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AIDANEWS RIPARTE CON ROBERT CAPA | Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme

Da oggi si inizia una nuova era. La rivista culturale Aidanews celebra i suoi 25 anni all’insegna dell’Arte e della Cultura. Siamo lieti di riaprire le finestre sul mondo con nuovi articoli ogni settimana! Ecco il primo…

FRANCE. Paris. 1951. Robert Capa photographed by Ruth Orkin.

È un Capa “altro”, quello che questa grande mostra propone. E lo dichiara già dal sottotitolo, quel “fotografie oltre la guerra”, frase emblematica dello stesso Capa, che pone l’attenzione proprio sui reportage poco noti del grande fotografo”. La annunciano Federico Barbierato e Cristina Pollazzi, rispettivamente Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Abano Terme.

Reportage poco noti, ma non meno importanti e potenti. Semplicemente sopraffatti dall’immagine di lui come straordinario interprete dei grandi conflitti.
E’ una mostra, quella curata da Marco Minuz e promossa dal Comune di Abano Terme a Villa Bassi Rathgeb dal 15 gennaio al 5 giugno 2022, che vuole far uscire Capa dallo stereotipo di “miglior fotoreporter di guerra del mondo”, come ebbe a definirlo, nel 1938 la prestigiosa rivista inglese Picture Post. L’obiettivo è invece puntare tutta l’attenzione sulla sua fotografia lontana dalla guerra.
“Non vi è dubbio – riconosce il curatore – che l’esperienza bellica sia stata al centro della sua attività di fotografo: la guerra civile spagnola, la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone, la seconda guerra mondiale e quella francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni. Acquisendo, in queste azioni, una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione: Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza alla realtà. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso”.

Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio l’originale progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme che vuole esplorare, attraverso circa un centinaio di fotografie, parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute.
“Robert Capa. Fotografie oltre la guerra” esplora il rapporto del fotografo con il mondo della cultura dell’epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate.
Affascinante la sezione dedicata ai suoi reportage dedicati a film d’epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l’attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena. Nell’arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all’oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Completa il percorso la sezione dedicata alla collaborazione tra lo scrittore americano Steinbeck e Robert Capa che darà avvio al progetto “Diario russo”.
Nel 1947 John Steinbeck e Robert Capa decisero di partire insieme per un viaggio alla scoperta di quel nemico che era stato l’alleato più forte nella seconda guerra mondiale: l’Unione Sovietica. Ne emerse un resoconto onesto e privo di ideologia sulla vita quotidiana di un popolo che non poteva essere più lontano dall’American way of life. Le pagine del diario e le fotografie che raccontano la vita a Mosca, Kiev, Stalingrado e nella Georgia sono il distillato di un viaggio straordinario e un documento storico unico di un’epoca, salutato dal New York Times come “un libro magnifico”.
Un reportage culturale sulla gente comune di uno dei paesi meno esplorati dai giornalisti e reporter mondiali. Una lezione di umanità ed empatia che ci ricorda l’importanza di conoscere concretamente luoghi e persone per superare pregiudizi e ignoranza.
La mostra prosegue con una serie di fotografie realizzate in Francia nel 1938 e dedicate all’edizione del Tour de France di quell’anno, dove l’attenzione del fotografo si focalizzerà sempre prevalentemente sul pubblico rispetto alle gesta sportive degli atleti.
Una sezione è dedicata alla nascita dello Stato d’Israele. Robert Capa, ungherese di origine ebraica, emigrato in Germania e poi in Francia e negli Stati Uniti, fondatore dell’agenzia Magnum Photos, era giunto sul posto per documentare la prima guerra arabo-israeliana del 1948. A pochi anni dalla Shoah, con la vita che riprende nonostante le violenze ancora in corso, l’obiettivo di Capa documenta le fasi iniziali della costituzione del nuovo Stato.
Complessivamente la mostra promossa dal Comune di Abano, Assessorato alla Cultura, prodotta e organizzata da Suazes con il supporto organizzativo di Coopculture, dipana un centinaio di fotografie, in dialogo con gli ambienti storici di Villa Bassi Rathgeb.

Per info orari e biglietti: http://www.museovillabassiabano.it/

FRANCE. Golfe-Juan. August 1948. Pablo Picasso with Françoise Gilot and his nephew Javier Vilato, on the beach. Images for use only in connection with direct publicity for the exhibition “Retrospective – Fotografie oltre la guerra” by Robert Capa, presented at Museo Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme, Italy, from January 15th to June 5th 2022, starting 2 months before its opening and ending with the closure of the exhibition… (V. Esseci Padova)

AUTONOMIA: un principio generale erga omnes che noi Veneti abbiamo sottoscritto. Una conversazione con Claudio Malvestio, candidato alle Regionali 2020

“Per il Veneto l’autonomia delle regioni rimane al primo posto” queste le parole di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, a margine della seduta straordinaria della Conferenza delle Regioni per l’approvazione del documento “1970-2020: le istituzioni regionali 50 anni dopo”

Da sempre, Claudio Malvestio, nostro designer della comunicazione e co-autore di tante monografie e giornali, si batte per l’autonomia del Veneto, quella che il nostro Luca Zaia sta portando avanti con professionalità e passione. Non è una battuta e nemmeno una battaglia, è un “principio generale erga omnes” sul quale la nostra Terra ha accettato di unirsi al resto degli altri “popoli” siciliani, sardi, lombardi, toscani, umbri, campani, piemontesi…dal 1861 al 1867 (mancavano Trento e Trieste con l’Istria).
Certamente l’obiettivo era di cacciare (a calci in culo) gli stranieri oppressori e di unire le nostre forze, chi mirava ad una Repubblica (Mazzini e Garibaldi) e chi invece ad una Monarchia costituzionale (Cavour). Fu scelta questa seconda esperienza, un po’ per pigrizia un po’ per scopiazzare gli imperiali europei. Eravamo poveri e analfabeti. Ci fregarono.
Poi ci fu il Ventennio, dopo una Guerra che vide il Triveneto devastato, città bombardate, milioni di morti. Fregati per la seconda volta con i Trattati di Losanna. Per certi versi fu unico sistema che voleva plasmare l’italiano, renderlo forte ed orgoglioso. Purtroppo l’ideologia gioca brutti scherzi. Non possono sentirsi indenni i comunisti. La storia per chi l’ha vissuta fu tragica. Di nuovo disastri, bombardamenti, morti ma in tutt’Italia. E come se non bastasse italiani contro italiani. Sparì la dittatura, grazie agli Alleati. Risorse un’Italia democratica, liberale e prettamente cattolica. Almeno così sembrava.
Nacquero la Ceca, l’Euratom e il Mec e poi via via si formò l’Europa delle Regioni.
In Italia abbiamo festeggiato i cinquant’anni della loro nascita con una mostra al Ferro Fini che a causa del lockdown nessuno se ne è accorto.
Altri tempi, altri partiti, altre forme elettorali. Oggi, più che mai, possiamo essere orgogliosi di stare al passo di una prossima “autonomia funzionale”, elaborata dal prof. Mario Bertolissi e votata dall’ottantasette per cento dei Veneti.
E su questo, Claudio Malvestio non vuole essere frainteso: “il mio Veneto lo vedo sempre molto avanti rispetto ad altre regioni, appunto perchè noi Veneti ci hanno abituati di essere responsabili in “famiglia” e di aiutarci qualora ci fosse bisogno”, in altre parole nel linguaggio politico significa far valere il principio di solidarietà nei confronti altre regioni. Un principio ripetuto anche dal presidente Sergio Mattarella quando ha incontrato i presidenti di tutte le Regioni.
“La solidarietà – come ha detto il Capo dello Stato – rafforza il dovere di utilizzo equo, efficace ed efficiente delle risorse da parte di tutte le Regioni”  Angelo Miatello  

