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Tutto quello che vorresti sapere sui bombardamenti aerei austro-germanici di Castelfranco Veneto (1916-1918)

IN ONORE AI CADUTI CIVILI & MILITARI DEI BOMBARDAMENTI AEREI SU CASTELFRANCO TRA IL 1916-1918
3 Novembre 1918 a cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti, mai ricompensati

Premessa
Si tratta di un’indagine storica on line sui fatti accaduti tra 1917 e il 1918 a Castelfranco Veneto, principale retrovia della guerra sul Massiccio del Grappa e le montagne vicine, durante il stazionamento delle truppe francesi subito dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1817).
Una città impreparata, come del resto altre qui nel Veneto, che si è trovata coinvolta nella Grande Guerra, come importantissima retrovia del nuovo fronte costituitosi tra il Piave e il Brenta, e tra questo e l’Adige. Castelfranco ha subito in proporzione di numero di abitanti ed estensione urbanistica violenti attacchi dalle squadriglie dell’aviazione austro-germanica, dopo Venezia Treviso e Padova. Chi scrive “800” bombe, chi “346” e chi, come noi, mette in discussione questi calcoli frettolosi (se centravano lo stesso bersaglio o se finivano sotto terra, nessuno se n’era accorto. La storia di Castelfranco tra l’800-900 del periodo bellico ’16-’18 non è mai stata passata al setaccio, cioè confrontando fonti militari che “diffondevano dispacci” con assoluta censura e propaganda. Non è mai esistita una stampa libera nel nostro Paese. Se assommassimo la censura durante le due grandi guerre, il Ventennio dittatoriale, il Dopoguerra (Cold World War), fino agli anni ’90, cioè alla caduta del Muro di Berlino e allo sfacelo delle Repubbliche socialiste democratiche e popolari, non potremmo lamentarci delle false ideologie o della montagna di fake news fatte circolare. Scoprire piano piano attraverso una paziente ricerca on line, accessibile a tutti, o almeno per chi sa usare il personal computer, i motori di ricerca e conosce una sufficiente terminologia, che un nome di persona è stato storpiato e alcune brevissime note di cent’anni fa furono spropositatamente “caricate” ci rende felici. Le fake news sono talmente circolate a Castelfranco, città di Giorgione, che vengono persino impresse nelle pagine dei libri, nelle didascalie di raccolte fotografiche d’epoca, sulla cronaca di ieri e di oggi e per completare la vasta gamma sulle lapidi di piazze e borghi, ogni anno ricordate con una corona d’alloro e in pompa magna.

Nomi e fatti inesatti, approssimativi, con fonti militari non dichiarate
Possono essere ripetuti durante l’arco di Cent’anni, anche nell’epoca del digitale e dei social? Perchè un sindaco ha bisogno di crearsi notorietà “pre-elettorale” come ricercatore su un fatto di storia militare piuttosto complessa, basandosi sul libercolo di don Pastega del 1919?
Laureatosi allo Iuav, ci dicono le cronache, il suo mestiere dovrebbe essere architettura, progetti e simili, non certo quello di scavare fra gli archivi militari francesi. Giustificandolo in parte perchè “giovane”, viene meno il suo contratto stipulato con la cittadinanza e di poco rispetto per chi invece potrebbe esaudire una ricerca storica approfondita.
Perchè un direttore di biblioteca o il monsignore mitrato o da ultimo anche il responsabile della cultura municipale devono prendere per scontate le pagine scritte nel 1992 da uno “storico impegnato” che a sua volta le aveva ricavate dal libercolo di don Pastega del 1919?
I tre moschettieri, laureatisi a Padova, in Lettere e storia o in Scienze politiche, più la ex sindaca, cresciuti all’ombra del Seminario vescovile, dei patronati, dei cori teatrali, delle assemblee sindacali, dei viaggi premio, hanno inciso sulla storia che all’unisono sarebbe divenuta ufficiale. Appunto usando un’editoria di qualche centinaio di copie (cento comperate dall’autore o dalla Banca) e come abbiamo detto del palcoscenico, del pulpito, della cattedra del Patronato (ieri Pro infanzia, oggi Pro domo sua).
Da ultimo fatto di cronaca ufficializzato dalle “residenze municipali”, controfirmato dai rispettivi sindaci e immortalato da un “Manifesto bardato di tricolore con il logo ministeriale” e da una “lapide ricordo” in piazza parcheggio a pagamento (“a pochi metri dal monumento del Giorgione”), alle reali informazioni che si possono ricavare da fonti militari francesi, ci sorprende la messinscena di domenica 4 novembre 2019, voluta per calcolo politico propagandistico e fai da te. Forse è azzardato di parlare di un “militarismo” crescente e di un “sovranismo” alle sue prime battute della storia europea. Si sente in giro che ci sarebbe bisogno di ripristinare la leva militare per fini sociali, dell’unità nazionale per portare democrazia e libertà laddove ce ne sia bisogno (con l’uso della forza?), del principio della “solidarietà” che in pratica significa aderire alle strategie militari collegiali (per noi Nato e basi americane) ma non si affronta mai il problema dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario che lo Stato italiano aderisce e contempla nella propria Costituzione e Codici civili e penali. Anche dopo Cent’anni, dalla bocca del politico, del sindaco, del monsignore, del bibliotecario solo retorica e superficialità, banalità e storielle per far ridere o piangere il pubblico, ignaro e incapace di poter verificare se sia vero o falso quello che viene detto, scritto e scolpito.

