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Gli Italiani fanno la pace con la Storia: la regina Elena ritorna dopo 65 anni da Montpellier

* Il primo incontro tra i due “rampolli principi”, Vittorio Emanuele ed Elena Petrovich, secondo l’Almanacco avvenne “a Venezia nel 1895, mercoledì primo maggio con il pranzo a corte” che i ben informati riportano la notizia che il giorno prima, “il 30 aprile, presenti i Sovrani, solenne inaugurazione dell’Esposizione Internazionale d’Arte. Ai festeggiamenti partecipano anche la Regina del Montenegro con le figlie, fra cui la Principessa Elena. In tale occasione avviene il primo incontro del Principe Ereditario con la futura Regina d’Italia (26 maggio 1896)”.  “Il 2 maggio ci fu una serata di gala alla Fenice.”
Il 26 maggio dell’anno dopo, ci sarà “il secondo incontro del principe di Napoli con la principessa Yela” a Pietroburgo (per Montanelli), “a Mosca” (per l’Almanacco) “A Mosca, al Kremlino, solenne cerimonia di incoronazione di Nicolò II [Zar Nicola II]. L’Italia è rappresentata dal Principe Ereditario che rivede in tale occasione la Principessa Elena del Montenegro (vedi 30 aprile 1895).”
Porsi una domanda è d’obbligo: che ci andava a fare il ventisettenne Vittorio a Pietroburgo (o a Mosca) per inchinarsi allo Zar o per rivedere la “daina ferita” e gran mora, alta un metro e ottanta? Un po’ di svago ci voleva per il giovanotto visto che nel suo paese la situazione politica era bloccata da manifestazioni o intaccata da  emigrazioni di massa, guerre abissine con gravi perdite e naturalmente una sinistra sempre in agguato (ma quale sinistra?). Non si sa che tipo di viaggio ed itinerario abbia dovuto scegliere per arrivare a destinazione. Tuttavia, due mesi dopo la bella notizia (gossip) fatta uscire dalla stanza del segretario del Re, si viene a sapere che il “31 luglio 1896 si sparge la voce del prossimo fidanzamento del Principe Ereditario con una delle figlie del Principe Nicola del Montenegro, la Principessa Elena.” La notizia è collegata ad un’altra “positiva” che qualcuno avrà tirato un sospiro di conforto: “Giungono a Massaua 48 dei 50 prigionieri italiani liberati da Menelik. Due sono morti in viaggio” La nota rimanda al 26 maggio precedente: “Menelik consegna all’ambasciatore russo Leontieft cinquanta prigionieri italiani che ha liberato in omaggio allo czar Nicola II per la sua incoronazione.”
Dunque lo scambio di prigionieri non avviene tra governo italiano e abissino, ma tra quest’ultimo e lo Zar. Una notizia sensazionale che nessun libro di storia e manuale scolastico hanno mai pubblicato. Soldati come merce umana consegnati come pacco dono all’imperatore russo. Per quanto riguarda invece l’aspetto virile del principe latino, par di capire che l’opinione pubblica, rispettosa delle istituzioni, esprime un “tripudio di gioia e fiducia”, in quanto finalmente si sa che “al generale Vittorio Emanuele” piacciono le more, dalla bellezza orientale. “Tutti i nostri giornali descrivono la futura Regina d’Italia come una meravigliosa principessa dagli opulenti capelli neri, dagli occhi neri sfolgoranti, dalla figura slanciata, dalla bellezza orientale” (p. 1431).
“Il Principe di Napoli conta 26 anni e la Principessa Elena 23 anni e mezzo (nata a Cettigne 18 gennaio 1873). L’incontro dei due Principi è avvenuto nella primavera dello scorso anno all’Esposizione Artistica di Venezia, dove la Principessa Milena del Montenegro aveva condotto le due figlie Elena ed Anna. La Principessa Elena era stata ammiratissima al banchetto solenne di Corte del 2 maggio e quella sera stessa alla rappresentazione di gala al teatro La Fenice, dove la bellissima fanciulla vestita di rosa sedette nel palco a fianco della Regina Margherita. Il Principe di Napoli rivide la Principessa Elena alla Corte di Mosca, durante le feste per l’incoronazione dello Czar e tale incontro decise il fidanzamento.”

