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AUTONOMIA: un principio generale erga omnes che noi Veneti abbiamo sottoscritto. Una conversazione con Claudio Malvestio, candidato alle Regionali 2020

“Per il Veneto l’autonomia delle regioni rimane al primo posto” queste le parole di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, a margine della seduta straordinaria della Conferenza delle Regioni per l’approvazione del documento “1970-2020: le istituzioni regionali 50 anni dopo”

Da sempre, Claudio Malvestio, nostro designer della comunicazione e co-autore di tante monografie e giornali, si batte per l’autonomia del Veneto, quella che il nostro Luca Zaia sta portando avanti con professionalità e passione. Non è una battuta e nemmeno una battaglia, è un “principio generale erga omnes” sul quale la nostra Terra ha accettato di unirsi al resto degli altri “popoli” siciliani, sardi, lombardi, toscani, umbri, campani, piemontesi…dal 1861 al 1867 (mancavano Trento e Trieste con l’Istria).
Certamente l’obiettivo era di cacciare (a calci in culo) gli stranieri oppressori e di unire le nostre forze, chi mirava ad una Repubblica (Mazzini e Garibaldi) e chi invece ad una Monarchia costituzionale (Cavour). Fu scelta questa seconda esperienza, un po’ per pigrizia un po’ per scopiazzare gli imperiali europei. Eravamo poveri e analfabeti. Ci fregarono.
Poi ci fu il Ventennio, dopo una Guerra che vide il Triveneto devastato, città bombardate, milioni di morti. Fregati per la seconda volta con i Trattati di Losanna. Per certi versi fu unico sistema che voleva plasmare l’italiano, renderlo forte ed orgoglioso. Purtroppo l’ideologia gioca brutti scherzi. Non possono sentirsi indenni i comunisti. La storia per chi l’ha vissuta fu tragica. Di nuovo disastri, bombardamenti, morti ma in tutt’Italia. E come se non bastasse italiani contro italiani. Sparì la dittatura, grazie agli Alleati. Risorse un’Italia democratica, liberale e prettamente cattolica. Almeno così sembrava.
Nacquero la Ceca, l’Euratom e il Mec e poi via via si formò l’Europa delle Regioni.
In Italia abbiamo festeggiato i cinquant’anni della loro nascita con una mostra al Ferro Fini che a causa del lockdown nessuno se ne è accorto.
Altri tempi, altri partiti, altre forme elettorali. Oggi, più che mai, possiamo essere orgogliosi di stare al passo di una prossima “autonomia funzionale”, elaborata dal prof. Mario Bertolissi e votata dall’ottantasette per cento dei Veneti.
E su questo, Claudio Malvestio non vuole essere frainteso: “il mio Veneto lo vedo sempre molto avanti rispetto ad altre regioni, appunto perchè noi Veneti ci hanno abituati di essere responsabili in “famiglia” e di aiutarci qualora ci fosse bisogno”, in altre parole nel linguaggio politico significa far valere il principio di solidarietà nei confronti altre regioni. Un principio ripetuto anche dal presidente Sergio Mattarella quando ha incontrato i presidenti di tutte le Regioni.
“La solidarietà – come ha detto il Capo dello Stato – rafforza il dovere di utilizzo equo, efficace ed efficiente delle risorse da parte di tutte le Regioni”  Angelo Miatello  

CINQUANTENARIO DELLE REGIONI
A 50 anni dalla nascita delle Regioni a statuto ordinario, è d’obbligo tirare le somme. Il Veneto è riuscito con forza e passione a trasformarsi in una delle realtà socio-economiche più rilevanti d’Europa. Non a caso chiediamo con insistenza di tradurre la nostra virtuosità in autonomia differenziata, cioè di migliorare il benessere del nostro Paese. Al  recente incontro col  capo dello Stato e del Ministro Boccia, Luca Zaia ha ribadito che vanno usati i fondi del Recovery fund per i Lep, cioè i Livelli essenziali di perequazione.
Claudio Malvestio

REPERTORIO

23 settembre 2019 | Incontro tra il Presidente Zaia e il Ministro Boccia sull’Autonomia del Veneto | In evidenza il Dossier consegnato al Ministro Boccia

10 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per le questioni regionali

3 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per l’attuazione del Federalismo Fiscale

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La via democratica e silenziosa all’autonomia di Luca Zaia e alleati