LUCIEN LIZET O LUCIEN LIZÈ O LUCIEN ZACHARIE MARIE LIZÉ?
Potrebbe essere un buon quesito da talk show, da telequiz dei doppi sensi di Amadeus e Gerry Scotti. Un premio in denaro o per un viaggio ad Angers e Parigi, per onorare il nostro “cugino” generale che “con il suo sangue ha cimentato l’unione dei due grandi popoli associati nella comune difesa della più bella e della più santa delle cause”, (cf. generale Fayolle, in Le Petit Parisien, gennaio 1918).ì Storpiare un nome proprio di un generale francese (da Lizet a Lizé) ucciso da una scheggia di bomba (granata), sbagliare la data di questa disgrazia (il 4 o il 5 gennaio 1918?), raccontare una dinamica dell’incidente fatale con note colorite (aspettava in auto), come altre che si sono mescolate nei fatti delittuosi gravi commessi dai nemico, e ripeterlo fino a domenica scorsa 4 novembre 2018 in Teatro, sui giornali e, come dicevamo, sui libri della Biblioteca, quasi tutti co-finanziati dal Comune, dalla Banca Popolare o dagli stessi autori, non è una cosa da poco. Finché si tratta di un articolo di cronaca, non si può chiedere al giornalista di fare ricerche storiche o di fare attenzione a quello che scrive. La responsabilità ricade su chi diffonde la notizia, quasi sempre a voce e dal palco del Teatro Accademico, come se fosse l’Accademia dei Lincei o della Crusca, una Corte Suprema della Storia Castellana. Una nota dolente è il corpo docente della scuola castellana che sembra un assente perenne che viaggia in vagoni stagni con una storia da manualistica sorpassata e standardizzata dal ministero che è monopolizzato dalle case editrici che ci lucrano milioni di euro. Qui purtroppo affondiamo un coltello nella piaga. Il protocollo firmato dalla Regione Veneto con il ministro dell’Istruzione e ricerca per la promozione della storia locale (da ufficiosa a ufficiale) chissà quando verrà praticata. Siamo in Italia.
Tra i colpevoli di una sub cultura ci sono anche i preti che, nel loro rigore fideistico alla Chiesa romana-cattolica, dal pulpito o da una cattedra del Patronato convincono il vasto pubblico credulone della storia accaduta, quella vera e sacrosanta. Le uniche fonti a disposizione sono i cosiddetti “diari” o annotazioni di certi monsignori che vengono riadattati con altre informazioni ricavate (non si sa da dove) e sono persino “convalidati” dal “Nulla aosta” e dall’ “Imprimatur” di due distinti uffici vescovili. Il tutto condito con l’olio, il vin santo e l’incenso.

Cent’anni dopo il libercolo “Durante il bombardamento aereo Austro-Ungarico su Castelfranco-Veneto” (Nulla aosta di Mons. Dott. Valentino Bernardi del 6 settembre 1919 e IMPRIMATUR della Curia Vescovile di Treviso 6-9-19 Mons. Vitale Gallina Provicario Generale) può essere ancora una fonte primaria ed attendibile per i fatti delittuosi e criminali accaduti tra il 1917 e il 1918? Come possono uno storico di fama, un direttore di biblioteca, un architetto urbanista, un ex presidente di Banca popolare, un ex sindaco, un ex monsignore mitrato, un assessore alla cultura, un sindaco in pectore, un presidente della Provincia di Treviso, rimanere ancorati alle generiche quantomai assurde informazioni di carattere militare e politico di don Giovanni Pastega, arciprete della Pieve, che è stato riesumato dal prof. Luigi Urettini di Treviso nel suo Storia di Castelfranco, Il Poligrafo, Padova, 1992)? Troppo facile la consultazione di queste due pubblicazioni, fra l’altro sprovviste di adeguate fonti storiche militari, sanitarie, civili.
Non solo questi signori si sono dimostrati plagiatori, che potrebbero essere denunciati per violazione dei diritti di copyright (una notizia ricavata non dalla strada ma da una pubblicazione va assolutamente citata la fonte con la pagina e l’anno, quando trattasi di fatti sensibili), ma persino demagoghi e falsi. Demagoghi perché nei loro racconti vi è un chiaro indirizzo “pseudo democratico”, “partigianesco”, del “volemose tuti ben”, dell’operare con scienza e moralità, e falsi perchè hanno raccontato argomenti politici con delle frottole che oggi, nel linguaggio globale, vengono definite “fake news”.
Da chi attingeva don Pastega per scrivere certe informazioni sensibili (rifugi, morti, distruzioni, combattimenti, rese, vittorie e sconfitte)? Chi era il prof. Ottavio Dinale, suo acerrimo nemico “anticlericale” che diventerà amico di Mussolini e fautore del fascismo? Che rapporti “fraterni” aveva instaurato con i francesi dalla primavera del 1918 per poter beneficiare del rifugio antiaereo ciostruito sotto terra di fronte alla Pieve? E le sue amicizie con il clero austro-tedesco al tempo di Pio X?
Che c’entra “la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari, riferendosi ad una nota del Sommo Pontefice (ndr, Benedetto XV)”? Dunque condivide l’uso della forza per la soluzione di controversie e suppone che ci siano leggi internazionali e principi umanitari da rispettare. Poi per quanto riguarda la sua analisi dei danni arrecati al paese e alla comunità sembra che si sostituisca alla politica con la raccolta fondi per l’Infanzia ed elenchi i bombardamenti, le distruzioni, le perdite. Non le quantifica e nemmeno si conoscono dati precisi, nonostante il sindaco Ubaldo Serena abbia firmato una “Copia della pianta topografica della Città con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche dal novembre 1917 all’ottobre 1918, conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni al diritto delle genti commesse dal nemico in data di Venezia 24 marzo 1919, con firma in calce del 17 giugno 1919.”
Il libercolo del prete è ancora oggi consultato e ripreso come spunto da politici, storici e giornalisti. Nessuno mai ha approfondito sulla veridicità delle sue osservazioni.
Con tutta probabilità il don Peppone dell’epoca spedì al mittente più di qualche messaggio cifrato (come la vendetta contro l’infamante prof. Dinale), viste come sono andate le cose: non tanto una guerra d’inutile strage ma di distruzioni e violazioni tali da chiedersi quanti tipi di Dio esistono? Quindi sconfina nella politica e fa capire che questa è impreparata. A lui si implora di riorganizzare il tessuto civile distrutto e una raccolta fondi per gli orfani di guerra. Dov’era lo Stato?
Una prova inconfutabile del fallimento che seguirà sul piano politico l’Italia nel dopoguerra come scrive Mario Pisani “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711), che terminò i lavori nel 1920. In precedenza la Commissione affrontava i compiti che le erano stati affidati con grande dispiego di energie e notevolissimo impegno analitico, tanto che, nel 1921, venivano pubblicate le relazioni dei lavori, raccolte in ben sette volumi, per un totale di circa 4000 pagine, compresa una cospicua serie di documenti fotografici.”
Dunque nulla impedisce di pensare che don Pastega fosse spinto dal vento in poppa per la richiesta di indennizzi e nel far valere che l’opera costante e presente della Chiesa, cioè sua, serviva al bene della Patria. Una partita sulla quale ci ritorneremo.