CINQUANTENARIO DELLE REGIONI
A 50 anni dalla nascita delle Regioni a statuto ordinario, è d’obbligo tirare le somme. Il Veneto è riuscito con forza e passione a trasformarsi in una delle realtà socio-economiche più rilevanti d’Europa. Non a caso chiediamo con insistenza di tradurre la nostra virtuosità in autonomia differenziata, cioè di migliorare il benessere del nostro Paese. Al  recente incontro col  capo dello Stato e del Ministro Boccia, Luca Zaia ha ribadito che vanno usati i fondi del Recovery fund per i Lep, cioè i Livelli essenziali di perequazione.
Claudio Malvestio

REPERTORIO

23 settembre 2019 | Incontro tra il Presidente Zaia e il Ministro Boccia sull’Autonomia del Veneto | In evidenza il Dossier consegnato al Ministro Boccia

10 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per le questioni regionali

3 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per l’attuazione del Federalismo Fiscale

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“RINASCERO’, RINASCERAI” CON ROBY FACCHINETTI, DIRIGE IL MAESTRO DIEGO BASSO

Marcon Gerolimetto Pivotti Giovine Il progetto musicale “Tra terra e cielo”, pensato dal Maestro Diego Basso, porta la “Grande Orchestra”, in luoghi inediti e suggestivi, in palcoscenici a cielo aperto, dove la musica si inserisce, tra la terra e il cielo, in perfetta armonia con l’ambiente, come nei recenti concerti che si sono svolti alle “Sorgenti del fiume Sile”, sulle “Rive del fiume Po”, nel “Bosco degli Artisti a quota 2000 metri a Falcade”, nell’emozionante cornice del “Sacrario di Cima Grappa” e tra i vigneti.
Nella fase 2 dell’emergenza Covid-19 per la Città di Castelfranco Veneto è stato ideato un concerto che si inserisce in quei luoghi, prima rumorosi e poi improvvisamente e forzatamente silenziosi, esattamente un attimo prima del graduale ritorno alla normalità. Il silenzio e il vuoto delle e nelle città, oltre a colpirci interiormente ha contribuito a ridare pienezza all’identità artistica dei luoghi e abbiamo potuto apprezzarne al meglio la bellezza.
Quel silenzio è stato di un impatto emotivo unico e inaspettato che ancora ci portiamo dentro. Un silenzio che ci ha raccontato anche molta sofferenza ma non dimentichiamo che dal silenzio, nascono la vita e la musica e come canta Roby Facchinetti nel brano che da il titolo al concerto “Rinascerò, Rinascerai”, nel silenzio si respira un’aria nuova.
Questo concerto quindi, realizzato senza pubblico, è come in una opera l’overture” di quello che è il ritorno di concerti live con il pubblico. Emozioni che resteranno per sempre. Concerto live, dedicato a chi ha sofferto e alla vita che riprende. Una ricchezza straordinaria che si presta ad essere raccontata e ripresa attraverso il fascino dell’immagine, la suggestione della musica.

Live “Rinascerò, Rinascerai” è stato trasmesso online domenica 14 giugno alle ore 19.00 in streaming nei canali facebook Art Voice Academy e youtube di Art Voice Academy https://bit.ly/2BVJ5eK

Il concerto è un evento promosso dal Comune di Castelfranco Veneto in collaborazione con Art Voice Academy con il patrocinio della Regione del Veneto e Provincia di Treviso. Produzione AVA Sound Live Music

Primo open day virtuale per il sistema degli Its Academy del Veneto: lunedì 29 aprile le sette Fondazioni che gestiscono gli Istituti tecnici superiori

SCUOLA: LUNEDÌ 29 APRILE PRIMO OPEN DAY VIRTUALE DEL SISTEMA ITS-ACADEMY – DONAZZAN, “OPPORTUNITÀ INNOVATIVA PER CONOSCERE PERCORSI DI ALTA QUALIFICA CHE ASSICURANO PIENA OCCUPAZIONE”
Venezia, 24 aprile 2020
Primo open day virtuale per il sistema degli Its Academy del Veneto: lunedì 29 aprile le sette Fondazioni che gestiscono gli Istituti tecnici superiori per professionisti della meccatronica, della logistica, dell’agroalimentare, della moda, dell’edilizia, del turismo e della portualità si presentano ai futuri iscritti con una visita virtuale che consentirà di incontrare docenti e allievi dei diversi corsi e sedi presenti in Veneto e di scoprire una proposta formativa, alternativa all’università, che forma figure di super-tecnici molto richiesti dal mondo del lavoro. Al primo open day ‘virtuale’ degli Its Academy, pensato come opportunità di informazione e orientamento per ragazzi e famiglie in tempi di lockdown, parteciperà anche l’assessore regionale all’Istruizone e formazione del Veneto, Elena Donazzan, che interverrà alle ore 15.
“Gli Its Academy – sottolinea l’assessore Donazzan – sono percorsi biennali di alta formazione superiore, post-maturità, paralleli ad un corso di laurea, ma caratterizzati da uno stretto connubio con le imprese più avanzate del settore. Metà dei docenti provengono dalle aziende e in azienda si svolge circa la metà delle 1800 ore dei percorsi formativi. La peculiarità di tali corsi – prosegue l’assessore – è fornire competenze tecniche ad alta specializzazione che assicurano ai neo diplomati un posto di lavoro sicuro e coerente con competenze acquisite e aspettative. La qualità e gli esiti occupazionali dei corsi Its in Veneto è certificata dalle classifiche Indire del ministero della Pubblica Istruzione, che ogni anno vedono gli istituti veneti ai primi posti”.
Alla presentazione generale di lunedì 29, seguirà a maggio un ciclo di incontri telematici, più specifici, rivolti a chi vuole saperne di più sull’organizzazione e la proposta formativa dei singoli istituti: lunedì 4, e per i tre successivi lunedì di maggio, la piattaforma web degli Its veneti ospiterà l’Istituto meccatronico Veneto (ore 16.30) e l’Istituto Last (ore 18.30); martedì 5 (e nei successivi martedì di maggio) sarà la volta dell’Istituto Agroalimentare veneto e dell’Istituto Cosmo (moda); mercoledì 6 (e successivi) toccherà all’Istituto tecnico superiore Marco Polo (portualità e logistica) e all’istituto Red (edilizia ed efficienza energetica); infine, giovedì 7 (e nei giovedì delle tre settimane successive) sarà la volta dell’istituto tecnico superiore per il turismo (ore 16.30)Basterà un click per collegarsi allo spazio web ed entrare in dialogo con i diversi istituti e approfondire organizzazione, proposta formativa e prospettive occupazionali, e relativi costi di frequenza (il contributo annuale per gli iscritti varia tra i 500 e i mille euro).
“Invito gli studenti dell’ultimo anno delle superiori e le loro famiglie, in particolare quanti sono ancora indecisi rispetto al proprio progetto di vita e di lavoro, ad essere curiosi e ad approfondire meglio questa opportunità – conclude l’assessore – Sono certa che troveranno proposte interessanti e stimolanti, soprattutto per chi è interessato alle professioni del futuro”.
Per iscriversi alla presentazione del 29 del sistema Its-Academy il link è

GIORGIONE BARBARELLA, LA VIA DELLA VERITA’

BARBARELLA, AVETE NEGATO UN FIGLIO ALLA NASCITA. FU UN DELITTO.