Il titolo è lungo, come si conviene per un atto che potrebbe entrare nella storia del Veneto, ma non solo. La Giunta Regionale, riunita oggi in seduta straordinaria a poche ore dall’esito favorevole del referendum per l’autonomia del Veneto, su proposta del Presidente Luca Zaia, ha approvato all’unanimità il “disegno di legge d’iniziativa della Giunta regionale concernente “proposta di legge statale da trasmettere al parlamento Nazionale ai sensi dell’articolo 121 della Costituzione relativa a ‘Iniziativa regionale contenente, ai sensi dell’articolo2, comma2, della legge regionale 19 giugno 2014 nr. 15, percorsi e contenuti per il riconoscimento di ulteriori e specifiche forme di autonomia per la Regione Veneto, in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”. Con questo atto, in estrema sintesi, la Regione Veneto indica le 23 materie dell’autonomia e, sul piano finanziario, i nove decimi del gettito fiscale di Irpef, Ires e Iva per gestirle (il federalismo fiscale).
Il Governo veneto, nella stessa seduta, ha approvato anche un disegno di legge concernente “Proposta di legge statale da trasmettere al Parlamento Nazionale ai sensi dell’articolo 121 della Costituzione, relativa a ‘modifica dell’articolo 116, primo comma della Costituzione”, con la quale si chiede il riconoscimento del Veneto come Regione a Statuto Speciale. Si tratta di un solo articolo: “nel primo comma dell’articolo 116 della Costituzione, dopo le parole “la Valle d’Aosta” sono aggiunte le seguenti: “e il Veneto”.
E’ stata infine approvata con delibera l’attivazione della “Consulta del Veneto per l’autonomia”, un Tavolo al quale siederanno tutte le rappresentanze della società civile della Regione (Comuni, Province, Enti Locali di vario livello, Organizzazioni imprenditoriali e di categoria, sindacati, rappresentanze del sociale e del terzo settore), per condividere i contenuti del disegno di legge e raccogliere le indicazioni e suggerimenti degli interlocutori. Dopo la prima approvazione di oggi, pur se in tempi ristrettissimi, il cammino dell’autonomia, per arrivare sul tavolo del Governo nazionale, prevede una seconda approvazione in Giunta di un testo eventualmente emendato con le osservazioni accoglibili provenienti dalla Consulta e successivamente l’invio al Consiglio regionale per la discussione e la definitiva approvazione.
“I veneti – ha detto Zaia presentando i provvedimenti di fronte a una selva di giornalisti e telecamere e affiancato da tutti gli Assessori– hanno parlato forte e chiaro, andando a votare in 2 milioni 328 mila 949 sotto la pioggia in una giornata difficile. Oggi era nostro dovere, varando gli atti conseguenti, dare una risposta immediata all’impegno preso con ognuno dei cittadini”.
“Sia chiaro – ha tenuto a precisare il Governatore – che la nostra non è una dichiarazione di guerra a nessuno. Anzi, è l’offerta di un cammino completamente rispettoso della Costituzione per fare dal basso quelle riforme in senso autonomista e federale che dall’alto non sono riusciti a realizzare, indicate a chiare lettere anche dai padri costituenti all’articolo 5 della Carta. Da oggi il Veneto non sarà mai più come prima, ma il Veneto offre anche all’Italia un laboratorio serio e rispettoso della Costituzione per riforme seriamente autonomiste e federaliste. Si tratta infatti di una via che potrà percorrere ogni Regione che abbia la forza e la capacità di una forte assunzione di responsabilità, sia nei confronti dello Stato che dei cittadini amministrati sui territori, a condizione che si abbia il coraggio di incidere su quegli sprechi che valgono non meno di 30 miliardi di euro l’anno, pari a un terzo degli interessi che il Paese paga ogni anni per il suo debito pubblico”.
Zaia ha ribadito, come già fatto ieri sera a caldo dopo la certezza della vittoria del sì all’autonomia, che si tratterà di un cammino improntato alla più totale sussidiarietà. Lungi da me – ha detto con forza – l’idea di costruire una sorte di neo centralismo regionale: competenze e fondi che riceveremo passeranno via via ai territori, ai Comuni, agli Enti locali, agli amministratori che ogni giorno sono a contatto diretto con i cittadini amministrati e i loro problemi sempre più stringenti”.
“Sia anche chiaro – ha aggiunto Zaia – che al Tavolo che si aprirà a Roma siederà il popolo, non la politica, perché è il popolo veneto che ieri ha detto chiaro e forte che cosa desidera”.
Rispondendo alle domande dei giornalisti, Zaia ha detto anche che “il Governo in carica, se lo vuole, ha tutto il tempo necessario per aprire il tavolo con la Regione Veneto e di arrivare alla conclusione. L’Imminente fine della legislatura nazionale non sia un alibi per nessuno. Tireranno per le lunghe? Spero di no, ma se anche così fosse il nuovo Governo che nascerà dopo il voto dovrà darci risposte veloci e soprattutto concrete”.
Il Disegno di Legge per l’autonomia approvato oggi elenca le 23 materie per le quali si chiedono forme e condizioni particolari di autonomia.
Tre sono attualmente di esclusiva competenza statale: “Norme generali sull’Istruzione”; “Tutela dell’Ambiente, dell’Ecosistema e dei Beni culturali”; Organizzazione della Giustizia di Pace”.
Le altre 20 materie sono attualmente di competenza concorrente. Si tratta di “Tutela della Salute”; “Istruzione”; Ricerca Scientifica e Tecnologica e Sostegno all’Innovazione per i settori produttivi”; “Governo del Territorio”; “Valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali e Promozione e Organizzazione di Attività Culturali”; “Rapporti Internazionali e con l’Unione Europea” della Regione; “Protezione Civile”; Coordinamento della Finanza Pubblica e del Sistema Tributario”; “Commercio con l’Estero”; “Tutela e Sicurezza del Lavoro”; “Professioni”; “Alimentazione”; “Ordinamento Sportivo”; “Porti e Aeroporti Civili”; “Grandi Reti di Trasporto e Navigazione”; “Casse di Risparmio, Casse Rurali, Aziende di Credito a Carattere Regionale”; “Enti di Credito Fondiario e Agrario a carattere Regionale”; “Ordinamento della Comunicazione”; “Produzione, Trasporto e Distribuzione Nazionale dell’Energia”; “Previdenza Complementare e Integrativa”.