Cover Michetti

IN PREPARAZIONE
1895: Nasce la Biennale d’Arte. Tra novità e scandali si fa avanti Ferruccio Macola, giornalista e parlamentare. Ed. by Angelo Miatello e Derio Turcato

“Castelfranco Veneto” ricordato da Ferruccio Macola (1884)*

I Veneti quando vogliono esprimere l’ incoerenza di un fatto, di una parola, di un discorso;  di un motto qualunque usano dire:  “ ci sta come i cavoli a merenda”. – I lettori leggendo il titolo di questo capitolo,potranno molto probabilmente dire la stessa cosa. – E infatti, il soggiorno che io mi apparecchiava a godere in questo carissimo paese, giustifica forse le parole, che spendo più sotto, per illustrarlo; e senza pretendere di tramandarlo all’ammirazione dei posteri, additarlo  alla curiosità dei lettori presenti? – O l’aneddoto occorsomi, quantunque abbia qualche relazione colla vita militare è argomento abbastanza valido per questa giustificazione?

E Io scopo, dirà il lettore di quella slavata descrizione, che Dio non voglia, mi graverà la coscienza degli sbadigli più prolungati, lo scopo qual e? Questi argomenti abbastanza convincenti, avrebbero dovuto farmi desistere  dall’ idea di buttar giù una simile pappolata, se proprio l’intensissimo amore che porlo al mio bel paese non avesse provocato questo sfogo d’affetto nostalgico; e non mi avesse poi deciso del tutto un fatto accadutomi, che mi feri nell’ amor proprio unicamente per 1a mia condizione di militare, e mi condannò a dovermi ricordare d’ esser soldato, anche in quel luogo dove avrei voluto anche temporaneamente dimenticarlo.

Scrivendo di Treviso, delle sue mura di circonvallazione, e della celebre porta di San Tommaso, il simpatico Caccianiga([1]) disse:  « Se Treviso potesse paragonarsi a un anello, la porta di S. Tommaso, sarebbe la sua gemma più preziosa» .
Un ammiratore appassionato di Castelfranco scrisse invece: « Se i paesi della provincia di Treviso potessero disporsi in forma di anello, Castelfranco ne sarebbe la gemma più preziosa.» Io vado più in là, e dico:  « Se colle città del Veneto si potesse formare un gigantesco anello, certamente Castelfranco rifulgerebbe come la gemma più bella».
A qualcuno, queste espressioni potranno sembrare iperboli degne addirittura dell’Ariosto; ma il fatto distrugge assolutamente questa supposizione, e il visitatore arrivato sul luogo è costretto a domandare a sé stesso, come Cristo all’Apostolo: « Uomo di poca fede perché dubitasti? »