A tal punto, passata la tempesta, e data la notorietà del fenomeno Giorgione, si escogitò di:

  1. “autografare con un grosso lapis” sul retro della tavola una dedica firmata “Giorgio Barbarelli” in perfetto italiano nel 1803, che potrebbe essere stata ulteriormente “affrancata” nel 1878 da un altro restauratore;

2. murare una lapide nel 1638 della famiglia Barbarella nella “chiesa di dentro” di S. Liberale che andrà persa con la demolizione del fabbricato quattrocentesco NEL 1756.. Dell’epigrafe si conosce solo la trascrizione del Federici, con aggiunte le variazioni del Melchiori e del Tescari “Ob perpetuum laboris ardui monumentum / in hac fratris (fratribus Melchiori) / obtinendo plebem suscepti / virtutisque præclaræ Jacobi et Nicolai seniorum / ac Giorgionis summi pictoris memoriam / vetustate collapsam pietate vestauratam (vestaurandam Melchiori e Tescari) / Mattheus et Hercules Barbarella fratres / sibi posterisque construi fecerunt / donec veniat… / dies // Anno Domini MDCXXXVIII Mense Augusti.[1]

La discendenza di Giorgio dai “Barbarella” lombardi non inizia da Giorgio Vasari che lo nomina così:
Questi fu Giorgio che in Castelfranco in sul trevigiano nacque l’anno 1478, essendo Doge Giovan Mozzenigo, fratel del Doge Piero, dalle fattezze della persona e dalla grandezza dell’animo chiamato poi col tempo Giorgione.
Il quale, quantunque egli fusse nato d’umilissima stirpe, non fu però se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia e dilettossi continovamente de le cose d’amore e piacqueli il suono del liuto mirabilmente e tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili.

 

Riepilogando

— 1511, morte di Giorgione al Lazzareto Novo
– -1638, posa della lapide nella chiesa antica di san Liberale (qualcuno ha ascritto che sarebbe rientrate le spoglie dell’artista, quando?)
– -1668, mezzo secolo dopo la posa della lapide, Carlo Ridolfi vede la lastra tombale
Da famiglia semplicissima il Giorgione proveniva da “stirpe agiata”, ricca di notai e signori a Vedelago.
– -1556, Giorgio Vasari scrive la prima “antologia” di architetti, pittori e scultori del Rinascimento italiano La biografia di Giorgione viene subito dopo Lionardo Da Vinci, con meno pagine ma sempre in dolce compagnia.
Il Vasari parla di “fuoco” che quest’uomo aveva nelle vene.
E’ una vittima di peste che si collega indirettamente agli “amori” con delle belle donne, unica spiegazione perchè la donna è un soggetto caro a Giorgione: “allevato in Vinegia e si dilettò continuamente di cose d’amore”.
La peste può essere anche la sifilide molto frequente nelle città di porto con tanti stranieri come a Venezia. Non ci sono bollettini medici.
Il fatto però che questa tesi del Vasari sarà poi rimarcata dal Ridolfi che vi aggiungerà qualcosa di più drammatico per l’artista, si trasformerà in uno scandalo per i puritani.
Si scarica la colpa sulla donna che l’avrebbe contagiato, quindi l’uomo è mezzo salvo. Il soggetto non sarà più annoverato come pittore ma come un dongiovanni pittore che ammaliava donne e giovinette con la sua voce soave: la Madonna di Castelfranco sarà persino oltraggiata da qualcuno che la trasformerà in “CECILIA”, che qualche imbecille credeva fosse la causa della morte di Giorgione. A Castelfranco tutti ci credono, dal primo monsignore (Camavitto) all’ultimo prete di campagna (Crico), dal primo cittadino (Marta) all’ultimo dei beolchi (Toni). Persino qualche donna ci cade sopra la storiella metropolitana.
Venne il 1885 e Pietro Cossa scrisse il dramma Cecilia che ebbe uno strepitoso successo a Roma, Milano e Torino.
CECILIA FU VITTIMA D UNO STUPRO DEL LUZZO [MORTO DI FELTRE] E INVISA DALLA GELOSISSIMA GIULIA GRIMANI.
Giorgione le vuole bene così com’è con la figlia nata a seguito di un rapporto maldestro del Luzzo, un vigliacco che l’abbandonò e dovette la sventurata arrangiarsi.

Allegati (Vasari)

Ne’ medesimi tempi che Fiorenza acquistava tanta fama, per l’opere di Lionardo, arrecò non piccolo ornamento a Vinezia la virtù et eccellenza [di] un suo cittadino, il quale di gran lunga passò i Bellini, da loro tenuti in tanto pregio, e qualunque altro fino a quel tempo avesse in quella città dipinto.
Il quale, quantunque egli fusse nato d’umilissima stirpe, non fu però se non gentile e di buoni costumi in tutta sua vita. Fu allevato in Vinegia e dilettossi continovamente de le cose d’amore e piacqueli il suono del liuto mirabilmente e tanto, che egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili.

Mentre Giorgione attendeva ad onorare e sé e la patria sua, nel molto conversar, che e’ faceva per trattenere con la musica molti suoi amici, si innamorò d’una madonna, e molto goderono l’uno e l’altra de’ loro amori. Avvenne che l’anno 1511 ella infettò di peste, non ne sapendo però altro, e praticandovi Giorgione al solito, se li appiccò la peste di maniera, che in breve tempo nella età sua di 34 anni, se ne passò a l’altra vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici, che lo amavano per le sue virtù, e danno del mondo, che perse. Pure tollerarono il danno e la perdita con lo esser restati loro due eccellenti suoi creati Sebastiano Viniziano, che fu poi frate del Piombo a Roma, e Tiziano da Cadore, che non solo lo paragonò, ma lo ha superato grandemente, de’ quali a suo luogo si dirà pienamente l’onore e l’utile che hanno fatto a questa arte.

