata a supporto dell’esercito. Si consideri che per una settimana di attività preparatoria ad un assalto, il consumo era di 2.500.000 proiettili, è evidente che tale quantità doveva essere resa disponibile e traportata, ai depositi e poi alle prime linee e in subordine a disposizione in retrovia per essere recapitata quando bisogno. Da ciò si può capire che la stazione era un obbiettivo molto importante da colpire da parte dell’esercito Austro-Ungarico che ripetutamente e in più occasioni lo attuò con incursioni aeree.
Ma veniamo ai fatti. La notte dal 27 a 28 di gennaio 1918 in più ondate (dalle 19 alle ore 5 del mattino) si avvicendarono sul cielo castellano le squadriglie degli aerei austro-ungarici che oltre colpire semplici edifici civili, l’ospedale da campo N.25, si accanirono contro la stazione e le zone limitrofe. Risultò cosi investita l’officina FERVET che era stata convertita in deposito. Ora se vogliamo approfondire la questione, un minimo di chiarezza sull’ evento va fatta, anche perché di leggende metropolitane sui fatti di allora ne circolano diverse, non ultima quella della data del ferimento del generale Lizè, colloca dalla nostra Amministrazione in piazza Giorgione, palesemente errata.
I documenti consultabili e quindi di rilevanza storica, sono custoditi nella biblioteca delle ferrovie dello stato, tra cui due loro bollettini editi in data giugno 1918 e luglio 1918 dove si riportano con nome e cognome i ferrovieri che si sono prodigati durante i bombardamenti del 31dicembre ‘17 – 1gennaio ‘18 e 26-27 gennaio 1918; per quest’ultimo si legge ” ….. encomiati per l’azione pronta e coraggiosa svolta in
stazione di Castelfranco Veneto nella notte del 26-27 gennaio 1918, durante un incursione aerea nemica, portando prontamente in luogo sicuro una colonna di 37 carri di munizioni due dei quali già cominciavano a bruciare per l’esplosione di una bomba che aveva provocato un incendio nel deposito di balistite dell’officina

FERVET:
– Franceschetti Cav. Alfredo capo stazione 2 classe
– Bafurale Beltramino capo stazione 3 classe
– Coppato Pasquale deviatore
– Oliosi Vittorio macchinista
– Bosia Vittorio macchinista
– Goffi Giuseppe fuochista

Dai testi di chimica si apprende che la balistite è infiammabile a 180° e brucia lentamente all’aria libera. Resiste alla percussione, ma esplode sotto l’azione di un innesco. Quindi se non innescata con un apposito mezzo è solo infiammabile, quello che effettivamente successe. L’incendio si rilevò quindi una enorme bubarata, per dirla come da noi, che l’intervento dei ferrovieri, non obbligati, evitò si trasformasse in qualcosa di ben più disastrose dimensioni ed effetti. Il nostro alpino pompiere non fece altro che quello a cui era preposto, si applicò per spegnere l’incendio nel capannone! Praticamente il suo dovere. Ai ferrovieri nessun giusto riconoscimento, nessuna via a loro intitolata, come nelle intenzioni enunciate a mezzo stampa dal vice sindaco Giovine per il pompiere alpino, neppure una menzione nelle ricorrenze ufficiali dai sovranisti di turno.
La storia non si improvvisa, va raccontata nel suo corretto svolgimento, con dati verificabili e non derivata da voci o diari privati, con i protagonisti nei loro giusti ruoli di: attore o comprimario e non viceversa.
Attendiamo fiduciosi che dopo cent’anni, sia resa giustizia ai protagonisti di quegli eventi, senza pompose attribuzioni stradali ma con una semplice e formale apposizione di una targa ricordo, magari nella stazione stessa.
Derio Turcato presidente Associazione Histoire

 

“Castelfranco Veneto” ricordato da Ferruccio Macola (1884)*

I Veneti quando vogliono esprimere l’ incoerenza di un fatto, di una parola, di un discorso;  di un motto qualunque usano dire:  “ ci sta come i cavoli a merenda”. – I lettori leggendo il titolo di questo capitolo,potranno molto probabilmente dire la stessa cosa. – E infatti, il soggiorno che io mi apparecchiava a godere in questo carissimo paese, giustifica forse le parole, che spendo più sotto, per illustrarlo; e senza pretendere di tramandarlo all’ammirazione dei posteri, additarlo  alla curiosità dei lettori presenti? – O l’aneddoto occorsomi, quantunque abbia qualche relazione colla vita militare è argomento abbastanza valido per questa giustificazione?

E Io scopo, dirà il lettore di quella slavata descrizione, che Dio non voglia, mi graverà la coscienza degli sbadigli più prolungati, lo scopo qual e? Questi argomenti abbastanza convincenti, avrebbero dovuto farmi desistere  dall’ idea di buttar giù una simile pappolata, se proprio l’intensissimo amore che porlo al mio bel paese non avesse provocato questo sfogo d’affetto nostalgico; e non mi avesse poi deciso del tutto un fatto accadutomi, che mi feri nell’ amor proprio unicamente per 1a mia condizione di militare, e mi condannò a dovermi ricordare d’ esser soldato, anche in quel luogo dove avrei voluto anche temporaneamente dimenticarlo.

Scrivendo di Treviso, delle sue mura di circonvallazione, e della celebre porta di San Tommaso, il simpatico Caccianiga([1]) disse:  « Se Treviso potesse paragonarsi a un anello, la porta di S. Tommaso, sarebbe la sua gemma più preziosa» .
Un ammiratore appassionato di Castelfranco scrisse invece: « Se i paesi della provincia di Treviso potessero disporsi in forma di anello, Castelfranco ne sarebbe la gemma più preziosa.» Io vado più in là, e dico:  « Se colle città del Veneto si potesse formare un gigantesco anello, certamente Castelfranco rifulgerebbe come la gemma più bella».
A qualcuno, queste espressioni potranno sembrare iperboli degne addirittura dell’Ariosto; ma il fatto distrugge assolutamente questa supposizione, e il visitatore arrivato sul luogo è costretto a domandare a sé stesso, come Cristo all’Apostolo: « Uomo di poca fede perché dubitasti? »