Gli storci locali plagiatori e bugiardoni
A distanza di un secolo e mettendo a confronto frasi e aneddoti di don Pastega con Dino Scarabellotto e via via passati in rassegna dagli storici locali, ci siamo accorti che non c’è mai stata una ricerca di storia militare, ora che possediamo dei mezzi quanto mai fondamentali, come Derio Turcato ha saputo puntigliosamente scavare “creuser” in archivi e saggistica francesi. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, prima ancora della Storia Militare, le municipalità di Castelfranco e Galliera non hanno saputo svolgere appieno su un piano culturale e di “gemellaggio” il caso della morte del generale Lucien Zacharie Marie Lizé, di rendergli onore come vittima di un vile bombardamento aereo, in cui furono usate bombe incendiarie e Shrapnel (a grappolo), e di altre vittime quali personale sanitario, ammalati, feriti e persino salme dell’obitorio. Più crimine di cvosì cosa si poteva aspettare dai piloti austro-germanici?
All’uomo della strada come al pubblico seduto in una sala lo si può intrattenere con aneddoti sarcastici o ironici (se questi siano utili di fronte ai milioni di morti) per racimolare qualche denaro svalutato. Quello che non va sono le lapidi ricordo di borgo Treviso con i soli cittadini castellani periti in guerra, a causa di ferite o dispersi. Quello che non va aver sbagliato la data di morte del generale francese e il luogo esatto dove fu colpito da una “scheggia”. Quello che non va che non ci siano altre lapidi di vittime che erano in servizio quei giorni di bombardamenti per il soccorso sanitario, civile e di assistenza.
E qui entriamo in un nuovo capitolo che si chiama Diritto umanitario snobbato, a a quanto pare, dai politici e dagli stessi militari.

Relazioni internazionali e Storia militare franco-italiana di Castelfranco
Che cosa è successo con l’Armistizio del 3 novembre 1918, sottoscritto a Villa Giusti (Mandria-Padova)? La fine totale delle ostilità è avveta circa una decina di giorni dopo. Poi si sono susseguiti i Trattati di Pace di Versailles (1919) e in ambito nazionale c’è stata la costituzione della Commissione d’inchiesta parlamentare (maggio-giu. 1919) che doveva stilare i danni e le violazioni. Viene affidata alla Corte Suprema di Lipsia (1920-21) la soluzione delle controversie, con la condanna dei “criminali”. Il paese cade nel marasma totale e come spesso accade la politica interpreta il mal di pancia ed instaura “quello che il popolo grida”: ordine e lavoro!

Revisione o rispetto?
Fonti storiche rivedute grazie alla consultazione on line di archivi, saggi, manuali, articoli di giornali, fotografie e filmati, che sconfessano alcuni storici locali bugiardi e poco rispettosi del copyright.
Lo spunto è avvenuto quasi per caso – ci dice Derio – all’indomani del 4 novembre dopo aver assistito alla cerimonia in pompa magna per il Centenario dell’Armistizio di Villa Giusti (vedi Unita Nazionale e Forze Armate) e consultato i motori di ricerca per due o tre argomenti trattati: 1. cause ed effetti dei violenti bombardamenti aerei sul centro storico di Castelfranco, 2. distrutti siti adibiti al soccorso sanitario (Croce Rossa, Cavalieri Ordine di Malta), 3. distrutti casa per anziani, 4. distrutti palazzi e case private, 5. uccise persone inermi senza nessuna difesa. E tutto questo non dal fronte del Massiccio del Grappa ma con aviogetti bombardieri che partivano da lontano.
Il secondo grande argomento non abbiamo mai saputo che se ne fecero dei 1500 prigionieri catturati sul Monte Tomba-Monfernera (30 dicembre 1917) che Scarabellotto e Urettini si divertono a raccontare che i francesi li avrebbero usati per spazzare la piazza del Mercato quando ce n’era bisogno. Fra loro ci sono centinaia di feriti. Come li avranno trattati? Saranno stati uccisi come successe per francesi, belgi e italiani?

Il fatto storico
Da quello che si legge sul Manifesto municipale firmato dal sindaco Stefano Marcon, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero e non solo “Lucien”. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgione, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri soldati omonimi ricordati all’Hotel des Invalides di Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale di Angers, regione della Loira e Maine.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de Foch Les 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot, ed.) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 ordigni sul loro bersaglio (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale n. 38 di evacuazione di Galliera [Veneta], dove è morto alle 9.30”.
Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera, sede dell’ospedale militare francese dove fu portato.
Leggermente diversa la testimonianza di un ufficiale che lo soccorse “è stato colpito alle ore 5,10 mentre percorreva dieci metri per entrare in un rifugio antiaereo” che conferma la data e l’ora del decesso, 5 gennaio ore 9,35 (Bouchemaine, Tomo I).

Miatello: Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

Turcato: Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–  il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale alla rubrica eventi nulla risulta;
–  Le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–  Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–  Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

“Andrea Schiavone. Ventuno dipinti in riflettografia”, Paola Artoni, Gianpaolo Romagnani ed Enrico Maria Dal Pozzolo ne svelano i retroscena

Dal Pozzolo, Artoni, Romagnani 2016 Invito analisi Schiavone 2 aprileL’Università di Verona si sta distinguendo nel panorama dei centri di ricerca che la rende unica nel Veneto per il contributo che potrà offrire al mondo dell’arte. Il 24 febbraio scorso si sono inaugurati i Laboratori integrati del Dipartimento “Culture e Civiltà”, formati dai: Laboratorio di Archeologia, Cartografia e del Centro Laniac, sotto la direzione del prof. Gianpaolo Romagnani. La novità, per quanto riguarda le opere d’arte, è una ricerca profondamente innovativa e non invasiva che permette con strumenti ottici ad infrarossi a diagnosticarle. Nel gergo degli specialisti viene chiamata riflettografia infrarossa in quanto consente di penetrare le superfici dipinte con il rosso, bianco, blu e verde (questi due fino agli anni ’70 davano luogo a macchie nere). “Il disegno preparatorio sottostante la superficie dipinta viene rivelato a condizione di contenere tracce di carbonio come di solito è il caso quando, ad esempio, il disegno è realizzato a carboncino o con tempera nera” – ci spiega Paola Artoni ed aggiunge “vengono svelati alcuni particolari nascosti dallo stato pittorico superficiale grazie alla parziale trasparenza alla radiazione IR dei materiali che lo compongono”.