  1. G. Bordignon Favero, 1955, p. 16, nota 2 (errore di datazione Anno Domini MDCXXX); migliore J. Anderson, n. 31, p. 351.
  2. Copyright 2020 Angelo Miatello

Gli Italiani fanno la pace con la Storia: la regina Elena ritorna dopo 65 anni da Montpellier

* Il primo incontro tra i due “rampolli principi”, Vittorio Emanuele ed Elena Petrovich, secondo l’Almanacco avvenne “a Venezia nel 1895, mercoledì primo maggio con il pranzo a corte” che i ben informati riportano la notizia che il giorno prima, “il 30 aprile, presenti i Sovrani, solenne inaugurazione dell’Esposizione Internazionale d’Arte. Ai festeggiamenti partecipano anche la Regina del Montenegro con le figlie, fra cui la Principessa Elena. In tale occasione avviene il primo incontro del Principe Ereditario con la futura Regina d’Italia (26 maggio 1896)”.  “Il 2 maggio ci fu una serata di gala alla Fenice.”
Il 26 maggio dell’anno dopo, ci sarà “il secondo incontro del principe di Napoli con la principessa Yela” a Pietroburgo (per Montanelli), “a Mosca” (per l’Almanacco) “A Mosca, al Kremlino, solenne cerimonia di incoronazione di Nicolò II [Zar Nicola II]. L’Italia è rappresentata dal Principe Ereditario che rivede in tale occasione la Principessa Elena del Montenegro (vedi 30 aprile 1895).”
Porsi una domanda è d’obbligo: che ci andava a fare il ventisettenne Vittorio a Pietroburgo (o a Mosca) per inchinarsi allo Zar o per rivedere la “daina ferita” e gran mora, alta un metro e ottanta? Un po’ di svago ci voleva per il giovanotto visto che nel suo paese la situazione politica era bloccata da manifestazioni o intaccata da  emigrazioni di massa, guerre abissine con gravi perdite e naturalmente una sinistra sempre in agguato (ma quale sinistra?). Non si sa che tipo di viaggio ed itinerario abbia dovuto scegliere per arrivare a destinazione. Tuttavia, due mesi dopo la bella notizia (gossip) fatta uscire dalla stanza del segretario del Re, si viene a sapere che il “31 luglio 1896 si sparge la voce del prossimo fidanzamento del Principe Ereditario con una delle figlie del Principe Nicola del Montenegro, la Principessa Elena.” La notizia è collegata ad un’altra “positiva” che qualcuno avrà tirato un sospiro di conforto: “Giungono a Massaua 48 dei 50 prigionieri italiani liberati da Menelik. Due sono morti in viaggio” La nota rimanda al 26 maggio precedente: “Menelik consegna all’ambasciatore russo Leontieft cinquanta prigionieri italiani che ha liberato in omaggio allo czar Nicola II per la sua incoronazione.”
Dunque lo scambio di prigionieri non avviene tra governo italiano e abissino, ma tra quest’ultimo e lo Zar. Una notizia sensazionale che nessun libro di storia e manuale scolastico hanno mai pubblicato. Soldati come merce umana consegnati come pacco dono all’imperatore russo. Per quanto riguarda invece l’aspetto virile del principe latino, par di capire che l’opinione pubblica, rispettosa delle istituzioni, esprime un “tripudio di gioia e fiducia”, in quanto finalmente si sa che “al generale Vittorio Emanuele” piacciono le more, dalla bellezza orientale. “Tutti i nostri giornali descrivono la futura Regina d’Italia come una meravigliosa principessa dagli opulenti capelli neri, dagli occhi neri sfolgoranti, dalla figura slanciata, dalla bellezza orientale” (p. 1431).
“Il Principe di Napoli conta 26 anni e la Principessa Elena 23 anni e mezzo (nata a Cettigne 18 gennaio 1873). L’incontro dei due Principi è avvenuto nella primavera dello scorso anno all’Esposizione Artistica di Venezia, dove la Principessa Milena del Montenegro aveva condotto le due figlie Elena ed Anna. La Principessa Elena era stata ammiratissima al banchetto solenne di Corte del 2 maggio e quella sera stessa alla rappresentazione di gala al teatro La Fenice, dove la bellissima fanciulla vestita di rosa sedette nel palco a fianco della Regina Margherita. Il Principe di Napoli rivide la Principessa Elena alla Corte di Mosca, durante le feste per l’incoronazione dello Czar e tale incontro decise il fidanzamento.”

Cover Michetti

IN PREPARAZIONE
1895: Nasce la Biennale d’Arte. Tra novità e scandali si fa avanti Ferruccio Macola, giornalista e parlamentare. Ed. by Angelo Miatello e Derio Turcato

Il Secolo XIX di Genvova: l’invenzione di un giornale pomeridiano

Nella storia del “Secolo XIX” non poteva mancare Ferruccio Francesco Macola (1861-1910) che gli viene dato l’onore di aver lanciato il giornale come lui stesso pensava: non localistico ma di stampo nazionale. La concorrenza erano i giornali di Torino e Milano, ma la Superba aveva uno dei più importanti porti internazionali, non solo capannoni e Madonnine. Senza esagerazione o assurdi commenti che si possono leggere in alcuni libri “di casa nostra” la scheda biografica del Decimonono è preziosa per darci alcuni spunti dell’imminente pubblicazione con Derio Turcato su Ferruccio Macola, figura leggendaria della Marca Trevigiana. Pochissimi sanno che aveva un feeling con il prof. Fradeletto, il padre culturale della Biennale d’arte di Venezia ed una certa rete di amici che non erano solo “possidenti terrieri” (fra l’altro li chiamava “GRASSI BORGHESI”) ma varie persone che potevano essere politici, intellettuali, professionisti e artisti, come ad esempio Gabriele d’Annunzio ed Eleonora Duse o Ettore Tito. Più volte l’abbiamo scritto e detto ma sembra che nessuno a Castelfranco Veneto se ne sia accorto. Qui vedono solo Giorgione e i filò di Noé Bordignon, i vestiti ricamati di giovani spose, riciclati per paramenti “sacri” (non si sa se i costosissimi vestiti sartoriali siano stati oggetto di nottate prima e dopo il rito nuziale) e i campioni (per una medaglia). Tutto il resto langue. Riportiamo per chi vorrà scorrere queste righe di storia giornalistica, tratte dal sito del SECOLO XIX.
l primo numero de “Il Secolo XIX” esce nelle edicole genovesi il 25 aprile 1886, giorno di Pasqua. La redazione è composta dal direttore e fondatore Ferruccio Macola, dal redattore capo, Lodi, proveniente da un giornale milanese, dall’avvocato Carlo Imperiali, da Federico Donaver, da Ferdinando Massa, da Enrico Bertolotto e da Enrico Rossi, corrispondente da Roma. Amministratore è Pietro Mosetig.
Nel 1886 a Genova sono pubblicati due giornali quotidiani economici, “Il Commercio” e “Il Corriere Mercantile” e cinque quotidiani di informazione, “Il Movimento”, “Il Caffaro”, “Il Cittadino”, “L’Epoca”, “L’Eco d’Italia”. Quasi alla fine dell’Ottocento “Il Secolo XIX” fu acquistato da Ferdinando Maria Perrone, un uomo d’affari d’origine piemontese che aveva fatto fortuna in Sudamerica e si era poi stabilito a Genova, dove era divenuto proprietario degli stabilimenti Ansaldo. Da quel lontano 1897, il giornale è ancora oggi dei Perrone; l’attuale azionista di maggioranza e Presidente del Consiglio di amministrazione è Carlo Perrone, pronipote di Ferdinando Maria Perrone, che rappresenta la quarta generazione della famiglia proprietaria.
La proprietà all’inizio è formalmente del solo Macola, ma in realtà il finanziatore del giornale è il marchese Marcello Durazzo Adorno, presidente dell’importante compagnia di navigazione “La Veloce”.
La prima sede del giornale è in salita San Girolamo, accanto a via Caffaro: una stanzetta col soffitto a volta con un’unica finestra, con due tavoli per la redazione, una scrivania per l’amministratore, alcune seggiole e due attaccapanni. Dalla redazione si accede alla sede della Tipografia Marittima, di proprietà dell’architetto Cesare Gamba (sarà il costruttore, tra l’altro, del Ponte Monumentale).
Come ha scritto Ferdinando Massa, “In materia di giornalismo il Macola aveva idee pratiche ed innovatrici (…) dando al giornale una spiccata impronta di notiziario, mediante l’abolizione dei lunghi e pesanti articoli, delle diffuse e noiose riviste di politica estera ed interna, allora in uso, al cui posto metteva invece i telegrammi dell’ultima ora; sia commentando le notizie di maggiore rilievo con note brevi, contenenti qualche osservazione acuta, talora sensata, talora paradossale (…)”.
Fin dall’inizio “Il Secolo XIX” punta a battere la concorrenza dei giornali milanesi, molto venduti in Liguria (i più forti sono “Il Secolo” e “Il Corriere della Sera”), puntando sulla freschezza delle notizie e sulla diffusione anche nelle altre province liguri.
Il nuovo editore chiamò alla direzione del “Decimonono” il più celebre giornalista dell’epoca: il genovese Luigi Arnaldo Vassallo (detto Gandolin, cioè vagabondo) che, dopo aver esordito nella sua città, si era trasferito a Roma. Con Gandolin la diffusione aumentò ancora e la concorrenza fu definivamente sconfitta. Tra il 1906 e il 1908 scomparvero sia l’editore che il direttore Vassallo, e furono nominati direttori, prima del secondo conflitto mondiale, due famosi giornalisti dell’epoca: Mario Fantozzi, romano, poi David Chiossone, genovese.