La disposizione felice dei suoi fabbricati piantati intorno come un gigantesco anfiteatro; il vastissimo piazzale, che gira tutto il paese, ]e acque che lo circondano, il verde delle rive, le macchie multicolori vivissime, spiccate dei fiori che le popolano, i venerabili e altissimi  pioppi; i merli delle mura diroccate che coi  torrioni massicci e col rosso nerastro dei mattoni sgretolati servono di sfondo al quadro, colpiscono assolutamente il forestiero, che se non dirà sublime, come il duca di Wellingthon alla battaglia di Waterloo, dovrà dire certamente: « Tutto questo è bello, molto bello».
Se è vero, che l’ aspetto esterno delle cose influisce molto sul genio e sull’ ingegno del1′ uomo, e se le donne di qualche secolo indietro conservavano intatta la bellezza delle donne dell’ odierna Castelfranco, io non esito ad asserire, che il Giorgione non sarebbe riuscito quel grande pittore, se non avesse avuto sempre sott’ occhio quegli stupendi modelli di materia e di vita.
L’aspetto pittoresco e seducente che presenta il paese di giorno, aumenta in bellezza di notte al chiarore della luna, e diventa un vero panorama delizioso.
Allora la massa cupa degli antichi torrioni spicca in modo meraviglioso col bianco dei  fabbricati moderni: le ombre dei merli sdentati si allungano i n figure strane irregolari; gli alberi disegnano sulle rive le macchie brune del fusto e dei rami protesi; luccicano i fili dell’ erba bagnata dalle guazze notturne; si riflettono sulle acque tutte quelle onde di luce bianca, che spazia nell’ immensità del vuoto, e sullo sfondo purissimo del cielo spiccano nettamente i contorni delle costruzioni più lontane.
L’ arte e la natura furono colte a Castelfranco in uno dei momenti più felici; e il connubio non poteva riuscire più armonico, più poetico, più originale. C’ è una pagina del cavalleresco e feroce medio evo rappresentata da quel castello dalle mura crollanti; e l’ espressione più pacifica, più civile dell’evo moderno, rappresentata da quei fabbricati  non più rinchiusi dentro una cinta di fortificazioni, ma sorgenti all’ aperto, quasi come un’ espansione piena di fede, che contrasti le paure e i sospetti medioevali.
Carducci visitando Castelfranco, colpito, dalla bellezza di quello spettacolo, aveva promesso a un suo carissimo amico il Dott. Valerio Bianchetti di scrivere un’ ode; e se essa non vide finora la luce deve essere certamente, perché dopo prove e riprove, il poeta l’avrà trovata sempre inferiore all’ altezza del soggetto.
Chi crebbe in quei luoghi e visse in essi gli anni della fanciullezza e della sua prima gioventù prova un attaccamento, un affetto tanto tenace, quando se ne allontana, che risente uno strappo doloroso nell’intimo dei sentimenti più cari, poiché egli si trova quasi senza accorgersi , avvinghiato col cuore alle mura del suo paese, con quella stessa tessa città dell’ edera, che si abbarbica sui suoi bruni torrioni. E infatti l’essere umano che ama, e che ha bisogno d’ amare, si affeziona volentieri all’ ambiente che lo circonda e tanto più ai luoghi natii, dove ogni pietra racchiude per lui un ricordo degli anni trascorsi. Quando io mi trovo nel mio paese, e passeggio per le sue strade, rifaccio qualche volta, quasi senza volerlo, tutta la storia della mia vita passata, dalle monellerie più ingenue, agli scherzi più audaci premeditati contro qualche bruna fanciulla.
O è il tirante di un campanello visitato di preferenza a maggior disperazione dei vicini; o è il muricciuolo da dove lanciava qualche proiettile provocatore ai passanti; o è un albero di frutti, che mi era ingegnato a rubacchiare; o è una finestra della stanza dell’antico collegio, dove aveva imparato sbadigliando a ruminare il latino; o è un palazzo originale con due bianche colonne di una via solitaria, al quale aveva dedicato i primi sguardi e i primi sospiri; o è lo svolto di una stradicciola romita piena di ricordi piccanti, o è infine un pergolato sepolto nel verde, dove aveva schioccato un bacio traditore a una gentile fanciulla.
Durante gli anni di reclusione in collegio gli affetti per il mio paese si erano raddoppiati, si erano formati in vera valanga; poiché là solo, e per un solo mese dell’anno, potevo dimenticare completamente le asprezze della vita militare. E il lettore per tutte queste attenuanti saprà certamente compatire la lunga tirata, che può avergli dato però una pallida idea de1lo stato dell’ animo mio, mentre mi sentiva trasportato verso questo paese, che racchiudeva tutta l’intimità dei miei affetti, e il profumo delle memorie più gradite.

([1]) Antonio Caccianiga (Treviso, 30 giugno 1823  politico, patriota e scrittore italiano. Podestà e sindaco di Treviso sindaco di Maserada, deputato del Regno d’Italia, prefetto di Udine.

*Fonte “Come si vive nell’Essercito e nella Marina, Genova 1884.

Grande guerra: Veri e falsi miti. Quando la storia fa a pugni con la bugia

(Derio Turcato)
Nell’ultimo periodico edito dall’Amministrazione Comunale di Castelfranco Veneto viene riportato un episodio successo durante la Grande Guerra (1917-1918), che a detta dell’estensore dell’articolo, a seguito di un bombardamento nei pressi della stazione ferroviaria, andò a fuoco qualcosa di non ben definito. Or bene in tale frangente, si distinse un alpino, che ricopriva il ruolo di vigile del fuoco, … il quale non esitò a gettarsi tra le fiamme per spegnere l’incendio…., quello che però  non si capisce è dove si gettò il nostro alpino e con quali effettive gravi conseguenze sarebbero scaturire senza questo gesto.
La faccenda in realtà fu molto ben diversa. Da più fonti, comprese quelle francesi che a Castelfranco avevano posto il comando della Xa Armata, i fatti si svolsero in maniera assai articolata.
La stazione di Castelfranco Veneto era uno snodo ferroviario molto importante per alimentare le nostre e altrui truppe schierate sul Grappa e Montello. Nelle vicinanze erano distribuite numerosi depositi, tra cui quelli destinati a riserva per le necessità dell’artiglieria schierata a supporto dell’esercito.
Si consideri che per una settimana di attività preparatoria ad un assalto, il consumo era di 2.500.000 proiettili, è evidente che tale quantità doveva essere resa disponibile e trasportata, ai depositi e poi alle prime linee e in subordine a disposizione in retrovia per essere recapitata quando bisogno.
Da ciò si può capire che la stazione era un obbiettivo molto importante da colpire da parte dell’esercito austro-ungarico che ripetutamente e in più occasioni lo attuò con incursioni aeree.
Ma veniamo ai fatti. La notte dal 27 a 28 di gennaio 1918 in più ondate (dalle 19 alle ore 5 del mattino) si avvicendarono sul cielo castellano le squadriglie degli aerei austro-ungarici che oltre colpire semplici edifici civili, l’ospedale da campo N.25, si accanirono contro la stazione e le zone limitrofe. Risultò cosi investita la FERVET che era stata convertita in deposito.
Dal bollettino edito dalle ferrovie in data luglio 1918 si ricava ” ….. encomiati per l’azione pronta e coraggiosa svolta in stazione di Castelfranco Veneto nella notte del 26-27 gennaio 1918, durante un incursione aerea nemica, portando prontamente in luogo sicuro una colonna di 37 carri di munizioni due dei quali già cominciavano a bruciare per l’esplosione di una bomba che aveva provocato un incendio nel deposito di balistite dell’officina FERVET:

Franchescetti Cav. Alfredo capo stazione 2 classe
Bafurale Beltramino capo stazione 3 classe
Cappato Pasquale deviatore
Oliosi Vittorio macchinista
Bosia Vittorio macchinista
Goffi Giuseppe fuochista…”.

Dai testi di chimica si ricava che la balistite è infiammabile a 180° e brucia lentamente all’aria libera. Resiste alla percussione, ma esplode sotto l’azione di un innesco. Quindi se non innescata con un apposito mezzo è solo infiammabile, quello che effettivamente successe. L’incendio si rilevò quindi una enorme ‘bubarata’ per dirla come dalla nostre parti, che l’intervento dei ferrovieri evitò si trasformasse in qualcosa di ben più altro effetto. Il nostro alpino pompiere fece il suo dovere, si applicò per spegnere l’incendio nel capannone, ai ferrovieri nessun giusto riconoscimento: tuttora disatteso.
Non si sa da dove provenga la fonte dell’ignoto “giornalista” e nemmeno abbia potuto consultare il Bollettino del Personale delle Ferrovie dello Stato (luglio 1918 pag. 3) che don Giovanni Pastega pure ne parla nelle sue Note. Dunque un encomio andava fatto per i ferrovieri e non nei confronti dell’alpino che prestava il suo servizio, fra l’altro “ignoto” soldato, forse un imboscato o un temporaneo salariato del Comune.
La cerimonia in pompa magna del 4 novembre 2018 ha visto alte autorità militari e istituzionali raccogliersi in segno di memoria verso i caduti “di tutte le guerre” che riempiono lapidi e loculi. Il problema però rimane: dati e circostanze per taluni fatti considerati storici vanno ricordati ma con precisione.