La novità, come abbiamo detto, non è invasiva, non danneggia il supporto. E’ una tecnica che consente di studiare la tela o la tavola in modo da scoprire quello che vi è sotto ed eventuali successivi restauri intervenuti nel tempo, o se ci sono stati ripensamenti dell’autore, modifiche in corso d’opera, o come succedeva per le botteghe d’arte rinascimentali, il ricorso all’uso dei cartoni. L’apparecchiatura, facilmente trasportabile e poco ingombrante può essere usata in loco, con luce “appropriata” che rilascia dei riflettogrammi. Questi hanno l’aspetto di immagini in bianco e nero che consentono di scoprire le tracce del disegno, tracciato dall’artista, per la costruzione del dipinto. Siamo all’inizio di una rivoluzione copernicana? Sì, soprattutto per la garanzia di autenticità e di paternità di un’opera d’arte che si potrà dare all’esperto, anche se, par di capire, potrebbe succedere che il collezionista esiti di ricorrere a tale analisi, preferendo rimanere nella sua libera buona fede.
Il futuro ormai è tracciato per lo sviluppo che potrà avere nell’arte perchè apre nuovi orizzonti per ricercatori e studiosi che l’Università scaligera ormai da tempo sostiene. “Siamo aperti a qualsiasi offerta di lavoro anche a prezzo scontato” è una battuta spontanea del prof. Enrico Maria Dal Pozzolo che fa capire quanto sia urgente l’aspetto comunicativo che ne promuove benefici e ritorno d’immagine. Ci riferiamo, ad esempio, ad una possibile sinergia con chi studia storia dell’arte (Licei) nel percorso obbligatorio “Scuola Alternanza Lavoro” (200 ore dal 3° al 5° anno), proponendo un pacchetto ore di esercitazioni su questo fronte “sensibile”.

02. Andrea Schiavone Diana e Atteone Kunsthistorisches Museum ViennaLa mostra: “Splendori del Rinascimento a Venezia. Andrea Schiavone tra Parmigianino, Tintoretto e Tiziano”
Tra i protagonisti della pittura veneziana del Cinquecento, Andrea Meldolla detto lo Schiavone non ha ricevuto dalla critica moderna le stesse attenzioni riservate ad altri artisti di lui più celebri, quali Tiziano o Tintoretto. Nato a Zara agli inizi del Cinquecento, lo Schiavone si trasferì precocemente a Venezia dove ha lasciato testimonianze rilevanti della propria opera in chiese e sedi pubbliche, come la Libreria Sansoviniana. Fu probabilmente il più brillante incisore della Venezia del suo tempo. Il Catalogo 24Ore Cultura.
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Il Convegno 31/03-02/04: organizzato dalla Biblioteca Nazionale Marciana assieme all’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini. A questo Convegno, il primo dedicato all’artista, con studiosi provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Approfondimenti su aspetti tuttora incerti della biografia e dell’attività di questo maestro prolifico e impegnato su più fronti della produzione artistica: pittura, incisione, disegno.
Articolate in tre giornate, le quattro sessioni del Convegno con l’avvicendarsi di specialisti della materia che si confronteranno su questioni attributive, tecniche, diagnostiche, iconografiche, nonché relative alla fortuna di Schiavone nella letteratura artistica e nel collezionismo. Temi: connoisseurship e ricezione in Italia e in Croazia, sua patria d’origine.
Il convegno è organizzato dalla Biblioteca Nazionale Marciana assieme all’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Presentazione nella chiesetta di Palazzo Ducale, sabato 2 aprile ore 16.30, del IV volume della collana “I Quaderni del Laniac”, “Andrea Schiavone. Ventuno dipinti in riflettografia” a cura di Paola Artoni e Enrico Maria Dal Pozzolo, con schede di Chiara Tranquillità. Introduzioni di Gabriella Belli, Lionello Puppi e Gianpaolo Romagnani. (Zel Edizioni, Treviso).
Il volume è realizzato dal Centro Laniac in collaborazione con la Fondazione Musei Civici Venezia e la Fondazione Antonveneta.

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Arte Fiera 2016: Il mercato dell’arte moderna e contemporanea in Italia e nel mondo

sabato 30 gennaio
dalle ore 11.30 alle ore 13.00
Arte Fiera – Bologna
SALA BOLERO, Blocco B 1° piano Centro Servizi _Ingresso Costituzione
Intervengono: Annamaria Gambuzzi, Presidente Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea
On. Roberto Rampi, Commissione Cultura Camera dei Deputati
Dott. Francesco Scoppola, Direzione Generale Belle Arti e Paesaggio, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT)
Aldo Bassetti, Collezionista, Presidente Associazione Amici di Brera
Carlo Orsi, Presidente Associazione Antiquari d’Italia
Avv. Giuseppe Calabi, Partner CBM &Partners
Modera: Marilena Pirrelli, Il Sole24ore

L’arte è una risorsa culturale ed economica allo stesso tempo, alla quale è associato un indotto che potrebbe occupare un ruolo di grande importanza per l’economia italiana: (si stima che nel 2014 il settore abbia generato 2.8 milioni di posti di lavoro a livello internazionale), ma che non è sfruttata e valorizzata in Italia come avviene in altri Paesi. A fronte di un fatturato globale in costante crescita (stimato dal Tefaf Art Market Report 2015 in circa 51 miliardi di euro), in Italia il mercato non cresce e gli operatori del settore soffrono a causa delle pesanti limitazioni normative e di una discrezionalità nell’azione amministrativa che non ha eguali a livello europeo.
La valorizzazione dell’arte, soprattutto del settore moderno e contemporaneo, deve necessariamente passare attraverso la circolazione internazionale delle opere, allo scopo di favorirne in primo luogo la fruizione e la conoscibilità pubblica, nonché lo studio da parte dei critici e le conseguenti quotazioni sul mercato. Basti pensare a come il commercio internazionale degli impressionisti francesi abbia contribuito a rendere le loro opere patrimonio universale.
In Italia la circolazione (e quindi il mercato) di opere d’arte invece sono fortemente limitati da una normativa eccessivamente rigida, vetusta, e da processi burocratico-amministrativi “bizantini” e farraginosi.
Queste limitazioni oltre a limitare fortemente il mercato, sviliscono la valorizzazione delle opere dei molti collezionisti che evitano di concederle in prestito in occasione di mostre ed eventi culturali – nazionali ed internazionali – per evitare di sottoporle all’attenzione del Mibact, con la conseguenza di limitare al pubblico la fruibilità di tali opere. Allo stesso tempo, numerose gallerie e operatori del settore chiudono e, nella migliore delle ipotesi, si trasferiscono all’estero, ove le condizioni per condurre gli affari nel settore dell’arte sono più favorevoli, con conseguenti ripercussioni economiche su tutto l’indotto che, tra restauratori, trasportatori, art advisors etc., potrebbe offrire un significativo numero di posti di lavoro.
Ad oggi, le conseguenze reali sono l’ingolfamento dei tribunali amministrativi che sono saturi di cause giudiziarie pendenti con conflitto permanente tra cittadino/impresa e PA.
Questo workshop vuole essere un momento di confronto, insieme ai principali stakeholder, per affrontare le problematiche legislative aperte, alla luce dello scenario europeo ed internazionale, in linea con l’obiettivo di valorizzare e promuovere il nostro patrimonio artistico.