La Villa imperiale di Galliera Veneta di Anna Maria Giolo Pratesi. Revedin e Comello una storia poco conosciuta a Castelfranco Veneto

AI FRATELLI ANGELO E VALENTINO COMELLO, I PRIMI AUTONOMISTI DEL CITTADELLESE CHE I LEGHISTI IGNORANO. UNA ROSA PER MADDALENA MONTALBAN COMELLO CHE CONTINUO’ A COMBATTERE GLI INVASORI, A DIFFERENZA DEI CIARLATANI FRANCESCO REVEDIN E ANDREA VIGODARZERE CITTADELLA  

(A.Miatello) Quasi per caso ci è capitato tra le mani il libretto
La Villa imperiale di Galliera Veneta di Anna Maria Giolo Pratesi, dove viene narrata la storia dell’immenso complesso che nel tempo ha avuto diversi proprietari per essere trasformata in struttura socio-sanitaria dell’Alta padovana. Tra notizie e carte assai originali, ci si imbatte su altre invece un po’ curiose. “Nel 1866 scoppia la guerra Austro Prussiana. L’Italia che aveva firmato l’8 aprile 1866 un trattato con la Prussia, scende in campo per strappare all’Austria Venezia. Il Cialdini il 7 luglio 1866, passato il Po, entra nel Veneto e lo occupa quasi interamente, provocando l’esodo affrettato degli austriaci. Come dice il Toniolo: “Il 18 luglio le prime punte dei soldati italiani percorrono le nostre strade di Viva il Re! cui risponde tutta la popolazione. Il 21 passa per Bassano la 15^ Divisione del Generale Medici che insegue il nemico sulla via di Trento, ove già Garibaldi lo sta vincendo a Bezzecca (19-22 luglio 1866), quando richiamato dal Re per non intralciare i preliminari di pace, risponde lo storico “Obbedisco”. Infatti il 22 luglio l’Austria e la Prussia stabiliscono un armistizio e alla pace che si conclude a Vienna il 3 ottobre 1866, l’Austria cede il Veneto alla Francia, la quale il 19 ottobre lo restituisce all’Italia. Alla liberazione del Veneto seguì quella di Venezia e per le calli, sull’onde placate, nelle piazze echeggiarono i canti di libertà: ai condannati politici furono aperte le prigioni, ritornarono gli esiliati e l’evviva all’Italia era sulle labbra di tutti”. Tra gli scarcerati politici trovavasi la contessa Maddalena Montalban Comello. Vittorio Emanuele II la volle personalmente conoscere e le regalò un anello con le sigle reali. Anche Garibaldi andò a trovarla e a ringraziarla nel suo palazzo di San Canciano a Venezia. Si dice che i debiti contratti dai Comello per la causa italiana ascendevano a circa un milione di lire. Così mentre Maddalena tornava a Mottinello nel novembre 1866 con grandi festeggiamenti, la villa di Galliera veniva definitivamente abbandonata. Per venderla, tuttavia, gli austriaci lasceranno passare 30 anni, 12 anni dopo la morte dell’Imperatrice Marianna.” ([1])