La disposizione felice dei suoi fabbricati piantati intorno come un gigantesco anfiteatro; il vastissimo piazzale, che gira tutto il paese, ]e acque che lo circondano, il verde delle rive, le macchie multicolori vivissime, spiccate dei fiori che le popolano, i venerabili e altissimi  pioppi; i merli delle mura diroccate che coi  torrioni massicci e col rosso nerastro dei mattoni sgretolati servono di sfondo al quadro, colpiscono assolutamente il forestiero, che se non dirà sublime, come il duca di Wellingthon alla battaglia di Waterloo, dovrà dire certamente: « Tutto questo è bello, molto bello».
Se è vero, che l’ aspetto esterno delle cose influisce molto sul genio e sull’ ingegno del1′ uomo, e se le donne di qualche secolo indietro conservavano intatta la bellezza delle donne dell’ odierna Castelfranco, io non esito ad asserire, che il Giorgione non sarebbe riuscito quel grande pittore, se non avesse avuto sempre sott’ occhio quegli stupendi modelli di materia e di vita.
L’aspetto pittoresco e seducente che presenta il paese di giorno, aumenta in bellezza di notte al chiarore della luna, e diventa un vero panorama delizioso.
Allora la massa cupa degli antichi torrioni spicca in modo meraviglioso col bianco dei  fabbricati moderni: le ombre dei merli sdentati si allungano i n figure strane irregolari; gli alberi disegnano sulle rive le macchie brune del fusto e dei rami protesi; luccicano i fili dell’ erba bagnata dalle guazze notturne; si riflettono sulle acque tutte quelle onde di luce bianca, che spazia nell’ immensità del vuoto, e sullo sfondo purissimo del cielo spiccano nettamente i contorni delle costruzioni più lontane.
L’ arte e la natura furono colte a Castelfranco in uno dei momenti più felici; e il connubio non poteva riuscire più armonico, più poetico, più originale. C’ è una pagina del cavalleresco e feroce medio evo rappresentata da quel castello dalle mura crollanti; e l’ espressione più pacifica, più civile dell’evo moderno, rappresentata da quei fabbricati  non più rinchiusi dentro una cinta di fortificazioni, ma sorgenti all’ aperto, quasi come un’ espansione piena di fede, che contrasti le paure e i sospetti medioevali.
Carducci visitando Castelfranco, colpito, dalla bellezza di quello spettacolo, aveva promesso a un suo carissimo amico il Dott. Valerio Bianchetti di scrivere un’ ode; e se essa non vide finora la luce deve essere certamente, perché dopo prove e riprove, il poeta l’avrà trovata sempre inferiore all’ altezza del soggetto.
Chi crebbe in quei luoghi e visse in essi gli anni della fanciullezza e della sua prima gioventù prova un attaccamento, un affetto tanto tenace, quando se ne allontana, che risente uno strappo doloroso nell’intimo dei sentimenti più cari, poiché egli si trova quasi senza accorgersi , avvinghiato col cuore alle mura del suo paese, con quella stessa tessa città dell’ edera, che si abbarbica sui suoi bruni torrioni. E infatti l’essere umano che ama, e che ha bisogno d’ amare, si affeziona volentieri all’ ambiente che lo circonda e tanto più ai luoghi natii, dove ogni pietra racchiude per lui un ricordo degli anni trascorsi. Quando io mi trovo nel mio paese, e passeggio per le sue strade, rifaccio qualche volta, quasi senza volerlo, tutta la storia della mia vita passata, dalle monellerie più ingenue, agli scherzi più audaci premeditati contro qualche bruna fanciulla.
O è il tirante di un campanello visitato di preferenza a maggior disperazione dei vicini; o è il muricciuolo da dove lanciava qualche proiettile provocatore ai passanti; o è un albero di frutti, che mi era ingegnato a rubacchiare; o è una finestra della stanza dell’antico collegio, dove aveva imparato sbadigliando a ruminare il latino; o è un palazzo originale con due bianche colonne di una via solitaria, al quale aveva dedicato i primi sguardi e i primi sospiri; o è lo svolto di una stradicciola romita piena di ricordi piccanti, o è infine un pergolato sepolto nel verde, dove aveva schioccato un bacio traditore a una gentile fanciulla.
Durante gli anni di reclusione in collegio gli affetti per il mio paese si erano raddoppiati, si erano formati in vera valanga; poiché là solo, e per un solo mese dell’anno, potevo dimenticare completamente le asprezze della vita militare. E il lettore per tutte queste attenuanti saprà certamente compatire la lunga tirata, che può avergli dato però una pallida idea de1lo stato dell’ animo mio, mentre mi sentiva trasportato verso questo paese, che racchiudeva tutta l’intimità dei miei affetti, e il profumo delle memorie più gradite.

([1]) Antonio Caccianiga (Treviso, 30 giugno 1823  politico, patriota e scrittore italiano. Podestà e sindaco di Treviso sindaco di Maserada, deputato del Regno d’Italia, prefetto di Udine.

*Fonte “Come si vive nell’Essercito e nella Marina, Genova 1884.

“FERRUCCIO MACOLA: Dalla Regia Marina a Montecitorio”. Primo volume di 460 pagine a cura di Angelo Miatello e Derio Turcato