Dall’Istituto San Filippo Neri al Pro Infanzia di Castelfranco Veneto. Una differenza sostanziale

A Castelfranco Veneto, nel pieno di una crisi politica dopo quattro anni di giunta e consiglio dimezzati dalle vicende belliche, si capisce che la guerra ha devastato il territorio e dilaniato la società. Si riparte con tanta fatica. Il Municipio è nelle mani del commissario prefettizio dal 16 luglio 1919 con una diaria di 25 lire al giorno che di politica non ne vuol sapere. E politica significa esprimere proprie opinioni su quello che sta succedendo o quello che è successo a causa della guerra. Un prete politicante e ben noto negli ambienti che “contavano” lancia “Pro Infanzia” come raccolta fondi e stimolo affinché si faccia qualcosa e subito, visto che ormai l’Armistizio e la conferenza della Pace sono da tanti mesi conclusi. Lo Stato manda il commissario prefettizio. Per il resto che ci pensino gli altri, inclusi gli Americani che daranno soldi, viveri, “arnesi”.
L’esempio, sebbene non venga citato da don Pastega, potrebbe essere l’iniziativa di don Celso Costantini che nel dicembre del 1918 venne fondato a Portogruaro un istituto denominato “Ospizio dei figli della guerra” per accogliere gli illegittimi delle terre liberate concepiti durante l’anno dell’occupazione nemica, ovvero nati da donne il cui marito, per le vicende di guerra, era stato assente almeno un anno prima della nascita del bambino. Successivamente l’Istituto accolse anche i bambini nati nelle terre redente, anch’essi illegittimi, figli di ragazze e di vedove, nella maggior parte dei casi, frutto di unioni con soldati italiani durante il periodo di occupazione antecedente a Caporetto. La preferenza era dunque riservata ai nati durante la guerra nelle terre redente e invase, tuttavia l’accesso era possibile a tutti i fanciulli del Regno. Si trattava, insomma, di dare una risposta immediata all’emergenza di ricovero, a quei neonati, che in maniera ambigua erano chiamati i “figli della colpa”, che altrimenti erano esposti al rischio d’infanticidio, di morte per inedia o per maltrattamenti. La paura di fronte al giudizio della comunità o della propria famiglia, il ritorno del marito o di un famigliare dal fronte spingevano le puerpere a sbarazzarsi dell’“intruso” attraverso l’aborto o l’infanticidio come testimoniano alcune fonti giudiziarie o qualche articolo di giornale.
L’Opera Pia, aperta in un reparto dell’ex ospizio per i profughi S. Giovanni di Portogruaro per poi trasferirsi nei locali del seminario di Portogruaro, fu inizialmente  denominato, come si è detto, “Ospizio dei figli della guerra”, ma con il regio decreto del 10 agosto 1919 fu riconosciuta come opera pia con il nome di Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia. L’Istituto rimase sotto la presidenza del fondatore, mons. Celso Costantini, fino al 1922, quando questa passò al fratello mons. Giovanni. Nel giugno del 1923, grazie alla donazione del dottor Vincenzo Favetti, l’Istituto poté trasferirsi a Castions di Zoppola in un edificio più adatto alle esigenze dei bambini ormai numerosi e cresciuti.
“Durante il bombardamento aereo AUSTRO-GERMANICO di Castelfranco-Veneto” è il titolo del libretto . C’è di tutto, dalle stupidaggini alle cose molto serie, dai sonetti ed epitaffi ai “marameo” dentro il campanile, dalle autocelebrazioni al politichese pre-Ventennio. La vita del prete non sembra così tragica. Un don Camillo ante litteram. Si sarà più volte detto: meglio qui a dire messa che al fronte o nelle trincee che prima o dopo saresti scoppiato per aria. Era un profugo sui generis, dovendo percorrere 3,5 chilometri a piedi come “rifugio” in canonica a Campigo. Poi gli fu dato un posto in quello sotterraneo a pochi passi dalla “SUA” chiesa. Il rifugio anti aereo fu costruito dai genieri francesi tra il 1917 e il 1918 che non fu mai bombardato! “Sembrava di essere nella stiva di una nave con tanti letti a castello per un centinaio di soldati!” Una novità assoluta per Castelfranco Veneto, che ci dispiace dirlo e ripeterlo, c’è stata trascuratezza totale sia da parte dei militari italiani sia dei politici locali, quelli che accettarono per interessi personali di condurre il Municipio. Rifugi improvvisati nelle cantine delle case, dentro il campanile, sotto la torre civica. Eppure dal 1916 a tutto il 1917 si notarono tanti sopralluoghi delle squadriglie tedesche…perchè imprecare contro la Luna che permetteva con il suo bagliore dare la rotta ai piloti e bombardare a 150 metri d’altezza?

COMMISSIONE REALE D’INCHIESTA, sezione s. fasc. 3, 0136, Gemona del Friuli, 30 dicembre 1918
La sottoscritta Z. M. di anni 27, nata e domiciliata a Gemona dichiara di essere stata violentata dietro minacce di morte da un soldato germanico nel mese di dicembre 1917. Qualche tempo dopo fu di nuovo costretta a cedere con la forza alle voglie del medesimo soldato. Dalla unione il giorno 8 settembre u.s. nacque un bambino che presentemente tiene presso di sé. Il marito mutilato di guerra (ha perduto un piede) ha dichiarato di non voler tenere in casa questo bambino; è disposto però a continuare a convivere con la moglie.
Letto e confermato il presente la dichiarante si sottoscrive Z. M.

Allegato n. 3, VIII, XVIII
Io sottoscritta dichiaro che durante l’invasione austro-tedesca continuamente venivano in casa mia molti soldati entrando abusivamente e commettendo delle violenze con minacce a mano armata, tanto che una notte cominciarono a sforzare la porta riuscendo ad aprire, allora salite per la mia stanza è stato un brutto momento che si hanno presentati con stili in mano puntandoli verso la mia persona io certo povera vecchia nel momento non sapevo quello che dovevo fare solo che cominciai a chiamare mia figlia dove sentendo la mia voce subito accorse dove trovò a me già svenuta dello spavento e dentro la stanza cinque soldati germanici che erano venuti direttamente per rubare, dove si hanno preso dei polli, che dentro nella medesima casa cominciavano a tirargli il collo, allora mia figlia vedendo tutto questo si slanciò contro detti malfattori impedendogli di volere che commettessero altra barbarie ma tutto fu invano solo che con una spinta la fecero cadere a terra, scesi giù nel primo appartamento cominciarono ad aprire tutti i mobili dove si portarono molto oro, biancheria e tutto quello che vedevano. Questi atti immorali e non da soldati in guerra solo posso dichiarare che era un brigantaggio facendo continuamente da barbari e desolare tante povere fanciulle.
Maria Gardini, vedova Da Ros, Vittorio Veneto, 6 dicembre 1918