Nicola Poni intervistato da Curzio Pettenò di Rai 3 Veneto. Le Trame di Giorgione in Rete per la prima volta

http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/multimedia/ContentItem-25ac8eda-2dee-4a6d-bb56-3d0aef06fede.html

I giovani di Castelfranco realizzano dei videoclip per promuovere la Mostra di Giorgione che si aprirà alla fine del prossimo mese. L’intervista a cura di Curzio Pettenò per Rai 3, edizione delle ore 14,00 di sabato 9 settembre all’Hotel Excelsior.
A Nicola Poni l’onere di farsi intervistare, le sta accanto la docente Fabiana Zanchetta dell’IPSIA Galilei Audiovisivo.

Nelle foto di Claudio Malvestio: Curzio Pettenò, Fabiana Zanchetta, Vendrame Enrico, Nicola Poni (l’intervistato), Juliette M., Viviana Mimo, Ermanno Ramazzina, Antonello Rota, Joanna Benvegna, Sebastiano Gallina, Demi Tellatin, Emanuele Antonello.

Dal 27 ottobre al 4 marzo dell’anno prossimo, per circa 130 giorni, si svolgerà la mostra nel Museo Casa Giorgione e in altre sedi della città murata – Sacrestia del Duomo, cappella Costanzo, studiolo di vicolo dei Vetri, Casa Costanzo, Villa Barbarella, Torre Civica e Teatro Accademico – da renderla unica nel suo genere per tre motivi che possiamo qui sintetizzare: 1. Una mostra corale che è stata “sposata” da una città intera; 2. un confronto diretto tra opere d’arte di ritrattistica con tessuti e abiti d’epoca provenienti da prestigiose collezioni private e pubbliche; 3. Un racconto che sveli la moda del costume del tempo.
Il fil rouge della seconda mostra di Giorgione sarà, come ha puntualizzato Danila Dal Pos, lo svelamento di intenzioni, significati, simboli e motivazioni più politiche che artistiche dei personaggi effigiati. Ad esempio, ci par di capire che saranno spiegati i retroscena della Pala: il valore storico di un quadro devozionale che contiene precisi messaggi che il suo committente, il nobile siciliano Costanzo, “uomo di stirpe reale”, come viene definito dai biografi degli ordini cavallereschi, vuole lanciare.
Il motivo dell’unicità di questa mostra è, come ha detto la curatrice, “la coralità di tante forze messe in campo”, segno che il Giorgione è sempre il faro di questa città dalle rosse mura consunte dalle intemperie e rosicchiate dall’uomo. Infatti a stupire l’entusiasmo della curatrice per questa manifestazione del XXI secolo sono “la collaborazione di tante categorie sociali, a partire dalla schiera di volontari che faranno da custodi, dal sostegno dell’Ascom, cioè quello concreto del mondo artigianale, che si è messo a disposizione per l’arredamento e dove abbiamo trovato anche eccellenze già di casa nei grandi musei come il Grande Louvre, ad esempio nel settore dell’illuminotecnica. Un modo splendido per essere sponsor. E soprattutto devo ringraziare gli studenti”.
Una pagina di Fpa2000 “Character skills”….
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1517-2107: cade Gerusalemme nelle mani del Sultano Salim I e cinque anni dopo i cavalieri gerosolimitani perdono l’isola di Rodi

“la mia mostra non ti convnce?”
La battuta inusuale di Danila Dal Pos nella sua conferenza stampa, rimane purtroppo scolpita (come clip) su youtube. Ai posteri l’ardua sentenza. Pubblicato l’8 aprile da Renato De Paoli, presente in sala con il suo smart, ha avuto solo 17 visualizzazioni.
Cerchiamo di dare qualche notizia e di stimolare un confronto.

