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“All the World’s Futures”, la 56.Biennale d’Arte apre il 9 maggio

Paolo Baratta
Paolo Baratta, Presidente Biennale Venezia (Photo by A. Miatello)

(di Angelo Miatello)
La 56.Esposizione Internazionale d’Arte porta il titolo di “All the World’s Futures” e sarà un unico percorso su cui si snoderà dal Padiglione Centrale (Giardini) alle maestose sale dell’Arsenale, includendo 135 artisti  di 53 nazionalità diverse.  Novità ce ne sono parecchie, a partire dal curatore che è stato in grado di scegliere nuovi talenti e vecchi amici di viaggio a 360 gradi. L’internazionalità è il punto forte della kermesse veneziana.
Cosa ne pensa presidente?
“La Biennale che compie 120 anni procede, e anno dopo anno continua a costruire anche la propria storia, che è fatta di molti ricordi, ma in particolare di un lungo susseguirsi di diversi punti di osservazione del fenomeno della creazione artistica nel contemporaneo.”
Quali le differenze con le passate edizioni?
“Bice Curiger ci portò il tema della percezione e Massimiliano Gioni fu interessato al fenomeno della creazione artistica dall’interno, alle forze interiori che spingono l’artista a creare.”
Cos’è che non va?
“Oggi il mondo ci appare attraversato da gravi fratture e lacerazioni, da forti asimmetrie e da incertezze sulle prospettive. Nonostante i colossali progressi nelle conoscenze e nelle tecnologie, viviamo una sorta di ‘age of anxiety’. E la Biennale torna a osservare il rapporto tra l’arte e lo sviluppo della realtà umana, sociale, politica, nell’incalzare delle forze e dei fenomeni esterni. Si vuole quindi indagare in che modo le tensioni del mondo esterno sollecitano le sensibilità, le energie vitali ed espressive degli artisti, i loro desideri, i moti dell’animo (il loro inner song). La Biennale ha chiamato Okwui Enwezor – spiega Baratta – anche per la sua particolare sensibilità a questi aspetti.”
C’è il dibattito sull’arte che non c’è, lei cosa ne pensa?
“Curiger, Gioni, Enwezor: quasi una trilogia, sono tre capitoli di una ricerca della Biennale di Venezia sui riferimenti utili per formulare giudizi estetici sull’arte contemporanea, questione ‘critica’ dopo la fine delle avanguardie e dell’arte ‘non arte’.”
Perchè ha scelto Enwezor Okwui?
“Penso che Okwui sia la scelta migliore. Enwezor non pretende di dare giudizi o esprimere una predizione, ma vuole convocare le arti e gli artisti da tutte le parti del mondo e da diverse discipline: un Parlamento delle Forme. Una mostra globale dove noi possiamo interrogare, o quanto meno ascoltare gli artisti provenienti da 53 paesi, e molti da varie aree geografiche che ci ostiniamo a chiamare periferiche. Questo ci aiuterà anche ad aggiornarci sulla geografia e sui percorsi degli artisti di oggi, materia questa che sarà oggetto di un progetto speciale: quello relativo ai Curricula degli artisti operanti nel mondo. Un Parlamento dunque per una Biennale di varia e intensa vitalità.”
“Quello che si espone in Biennale ha come fondale 120 anni di storia delle arti, i cui frammenti sono in ogni angolo e di varia natura, visto che l’istituzione opera nell’Arte, nell’Architettura, nella Danza, nel Teatro, nella Musica e nel Cinema. (…) È il luogo delle “immagini dialettiche”, per usare l’espressione di Walter Benjamin.”
Ma la Biennale è fuori moda?
“Non credo proprio, anzi sono veramente contento e orgoglioso di non aver voluto ascoltare quanti nel lontano 1998 andava in giro dicendo che la mostra con padiglioni stranieri era “outmoded” e che andava pertanto eliminata, magari mettendo al suo posto un cubo bianco, uno spazio asettico nel quale esercitare la nostra astratta presunzione, o per dare ospitalità alla dittatura del mercato.”
Qual la differenza con altre Biennali?
“Ottima domanda. Lei sa che la nostra istituzione è plurima, articolata e complessa. Non è una semplice mostra di opere d’arte che devono rispondere ad esigenze di mercato. Trovo molto buona la metafora della grande montagna dei frammenti della nostra storia che cresce ogni anno. E tutto quello che non riusciamo a rappresentare o non siamo riusciti a rappresentare nelle Biennali del passato”.
La Biennale si rivolge ai giovani?
Il 48% dei visitatori che vengono alla Biennale è dato da una fascia giovanile. Abbiamo avviato la Biennale Sessions, un progetto che coinvolge in special modo le Università e le Accademie di Belle Arti. La Biennale offre una facilitazione a visite di tre giorni da loro organizzate per gruppi di almeno 50 tra studenti e docenti, con vitto a prezzo di favore, la possibilità di organizzare seminari in luoghi di mostra offerti gratis, assistenza all’organizzazione del viaggio e soggiorno.
Avete anche per questa edizione un’attività Educational?
Certo, essa è per gruppi di studenti di ogni grado e ordine, ma anche per professionisti e appassionati e famiglie. Ci saranno percorsi guidati o attività laboratoriali tenuti dal nostro personale specializzato, ormai con molta esperienza.
Cataloghi grossi come i volumi da enciclopedia?
Quest’anno il catalogo della Biennale è suddiviso in due volumi. Il primo descrive la Mostra Internazionale attraverso un ampio saggio del curatore, articolato in capitoli che scandiscono le biografie narrative degli Artisti invitati e le immagini delle loro opere. Il secondo volume è dedicato alle Partecipazioni Nazionali e agli Eventi Collaterali. Poi ci sarà una guida breve della Mostra su tutti gli Artisti, i Padiglioni Nazionali e gli Eventi Collaterali. Ricordo che è stato affidato il progetto grafico dell’Esposizione e dei prodotti editoriali a Chris Rehberger e al suo studio Double Standards di Berlino. Come da consuetudine è la Marsilio Editori che li pubblica e distribuisce.
Chi è lo sponsor che ci tiene di più a ricordare, presidente?
Non vorrei essere scortese con i vari marchi di prestigio che ci accompagnano in questa nostra avventura lagunare, tuttavia il gemellaggio con Swatch mi sempre il più appropriato. Swatch è vocata per l’arte, anzi ne fa una propria ragione di vita.