REALE COMMISSIONE D’INCHIESTA
Comando III Armata, sf. 70.1, Stato Maggiore, Ufficio informazioni. Comando della III Armata. Stato Maggiore – Ufficio Informazioni 6 dicembre 1918
Il dominio Austriaco nel territorio italiano invaso
[…] [p.13] Gli atti di barbarie venivano compiuti con la piena consapevolezza degli alti Comandi. Basti citare il seguente fatto: il generale comandante la 26° Divisione Honved a Piavon a una madre che si presentò a lui con tre piccoli bimbi perché li soccorresse, affermando che morivano di fame, rispose: “Se avete fame, mangiate prima il vostro bambino più piccolo e poi gli altri”. La terribile riposta corse poi sulla bocca di molti ufficiali a.u. che, trovandola spiritosa (ed autorevole) la adottarono. Se la sentirono ripetere, fra gli altri a Oderzo, la moglie di Antonio Rossetto, ed a Campo S. Pietro i contadini Florian Pietro […], Floriani Angela, loro figlia, Sartor Raimondo. Presso gli stessi comandi dove era stata raccolta la farina requisita, gli ufficiali ne contrattavano come volgari mercanti, la vendita alle povere donne che venivano ad offrire, in compenso, i loro ori e mobili onde poter sfamare i bambini privi di ogni sostentamento. Per 5 kg. di farina una signora diede un cordone d’oro antico di grande valore reale ed artistico.
[…]
[p.14] La poca farina acquistata a così caro prezzo veniva però il più delle volte ritolta con le violenze della soldataglia. Una sventurata madre la quale dopo aver peregrinato da Vittorio Veneto fino a Motta di Livenza, indi a Torre di Mosto, era riuscita ad acquistarvi, dando tutto quello che possedeva, 20 kg. di farina, nel viaggio di ritorno a Motta di Livenza, venne, al passaggio del ponte, fermata dai gendarmi i quali, affermando che era proibito il trasporto della farina da località a località, le ripresero la farina. La povera donna, disperando ormai di poter sfamare i figli, si gettò nel fiume sotto gli occhi dei gendarmi, lasciandovi la vita. Un caso ugualmente pietoso avvenne nella primavera del 1918 a Lutrano di Fontanelle. Ivi quattro povere montanare scese dai monti di Longarone, nel ritornare da Ceggia (dove si erano recate a comperare a caro prezzo, dal Comando a.u. locale, due sacchetti di grano) vennero spogliate del loro prezioso fardello. Non valsero né le preghiere né le lagrime di una di queste povere donne, riuscite vane anche le suppliche in nome dei figli da sfamare, si gettò in un fossato d’acqua dove annegò. […]
[p.17] Le violenze contro le donne non furono, in genere, numerose da parte dei militari a.u. come lo furono invece da parte di germanici nei territori di Conegliano e di Vittorio Veneto. Ciononostante le seduzioni furono casi frequenti; nella solo città di Oderzo si calcola, nel volgere dei dodici mesi dell’occupazione austriaca, una cinquantina di gestazioni illegittime. [p.18] Rari però i casi di libertinaggio; la debolezza con la promessa di ricevere vestiti, calze, scarpe; la fame più spesso con qualche fornitura di cibi furono nella grandissima maggioranza dei casi la causa di queste seduzioni. Non mancarono però anche i casi di violenza: nel dicembre del 1917 due soldati ungheresi penetrati in Soffratta di Vazzola nella casa di un moribondo che assistito da una giovane figlia, invitarono questa ad arrendersi alle loro voglie. Alle ripulse di lei ed alle proteste del padre, finirono questo col calcio dei fucili e violentarono poi la giovane nella stessa camera.
[…]
[p.24] Del Canton Giustina, profuga di Colmirano, frazione di Alano di Piave, attualmente residente in Vallai di Feltre […] racconta che tutta la popolazione del suo paese e delle case sparse nei dintorni, dopo aver subito la spogliazione di tutto quanto possedevano nelle proprie abitazioni di indumenti e di viveri fu raccolta ed ammassata presso Ponte della Stua nei mesi di dicembre 1917 e gennaio ed ivi rimase esposta alle intemperie ed ai tiri di artiglieria provenienti dalle nostre linee. Sotto il tiro gli Austriaci cercavano riparo addossandosi ai fianchi della montagna e negli angoli morti, mentre i borghesi erano costretti a rimanere nella vallata ove si verificarono frequenti perdite. Tutta quella popolazione, composta per la maggior parte di donne, bambini e di vecchi, era costretta alla sofferenza della fame ed a continui maltrattamenti materiali e morali. Una ragazza minorenne fu violentata da soldati nemici sotto gli occhi del padre che fu costretto ad assistere alla scena brutale; altra ragazza pur minorenne fu trascinata dagli Austriaci lontano dal luogo di raccolta di Valle Stua e morì di spavento.
[p.72] Trasaghis, allegato n. 28
Io sottoscrita dichiaro che durante l’invasione austriaca dovetti dipositare a comando militare austriaco tutta lamia roba di casa, perché minacciatta con la baionetta al petto e minaciata di essere fucilata subito se non avessi consegnata detta roba, edio per la troppa paura dovetti consegnare tutto il complessivo di lire 1.150.
Montese Giulia vedova Panza, Farra di Soligo-Col San Martino, profuga a Trasaghis, 30 novembre 1918
Io sotoscrita dichiarato che durante linvasione austriaca fui danneggiata conviolenza e conminacie e conle armi da fuoco puntati al petto alla mia persona, perché io consegnasse tuti gli ogetti dacassa, e poi barbaramente mi anno butatta fuori con cuattro bambini senza avere nessuna pietà.
Balliana Vittoria di Col San Martino, profugha a Trasaghis, 30 novembre 1918
[p.97] Maniago, allegato n. 44
Io sotoscrita dichiaro che durante che siamo statti governati dagli Austriachi abbiamo subito i barberie e spaventi continuato. Una sera sorsatamente sono entrati in casa mia molti soldati austriaci cercando da mangiare, allora fummo ad un tratto agraditi io e la povera mamma visti che delle mani avevamo delli anelli spesialmente a mia madre anno fatto il moso più villano di tirare il cortello per tagliare il ditto per levare lanello allora io mi prontai verso questi malcansoni di pedirli di cometere questa barberia, allora pregai amia madre di cavarsi l’anello e darielo dopo che restatta dirubata io.
Bertoli Assunta, Maniago 3 dicembre 1918
Comando della IV Armata Stato Maggiore – Ufficio ITO. Documenti sugli atti contrari al diritto delle genti commessi dal nemico durante il periodo novembre 1917-ottobre 1918 (a cura di Attilio Vigevano)
1) provincia di Treviso; 2) provincia di Belluno; 3) provincia di Udine; 4) Manifesti di ordini di perquisizione.
Documento 12 bis
Nei primi di settembre 1918, verso le ore 8 vidi 7 soldati ungheresi che avevano mandato i priopri cavalli alla mia vigna, e si come rovinavano tutte le viti cariche di uva, mi avvicinai a loro dicendo loro che per favore se ne andassero; ma uno dei soldati prese un grosso bastone e mi colpì alla testa.
Augusta Menegon, di Fregena, podere Rivanello, 30 dicembre 1918
Documento n. 62
La notte dal 17 al 18 novembre 1917 all’una veniamo svegliati da ripetuti colpi dati con violenza al portone della rimessa. Io per la prima mi alzo e m’affaccio tosto alla finestra per chiedere “Chi è ?” Distinguo cinque figure, una delle quali mi risponde: “Capitano major – requisizione armi e munizioni”. Al chè prego pago abbino pazienza che mi sarei vestita subito per andare ad aprire. Faccio che tutti di casa (mio marito, mia mamma, mia sorelle e la donna di servizio) si alzino e si vestano completamente. Intanto i colpi continuano, il portone viene scassinato, così pure un’altra porta che per una scala secondaria conduce direttamente al piano superiore. Non appena aperta la porta di casa, veniamo brutalmente ricacciati e minacciati dalla punta delle bajonette innestate. […] Incominciarono la perquisizione personale non risparmiando nessuno di noi, nemmeno mia mamma settantenne, […] minacciata con una baionetta puntata sul ventre.
Adele Favretti, Sospirolo, Belluno, 24 dicembre 1918

[Cf. Nell’anno della fame e della violenza Le donne venete nella Reale commissione d’inchiesta 1918-19 a cura di Matteo Ermacora, in Dep, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, Ca Foscari]

Grande Guerra: Liquidazioni dei danni per requisizioni, occupazioni, lavori od altro effettuati dall’esercito nella zona di guerra della provincia di Vicenza. Un nulla di fatto

Alla fine delle ostilità, con il decreto n. 1711 del 15 novembre del 1918, il Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando decise di istituire una commissione di inchiesta incaricata di constatare le violazioni commesse dalle truppe austro-tedesche durante l’invasione del Veneto e del Friuli orientale nel corso del 1917-1918. La commissione, presieduta dal senatore Lodovico Mortara, presidente della Corte di cassazione di Roma, aveva il compito di documentare il trattamento riservato ai prigionieri di guerra e alla popolazione civile, stabilire le responsabilità
individuali ed accertare l’entità dei danni arrecati dall’occupante.
La documentazione raccolta avrebbe dovuto servire a dimostrare l’asprezza del regime di occupazione austro-tedesco alla conferenza di pace di Versailles. Il lavoro di inchiesta procedette rapidamente; sin dalle settimane successive alla fine del conflitto, ufficiali delle armate liberatrici e commissari governativi si fecero rilasciare deposizioni giurate da parte di sindaci, consiglieri, parroci, donne, che avevano sofferto le privazioni materiali e le violenze commesse dalle truppe austro-tedesche nel corso della dominazione straniera. I lavori della Commissione, che si
protrassero sino al luglio del 1919, si tradussero in circa 5.000 “relazioni orali” e
più di un migliaio di relazioni scritte. L’indagine sfociò nella redazione di 7 volumi,
pubblicati tra il 1920 e il 1921. La documentazione originale della Commissione di inchiesta – costituita da materiali preparatori, questionari, relazioni, interviste – è conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Pur con forti limiti dovuti alla celerità dell’inchiesta, degli intenti che questa si prefiggeva e del clima in cui questa venne condotta, i documenti raccolti rappresentano una fonte preziosa e quantitativamente rilevante per ricostruire le condizioni di vita delle popolazioni occupate e le modalità del regime di occupazione austro-tedesco.