2010: quinto centenario della morte di Giorgione. Una mostra planetaria mai vista a Castelfranco Veneto con opere vere firmate o attribuite a Giorgio da Castelfranco (1478-1510), fra cui “La Tempesta”, tanto studiata e acclamata come l’icona del Cinquecento, il simbolo della storia dell’arte come “Monnalisa” o “Gioconda” di Leonardo Da Vinci. Una società di comunicazione ed esperta di grandi mostre antologiche, la Villaggio Globale International, che trasforma Castelfranco come punto focale del grande Maestro venerato e copiato. Una Regione del Veneto, quando i problemi ancora non erano affiorati per lo scandalo Mose e dei “derivati”, che ci mette 300mila euro, tanti quanti ne aveva messi per il Tiziano a Belluno, il Canova a Bassano del Grappa, il futuro Veronese a “Verona, Venezia, Padova e Castelfranco” (qui la formula è “più sedi ed i soldi arriveranno”). Sembra che Castelfranco abbia contribuito con duecentomila euro. Il Mibac e il Presidente della Repubblica con il patrocinio epistolare.
Ottanta quadri (Bellini, Catena, Bordon,…) che si possono ammirare nelle varie stanze del Museo Casa Giorgione, tra autentici ed altri “recuperati” ma molto discussi dalla critica. Un catalogo Skira grosso come un volume Treccani, sponsorizzazioni di tutti i tipi, dall’adozione di un’opera d’arte da un’impresa alle varie pubblicità in opuscoli e ai banner e totem (immagini della Pala con la Madonna in trono accanto a mutandine, baccalà e prosecchi di un supermercato). Tour operator di mezz’Italia che saranno via via assorbiti da una forte domanda interprovinciale e locale che non riuscivano ad avere il posto per “vedersela”. Un malcontento diffuso per l’ambiente stretto e non sufficiente per accogliere tanta gente alla volta. “Alla fine vedevi solo teste ed un pezzo di quadro”. Dati alla mano: 125mila visitatori in quel buco di Museo al quale è stata tolta la visuale del Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche, dichiarato di essere del giovane Giorgio, quando abitò a Castelfranco. La mostra era la quintessenza dell’artista e della sua epoca. Un riscatto morale, politico e culturale rispetto al Quinto Centenario della nascita (1478-1978) di Giorgio da Castelfranco che la città dovette accontentarsi di fotografie e non di quadri, oltre ad una Pala rubata e recuperata. Mistero per il riscatto e i ladri, forse mafiosi in domicilio coatto? L’ex sindaco Brunello non ha mai voluto svelare i retroscena della trattativa.
Dal 2010 Castelfranco è rinata con un aumento sproporzionato di immobili rispetto al numero di nuovi residenti. La lista Civica Vivere perde clamorosamente il sindaco e la Lega Nord riconquista il potere. Dussin blocca tutto e del Giorgione rimarranno gli opuscoli tradotti (all’italiana) e qualche debito da saldare. L’assessore Saran si lancia nei suoi assolo in Teatro, affossando progetti e simposi attorno al Giorgione.

2017: quinto centenario della caduta di Gerusalemme e del suo teritorio, posseduti dagli Egiziani fino al 1517, anno in cui arrivarono le milizie del sultano turco di Costantinopoli Salim I e 505 anni dopo la riconquista turca dell’isola di Rodi,
da cui furono cacciati i “giovanniti” o Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (“Rodiani”, non “Prodiani”, futuro Ordine di Malta). Ecco che – ci par di capire dalla risposta della curatrice “Non sei convinto?”, alla domanda del giornalista “Quale differenza tra la mostra del 2010 e quella di oggi?”, le Trame di Giorgione, pur partendo dalla Pala di Giorgione commissionata dal siculo-cipriota Tutio Costanzo (1450-1515), nulla dirà di tutte queste vicende (vere trame di Stato) e della stipendiosa campagna militare della Serenissima per mantenersi l’Isola di Cipro, ultimo baluardo ad un tiro di cannonata dalle coste mediorientali, conveniente attracco per navi e soldati, mercanti e studiosi, pellegrini e maestranze. Nello stesso periodo in cui i Veneziani, che “Veneti” non lo sono mai stati, concentravano immense risorse per militarizzare Cipro ed altre isole, trascurando la Terraferma.
Castelfranco non è Bassano del Grappa, Conegliano o Cittadella, vocate da tempo verso proposte turistiche. La politica vuole far credere che “qui” c’è il dna del turismo culturale, che bisogna coltivarlo, aiutarlo a crescere. Il turismo per ora è quello dello spritz. C’è chi offre musica e Dj gratis. Questa è la politica del 2.0, dei Millennials e dei “Z”. Si entra gratis, poi si pagherà una o due consumazioni. Potrebbe essere così anche per Casa Giorgione?
“La pochezza di spazi chiusi – fanno notare i giovani – per incontri, proiezioni e mostre o la tristezza con cui si presentano le viuzze del castello (1/2 asfaltate e 1/2 con porfido e ciottolato), sprovviste di decoro con tanti ruderi e balconi chiusi fa venire il mal di pancia. Ma quale turismo immaginate di portare?”
Le Trame di Giorgione potrebbe finalmente spronare “la classe al potere” di rivedere Casa Giorgione che si trasformi in un luogo di cultura rinascimentale, “buttando via arredo e filmati analogici”. Basta, siamo nel XXI secolo, del 2.0, con le generazioni “Millennials” e “Z” che chiedono una rivoluzione mediatica e culturale in grande stile. Sarebbe sufficiente che i politici nostrani frequentassero di più le Biennali veneziane, assieme ai loro addetti illuminati. Avrebbero l’opportunità di capire come si fanno oggi grandi mostre in piccoli spazi. L’era del quadretto appeso ormai è passata. Ma il Zorzo o Giorgio, quindicenne figlio naturale di Altadonna da Albaredo (c’è la stazione), sarà stato veramente il futuro Giorgione della Pala, della Tempesta, dei Tre Filosofi, della Laura e della Nuda di Dresda? Il Gasparin Barbarella è il pappino di Giorgione? Fuori gli atti!