Torino, Palazzo Chiablese: Matisse e il suo tempo

“Per non fare una semplice raccolta di opere, in mostra è presente una raffinata selezione – dice la curatrice Cecile Debray (conservatore del Centre Pompidou di Parigi) – di capolavori del Maestro allo scopo di raccontare pensieri e sentimenti dell’epoca anche attraverso le 47 opere di altri artisti esposti qui a Torino. Partendo dal Fauvismo, fondato proprio da Matisse e un gruppo di amici, il percorso si snoda attraverso varie tappe in cui il modus facendi matissiano interseca l’ars di Picasso, il quale raccoglie gli ultimi esponenti del fauvismo indirizzandoli verso il cubismo. Un caleidoscopico itinerario scandito da tele che riflettono assimilazioni e discostamenti tra i grandi maestri che si formano intono agli Anni 30, passando poi attraverso lo stile surrealista di Matisse degli Anni 40 a quello “intuitivo” dell’immediato dopoguerra. Un approdo esplosivo chiude l’itineratrio di mostra con opere cardine della decostruzione e destrutturazione tipiche degli Anni 60 e 70 nei quali lo stile di Matisse sopravvive nelle opere degli artisti che lo hanno succeduto e hanno subito la sua forte influenza.”

“Ho lavorato per arricchire la mia intelligenza, per soddisfare le differenti esigenze del mio spirito, sforzando tutto il mio essere alla comprensione delle diverse interpretazioni dell’arte plastica date dagli antichi maestri e dai moderni.”
Henri Matisse, Notes d’un peintre in “La Grande Revue”, 25 dicembre 1908

Matisse “l’ansioso, il follemente ansioso” – così lo descrive uno dei suoi amici divisionisti – domina l’arte della prima metà del XX Secolo ed è considerato uno delle coscienze artistiche più affascinanti del Novecento. Sempre al centro di dibattiti, durante tutta la sua carriera è stato capogruppo dei fauves, osservatore critico del cubismo, discepolo di Signac, Renoir e Bonnard, rivale di Picasso, maestro d’accademia e infine precursore di un’arte che anticipa l’espressionismo astratto newyorkese.
Con 50 opere di Matisse e 47 di artisti a lui coevi quali Picasso, Renoir, Bonnard, Modigliani, Miró, Derain, Braque, Marquet, Léger – tutte provenienti dal Centre Pompidou – la mostra “Matisse e il suo tempo” si prefigge di mostrare le opere di Matisse attraverso l’esatto contesto delle sue amicizie e degli scambi artistici con altri pittori. Così, per mezzo di confronti visivi con opere di artisti suoi contemporanei, sarà possibile cogliere non solo le sottili influenze reciproche o le fonti comuni di ispirazione, ma anche una sorta di “spirito del tempo”, che unisce Matisse e gli altri artisti e che coinvolge momenti finora poco studiati, come il modernismo degli anni quaranta e cinquanta. Opere di Matisse quali Icaro (della serie Jazz del 1947), Grande interno rosso (1948), Ragazza vestita di bianco, su fondo rosso (1946) sono messe a confronto con i quadri di Picasso, come Nudo con berretto turco (1955), di Braque, come Toeletta davanti alla finestra (1942), di Léger, come Il tempo libero – Omaggio a Louis David (1948-1949)
Promossa dal Comune di Torino – Assessorato alla Cultura, dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte e dal Polo Reale di Torino e organizzata dal Centre Pompidou di Parigi, 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e Arthemisia Group, la mostra curata da Cécile Debray conservatore Centre Pompidou sarà visitabile a Palazzo Chiablese di Torino dal 12 dicembre 2015 al 15 maggio 2016.

Dieci sezioni in mostra illustrano, secondo un percorso cronologico intercalato da approfondimenti tematici, le figure matissiane delle odalische – come in Odalisca con pantaloni rossi del 1921 -; la raffigurazione dell’atelier, soggetto ricorrente nell’opera di Matisse ma che, negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, dà luogo a quadri stupefacenti a firma di Braque (L’Atelier IX, 1952-56) e Picasso (Lo studio, 1955); l’opera e il percorso di Matisse dai suoi esordi con Gustave Moreau (1897-99) fino alla sua scomparsa negli anni Sessanta e alle ultime carte dipinte e ritagliate.