Ed è vero. Ci fa riflettere il presidente Baratta, noi che abbiamo abitato quasi vent’anni a Ginevra in rue Jean-Petitot, a due passi dalla Corraterie. Infatti è una grande firma svizzera che ha saputo nel tempo ricollocare l’immagine dell’orologio “perfetto” in un mondo che ormai sembrava totalmente perso per l’arrivo sul mercato dei prodotti non più meccanici e manuali ma funzionanti al quarzo e a basso costo. Con un prodotto che sembrava banale ed effimero, di plastica stampata ed anche rumoroso, la cultura ha avuto il sopravvento facendo sì che l’orologio da polso fosse simpatico, estravagante, tradizionale, pruriginoso, sportivo o da sera, ma sempre con un tocco artistico. “Una galleria d’arte al polso”, per riassumerlo come ha detto il Creative Director Swatcher Carlo Giordanetti alla conferenza stampa di stamane a Ca’ Giustinian, chiamato sul palco dal presidente Baratta.
Si può dire che è il simbolo dell’era del PC, dell’informatica e della condivisione sociale. Ma non dei nativi digitali. Se ha ben 95.000 collezionisti nel mondo, significa che è riuscito a crearsi uno zoccolo duro che nessun altro prodotto voluttuario c’è riuscito fino ad ora. Ci sono esempi che ne hanno copiato la strategia e l’invettiva (Swarowski, Thun), tuttavia il Signor Swatch o la signora Swatch (in francese è “la Montre”, ndr.) hanno ridato fiducia all’industria manifatturiera degli Elvezi* che non andava tanto bene tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando gli Svizzeri si chiedevano “come mai perdiamo fette di mercato?”.
Poi conoscendo molto bene lo svizzero che è orgogliosissimo della propria nazione ed appartenenza, i fondatori della Swatch A.G. hanno creato una specie di solidarietà collettiva, un modo come un altro per sentirsi uniti da un pezzo di plastica al polso che poteva essere cambiato ad ogni stagione. Il prezzo medio di Cinquanta Franchi Svizzeri era alla portata di tutti.
Poi naturalmente i più conservatori preferivano avere il modello con cinturino nero, quadrante bianco e numeri ben leggibili e mai cambiarlo (certi professori socialisti). Le novità si vedevano ogni settimana sulle vetrine dei propri negozi monomarca che sembravano un po’ spaziali e un po’ kitch. Con le signorine e la direttrice sempre prontissime con un insostituibile sorriso sulle labbra. Gli annunci erano diramati sulla stampa, publiredazionali che si confondevano con la cronaca, la quale non si dimenticava di aggiornare il lettore per numero di vendite, cose strane che succedevano per le aste, l’accaparramento dei nuovi modelli firmati o limitatissimi. La febbre da Swatch intaccò l’Italia, via Lugano, mentre la Francia via Ginevra e la Germania occidentale la vicina Zurigo.
Però chi viaggiava poteva procurasi il modello esaurito nei freeshop degli aeroporti internazionali o a Madrid o a New York, così il mercato si mescolava con Swatch che uscivano e ritornavano a casa, in un vortice di scambi che finivano sui banchi dei marchés des puces à Plainpalais.

Carlo Giordanetti
Carlo Giordanetti, Creative Director at SWATCH International (Photo by A. Miatello)

*Elvezi, popolo celtico, stanziato tra i laghi di Costanza e di Ginevra, il Giura e il Reno. (cf. Giulio Cesare / Testi, IIa Classico Liceo Giorgione-Castelfranco Veneto. La Guerra Gallica, Libro Primo, Cesare e Ariovisto. XXX)
Terminata la guerra contro gli Elvezi, ambasciatori di quasi tutta la Gallia, autorevoli personaggi, vennero a congratularsi con Cesare. Benché Egli avesse castigati gli Elvezi per i loro antichi torti verso il popolo Romano, nondimeno essi dicevan di capire che ciò era accaduto non solo per il bene di roma ma anche in pro’ della Gallia, giacché gli Elvezi avevan lasciato le loro case pur essendo ricchi e prosperi, col disegno di far guerra alla Gallia intera, di prenderne il dominio e di scegliere a loro dimora, fra tanti luoghi che v’erano, quello che di tutta la Gallia paresse loro il più adatto e il più ricco, così da render loro tributarie le altre genti.