(Reportage fotografico di Claudio Malvestio)

Hotel Excelsior, Lido di Venezia: 5/09/ gli studenti di Castelfranco assaporano la 74.Mostra del Cinema

Qui accanto l’invito per la partecipazione del 5 settembre realizzato da Claudio Malvestio, nostro confratello dell’AIDA.
“Il cinque settembre ci sarà all’Hotel Excelsior del Lido di Venezia la presentazione in anteprima degli elaborati (clip e corti) relativi alla promozione turistico-culturale della mostra “Le Trame di Giorgione”, curata da Danila Dal Pos che si svolgerà al Museo Casa di Giorgione con 45 capolavori di tre secoli di grande pittura veneta (27 ottobre 2017-4 marzo 2018), affiancati da tessuti e vestiti d’epoca, altrettanto preziosi e unici. Una straordinaria mostra che, attraverso Giorgione, Tiziano, Lotto Bassano, Veronese e Tiepolo, conduce il visitatore a riscoprire i ritratti come opere d’arte e come documenti di storia di costume. Per la prima volta nella storia di Castelfranco Veneto (TV) alcune scuole superiori partecipano con i loro studenti seguiti dai propri docenti nella realizzazione di due distinti progetti: videoclip per la promozione turistico culturale della Mostra e del terriotrio di Castelfranco-Asolo; e valenti “ciceroni” per guidare ed accompagnare i flussi turistici nella visita dei luoghi in cui la mostra sarà allestita. Perchè è la prima volta? Da due anni in Italia è in vigore l’Alternanza Scuola Lavoro, cioè duecento ore obbligatorie di apprendimento ex cattedra anche per i Licei (3-4-5 anno). Questa opportunità è stata colta subito dall’ideatrice della mostra che ha saputo tessere relazioni e suggerimenti che l’hanno convinta della bontà del progetto. La 74.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (La Mostra) è una grande opportunità per questi giovani coinvolti nei vari settori “professionali” – videomaker, guide- che rimarrà nel loro album dei ricordi. Noi c’eravamo nel 2017!
Un auspicio che le politiche giovanili siano migliori con la prossima tornata elettorale.

Sgarbi: “Intanto mi complimento con i professori e gli studenti dell’Ipsia che hanno inteso usare il drone pacificamente, strumento assai complesso…

Tutto era iniziato dall’interesse per i droni. Quelle macchine volanti radiocomandate che hanno accompagnato gli studenti dell’Ipsia “Galileo Galilei” di Castelfranco, loro creatori, in numerosi eventi e fiere internazionali: da Roma, a Londra, a Berlino. Per rivelare al mondo come i droni possano trovare applicazione in diversi ambiti: dalla sicurezza all’arte. E proprio di arte si occupa una delle più fortunate iniziative dell’istituto castellano, che nella sua fucina tecnologia, il Maker Lab, ha dato vita a Droni by art, il progetto che intende avvicinare i giovani all’arte, portando i droni nei musei e pilotandoli nelle sale per effettuare esclusive riprese aeree.
È stato concepito come una tappa di tale percorso l’incontro con Vittorio Sgarbi che si è tenuto sabato 18 marzo presso il teatro Accademico di Castelfranco, organizzato dal Maker Lab dell’Ipsia Galilei, in collaborazione con la libreria Massaro.

“Intanto mi complimento con i professori e gli studenti che hanno inteso usare uno strumento assai complesso, e che abbiamo visto usare in situazioni tragiche e difficili, per un tentativo pacifistico” ha esordito il critico.
E così dicendo, è entrato nel vivo del discorso, contrapponendo la bellezza dell’arte all’orrore della guerra e del terrorismo: pura “violenza legittimata da un ideale”, visto che “i terroristi agiscono in nome di dio”. Un dio che invece i cristiani, secondo la sua convinta opinione, pregherebbero invano, invocandolo di fermare dolore e violenza. Ma “Dio non interviene nelle cose degli uomini”
(
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Sgarbi meteora o Sgarbi cometa? Il Teatro Accademico gremito lo applaude e ne condivide gli attacchi