Raccontata così la soluzione per il Veneto sembra naturale e logica, non si dice che gli esiti della Terza guerra d’indipendenza per l’esercito subalpino non preludevano conquiste territoriali o risarcimenti post bellici. Tutto avvenne tra Francia e Prussia e tra quest’ultima e l’Austria, bastonata a Sadowa. Bismarck seppe condurre bene la politica del bastone e della carota.
Il folclore che ne ha seguito e la propaganda ben orchestrata il ministero della guerra non ha mai voluto riconoscere i propri limiti ed ha portato inconsapevolmente ad un senso di frustrazione nel momento in cui vengono a galla tutt’altre verità. Il gioco non vale la candela anche se sulla scena della Storia rimangono delle figure che purtroppo sono palesemente dimenticate com’è il caso di “Valentino Comello che a 23 anni acquistò la villa di Galliera ed andò ad abitarvi con la sposa veneziana Annetta Papadopoli che gli dette una figlia, Teresina, nata il 13 dicembre 1832 che fu accompagnata sull’altare della Chiesa di Galliera all’età di 18 anni per unirsi col conte Francesco Revedin di Castelfranco Veneto”. Era il 18 gennaio 1850 come da litografia di partecipazione alle nozze della famiglia Tessari. ([2])
I Comello hanno lasciato tracce ben evidenti di patriottismo sui quali andrebbero riscritte le loro biografie. Due famiglie, i Revedin e i Comello, uniti da una “fede matrimoniale” ma all’opposto quasi che si trattasse di guelfi e ghibellini. Ripercorrendo la breve storia di Valentino Comello (1798-1864), benestante veneziano, ci siamo chiesti come poteva frequentare il Capitanio ussaro, lui che aveva partecipato assieme al fratello Angelo (1801-1851) ai moti carbonari del ’48-’49 (resa di Venezia del 22 agosto), anzi “di subire il carcere duro e con multe del governo austriaco. Valentino ed Angelo Comello oltre all’esilio dovettero subire una multa di tre milioni che superava la metà delle loro sostanze. Angelo tornò dall’esilio di Parigi nel 1851 [giusto per il matrimonio della nipote Teresina] e morì a Venezia lo stesso anno il 13 agosto. La sua opera di patriota fu continuata dalla moglie Maddalena Montalban. I Comello nel 1857 contribuirono alla fondazione a Torino della Società Nazionale Italiana con finanziamenti ricavati dalla vendita della villa di Galliera. Il compendio – villa, adiacenze e cento campi – fu venduto nel 1858 per la somma di 900,000 lire” ([3]), che se lo aggiudicò, guarda caso Maria Anna di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I e moglie dell’imperatore d’Austria Ferdinando I, sfortunatamente caduta nelle mani di un individuo “affetto di epilessia, rachitismo e idrocefalo” che abdicò alla fine del 1848 in favore del nipote Francesco Giuseppe ed andò ad abitare al castello reale di Praga. Se da una parte ci fu sicuramente qualche spinta da parte del Revedin nella scelta del nuovo inquilino, dall’altra conosciamo i dettagli dell’ingente spesa sostenuta dalla “decaduta” imperatrice che commissionò all’ing. civile Luigi Bortolani, il rifacimento e l’ampliamento delle due ali laterali e la sopraelevazione del corpo centrale. Morto l’ingegnere gli subentrò il nipote Antonio che invertì la collocazione della facciata da sud verso nord, aggiungendovi il poggiolo, il timpano e il belvedere con stile a pagoda e dispose le ali laterali in armonia con l’insieme. Il motivo orientaleggiante della lanterna sopra il belvedere richiama il tetto delle torrette poste alle estremità delle barchesse, lungo la strada statale. Il professionista fu ripagato con 3,000 franchi fiorini d’argento ed una catena d’oro conservata dai pronipoti Bortolani. Con questo denaro Antonio acquistò dai conti Piccoli, deceduti, 300 campi di terra e la casa a Cadellora vicino a Villafranca Veronese. ([4])
Nel 1896 la villa di Galliera fu acquistata dalla famiglia Raggio De Micheli di Genova che la usarono come stabile residenza, rinnovandone arredi e sperperando denari nel lusso di feste, incontri e cerimonie. Assidui frequentatori furono i conti Tresco, i Papafava, i Bolasco di Castelfranco, i Comello di Montinello, la contessa Pignalosa ed il Maresciallo Giardino che, secondo la Pratesi, dopo la Grande Guerra passò qualche vacanza estiva nella villa. Nel 1920, dati gli ingenti debiti e la situazione nefasta del dopoguerra, la villa finì all’incanto e i De Micheli sparirono dalla circolazione: chi in provincia di Piacenza e chi in America. Nessuna notizia appare nell’opuscolo citato attorno all’ospedale militare dell’esercito francese che si insediò tra il 1917 e il 1919, dove morì il generale Lucien Lizé, di cui Castelfranco ha commemorato in una lapide di piazza Giorgione (4 novembre 2018).
Da ultimo, il dr. Aldo Marchetti sostiene che “Francesco Bolasco si sia sposato nel 1850 con la nob. Teresa dei conti Comello, proprietari della villa di Mottinello di Rossano Veneto e che ottenne anche dall’imperatore il 6 giugno 1861 un diploma con stemma che elevava Castelfranco al rango di Città con Congregazione Municipale. È passato solo un anno, ma Castelfranco è nel frattempo diventata italiana.” Non dà altre spiegazioni sui Comello e sulla data che Castelfranco è diventata italiana è errata.
Concorda con il fatto che i Revedin si siano arricchiti con il commercio e attività finanziarie (usurai?) “certamente era anche una famiglia di grandi possibilità finanziarie che, facilitata dalla decadenza di alcune famiglie del patriziato veneto, poteva acquistare a poco prezzo grandi proprietà. Il conte Francesco Revedin (1811-1869), nel secondo decennio dell’Ottocento, figlio di Antonio e nipote di Francesco, acquista altre proprietà nel nostro territorio e decide di stabilirsi a Castelfranco e costruirvi la sua dimora.” (A. Miatello)

note
([1])  Anna Maria Giolo Pratesi, La Villa imperiale di Galliera Venet, Tipografia Peretti, Quinto Vicentino, p. 41-42. Guido Toniolo è uno storico locale di Mottinello, frazione di Rossano Veneto (Vi). Mottinello nuovo, prima edizione, Tipografia Mozzi di Rossano Veneto, 1944, p. 157 ss.
([2]) Castelfranco Veneto. Immagini di una Città del collezionista Bruno Vittorio Caufin, a cura di G. Bordignon Favero, 1996, p. 61.
([3]) Guido Toniolo, “Galliera Veneta nel suo Passato”, in Rivista Il Brenta, sett.ott. 1953.
([4]) Anna Maria Giolo Pratesi, op. cit., p. 36 ss.; l’A. riporta documenti, foto e testimonianze originali che permettono di conoscere tanti dettagli della villa che il Bordignon Favero e lo stesso Luigi Urettini non hanno mai conosciuto.

La dottrina populista del vicesindaco di Castelfranco. Fischi per fiaschi pur di entrare nella storia. Alte personalità, vittime di guerra, veri eroi dimenticati a scapito dell’ultimo arrivato

Derio Turcato da parecchio tempo segue le vicende castellane attraverso le rievocazioni storiche della Grande Guerra. Un grande esperto che rimane spesso dietro le quinte senza mai esagerare. E’ sua la scoperta della dinamica ufficiale che portò alla morte il generale francese Lucien Lizé, avvenuta a causa di uno dei tanti bombardamenti scatenati sulla città di Giorgione dagli austro-germanici. Le sue dettagliate e puntigliose ricerche, usando internet e non quelli delle auto d’epoca che purtroppo inquinano, riportano alla luce cose che non si sapevano. Purtroppo questa Regione ha subito l’onta di due guerre dichiarate ed un’altra civile che è perdurata fino alla caduta del Muro di Berlino (c’è chi dice che le brigate rosse fossero una continuazione della guerra tra partigiani e repubblichini…). La Grande Guerra trascurata dal Ministero dell’Istruzione e tenuta sotto controllo da quello della Difesa ci ha lasciati ignoranti. Nonostante che ci sia la digitalizzazione e molti Paesi confratelli si siano adeguati ai tempi, da noi non è così facile consultare stando a casa archivi, libri, memoriali come invece inglesi, francesi, danesi, svizzeri, per i loro rispettivi campi ne hanno un accesso libero, immediato e provvidenziale. “Abbiamo trovato spezzoni della Grande Guerra con dentro Castelfranco negli archivi svedesi e danesi”.
Derio Turcato, senza tanti chiavistelli o password scopre una carta, un passaggio, un dato di fatto, uno spezzone in cui c’è Castelfranco cento o centocinquant’anni fa. Ciò significa che prima di lui gli “Storici” locali o della Marca Trevigiana nulla sapessero della reale vicenda. Assieme stiamo ricostruendo la vita del conte Francesco Ferruccio Macola (1861-1910), del prof. Guido Fusinato e di sua madre signora Erminia Fuà, alla quale un bel dì il Consiglio comunale all’unanimità rifiutò di dedicarle un monumento ricordo, tanto acclamato da associazioni nazionali e da una lunga lista di intellettuali. Una famiglia di letterati, giuresconsulti, patrioti. L’on. Guido Fusinato, figlio del poeta Arnaldo Fusinato (anche sotto segretario agli Esteri e all’Istruzione), per chi non lo sapesse, era ordinario di diritto internazionale a Torino, esperto di arbitarti intertnazionali, giolittiano, capo della delegazione diplomatica delle conferenze dell’Aja e di Ginevra, quelle che stabilirono le prime interdizioni di mezzi e metodi di guerra inumani, il trattamento dei prigionieri e la tutela del personale sanitario in tempo di guerra. L’on. Guido Fusinato fu il giurì del duello tra Cavallotti-Macola, ricevette anche una laurea honoris causa dalla Oxford University prima di spararsi a Schio, la stessa blasonata università che mandò a farsi friggere Giulio Regeni. Avete letto bene! Un castellano ritenuto il maggiore interprete del Codice di Oxford. E questo mi fa molto incazzare.
Si può capire la furbizia politica di proclamarsi “salvatori del popolo veneto”, “della difesa dei confini meridionali, quello delle partite iva e degli evasori (degli incendi), dei mafiosi e malavitosi (ultima retata narrata dal prof. Enzo Guidotto), essere a capo delle forze armate locali, più o meno con l’estintore che funzioni, dei responsabili sporcaccioni che superano i livelli di smog auto consentiti di pm10 e di pm 2.5 (dati i ripetuti sondaggi degli studenti dell’Ipsia, condotti dal prof. D. Pauletto), non si può capire invece il perdurare di scelte culturali di “bassa forza”, come li chiamava Ferruccio Macola, gli addetti fuochisti. Ora parte il reddito di cittadinanza. Ingaggiate giovani per digitalizzare la biblioteca così almeno avremo un intrecciarsi di dati che sveleranno errori e bugie. (A.M.)