La mostra vede come sponsor Il Gioco del Lotto, come sponsor tecnici Grandi Stazioni, Trenitalia, Nova Coop, Canale Arte e vede il supporto di La Rinascente.
L’evento è consigliato da Sky Arte HD.
Il catalogo è edito da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE.
LA MOSTRA
Prima sezione – I “Moreau”
La mostra ha inizio con gli esordi di Matisse e gli indefettibili legami d’amicizia che egli stringe con i condiscepoli dell’atelier di Gustave Moreau all’École des Beaux-Arts: Albert Marquet, Charles Camoin, Henri Manguin. Essi dipingono insieme una serie di quadri da medesimi soggetti (caffettiere, vedute della Senna – come in Pont Saint-Michel del 1900 -, modelli in studio o sessioni di copie di dipinti al Louvre), accomunati dall’insegnamento impartito dall’atelier più liberale di Parigi.
Seconda sezione – Il Fauvismo
Un soggiorno nel Midi, a Collioure, nell’estate 1905, segna l’inizio dell’avventura del fauvismo sotto l’egida di Matisse. Lo scandalo provocato dalla mostra dei dipinti dai colori puri di Matisse e dei suoi amici Manguin, Camoin e Marquet e di André Derain e Maurice de Vlaminck al Salon d’Automne del 1905 segna la nascita del movimento, al quale l’anno seguente si uniscono i giovani Braque e Dufy. A questo periodo, e presenti in mostra, appartengono Autoritratto (1900) di Matisse e Il sobborgo di Collioure (1905) di Derain.
Terza sezione – Polo Nord – Polo Sud. Matisse e il Cubismo
Matisse, che si è vivamente opposto alla svolta cubista di Braque nel 1908 e alla sua amicizia con Picasso, ammetterà tuttavia molto più tardi che “il cubismo deriva da Cézanne” il quale diceva che ogni cosa è cilindrica o cubica. Nel settembre 1914 Matisse, non essendo stato chiamato alle armi, parte per Collioure e vi ritrova Juan Gris. I dipinti che esegue sono fortemente segnati dalla riflessione condotta da Picasso, Braque e Gris a partire dagli anni 1909-10. Matisse dipinge finestre, un tema ricorrente nella sua opera, e ritratti. La tela, quasi astratta, sembrerebbe incompiuta: Porta-finestra a Collioure (1914) presenta una composizione a bande parallele di campiture nere e blu, sulla linea del lavoro di Gris. Allo stesso modo, la stilizzazione della figura che Matisse realizza nella serie plastica dei Nudi di spalle o nel grande dipinto Bagnanti al fiume riecheggia le ricerche di Henri Laurens.
Quarta sezione – Gli anni di Nizza, riletture
Dopo il tumulto degli anni parigini, alla fine del 1917, Matisse si stabilisce a Nizza offrendo a se stesso un nuovo inizio. In questa regione dal clima privilegiato incontra Auguste Renoir, visita spesso lo studio di Maillol, stringe amicizia con Pierre Bonnard. Tramite l’École des Beaux-Arts di Nizza conosce nuove modelle, come l’italiana Lorette (rappresentata in Lorette con tazza di caffè del 1917). Moltiplica i ritratti e le composizioni intimiste di figura, tornando ad attingere alle sue prime fonti, ossia l’Impressionismo, con lo studio degli ultimi dipinti di Renoir e di Monet. Attraverso questo dialogo con i suoi predecessori, Matisse partecipa a modo suo al ritorno al classicismo degli anni Venti, al pari di Derain e Picasso.
Quinta sezione – Il pittore delle odalische
Ispirato dai suoi soggiorni in Marocco, Matisse rivisita nella linea di Delacroix il tema esotico dell’odalisca (L’algerina del 1909). La densità dell’ornamentazione e del colore caratterizza i dipinti di questo periodo, che resterà a lungo emblematico dell’arte edonista e raffinata di Matisse. Per lui ora si può parlare di successo (anche in termini economici) e di una vera e propria moda. Attorno alle odalische di Matisse si viene a formare una corrente orientalista moderna attraverso la mediazione di Roger Bezombes, e lo stesso Picasso (presente in questa sezione con Nudo con berretto turco del 1955), dopo la morte di Matisse, confiderà: “Quando Matisse è morto, mi ha lasciato in eredità le sue odalische, ed è questa la mia idea dell’Oriente, sebbene non ci sia mai stato”.
Sesta sezione – Il desiderio della linea. Matisse e il Surrealismo
Gli anni trenta segnano una svolta nel lavoro di Matisse che concepisce allora la grande decorazione murale per il dottor Barnes, La danza, e le illustrazioni delle Poesie di Mallarmé. In seguito a quella svolta radicale, il pittore reinventa il proprio disegno che diviene autonomo, stilizzato, quasi automatico, e sviluppa il nuovo approccio alla linea nella serie Temi e variazioni (1943). La liberazione del tratto, l’onirismo, la rappresentazione di semplici oggetti caratterizzano le opere grafiche prodotte in quegli anni da Matisse, Picasso, Masson, Miró e addirittura Léger, tutti autori influenzati dallo stesso clima venato di surrealismo.
Settima sezione – Dipingere la pittura. Gli atelier di Matisse
Gli anni Quaranta sono la stagione del ritorno alla pittura e degli “interni” di Vence. Matisse pone nuovamente al centro del proprio lavoro il motivo della finestra (Porta-finestra a Collioure del 1914). La raffigurazione dell’atelier costituisce allora un tema ricorrente presso parecchi artisti, tra cui Picasso (con il suo Lo studio dell’ottobre 1955), Braque (L’Atelier IX del 1952/1956), Dufy e Giacometti, quale immagine riflessiva e autoreferenziale della pittura in cui si mescolano affermazione del “mestiere”, spazio privato e di concentrazione a fronte della follia del mondo, e infine spazio mentale.
Ottava sezione – Matisse, Renoir e la “Danza” di Barnes
Allo stesso modo, il genere della natura morta – ininterrottamente frequentato da Matisse – diviene per il pittore un imprescindibile strumento di autoriflessione. Nelle celebri nature morte con arance – che secondo Apollinaire costituiscono la quintessenza della sua arte – Matisse dà vita a un gioco di raffinati rimandi che si estende dalle Mele di Cézanne fino alle affettuose reinterpretazioni di opere di Picasso.
Nona sezione – Il Modernismo. La svolta degli anni Trenta
Dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, i grandi artisti figurativi, tra cui Matisse, Léger, Picasso e Dufy, mutano il proprio stile in direzione di un trattamento grafico più sciolto e schematico e di una tavolozza di colori primari che fanno eco al linguaggio modernista di Le Corbusier e di Mondrian. Così i dipinti eseguiti da Matisse dopo la grande decorazione per Barnes ritrovano una nuova economia formale che oggi appare chiaramente legata all’estetica modernista degli anni Cinquanta, che trova le sue migliori espressioni in Ragazza vestita di bianco, su fondo rosso (1946) di Matisse e Il tempo libero – Omaggio a Louis David (1948-49) di Léger.
Decima sezione – Il lascito di Matisse all’Astrattismo. L’ultimo Matisse
A partire dal 1947, Matisse inventa una nuova tecnica, il guazzo ritagliato che gli permette di ritagliare “al vivo” nel colore. È di questo periodo la serie di venti tavole colorate realizzate da Matisse con la tecnica dello stampino Jazz (1947) cui appartiene Icaro (tavola VIII). Le nuove tecniche ideate da Matisse avranno conseguenze notevoli sul lavoro degli artisti delle generazioni successive: gli espressionisti astratti come Rothko e Sam Francis, gli artisti di Supports/Surfaces come Vincent Bioulès, Claude Viallat (che, in quanto sua fonte di ispirazione, produce Omaggio a Matisse del 1992) e Jean-Pierre Pincemin, ma anche Simon Hantaï e molti altri ancora.
Grazie alla diffusione della sua opera negli Stati Uniti per merito di suo figlio, il mercante Pierre Matisse, alle mostre dei lavori dell’estrema maturità in Francia e al complesso decorativo e architettonico della cappella di Vence (1949-1951), l’opera di Matisse nutre profondamente di sé l’arte del XX e del XXI secolo.