A voi di giudicare: 1977/78 (prima grande mostra su Giorgione), 2002 (la Pala di Giorgione cade a pezzi), 2010 (seconda grande mostra di Giorgione, la Pala ritorna a casa), 2017 (Droni by Art filma Sgarbi in Teatro). C’è un legame affettivo con Castelfranco, non matrimoniale, ma di orgasmo intelletuale sì.
Palazzetto Preti deturpato dalla mano di un architetto ignobile. Un richiamo all’arte o un atto di vilipendio?
L’Ipsia Galilei si posiziona in alto e sa dirigere un appuntamento in un evento, con tutti gli ingredienti di attualità e cronaca: meriti e riconoscimenti a Daniele Pauletto, Nazzareno Bolzon, Fabiana Zanchetta, Antonio Ciccarese…e agli studenti bravissimi.
Lo abbiamo sentito in veste di critico d’arte, fustigatore, tutto al contrario di tutto. Un politico che supera D’Annunzio, almeno per l’aspetto comunicativo che quest’ultimo per diventare noto sorvolò Vienna! Si conquistò il popolo con i volantini. Pensate, volando. Partì da San Pelagio vicino Padova alle ore 5:30 del 9 agosto 1918. Divenne mito. Bastavano i titoloni dei giornali.
Vittorio Sgarbi non solo sorvola ma entra nei dettagli, sta con la gente, in giro per l’Italia. D’Annunzio se ne stava tra i palchi del teatro e le feste dell’alta società “bellicistica”. Per lui la guerra s’era da fare a tutti i costi. Per Sgarbi, no. Mai.
La storia dell’arte entra nelle case, i minori sono maggiori o pari ad essi, solo che non sono conosciuti: Sacchi, Franceschini, Cairo, Zalone, Cagnacci, Genovesino chi li conosce per i loro capolavori?
E’ riuscito a destreggiarsi bene stamattina di fronte ad una platea varia, nonostante non gli appartenga ancora la fiilosofia dell’uso dei droni nel giornalismo e nel racconto artistico. Il drone può essere una guida oppure far parte della creatività. Andare oltre ed abituare l’occhio a vedere più in là, nei particolari come ha dimostrato Sgarbi nei suoi libri di storia dell’arte. Vittorio ha un occhio “meccanico”, entra nell’opera, la sviscera e la trasforma in una cosa bella, curiosa, nuova. L’occhio di Vittorio non è meccanico è del suo “cuore”. Il drone non ha un cuore ma chi lo pilota sì.
“Un passo alla volta. Ora sono le immagini, le riprese teleguidate (da un unmanned vehicle aircraft). Domani ci sarà anche il racconto che si unirà alle riprese volanti”.
I nostri videoclip hanno interviste, foto e riprese aeree. Quello che abbiamo visto in Teatro Accademico è un’estetica “dronografica”. Il dronegiornalismo non è selfie ma scrutare, indagare, spiegare.
Sabato 18 marzo 2018: Vittorio Sgarbi è testimone di Droni by Art. Da qui partiamo con la Nave di Teseo. Nessuno fino ad ora l’aveva pensato: la Bellona caricata nella nave dei fratelli Sgarbi e portata in giro per l’Italia. 

Foto di Daniele Pauletto
Sgarbi in Teatro Accademico

Sgarbi al punto stampa
Sgarbi al capezzale della Pala di Giorgione (29 gennaio 2002)
Sgarbi rivede le orrende manipolazioni dell’arch. Scattolin su un palazzetto di fine ‘700: non è cambiato nulla!
Sgarbi dedica un ricordo al Liceo Giorgione nel libro nero della Biblioteca, iniziato dalla sorella Elisabetta Sgarbi il 5 dicembre 2015

 

 

 

 

 

Castelfranco Veneto: Lorenzo Capellini si svela ai liceali del Giorgione

copia-di-cappellini image3 africa capellini_liceo-giorgioneUna carrellata di duecento foto hanno accompagnato il racconto autobiografico di Lorenzo Capellini di fronte agli studenti del Liceo statale Giorgione, sabato 4 febbraio, educatamente seduti nella palestra interna, luogo ormai storico in cui si svolgono i più importanti appuntamenti letterari e culturali. Un’emozione unica di vedere il noto fotografo genovese che ha collezionato nel suo lungo percorso di vita una cinquantina di libri, centinaia di reportage e servizi giornalistici in giro per il mondo. Dall’Africa al Polo Nord, da cacciatore professionista ad “attivista” contro il massacro delle foche, dai Teatri alle Piazze, dalle Biennali agli studi di artisti famosi, dalle foto istantanee, irripetibili, uniche, ai dettagli che un corpo può diventare scultura vera, poesia, “immagine sacra”. Ma Lorenzo ha una propria verve, sa comunicare. E’ sincero con i ragazzi. Non fa drammi, anzi si svela e dimostra che la fotografia è la sua vita: altro non potevo fare….iniziai da adolescente quando fui costretto a stare a letto per una nefrite…mi prepararono un altarino sul mio letto sul quale appoggiavano tutti gli oggetti di valore che c’erano in casa. Eravamo pieni di soprammobili, quadri, sculture. Così iniziai. Poi dopo il liceo mio padre acconsentì che continuassi nella fotografia. Andai a Londra: era il 1958 e vi rimasi fino al 1964.
Lorenzo Capellini è anche questo: un uomo dall’apparenza bonaria, ricco di ricordi come fossero di ieri, con tante mogli o compagne, tantissimi amici, di cui Hemingway, Parise, Moravia, La Capria, Perrella, Girolamo Bruno Guerri, Dacia Maraini, Sandra Pivano, Vittorio Sgarbi, l’architetto Portoghesi, il poeta Ungaretti. L’incontro scivola via, qualche domanda pertinente, qualche curiosità alla quale risponde pacatamente, contento per la grande attenzione dei liceali che sono lì riuniti nell’ambito della “cogestione” (uno stacco del normale programma con attività parallele)* anzi lanciando una proposta allettante “ho un archivio di migliaia di foto da catalogare…forse mi potreste aiutare, chissà!”.
Lo storico incontro è stato promosso dalla Biblioteca del Liceo in collaborazione con l’Associazione degli studenti, patrocinato dalla Direzione. Il preside prof. Franco De Vincenzis, l’arch. Mariagrazia Lizza, assessore alla cultura del Comune di Castelfranco, la prof.ssa Emanuela Negro, responsabile della Biblioteca, Rosanna Bortolon, presidente del CdI e Angelo Miatello, vicepresidente hanno fatto gli onori di casa con brevi cenni introduttivi, assieme agli studenti Giovanni Vian e Lorenzo Fornaseri che hanno letto alcuni passaggi, tratti dal libro di Goffredo Parise: “Veneto Barbaro di Muschi e Nebbie”, con le foto di Lorenzo Capellini, attualmente in mostra in Casa Giorgione. Con la prassi solenne della dedica sul Black book della Biblioteca, il momento è stato “storicizzato” dallo scatto dello smartphone di Alessandro Tantille.