Riprendo una non notizia già pubblicata nel sito del’AIDA NEWS, che è scaturita dalla ricerca effettuata a proposito della presenza dei francesi in Castelfranco nel 1917-18, vale dire il bombardamento aereo austroungarico della stazione cittadina, in cui fu colpita anche parte dell’officina FERVET.
A più riprese il fatto ritorna, con i protagonisti disconosciuti e i comprimari che vengono innalzati a protagonisti, così come spiegato di seguito. Già nell’ultimo periodico edito dall’Amministrazione Comunale di Castelfranco Veneto, veniva riportato un episodio successo durante la Grande Guerra, che a detta dell’estensore dell’articolo (apparso oggi sulla stampa quotidiana), nei pressi della stazione ferroviaria, andò a fuoco un qualcosa di non ben definito, a seguito di un bombardamento. Or bene in tale frangente, si distinse un alpino, che ricopriva il ruolo di vigile del fuoco, .. il quale non esitò a gettarsi tra le fiamme per spegnere l’incendio…., quello che però non si capisce è dove si gettò il nostro alpino e quali effettive le gravi conseguenze sarebbero scaturite senza questo gesto, mancando la contestualizzazione dell’evento e dei fatti. La faccenda in realtà è molto ben diversa.
Da più fonti, comprese quelle francesi che a Castelfranco avevano posto il comando della Xa Armata, i fatti si svolsero in maniera assai articolata.
La stazione di Castelfranco Veneto era uno snodo ferroviario molto importante per alimentare le nostre e altrui truppe schierate sul Grappa e Montello. Nelle sue vicinanze erano distribuiti numerosi depositibaracche, tra cui quelli destinati a riserva per le necessità dell’artiglieria schierata a supporto dell’esercito. Si consideri che per una settimana di attività preparatoria ad un assalto, il consumo era di 2.500.000 proiettili, è evidente che tale quantità doveva essere resa disponibile e traportata, ai depositi e poi alle prime linee e in subordine a disposizione in retrovia per essere recapitata quando bisogno. Da ciò si può capire che la stazione era un obbiettivo molto importante da colpire da parte dell’esercito Austro-Ungarico che ripetutamente e in più occasioni lo attuò con incursioni aeree.
Ma veniamo ai fatti. La notte dal 27 a 28 di gennaio 1918 in più ondate (dalle 19 alle ore 5 del mattino) si avvicendarono sul cielo castellano le squadriglie degli aerei austro-ungarici che oltre colpire semplici edifici civili, l’ospedale da campo N.25, si accanirono contro la stazione e le zone limitrofe. Risultò cosi investita l’officina FERVET che era stata convertita in deposito. Ora se vogliamo approfondire la questione, un minimo di chiarezza sull’ evento va fatta, anche perché di leggende metropolitane sui fatti di allora ne circolano diverse, non ultima quella della data del ferimento del generale Lizè, colloca dalla nostra Amministrazione in piazza Giorgione, palesemente errata.
I documenti consultabili e quindi di rilevanza storica, sono custoditi nella biblioteca delle ferrovie dello stato, tra cui due loro bollettini editi in data giugno 1918 e luglio 1918 dove si riportano con nome e cognome i ferrovieri che si sono prodigati durante i bombardamenti del 31dicembre ‘17 – 1gennaio ‘18 e 26-27 gennaio 1918; per quest’ultimo si legge ” ….. encomiati per l’azione pronta e coraggiosa svolta in
stazione di Castelfranco Veneto nella notte del 26-27 gennaio 1918, durante un incursione aerea nemica, portando prontamente in luogo sicuro una colonna di 37 carri di munizioni due dei quali già cominciavano a bruciare per l’esplosione di una bomba che aveva provocato un incendio nel deposito di balistite dell’officina

FERVET:
– Franceschetti Cav. Alfredo capo stazione 2 classe
– Bafurale Beltramino capo stazione 3 classe
– Coppato Pasquale deviatore
– Oliosi Vittorio macchinista
– Bosia Vittorio macchinista
– Goffi Giuseppe fuochista

Dai testi di chimica si apprende che la balistite è infiammabile a 180° e brucia lentamente all’aria libera. Resiste alla percussione, ma esplode sotto l’azione di un innesco. Quindi se non innescata con un apposito mezzo è solo infiammabile, quello che effettivamente successe. L’incendio si rilevò quindi una enorme bubarata, per dirla come da noi, che l’intervento dei ferrovieri, non obbligati, evitò si trasformasse in qualcosa di ben più disastrose dimensioni ed effetti. Il nostro alpino pompiere non fece altro che quello a cui era preposto, si applicò per spegnere l’incendio nel capannone! Praticamente il suo dovere. Ai ferrovieri nessun giusto riconoscimento, nessuna via a loro intitolata, come nelle intenzioni enunciate a mezzo stampa dal vice sindaco Giovine per il pompiere alpino, neppure una menzione nelle ricorrenze ufficiali dai sovranisti di turno.
La storia non si improvvisa, va raccontata nel suo corretto svolgimento, con dati verificabili e non derivata da voci o diari privati, con i protagonisti nei loro giusti ruoli di: attore o comprimario e non viceversa.
Attendiamo fiduciosi che dopo cent’anni, sia resa giustizia ai protagonisti di quegli eventi, senza pompose attribuzioni stradali ma con una semplice e formale apposizione di una targa ricordo, magari nella stazione stessa.
Derio Turcato presidente Associazione Histoire

 

Piero della Francesca (1412 – 1492). La mostra del secolo per l’Ermitage di San Pietroburgo