Molti confondono retrovie come fossero state zone di serie B, ma la risposta ce l’abbiamo da come risponde il Commissario generale per le armi e munizioni:
Commissioni revisione affitti e requisizioni», il compito, ira l’altro, di risolvere e liquidare le occupazioni irregolari, continuative e transitorie, nonché i danni ai terreni e ai fabbricati causati da occupazioni irregolari, sia nel territorio invaso dal nemico, sia entro la zona attualmente dichiarata in istato di guerra.

La libertà di ritornare nel suo paese è limitata per ovvie ragioni, fra le quali quella dell’ordine pubblico, cioè sospetti che molti di loro fossero dei sovversivi o cagionassero guai?
Tuttavia limiti a questi trasferimenti sono posti necessariamente da difficoltà materiali di vario ordine, di spesa, di servizio ferroviario, di alloggio, di approvvigionamento e anche di ordine pubblico.

LEGISLATURA XXIV – Ia SESSIONE – DISCUSSIONI – TORNATA DEL 21 NOVEMBRE 1918
Deputato Roi. — Al commissario generale per le armi e munizioni. — « Per conoscere come intenda di provvedere più sollecitamente alle liquidazioni dei danni per requisizioni, occupazioni, lavori od altro effettuati dall’esercito nella zona di guerra della provincia di Vicenza, dove i reclami e gli accertamenti non liquidati si vanno accumulando inevasi in modo impressionante, procurando lamenti gravissimi da parte dei danneggiati che aspettano anche da oltre tre anni il Pagamento del loro avere ».
RISPOSTA. — «In ordine alle liquidazioni, occupazioni, lavori ed altro effettuati dall’esercito in provincia di Vicenza, come 111 genere in tutta la zona di guerra, occorre distinguere fra danno di guerra, requisizioni regolari e requisizioni irregolari. « Circa i danni di guerra veri e propri, dei quali con decreto luogotenenziale 8 giugno 1°18, n. 780, è stato riconosciuto in massima per le Provincie invase il diritto a risarcimento nei limiti e con le modalità dà stabilirsi con legge speciale, è da osservare che, non essendo ancora’ promulgata siffatta legge, non è per ora ammessa una regolare procedura di accertamento e di liquidazione, ma soltanto è data facoltà al Governo di ricevere e di esaminare le denuncie dei danni di guerra anche per l’eventuale conservazione delle prove: denuncie della cui raccolta e coordinazione è “incaricato l’Alto Commissariato dei profughi di guerra.
«Riguardo alle requisizioni regolari, effettuate cioè con l’osservanza delle norme regolatrici della materia in zona di guerra, non constano al Ministero né al Comando Supremo inconvenienti nel servizio di liquidazione delle corrispondenti indennità e può assicurarsi che gli. eventuali reclami degli interessati vengono esaminati sollecitamente.
« Relativamente, infine, alle requisizioni irregolari – a quelle, cioè, eseguite senza regolare ordine e precetto di requisizione, o senza regolare presa di possesso, o verso rilascio di buoni difettosi – s i deve far presente che per disciplinare questa importante materia è stata di recente emanata dal Comando Supremo (Segretariato generale per gli affari civili) apposita circolare, portante la data del 22 agosto prossimo passato e il numero 228624, con la quale viene demandato ad apposite Commissioni già esistenti presso le Intendenze d’armata, e che sono venute ad assumere la denominazione di « Commissioni revisione affitti e requisizioni», il compito, ira l’altro, di risolvere e liquidare le occupazioni irregolari, continuative e transitorie, nonché i danni ai terreni e ai fabbricati causati da occupazioni irregolari, sia nel territorio invaso dal nemico, sia entro la zona attualmente dichiarata in istato di guerra. In conseguenza alle liquidazioni delle indennità dovute per requisizioni irregolari si ha ora affidamento che sarà proceduto con la maggiore sollecitudine.
« Qualora, tuttavia, fossero segnalati casi specifici di ritardata liquidazione, non si mancherebbe di prendere di volta involta gli opportuni provvedimenti.
« Il commissario generale « ÑAVA » .

LEGISLATURA XXIV – Ia SESSIONE – DISCUSSIONI – TORNATA DEL 21 NOVEMBRE 1918
Deputato Rota ed altri, — Al presidente del Consiglio dei ministri. — « Per sapere per quali motivi la massima parte dei prefetti del regno si oppongono sistematicamente alle prescrizioni chiaramente date dall’ Alto Commissariato per i profughi di guerra relative al trasferimento da una provincia all’altra dei medesimi per ragioni di salute, di famiglia e di lavoro, ragioni imposte dai più elementari doveri di umanità e dal più evidente interesse nazionale e per sapere in quale modo intenda di por rimedio a questo stato di cose, poiché gl’inconvenienti che ne derivano sono dopo otto mesi arrivati ad un punto tale da non poter più essere giustamente tollerati né dai profughi, è dai loro rappresentanti ».

RISPOSTA. — « Nei limiti del possibile il Commissariato, dei profughi ha disposto, e gli uffici governativi provinciali hanno eseguito, i trasferimenti di profughi da provincia a provincia richiesti in base a motivi di salute, di famiglia, di lavoro.
«Tuttavia limiti a questi trasferimenti sono posti necessariamente da difficoltà materiali di vario ordine, di spesa, di servizio ferroviario, di alloggio, di approvvigionamento e anche di ordine pubblico. 
«Devesi poi aggiungere che le richieste di trasferimento fatte direttamente dai profughi o da loro intercessori e rappresentanti, così come le indicazioni di impiego assicurato, con cui i richiesti trasferimenti sono motivati, sono t molto spesso fallaci. Per modo che le persone citate come quelle che avrebbero offerto ai profughi protezione e lavoro, dichiarano poi di non aver nulla promesso; e spesso i profughi trasferiti secondo la loro domanda, dichiarano di non volere più muoversi o di volere sede diversa da quello prima richiesta.
«Tuttavia, nonostante queste numerose difficoltà, subbiettive ed obbiettive, l’Alto Commissariato e gli uffici esecutivi procurano di compiere tutti i possibili aggruppamenti di famiglie profughe, precisamente richiesti ed utili.
« Il sottosegretario di Stato : per Vinterno»
« B O N I C E L L I »

Scarabellotto, il blogger castellano di Cent’anni fa. Cenone di Natale e poi tempesta di bombe su Castelfranco Veneto

DA DINO SCARABELLOTTO (Dattiloscritto senza data, ripreso da Luigi Urettini, in “Storia di Castelfranco”, Il Poligrafo, Padova,1992, p. 122).
 
“I cuochi delle mense francesi acquartierati qui per festeggiare il Santo Natale acquistarono tutti i tacchini e i polli che i contadini della zona avevano portato al mercato. Pagando profumatamente ogni cosa si portarono via tutta la verdura, compreso naturalmente il rinomato radicchio di Castelfranco, ed altri ortaggi e frutta che si trovavano nella piazza quella Vigilia di Natale del 1917. Quel Natale fu passato qui in fraterna unione fra la cittadinanza castellana e i soldati alleati e si manifestava vieppiù con le abbondanti libagioni e gli evviva di “Bon Noel”. I soldati uniti a borghesi castellani tutti cantavano la popolare canzonetta di guerra francese allora in voga “La Maddalen….capural de fantasie“.
Lo scenario sembra uscire più dalle pagine della cavalleria rusticana che da un blogger che da lì a poco capiterà una tragedia incombente. Fortunati dunque i contadini ma non certo quelli che perirono sotto le macerie nella notte di San Silvestro e nei giorni tra il 4 e il 5 gennaio 1918.
Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe (ndr, sulla Castellana?) con morti e feriti. Di fronte a questo dato da bollettino militare non ci sono prove, perchè altri castellani dichiararono essere cadute circa 400 bombe, così anche la “mappa bombe” inviata alla Reale Commissione parlamentare del 17 giugno 1919. Memoria e Storia che si sovrappongono di fronte ai fatti delittuosi accaduti, sui quali militari, politici e preti non avrebbero reso giustizia e verità (ad esempio le violenze su donne e bambini). Castelfranco non ha avuto la fortuna di Guernica, un Picasso che l’abbia immortalata. Il marasma e la confusione hanno spianato la strada della dittatura e sopraffazione. Come possiamo leggere nell’interrogazione del socialista ferrarese Lollini nella tornata del 27 febbraio 1921: “Onorevoli colleghi, il gruppo parlamentar e socialista, al quale mi onoro di appartenere, ha presentato una mozione sulla politica interna, e mi ha dato l’incarico di chiederne al Governo ed alla Camera la immediata discussione. La mozione presentata è del seguente tenore: “La Camera, costatando che gli ultimi episodi di violenze organizzate in varie regioni d’Italia conducono inevitabilmente il paese alta guerra civile: rilevando che il Governo e le autorità locali assistono impassibili alle minacce (Interruzioni – Rumori), alle violenze, agli incendi da parte di bande armate, e pubblicamente organizzate a tale scopo, e le proteggono anche con l’impedire la difesa legittima delle persone, delle amministrazioni, e delle organizzazioni colpite, condanna la politica del Governo”. (…) “Ma lasciate, onorevoli colleghi, che affermi che quello, che sta avvenendo ora in Italia, ha un carattere tale che, se qui dentro, e dai banchi del Governo, e dai banchi dei deputati di qualsiasi colore, “si lasciasse anche solo intravveder e che non si ha la sensazione della enorme gravità dei fatti, ciò vorrebbe dire che quest’Assemblea manca nonché di anima politica, di anima umana. (Approvazioni all’estrema sinistra – Rumori da altre parti)