Conegliano, città d’arte belliniana e del Prosecco Unesco.

bellini_invito_digitale_confstampaPromossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, la mostra prosegue le esplorazioni sulle trasformazioni dei linguaggi della pittura veneziana e veneta negli anni magici tra Quattro e Cinquecento.
Dopo Un Cinquecento Inquieto nel 2014, seguito dal Carpaccio, Vittore e Benedetto nel 2015 e, nel 2016 da I Vivarini, l’indagine approda alla figura imprescindibile di Giovanni Bellini, scelta tanto più opportuna nel quinto centenario della morte del maestro.
Chi sono, quindi, i giovani artisti e collaboratori del grande Giambellino? Come si formarono, quale posto avevano nella produzione dell’atelier, della bottega, come si diceva allora? Che cosa trassero e che cosa a loro volta tramandarono dalla frequentazione e dalla stessa collaborazione con un artista-intellettuale tanto sublime per pensiero e per invenzione, per tecnica e non meno che per precisione formale?
La mostra prende le mosse proprio da queste domande e trova nella raffinata collezione dell’antica e prestigiosa Accademia dei Concordi di Rovigo lo spunto per tracciare una sorta di mappa (ipotetica e virtuale, ma supportata da una eletta serie di dipinti) del milieu belliniano o, almeno, di una parte significativa e originale di tale universo d’uomini e di capolavori.
Dai due celebri capolavori di Bellini in mostra – la Madonna col Bambin Gesù di esemplare semplicità e perfezione e il Cristo portacroce, così permeato di quel soffuso tonalismo magico e dorato che lo colloca tra le opere-manifesto della stagione matura intensa e filosofica della sua parabola artistica – il percorso espositivo propone importanti confronti, contaminazioni, suggestioni con opere di altri artisti, da Palma il Vecchio a Dosso Dossi fino a Tiziano e Tintoretto, o, addirittura, a maestri tedeschi e fiamminghi (come Mabuse e Mostaert) per sottolineare la centralità di Giovanni Bellini rispetto a uno scenario non solo veneziano e Veneto (come ben aveva capito nei suoi passaggi veneziani Albrecht Dürer).
In tale trama narrativa ed espositiva si vengono a collocare nomi e personalità molto diverse, tutte accumunate da una più o meno intensa frequentazione di Giovanni Bellini e del suo atelier: Marco Bello, Andrea Previtali, i Santacroce, Luca Antonio Busati, Pasqualino Veneto, Jacopo da Valenza, Nicolò Rondinelli…Questa mostra è quindi un’occasione per interrogarsi sull’eredità belliniana, ricostruendo con originalità una rete di rapporti e connessioni, mettendo in luce il raffronto possibile tra storie e opere, protagonisti e comprimari su palcoscenici diversi e alternativi e tuttavia legati da analogie e contiguità logiche e strutturali.