E’ interamente dedicata a Piero della Francesca (1412 – 1492), tra i capisaldi della pittura italiana del XV secolo, la mostra “Piero della Francesca. Monarca della pittura” inaugurata all’Ermitage lo scorso 6 dicembre, alla presenza dell’ Ambasciatore italiano in Russia Pasquale Terracciano, del Console Generale d’Italia a San Pietroburgo Alessandro Monti, del Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura Paola Cioni e del Segretario Generale di Emitage Italia,  e AD di Villaggio Globale International Maurizio Cecconi.
Nella delegazione italiana, presenti anche: Mauro Cornioli Sindaco di Sansepolcro paese natale di Piero della Francesca, Simone Verde Direttore del Complesso Monumentale della Pilotta di Parma, lo storico dell’arte e grande esperto dell’artista Carlo Bertelli e il matematico Piergiorgio Odifreddi, tra gli autori in catalogo.
Un momento emozionante per il grande Museo di San Pietroburgo e per la conoscenza dell’arte italiana nel mondo.
Piero, con la sua pittura nobile e umile a un tempo, razionale e austera quanto lirica e poetica, può essere definito senza esagerazione l’artista simbolo del Primo Rinascimento, capace come fu di rivoluzionare la pittura del tempo, trasfondendo nelle sue opere complessi calcoli matematici e una personale visione del mondo. Fu tra i primi a scoprire le regole della prospettiva sia lineare che atmosferica (a cui Leonardo da Vinci prestò poi puntuale e fattiva attenzione) e la sua arte ebbe un ruolo chiave nello sviluppo del ritratto rinascimentale. Ciononostante in Russia non si conservano opere di Piero, di cui in generale rimangono solo straordinari cicli di affreschi e non più di una ventina di dipinti, per lo più considerati inamovibili e conservati salvo poche eccezioni in Italia, in siti lontani delle principali rotte turistiche della penisola come Perugia, Monterchi, Arezzo o nella vicina Sansepolcro (al tempo, Borgo San Sepolcro), dove egli nacque. Curata da Tatiana Kustodieva capo ricercatore  del Dipartimento dell’ Arteeuropea occidentale all’ Ermitage, organizzata grazie agli sforzi congiunti del Museo Statale Ermitage,  di Ermitage Italia e di Villaggio Globale International, l’esposizione – che ha come sponsor generale ROSNEFT, main partner in Italia INTESA SANPAOLO e il sostegno del Consorzio di Tutela Prosecco DOC – si propone dunque come un evento eccezionale.
Da diverse collezioni italiane ed europee è giunto un nucleo di opere dell’artista, mai così consistente prima d’ora in una mostra temporanea – 11 dipinti e 4 manoscritti autografi – offrendo la rara opportunità di far conoscere Piero della Francesca in Russia.
Ed è stata subito Pieromania.
Nella prestigiosa Sala del Picchetto, nel Palazzo d’Inverno, in un allestimento che rievoca  le architetture prospettiche dei dipinti di Piero, si possono ora ammirare, giunti dall’Italia, grazie anche alla sensibilità del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano, straordinari e iconici capolavori come la “Madonna di Senigallia” dalla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, “l’Annunciazione”, mai prestata prima d’ora, dalla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia e il “San Girolamo e un devoto” dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ai quali si aggiungono il “San Nicola da Tolentino”del Museo Poldi Pezzoli di Milano e due affreschi con “San Giuliano” e “San Ludovico” dalla natia Sansepolcro. Quindi il “San Michele” prestato per l’evento dalla National Gallery di Londra, il “Ritratto di Sigismondo Malatesta” eccezionalmente dal Musée du Louvre di Parigi, il “Ritratto di giovane” – presumibilmente Guidobaldo da Montefeltro – dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, il “Sant’Agostino” dal Museo Nazionale d’Arte Antica di Lisbona e la giovanile “Madonna col Bambino” già in collezione Contini Bonacossi.
Quindi il Piero matematico, a ricordare l’importante attività teorica che egli svolse, congiuntamente alla pittura, per tutta la vita: la ricerca di regole scientifiche che governino la realtà, e dunque la costruzione interna dei dipinti, il bisogno di armonia, lo studio delle proporzioni costituiranno del resto una costante della sua ricerca artistica.
In mostra: il giovanile Trattato d’abaco, proposto nella versione autografa della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, l’Archimede di spiralibus, raccolta di trattati del matematico greco in cui è stata riconosciuta nel 2004 la mano dell’artista toscano, e infine il De prospectiva pingendi presentato attraverso le uniche due testimonianze quattrocentesche in volgare esistenti al mondo: quella interamente autografa nel testo e nei disegni, prestata della Biblioteca Palatina del Complesso Monumentale della Pilotta a Parma e il manoscritto Reggiano della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, con correzioni e annotazioni di Piero.
Fu proprio il De Prospectiva pingendi, universalmente noto, a formare intere generazioni di pittori, che non si limitarono a trarre ispirazione dai dipinti del grande Maestro, ma studiarono il suo testo per imparare quello che sarebbe divenuto il linguaggio comune e condiviso dell’arte occidentale per almeno quattro secoli, fino alla rottura avvenuta nell’Ottocento.“Si è paragonata l’arte di Piero alla musica di Mozart e alla poesia di Wordsworth” ha scritto lo storico dell’arte russo Michail Alpatov.
“Ma la sua capacità di abbracciare il mondo con uno sguardo può essere raffrontata anche al talento di Tolstojdi ammirare, come in “Guerra e Pace”, la curva delle spalle d’una avvenente mondana o d’inchinarsi alla saggezza del contadino Karataiev”.
Così appare dunque Piero: raffinato frequentatore delle principali corti italiane (Perugia, Firenze, Ferrara, Rimini, Roma, Urbino), coltissimo nell’elaborare composizioni prospettiche innovative, costruzioni geometriche dal perfetto equilibrio e figure monumentali ieratiche e potenti, quanto sincero cantore della nobiltà dell’uomo e della bellezza del paesaggio, caparbiamente legato alle sue terre e al borgo natale, ove conservò sempre la sua bottega.
Piero non fu mai pittore di corte, mantenendo autonomia di vita e di pensiero, eppure riuscì a innovare profondamente e a segnare in maniera indelebile il percorso dell’arte italiana ed europea, traghettandola dal medioevo all’età moderna.
Da Domenico Veneziano, con il quale lavorò prima a Perugia e poi a Firenze, Piero aveva appreso l’importanza e il valore delle gamme cromatiche, della composizione e della prospettiva nelle sue prime applicazioni; durante il soggiorno nel capoluogo toscano (1439), allora nevralgico centro culturale, aveva conosciuto l’arte d’avanguardia del suo tempo – la scultura di Donatello, gli affreschi di Masaccio, le concezioni architettoniche di Leon Battista Alberti e di Filippo Brunelleschi – e aveva ammirato la corte bizantina.
A Ferrara, dove si presume sia stato intorno al 1450, e poi a Urbino, aveva conosciuto l’arte fiamminga e il gusto d’oltralpe, traendone l’attenzione per la resa naturalistica dei dettagli.
Suggestioni e influenze che, accanto agli interessi scientifici, alla capacità immaginifica e alla profonda sensibilità per le vicende politiche, hanno consentito a Piero una cifra artistica assolutamente originale, portandolo a creare opere di una tale altezza intellettuale e spirituale da influenzare profondamente, con la riscoperta ottocentesca, anche l’arte del XX secolo.
La mostra è accompagnata da catalogo Skira/Museo Statale Ermitage, in edizione russa e italiana, con saggi di Carlo Bertelli, Tatiana Kustodieva, Antonio Natali, Piergiorgio Odifreddi, Antonio Paolucci, Paola Refice.