“Mappabombe” austro-germaniche e lo “scialle” del generale francese. Crimini e disavventure nella città di Giorgione durante la Grande Guerra

La polemica ormai sta esondando, non si parla altro che della “targa” dedicata al generale francese, inaugurata il 4 novembre 2018 in pazza Giorgione di Castelfranco Veneto (Tv). Dal Corso XXIX aprile alla Piazza ci sono lapidi e un monumento ai caduti delle guerre devastatrici (lato Giardini). Segni tangibili, assieme alle lapidi di via Riccati sui muri della Scuola (forse in futuro Conservatorio musicale), di un popolo guerresco (guerre di difesa, belle, giuste e sante e di aggressione, tutt’un fascio). L’ultima targa ricordo parla del generale Lucien Zacharie Marie Lizé (Angers 25.02.1864-Castelfranco-Galliera 5.01.1918) che fu a capo della Decima divisione armata di Artiglieria (pesante e genieri), insediatasi a Castelfranco il 5 dicembre 1917, cinquantadue giorni dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), in cui l’Esercito italiano (Cadorna) ed i suoi alleati dovettero arretrare di quasi cento km dal precedente confine isontino. Battaglie frontali sui monti, incursioni aeree sulle città indifese. Un disastro annunciato per chi era dietro le quinte, una sorpresa per il popolo (il 98 per cento!). Gli strateghi sapevano. E questo è, se volete, il primo aspetto tragico della storia italiana. Gli storici si dividono. Fu un atto dovuto anche la chiesa cadde nella rete. Castelfranco, come molti altri comuni, si ritrovarono da un giorno all’altro sul fronte (il raggio aereo superava quello vecchio ottocentesco del tiro del cannone. Lo sapevano gli strateghi ma non mons. Giacinto Longhin che scrisse al Papa Benedetto XV implorandolo d’intervenire presso le potenze belligeranti). Poco importa se i politici di allora facevano finta di giocare con le parole, pro o contro l’intervento (i socialisti che gridavano “viva la bella guerra”, anche in consiglio comunale!). Così pure la Chiesa tanto ramificata che avrebbe potuto rivoltarsi e trasformarsi in martire contro la guerra. Invece no. Mandiamo i preti cappellani e seminaristi nelle trincee, negli ospedali. Nel giro di poche settimane gli abitanti si ritrovarono occupati e presidiati dai militari. Le amministrazioni comunali chiudevano i municipi e si trasferivano altrove. Però dove c’era bisogno di una “primordiale” amministrazione per le cose correnti, visto che di manovalanza ce n’era sempre bisogno e i campi bisognava comunque lavorarli per sfamare le truppe (altro che “buoni affari”, come lo stupido garzone Scarabellotto detta al suo biografo), rimase in piedi con il bene placido di una garanzia di salvacondotto. Un profugato di casa nostra che andava a Campigo o a Treville a passare la notte o si rinchiudeva dentro il campanile della Pieve.
Castelfranco era presidiata (militarizzata) dall’esercito italiano, poi vennero i Francesi che qui trovarono una ragione in più per stabilirsi (una strategia ben studiata come supporto e da contraccolpo). L’obiettivo era un nemico comune, l’austro-germanico, che per il Veneto francamente era poca cosa (alcune parti del litorale adriatico ex Serenissima), ma non il Friuli Venezia Giulia o il Trentino irridenti, da un secolo ormai sotto l’Austria. Una guerra che è costata miliardi per alcuni km quadrati? Forse era meglio convivere e cooperare in un buon vicinato.
Detto questo, senza nessuna pretesa di avere la verità assoluta sulla Storia, a Castelfranco è successo il finimondo durante il 1917-1918: violenti bombardamenti aerei austro-germanici l’hanno distrutta con la consapevolezza di disintegrare il tessuto sociale che rimaneva ancora in vita (ne abbiamo le prove!). Si possono capire gli attacchi frequenti alla stazione ferroviaria, ai treni zeppi di materiale bellico, di soldati, alle fabbriche più o meno trasformate in depositi di armamenti o riconvertite per l’assemblaggio, ma non si possono cancellare le bombe granata e incendiarie lanciate contro ospedali, siti adibiti al pronto soccorso e all’obitorio. Altro che “pollaio di 150 galline maciullate!” (Cf. Don Pastega, nota ripresa da Urettini e Gomierato). Oltre all’uccisione di civili che si trovavano nei paraggi dei bersagli aerei (donne e bambini), caddero feriti già ricoverati, anziani infermi, medici, infermieri, volontari, suore e un frate. Questi furono e rimangono crimini impuniti. I piloti austro-ungarici ed i loro comandanti sono stati dei criminali.
Già all’epoca esistevano delle convenzioni di diritto umanitario che tutelavano i feriti, il corpo sanitario e i prigionieri di guerra. Già all’epoca con i trattati di pace di Versailles furono decisi risarcimenti e sanzioni per danni di guerra e per i crimini commessi (l’Alta Corte di Lipsia).
Non ricordarlo cent’anni dopo, soprattutto da sindaci e amministratori che si atteggiano ad essere “per la pace e per il principio costituzionale che l’Italia ripudia la guerra come soluzione di controversie”, promotori dei Diritti dell’uomo, della Carta delle Nazioni Unite e del Diritto umanitario internazionale, significa prendere in giro i nostri parenti e amici morti ingiustamente. Oltre al danno anche la beffa.
E così fu anche per lo sfortunato generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé, al quale è stata dedicata una targa in piazza Giorgione. Targa, fra l’altro errata. Una settimana prima della sua infame uccisione (fine dicembre 1917), l’esercito francese aveva conquistato Tomba-Monfenera, sequestrando cannoni, mitragliatrici, armi e catturando 1500 soldati austro-ungarici (albanesi?). Una vittoria che causò immediate rappresaglie qui da noi.
Analizzando e confrontando la notizia data per certa sulla dinamica della morte del generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé che, secondo una schiera di autori locali, fu colpito il quattro gennaio 1918 da una scheggia di bomba aerea mentre attendeva in auto l’autista che lo doveva portare via….usciva dall’albergo alla Spada… ci si è accorti che i conti non quadravano. Il merito va dato alla ricerca certosina di Derio Turcato che ha scovato le informazioni precise e non “inventate” dal notista di turno (dal parroco don Pastega o dal farmacista Leonardi).
Infatti, secondo fonti militari ufficiali, firmate e catalogate (ospedale d’evacuazione, testimonianze di ufficiali militari, memoriali) la bomba aerea che lo ha colpito è scoppiata alle ore 5:10 del 5 (cinque) gennaio 1918, trasportato d’urgenza al reparto chirurgico alle 7:30, morirà alle 9:35 all’ospedale di evacuazione a Galliera. Si noti che quattro giorni prima gli ospedali castellani subirono ingenti danni di bombe aeree, molti feriti e una trentina di morti, fra cui il chirurgo dott. Malatesta, il collega dott. Bagagnone, l’infermiere Della Massa…il frate minore padre Geremia Monaco, … tutti nomi dimenticati! Niente targa per loro. Vergogna.
Con due diversi dettagli (che abbiamo chiamato “varianti in corso d’opera” dati neo amministratori laureati in architettura o diplomati geometri):
– l’unica fonte scritta castellana (un libretto parrocchiale di 68 pagine dal titolo “Durante il bombardamento aereo austro-germanico su Castelfranco-Veneto”, pubblicato tra sett/ott 1919 da don Giovanni Pastega, parroco della Pieve) afferma che: il generale Lizet (sic) viene colpito da scheggie di bomba mentre metteva il piede sullo staffone dell’automobile. L’infelice Generale cadde a pochi metri dal monumento del Giorgione...” Il libercolo, ricordiamolo per inciso, ha il “Nulla osta alla stampa del 6 settembre 1919 di Mons. dott. Valentino Bernadi e l’IMPRIMATUR della Curia Vescovile del 6-9-19 di Mons. Vitale Gallina, Provic. Generale.
– La seconda fonte manoscritta privata di qualche anno più tardi (Zibaldone del farmacista veneziano Giuseppe Leonardi, che fungeva anche come assessore nel periodi guerra) racconta che “il generale Lizet (sic) stava seduto nell’auto ed aspettava l’autista ch’era andato a prendergli uno scialle in albergo” e “quando tornò trovò un ammasso di roba in cui non si distingueva niente. L’albergo è “Alla Spada”.
Cent’anni dopo si può ancora ripeterli in pubblicazioni (Urettini, Gomierato), nei social (sindaco Bonaldo) e sul palcoscenico del Teatro Accademico (Bonaldo e Simeoni)?
Si tratta di notizie narrate in taccuini sporchi e unti di “sangue e fango”, di “castrato e di frittata”, che vanno bene per una commedia pirandelliana ma non per la Storia.