 

Il patriarca Moraglia indignato per i gravi fatti di cronaca padovana

tomba-di-san-marcoContro i “preti dello scandalo” per i loro comportamenti “non umani”, il Patriarca di Venezia ha chiesto che la verità venga appurata. Tutta. Per capire come sia potuto succedere una cosa del genere. E’ incredulo ma non lascia nulla al caso, da quanto si è potuto capire.
Ieri, i giornalisti cattolici si sono riuniti come ogni anno per ricordare il loro patrono San Francesco di Sales. Un santo dottore, laureatosi a Padova, che si dedicò alla cura delle anime nella città di Calvino, conoscendo non pochi ostacoli. Un sacerdote che la chiesa vuole ricordare come colui che promosse una nuova forma di “propaganda”, distribuendo foglietti o attaccandoli sulla porta della chiesa ginevrina. Dovette però andarsene da quella città, ormai staccatasi da tempo dalla Chiesa di Roma. Gli anticorpi dei ginevrini superavano ormai la soglia di un possibile ritorno al cattolicesimo. Forse gli Italiani non sanno che i Savoia tentarono di conquistare la città lemana ma non ci riuscirono. E molti non sanno che il vescovo dovette fuggire e riparò a Losanna.
La messa nella cripta della Chiesa di San Marco ha un certo fascino, per la sua lunghissima storia e favola che il corpo di san Marco sarebbe stato murato sotto una colonna così da salvarlo dalla violenza e dal terrore… lo ricorda una magnifica croce dei vetrai di Murano. La messa è stata officiata da padre Federico Lombardi, giornalista e sacerdote gesuita, già direttore della Sala stampa vaticana. Quindi, si è passati a Sant’Apollonia per un incontro pubblico con il Patriarca Francesco Moraglia, presidente della Conferenza episcopale del Triveneto.
padre-lombardiL’argomento dell’incontro doveva essere imperniato sull’esperienza trascorsa per lungo tempo da padre Lombardi che ha potuto conoscere ben tre papi, da Giovanni Paolo II a papa Ratzinger e all’attuale papa Francesco “che parla al mondo con spontaneità e franchezza” e che non ha bisogno di prepararsi alle domande dei giornalisti. Ma l’argomento del giorno non poteva mancare: lo “scandalo a luci rosse” che ha coinvolto alcuni sacerdoti della diocesi di Padova.
“La Chiesa del Nordest è la nostra Chiesa. Siamo implicati: non sono i vicini della porta accanto con cui non abbiamo nulla da fare”. Il Patriarca evidenziando due livelli ha detto: “c’è una sensazione che mi intercetta come credente che è di angoscia, di disappunto, in certi momenti direi anche di rabbia. Dall’altra parte c’è l’atteggiamento del vescovo che, bene o male, si sente responsabile”.
“Quindi un vescovo di fronte a queste situazioni deve fare una vera operazione di chiarezza, di verità, andare a vedere perché si è arrivati a questo punto. Ci può essere la caduta del singolo che addolora e ferisce. Per senso di giustizia siamo ancora in una fase di accertamento dei fatti e quindi non possiamo condannare nessuno, però vediamo un profilo che sta avanzando e che ci inquieta e ci preoccupa. Allora un conto è una scivolata di un singolo, un conto è qualcosa di più organizzato: un’isola – speriamo sia una sola – in cui c’è qualcosa che non funziona”.
moraglia-e-nardiHa poi sottolineato “qui non c’è da invocare il celibato come causa di questi comportamenti perché questi comportamenti, se sono veri, come immagino che ci sia un fondo di verità, ma attendiamo che le cose si completino, sono atteggiamenti non solo non cristiani ma non umani. Quindi c’è da chiedersi come queste persone abbiano potuto maturare nel tempo stili, comportamenti che, se corrispondono a quello che noi leggiamo sui giornali, sono inquietanti. Sono realmente inquietanti”.
Ma per il patriarca, il problema forse sarebbe per una lunga riflessione sul discernimento vocazionale, i seminari, la formazione reale, spirituale, antropologica dei preti che devono essere persone equilibrate, psicologicamente mature.
“Chi bussa alle porte dei nostri seminari? Il seminario deve essere un periodo di verifica, non di buonismo, un periodo in cui si mettono in evidenza le caratteristiche di una persona che può essere anche un’ottima persona ma non adatta a fare il prete. Molte volte chi crede di essere adatto, forse, è proprio colui che invece dovrebbe essere aiutato a prendere contatto con la realtà”.
claudio-e-moragliaEd ha sottolineato: “la responsabilità nel formare i preti è forte, sono uomini di Dio, sono tali se pregano. Sacerdoti si diventa non prima dei 24, 25 anni dopo anni di preparazione. Si impegnano con Dio, con sé, con la comunità ad alcune linee fondamentali”. Ma ha aggiunto: “Questa situazione – parlo di Padova ma potrei parlare, Dio non voglia della mia diocesi o di altre moraglia-e-schiaffino-con-alliata-di-monrealesituazioni nel mondo – deve essere oggetto di una verifica, di rimettere al centro l’essenziale. Il prete è la sintesi di mille scelte, di una vera sobrietà. Non possiamo solo predicare la povertà in chiesa magari la povertà della Chiesa e poi le nostre canoniche sono porti franchi rispetto alla povertà, per esempio le nostre macchine. C’è uno stile vero da recuperare, c’è un rapporto con Dio senza il quale il prete diventa un assistente sociale, un uomo di cultura”.

Ed ha concluso: “non dobbiamo nascondere questi eventi. Il Signore ci chiede un atto di umiltà e un’operazione di verità; le nostre Chiese ne hanno bisogno”.