IL CATALOGO
Il catalogo concepito e curato da Cécile Debray – curatrice responsabile delle collezioni Matisse presso il Musée national d’Art moderne-Centre Pompidou – comprende saggi introduttivi a ciascuna sezione e testi che approfondiscono aspetti specifici. Per arricchire i richiami storici proposti in ciascuna sezione di mostra si è coinvolto due specialisti di Matisse: Claudine Grammont la quale, oltre ai suoi due brevi saggi, l’uno sugli anni cubisti attraverso il confronto tra Matisse e Picasso e l’altro sugli atelier di Matisse, propone una riflessione sulla collezione personale del pittore, argomento che tocca i suoi rapporti con altri artisti, quelli da lui ammirati (Cézanne, Renoir, ma pure Courbet e Redon) e i suoi emuli (come Picasso), e che rivela come, molto spesso, egli compri opere ad artisti amici in difficoltà economiche. Col suo saggio sulle fonti renoiriane della Danza di Barnes, Augustin de Butler offre un esempio preciso e inedito dell’influenza di Renoir su Matisse, perfettamente in linea con lo spirito della mostra.
Le opere di Matisse, riprodotte a colori insieme agli altri pezzi in mostra, sono accompagnate da schede che esplicitano i legami con le prove di altri artisti, redatte da Anna Hiddleston, Assia Quesnel ed Elsa Urtizverea.
L’ultima parte del catalogo consiste di un’ampia scelta di estratti di lettere, dichiarazioni e testimonianze di Matisse e di altri artisti, e offre una sorta di antologia divisa per nomi, utilissima e finora inedita. La lettura di tali scambi rende più viva e insieme più ricca di sfumature la conoscenza di questa rete di amicizie di lunga durata. In alcuni casi, gli scambi epistolari coprono un arco di oltre quarant’anni, presentando variazioni ed evoluzioni nel corso del tempo. Alcune delle lettere di Matisse, soprattutto quelle a Bonnard o a Rouault, sono vere e proprie trattazioni, riflessive e sensibili, sull’arte. Altre, più intime e familiari, inviate ai suoi vecchi amici, Marquet o Camoin, rivelano un Matisse più scherzoso o più scorbutico, che fornisce ragguagli sulla vita quotidiana degli artisti.
INFO E ORARI DI MOSTRA
lunedì 14.30 – 19.30
martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 9.30 – 19.30
giovedì 9.30 – 22.30
(la biglietteria chiude un’ora prima)
Info e prenotazioni
Tel. +39 011.0240113
http://www.mostramatisse.it

Scuola: offerta formativa in Veneto, 26 nuovi percorsi di studio

La Giunta regionale del Veneto ha approvato l’offerta formativa per il prossimo anno scolastico 2016-17. “Attiveremo 26 nuovi percorsi di studio – anticipa l’assessore alla scuola e alla formazione Elena Donazzan – per sviluppare l’offerta dei poli liceali e dei poli tecnico-professionali presenti nel territorio, in modo da diversificare le tipologie dei percorsi formativi nel rispetto delle richieste degli studenti, delle opportunità lavorative e delle vocazioni produttive dei diversi territori. L’attivazione dei nuovi percorsi è collegata alla dimensione dei poli scolastici, agli spazi e alla strumentazione dei singoli istituti e alla disponibilità dei docenti messi a disposizione dall’Ufficio Scolastico Regionale, quindi, in ultima istanza, dal Ministero dell’Istruzione”.
Nel dettaglio ecco la mappa dei nuovi percorsi di studio attivabili per il prossimo Donazzananno scolastico nelle province venete:
PADOVA: per l’istituto Ruzza di Padova è previsto il corso serale per produzioni tessili sartoriali; all’istituto Ferrari di Este l’attivazione del liceo scientifico ad indirizzo sportivo; all’istituto superiore Einstein di Piove di Sacco il potenziamento dell’indirizzo elettronica ed elettrotecnica con il corso in automazione e l’attivazione del nuovo indirizzo informatica.
ROVIGO: l’istituto superiore De Amicis di Rovigo potrà attivare il corso serale di produzioni artigianali del territorio; l’istituto superiore Cristoforo Colombo di Adria amplia l’offerta formativa serale con il nuovo corso di servizi socio-sanitari.
TREVISO: all’istituto superiore Palladio di Treviso si riconosce la possibilità di attivare il corso serale di grafica e comunicazione; al liceo artistico di Treviso il corso serale di design.
VENEZIA: il liceo “XXV Aprile” di Portogruaro potrà attivare anche l’indirizzo musicale; l’istituto tecnico “8 marzo-Konrad Lorenz” di Mirano implementerà la propria offerta formativa nel settore tecnico tecnologico anche con il corso in ‘tecnologie del legno nelle costruzioni”; l’istituto tecnico turistico Algarotti di Venezia potrà attivare due corsi serali, uno ad indirizzo propriamente turistico e uno ad indirizzo amministrativo, di finanza e marketing; anche per l’istituto tecnico industriale Pacinotti di Mestre via libera a due corsi serali, uno in energia (al posto di quello attuale in meccanica e meccatronica) e uno in costruzioni, ambiente e territorio; l’istituto Franchetti di Mestre diventa anche liceo linguistico, subordinato però all’insegnamento della terza lingua extraeuropea; e pure il liceo scientifico Morin di Mestre potrà diventare anche liceo linguistico:
VERONA: l’istituto tecnico Pascoli di Verona potrà attivare anche l’indirizzo turistico; il liceo scientifico Nicolò Copernico di Verona attiva anche l’indirizzo sportivo; l’educandato “Agli Angeli” di Verona affiancherà al tradizionale indirizzo di liceo scientifico, anche quello di scienze applicate; il liceo Roveggio di Cologna Veneta diventerà anche liceo ad indirizzo sportivo e il liceo scientifico Veronese di San Bonifacio attiverà la sezione di scienze applicate; a Legnago il liceo artistico Marco Minghetti guadagna anche il corso in design e l’istituto professionale per l’industria e l’artigianato “G. Medici” attiverà l’indirizzo in produzioni tessili sartoriali.
VICENZA: l’istituto De Fabris di Nove attiverà anche il percorso di studio “produzioni artigianali del territorio”; all’istituto tecnico industriale Marzotto di Valdagno partirà anche l’indirizzo in meccanica e meccatronica; l’istituto tecnico agrario “Alberto Trentin” di Lonigo potenzierà l’offerta formativa con il nuovo corso in biotecnologie ambientali.