Staffone dell’automobile” o “scialle” personale? Un po’ colorita la sequenza di morte sotto un “violento bombardamento” tedesco come i dispacci militari francesi puntualizzano. Dove fu colpito – locus delicti? “A pochi passi dal monumento del Giorgione” o nei pressi dell’Antico Albergo alla Spada dove alloggiava?
Dal 4 novembre scorso la targa municipale è fissata su un muro dei portici (si intravedono vetrine Benetton e Max Mara) che nulla c’entra con il preciso luogo dello scoppio. Lo studioso Derio Turcato giustamente entra nel merito della questione sia balistica che fotografica, criticandone la sistemazione improvvisata e romanzata dai castellani. Stando alle sue inconfutabili prove potrebbe trattarsi di ben tre “locus delicti” visto che non c’è nessuna fonte scritta dello stesso giorno. Il Municipio era chiuso, la polizia municipale, i cronisti non esistevano e tanto meno le autorità militari italiane si preoccuparono dei dettagli procedurali. Non è forse sufficiente per capire in quale stato fosse la città murata?   

Il punto però che ha sollevato tante critiche nei confronti dell’amministrazione locale (Lega e FI) che si rende complice della politica di basso calibro di tutto l’arco del ‘900, è l’esempio di una “MAPPA DELLE BOMBE AEREE” (con i puntini rossi indicanti dove sono cadute!) che i vari narratori castellani pubblicarono nei loro libri (pagati anche con soldi pubblici), senza accorgersi che tale documento amministrativo faceva parte di una delibera di Giunta, quale “Pianta topografica della Città di Castelfranco … con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche …. Conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico”, firmato dal sindaco Ubaldo Serena il 17 giugno 1919.
In altre parole, e fino a prova contraria, il caso di Castelfranco Veneto rientrava a pieno titolo nei “faldoni” della Commissione (reale) d’inchiesta parlamentare per stabilire i danni da azioni criminose dei belligeranti, in base ai Trattati di Versailles del 1919, che istituiva l’Alta Corte di Giustizia a Lipsia (Corte Suprema).
E l’Italia che fece? “…finì con la marcia su Roma!
Al dopo sindaco Ubaldo Serena (18.07.1914-16.07.1919) ci furono due commissari prefettizi (Pastore e Zanframundo, 16.07.1919- 27.09.1920) che, naturalmente la neo laureata ex sindaco Maria Gomierato, come tutti i suoi precedenti “autorevoli” padri storici ‘bianchi’, non si accorsero del vacuum legislativo, amministrativo e politico. Un va e vieni di commissari fino alla consolidata instaurazione dei podestà. Nel merito, l’A. non si accorge delle inesattezze, contraddizioni, e per così dire panzanate che si ritrovano nelle sedute della Giunta o dei Consigli comunali. Mescola il sentito dire, già peraltro oggetto di richiamo dal prof. Luigi Urettini nel 1992, ricco di spunti ma infelicemente di parte (aderente al Pdup), con “faldoni amministrativi”, quasi che si trattassero di sovrapposizioni socio-politiche. Storici populisti senza accorgersene che oggi attaccano il governo.
In altre parole, nel 2018 l’esimia A. di “Guerra e Pace in Consiglio Comunale“, frutto di una faticosa e sofferta laurea in Scienze Politiche con il prof. Almagisti, avrebbe dovuto dimostrare più autonomia e senso di onestà intellettuale nell’affrontare la storia di un ventennio così tragico e nefasto. Le leggi valgono per tutti e la politica non è un passatempo come molti purtroppo l’hanno concepita. A chi serve ri-pubblicare pensieri già detti in precedenza, senza cogliere la loro incongruenza?
Di tanto in tanto il libro diventa autocelebrativo e biografico, prende spunto da certi fatti e li accomuna al presente, l’esempio del profugato, dell’assistenza, dell’impegno politico per “chi sceglie di fare” il Consigliere o l’ Assessore. Non si accorge che anche in quei tempi la società era piena di pregiudizi contro il profugo “se non stai buono ti faccio mangiare dal profugo” (Cf. la battuta del farmacista Leonardi di ritorno da Milano-Lainate dove aveva messo al sicuro la moglie, il figlio Pierino e la governante, “con i migliori materassi di lana, spediti a Rho”!), lo sfruttava e segregava (le lavandaie, le sartine, le donne del piacere, le servette) e che il Comune era presidiato e censurato. Ma come dicevamo, il fatto per noi molto grave è la sventurata mancanza di non essersi accorta che “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711)”, fu un capitolo così importante che le avrebbe permesso di comprendere come mai il sindaco Ubaldo Serena fu costretto a redigere il “Mappabombe” del 17 giugno 1919, prima di andarsene; e il parroco della Pieve nel settembre dello stesso anno (c’era il Commissario prefettizio Pastore), quale “politicante don Pastega” improvvisò un incontro pubblico per costituire un fondo pro Infanzia (orfani e poveri). E distribuì un libretto, una miscellanea di fatti e pensieri pericolosi, che lo si capisce con il senno di poi, di grande valenza politica, a differenza dei “politici comunali” (sindaco, assessori e segretario) che non hanno lasciato tracce di cronaca quotidiana. Con tutta evidenza della ferrea censura in vigore. Dunque un governo fantoccio.
P
er concludere, ricordiamo che dagli artt. 227-229 del Trattato di Versailles ci fu la proposta di attivazione dei giudizi davanti alla Corte Suprema di Lipsia con processi e sentenze. Il “Mappabombe” va inquadrato in questo preciso fatto storico che, a nostro avviso, rimangono dei crimini impuniti. Non si capisce l’atteggiamento del cronista de La Tribuna di Treviso, presente in conferenza stampa del 26.11 presso la sede di HISTOIRE , al quale sono stati consegnati copie di materiali originali e inediti per il suo giornale, non abbia voluto fare un pezzo sui fatti storici qui elencati. Si spera di un prossimo rimedio onde evitare che si continui a scrivere “Bugie e retorica in Consiglio comunale tra guerra e pace”. Che queste nostre osservazioni siano almeno come moniti solenni della coscienza morale della castellanietà.

Note e bibliografia

  1. Il processo di Lipsia fu un processo a criminali di guerra tedeschi della prima guerra mondiale, tenutosi nel 1921 dalla Corte Suprema Tedesca, come parte delle sanzioni imposte al Governo Tedesco nel Trattato di Versailles che così dispone:

Parte VI. Prigionieri di guerra (articoli 214-226). Contiene le disposizioni per il loro rimpatrio.