Treviso, Santa Caterina: lectio magistralis di Vittorio Sgarbi su Maurits Cornelis Escher


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Una folla ad attenderlo al Museo di Santa Caterina di Treviso, questi significa il grande affetto che i trevigiani serbano nei confronti di Vittorio Sgarbi, uno dei più abili e preparati affabulatori di storia dell’arte italiana. “I primi partecipanti si sono messi in coda già alle 9.30 di sabato mattina, davanti alle porte del museo di Santa Caterina, per potersi accaparrare un posto nelle prime Sgarbi al Santa Caterina Escherfile dell’esclusiva lectio magistralis che il critico Vittorio Sgarbi ha tenuto nella splendida sala dell’Auditorium trevigiano, ricca di lacerti di Tommaso da Modena del ‘400. Un incontro che ha suscitato l’interesse molti cittadini, autorità comunali accorsi per essere nell’evento”.
Un Sgarbi, simpatico, ironico con molte battute al vetriolo contro i politici, i leghisti, quelli che capiscono ben poco di arte e salvaguardia dell’ambiente. Ha ragione quando riprende il caso delle pale eoliche, dell’idea che il sindaco di Venezia vorrebbe vendere un capolavoro di Klimt per recuperare un po’ di soldi.
E’ ritornato a Treviso per spiegare alla cittadinanza i segreti della mostra su Maurits Cornelis Escher, celebre pittore olandese le cui opere principali sono esposte da venerdì 30 ottobre nello storico museo trevigiano.
CIMG0109Dopo qualche speso a passare in rassegna il museo e la particolare mostra di Escher, il critico ha subito iniziato la sua lezione con queste parole: “E’ merito mio se le mostre di Escher e El Greco sono arrivate a Treviso”, dilungandosi quindi sulle vicissitudini che hanno portato l’amministrazione comunale della città a organizzare una mostra così importante.
“Treviso – spiega Sgarbi – assomiglia all’aforisma di Walt Whitman che recita: ‘Certo che mi contraddico. Io sono grande, contengo moltitudini al mio interno’. E’ una città che grazie alla sua amministrazione è riuscita a organizzare mostre di artisti apparentemente molto distanti tra loro (come Escher e El Greco), riuscendo però a farle coesistere in armonia”.
CIMG0071Più volte ha ringraziato i tanti trevigiani accorsi solo per lui, Sgarbi ha iniziato a raccontare la mostra dedicata all’artista olandese, sfogliando il catalogo ufficiale.
Un vero e proprio viaggio che pone le sue radici più profonde in Italia, terra amata da Escher e a cui la mostra trevigiana dedica un’ampia sezione.
Sgarbi si è poi soffermato con particolare enfasi sul tema dell’illusione, caratteristica chiave della pittura di Escher. “L’artista olandese potrebbe essere paragonato in letteratura a un autore come Borges. Il primo è stato un vero e proprio visionario dello spazio, mentre lo scrittore argentino è stato un visionario della Storia. Entrambi hanno descritto con impareggiabile maestria il concetto di spazio aberrante e per questo li possiamo definire come due sognatori del reale. Escher, in conclusione dipinge labirinti da cui non sappiamo se potremo mai uscire, ma la nostra mente, dopo aver osservato le sue opere, ne esce sicuramente innalzata”.
Tra i tanti temi toccati da Sgarbi, anche quello della discussa (possibile) vendita di un quadro di Klimt da parte del sindaco di Venezia, per aumentare le casse comunali, iniziativa a cui il critico si è detto sfavorevole (non venderei mai nulla del patrimonio pubblico”).
mariachiara Lizza e Daniele PaulettoSgarbi infine, ed è stata forse la parte più emozionante della sua lezione – ha voluto fare un parallelo tra le opere di Escher e gli splendidi affreschi conservati nella sala dell’Auditorium di Santa Caterina “di un giovane sconosciuto”, non dimenticandosi di omaggiare durante la lezione, tra gli altri, un trevigiano che ha fatto conoscere l’immagine della città in tutto il mondo, vale a dire Luciano Vincenzoni.
Una lectio magistralis che conclude una settimana in cui Treviso è stata protagonista assoluta della cultura grazie a una serie di iniziative incredibili.
“Sono molto felice di potervi annunciare l’arrivo della mostra di Escher al Museo di Santa Caterina – dichiara il sindaco di Treviso Giovanni Manildo – Quando mesi fa abbiamo preso contatti con la Presidente di Arthemisia Iole Siena avevamo in mente un progetto: Treviso e il 900’. La cultura, le bellezze e la storia della nostra città sono strettamente legate a questo secolo. Mi riferisco chiaramente al Museo CIMG0039Bailo che riaprirà le sue porte dopo più di dieci anni, alla letteratura del periodo che trova in Giovanni Comisso un suo alto rappresentante, al cinema e alle pellicole del maestro Luciano Vincenzoni, penso ai manifesti della collezione Salce, allo sviluppo del Prosecco un prodotto tipico che ha caratterizzato non solo Treviso, ma l’intera marca trevigiana. Abbiamo messo insieme le eccellenze della nostra città per costruire un progetto unitario di rilancio che rappresenti un volano importante per l’economia e l’indotto turistico. Per inaugurare questa stagione, questa riscoperta di un secolo in cui è cambiato il mondo, abbiamo scelto un artista che è anche un grande rappresentante di questo periodo. Un interprete poliedrico in grado di affascinare un pubblico molto vasto che piace al pubblico adulto ma anche ai più giovani”. “In questa cornice di sviluppo ben si inserisce il Museo di CIMG0107Santa Caterina – dichiara l’assessore ai beni culturali e ambientali Luciano Franchin – la mostra studiata con Arthemia Group ci permetterà non solo di portare molti turisti a visitare le opere di Escher ma a riscoprire il patrimonio artistico e le collezioni permanenti del Museo di Santa Caterina e il Museo Bailo. Tutto questo senza gravare sul bilancio del Comune di Treviso”.
Curata da Marco Bussagli e Federico Giudiceandrea e prodotta da Arthemisia Group in collaborazione con la M.C. Escher Foundation chiuderà il 3 aprile 2016 e sarà visitabile il lunedì dalle 14.30 alle 20.00 e dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle 20.00.