Parte VII.-Pene (articoli 227-30).-Viene stabilito che dei tribunali appositi costituiti dagli Alleati giudicheranno l’imperatore Guglielmo II e tutti gli altri che avessero offeso la morale internazionale, la santità dei trattati, e le leggi e i costumi di guerra.

Parte VIII. Riparazioni (articoli 231-247). Questa parte incomincia col riconoscimento da parte della Germania di essere colpevole dell’aggressione contro gli Alleati (art. 231) e quindi dell’obbligo delle riparazioni. Poiché per il momento gli Alleati non erano in grado di fissare i danni sofferti, così veniva affidato a una Commissione delle riparazioni il compito di stabilire il loro ammontare e le quote annue che la Germania avrebbe dovuto pagare per un periodo di 30 anni a cominciare dal 1° maggio 1921. Prima di questo termine avrebbe dovuto pagare, in danaro o in merci, 20 miliardi di marchi oro. Veniva anche stabilita la restituzione di tutto quello che aveva sequestrato o requisito durante la guerra, e veniva pure stabilito che dovesse sostenere le spese del corpo di occupazione e consegnare quegli approvvigionamenti o materie prime che gli Alleati avrebbero stabilito e che sarebbero state computate in conto riparazioni.
Parte IX. Clausole finanziarie (articoli 248-263). Contiene le diverse disposizioni relative al modo di pagamento.
Parte X. Clausole economiche (articoli 264-312). Riguarda le relazioni commerciali, dogane, navigazione, dumping, il trattamento da farsi ai cittadini dei paesi alleati, l’applicazione di trattati e convenzioni economiche, le comunicazioni postali e telegrafiche, i debiti, le proprietà, i diritti e interessi di cittadini alleati in Germania, i contratti, le prescrizioni, le assicurazioni, la proprietà industriale, ecc.

  1. La Commissione francese (decr. 23 settembre 1914) per l’accertamento degli “atti commessi dal nemico in violazione del diritto delle genti”.
    È opportuno, a questo punto, precisare -in vista degli ulteriori sviluppi dell’indagine – che l’iniziativa italiana della nomina di un’apposita commissione per l’accertamento delle violazioni realizzate nel corso della prima guerra mondiale ebbe, significativamente, non pochi precedenti all’estero. Primo tra questi, in ordine di tempo, era quello attivato dal decreto emesso a Bordeaux il 23 settembre 1914 (Journal Officiel  26 settembre) a nome del presidente della Repubblica Francese (B. Poincaré), e a firma del presidente del consiglio dei ministri René Viviani. (…)
  1. Nel II volume dei “Rapports”, pur esso pubblicato nel 1915, si dava ampiamente conto (pp. 77) di un supplemento di indagini condotte dai commissari in alcuni dipartimenti (dell’Isère, della Savoia e dell’Alta Savoia) per raccogliere informazioni in merito agli inumani trattamenti subìti dai prigionieri civili sequestrati in massa – si trattava di un contingente di circa 10.000 persone, non escluse tra queste donne, anche incinte, bambini e persone anziane – poi trasferiti in terra nemica, e quindi da poco rimpatriati.
    Nel volume III-IV dei “Rapports”, relativo all’arco temporale 1914-1916 e ad altre tematiche (pp. 271), una prima parte (datata 1° maggio 1915) concerne, con maggiore completezza – così i commissari ne riferiscono al Presidente del Consiglio – “gli atti di slealtà o di barbarie di cui i combattenti, come il personale medico addetto al nostro esercito, sono stati vittime da parte del nemico”, ed è ripartito nei seguenti capitoli: “Prigionieri civili o militari posti a scudo davanti alle truppe nemiche”; “Impiego di munizioni e di armi vietate dalle convenzioni internazionali”; “Massacri di prigionieri e di feriti”; Attentati contro il personale sanitario e bombardamento di ambulanze”; una seconda parte (datata 6 maggio 1915), concerne il primo impiego, da parte delle truppe tedesche, dei gas asfissianti come mezzo di combattimento. Segue la raccolta dei verbali di audizione, corredata da documenti fotografici. (Cd. Treccani online)
  1. Paolo Spinelli, La Corte Penale Internazionale e i rapporti con L’ONU, Università Tre, 2002-2003 (tesi online).
    “Ciononostante, la concezione che aveva dominato fino alla fine dell’800 era stata messa in discussione e si era fatta strada l’idea opposta secondo cui, al fine di favorire il ritorno alla pace, era necessario evitare l’impunità e assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini internazionali. Per la prima volta si parlava della responsabilità penale individuale degli organi dello Stato, e in particolare dei Capi di Stato. Ne è testimonianza l’attività del Comitato consultivo dei giuristi della Società delle Nazioni, incaricato, nel febbraio del 1920, di redigere il progetto di Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale, ai sensi dell’art. 14 del Patto. Su proposta del Presidente Descamps il Comitato proponeva la creazione di un Alta Corte di giustizia internazionale.”
  1. Mario Pisani, La Grande Guerra, I crimini di guerra e i processi di Lipsia (1921):
    Il Kriegsbrauch im Landkrieg, stampato a Bruxelles in tre piccole dispense nel novembre 1914, col consenso dell’autorità militare tedesca, e consegnato dal giornalista Luigi Barzini a chi ne curerà la traduzione (con una prefazione ed un’appendice): v. Icilio Bianchi, Le leggi della guerra secondo il grande Stato Maggiore germanico, Milano, Ravà & C. Ed., 1916, pp. 52.
    A questo manuale lo stesso Barzini aveva dedicato una serie di articoli nel Corriere della Sera, scrivendo, tra l’altro: “Col Kriegsbrauch im Landkrieg si è voluto dare al soldato l’impulso cieco, terribile, impetuoso, ma diretto ed efficace del proiettile. Bisognava che non fosse più un uomo ma un ordigno spietato; che nessun sentimento ne deviasse o rallentasse l’azione, che alla sua coscienza individuale subentrasse la coscienza collettiva di un furore necessario, doveroso, meritorio. La tradizione è soppressa; il diritto delle genti è soppresso; si è combattuta la sensibilità, la compassione, l’umanità come un male, una debolezza, un errore. Si è semplificato il lato morale della guerra istituendo un nuovo e facile concetto sommario del lecito e dell’illecito: è legittimo tutto ciò che può giovare al successo, è illegittimo tutto ciò che può imbarazzarlo. Non rimane vivo che questo punto di vista, e il sangue e il pianto d’un popolo inerme non sono più elementi apprezzabili che per gli effetti che possono avere al raggiungimento dello scopo.
    Questa enormità è stata preparata senza odio, in piena pace, studiosamente, scientificamente, non per spirito di violenza ma per calcolo, svalutando tutto quello che non convergeva verso la vittoria, isolando la materia militare da ogni considerazione estranea all’efficacia dell’azione”.
    Quanto poi alle persone “colpevoli di reati contro i cittadini di una delle Potenze Alleate ed Associate”, l’art. 229 del Trattato prevedeva che esse venissero processate dal tribunale militare dello Stato interessato, ovvero, nel caso di reati contro cittadini di più di una di tali Potenze, da tribunali composti da esponenti delle diverse Potenze: il tutto facendosi salvo il diritto alla nomina di un difensore.
    Quel che è certo è che la guerra del 1914-1918 realizzò per davvero, e nonostante le reiterate deprecazioni ed esortazioni di Benedetto XV, una “orrenda carneficina”, un “suicidio dell’Europa civile”, e, in definitiva, una “inutile strage”, e che altri inutili stragi, anche nelle dimensioni di genocidi, hanno poi imbarbarito il corso dei decenni successivi, fino ai giorni nostri. L’impeto delle violenze e delle perversioni molteplici che ha animato quelle stragi, e quei genocidi, non ci consente di pensare che, a fermarli e a prevenirli, sarebbero state idonee e sufficienti le sentenze di un qualsiasi tribunale, nazionale, internazionale o sovranazionale.
    Le sentenze giuste dei tribunali più autorevoli potevano e possono però valere almeno come moniti solenni della coscienza morale dell’umanità.