Le associazioni Histoire e Aida, per festeggiare il Ventennio dalla loro fondazione dedite alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico culturale, hanno deciso di salpare con il Veliero, una nuova collana editoriale di storia, cultura e arti. Possono contribuire autori e/o sostenitori in crowfounding (cosiddetto micro finanziamento). Uno degli obiettivi principali è la riscoperta di opere letterarie entrate nella sfera del dominio pubblico, riprodurle in formato cartaceo e digitale, che possano rivestire un interesse generale.  La forma richiesta è quella “investigativa” nei suoi aspetti politico-istituzionali, economici, organizzativi, culturali e personali. L’idea è quella di restituire un’immagine sfaccettata e pluriprospettica degli eventi memorandi e degli individui che ne furono artefici. Cento anni dopo gli autori e le loro opere possono essere letti con un’altra loupe (lente). Contaminazioni, “bugie”, verità tenute nascoste o semplicemente il caso passato di moda, sono alcuni aspetti affrontati nel primo libro del Veliero. Di Ferruccio Macola (1861-1910) si sa che ha ucciso in duello il collega parlamentare Cavallotti e che per tale “disgraziatissimo” incidente si portò dietro l’ira della parte politica avversa che lo “punì” con uno stillicidio che ancora continua. Niente da fare. “L’uomo dal sangue freddo” si sarebbe  dato “all’alcol e alle droghe” pur di dimenticare e di morte perì con la sua stessa mano.

Il primo libro del Veliero porta il titolo Come si vive nell’Esercito e neAnelola Marina, versione originale pubblicato a Genova nel 1884, Quando Ferrccio non aveva ancora compiuto 23 anni. Vi abbiamo aggiunto  una cospicua “introduzione” (190 pp.) sui vari argomenti che sono stati affrontati da Ferruccio Macola durante e dopo la sua permanenza nel Regio Collegio della Marina a Venezia (1876-1881). Uno spaccato originalissimo mai trattato perché si scoprono temi come lo sperpero, il malaffare, la tortura e l’assoluta mancanza di tutela individuale. Siamo di fronte ad un Macola che non conoscevamo e ad una società “criminogena” post unitaria. La stessa che porterà alla “piemontizzazione” dell’esercito italiano, della vita di caserma, di parate, dell’uso del regio esercito come ordine pubblico. Alla fine, riversando tutto l’odio ideologico nei confronti di questo o quel politico, ci si dimenticò di usare il Parlamento sovrano per un controllo stabile e dettagliato sui governi che cadevano come birilli. Ministri e capi di governo che entravano ed uscivano come se si fosse trattato di una porta girevole: un ventennio (tra ‘800-‘900) con legislature da due e tre anni, deputati catapultati in collegi sicuri senza competizione, altri che potevano entrare a Montecitorio o al Senato, grazie alle loro ricche condizioni socio-economiche.

Titolo del volume
FERRUCCIO MACOLA. Dalla Regia Marina a Montecitorio.

COME SI VIVE NELL’ESERCITO E NELLA MARINA

Autori: Angelo Miatello, Derio Turcato
p. 460
Formato cm 15×21, testo con illustrazioni
ISBN 978-88-88356-52-5
1° edizione 2019
Stampa digitale
Editori: HISTOIRE e AIDA
Collana “Il Veliero” di storia, cultura e arti

Grande guerra: Veri e falsi miti. Quando la storia fa a pugni con la bugia

(Derio Turcato)
Nell’ultimo periodico edito dall’Amministrazione Comunale di Castelfranco Veneto viene riportato un episodio successo durante la Grande Guerra (1917-1918), che a detta dell’estensore dell’articolo, a seguito di un bombardamento nei pressi della stazione ferroviaria, andò a fuoco qualcosa di non ben definito. Or bene in tale frangente, si distinse un alpino, che ricopriva il ruolo di vigile del fuoco, … il quale non esitò a gettarsi tra le fiamme per spegnere l’incendio…., quello che però  non si capisce è dove si gettò il nostro alpino e con quali effettive gravi conseguenze sarebbero scaturire senza questo gesto.
La faccenda in realtà fu molto ben diversa. Da più fonti, comprese quelle francesi che a Castelfranco avevano posto il comando della Xa Armata, i fatti si svolsero in maniera assai articolata.
La stazione di Castelfranco Veneto era uno snodo ferroviario molto importante per alimentare le nostre e altrui truppe schierate sul Grappa e Montello. Nelle vicinanze erano distribuite numerosi depositi, tra cui quelli destinati a riserva per le necessità dell’artiglieria schierata a supporto dell’esercito.
Si consideri che per una settimana di attività preparatoria ad un assalto, il consumo era di 2.500.000 proiettili, è evidente che tale quantità doveva essere resa disponibile e trasportata, ai depositi e poi alle prime linee e in subordine a disposizione in retrovia per essere recapitata quando bisogno.
Da ciò si può capire che la stazione era un obbiettivo molto importante da colpire da parte dell’esercito austro-ungarico che ripetutamente e in più occasioni lo attuò con incursioni aeree.
Ma veniamo ai fatti. La notte dal 27 a 28 di gennaio 1918 in più ondate (dalle 19 alle ore 5 del mattino) si avvicendarono sul cielo castellano le squadriglie degli aerei austro-ungarici che oltre colpire semplici edifici civili, l’ospedale da campo N.25, si accanirono contro la stazione e le zone limitrofe. Risultò cosi investita la FERVET che era stata convertita in deposito.
Dal bollettino edito dalle ferrovie in data luglio 1918 si ricava ” ….. encomiati per l’azione pronta e coraggiosa svolta in stazione di Castelfranco Veneto nella notte del 26-27 gennaio 1918, durante un incursione aerea nemica, portando prontamente in luogo sicuro una colonna di 37 carri di munizioni due dei quali già cominciavano a bruciare per l’esplosione di una bomba che aveva provocato un incendio nel deposito di balistite dell’officina FERVET:

Franchescetti Cav. Alfredo capo stazione 2 classe
Bafurale Beltramino capo stazione 3 classe
Cappato Pasquale deviatore
Oliosi Vittorio macchinista
Bosia Vittorio macchinista
Goffi Giuseppe fuochista…”.

Dai testi di chimica si ricava che la balistite è infiammabile a 180° e brucia lentamente all’aria libera. Resiste alla percussione, ma esplode sotto l’azione di un innesco. Quindi se non innescata con un apposito mezzo è solo infiammabile, quello che effettivamente successe. L’incendio si rilevò quindi una enorme ‘bubarata’ per dirla come dalla nostre parti, che l’intervento dei ferrovieri evitò si trasformasse in qualcosa di ben più altro effetto. Il nostro alpino pompiere fece il suo dovere, si applicò per spegnere l’incendio nel capannone, ai ferrovieri nessun giusto riconoscimento: tuttora disatteso.
Non si sa da dove provenga la fonte dell’ignoto “giornalista” e nemmeno abbia potuto consultare il Bollettino del Personale delle Ferrovie dello Stato (luglio 1918 pag. 3) che don Giovanni Pastega pure ne parla nelle sue Note. Dunque un encomio andava fatto per i ferrovieri e non nei confronti dell’alpino che prestava il suo servizio, fra l’altro “ignoto” soldato, forse un imboscato o un temporaneo salariato del Comune.
La cerimonia in pompa magna del 4 novembre 2018 ha visto alte autorità militari e istituzionali raccogliersi in segno di memoria verso i caduti “di tutte le guerre” che riempiono lapidi e loculi. Il problema però rimane: dati e circostanze per taluni fatti considerati storici vanno ricordati ma con precisione.

La violenza contro le donne dall’occupante, dopo Caporetto. A Castelfranco nessuno sa niente, anzi si facevano buoni affari secondo il garzone Scarabellotto

Un insulto alla Memoria quando si trova spazio nella pubblicazione di libri pensando di fare cosa gradita riportare annotazioni dell’uomo di strada, Scarabellotto, Leonardi o don Pastega. Luigi Urettini e Maria Gomierato sembrano “assuefatti”. Altro che isola felice. Nessuno sa cosa sia mai successo durante l’occupazione militare legalizzata (franco-italienne). Salta agli occhi una didascalia di una pianta topografica con “i puntini rossi” che segnalano dove le bombe sono cadute nel centro abitato e nei dintorni tra il 1917-18 del secolo scorso. Nessuno che si sia scomposto nel dichiarare “criminale” bombardare l’ospedale 202. Ammazza che strana gente gira intorno.
La mappa è allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta, firmata dal sindaco Ubaldo Serena il 17 giugno 1919…Nessuna traccia della delibera o negli atti conservati gelosamente dalla  Biblioteca castellana. Anzi ci vuole un permesso speciale ed un PC disponibile all’interno del servizio pubblico. Un pochino differente di quello che Derio Turcato è da tempo collegato con gli archivi militari francesi, dal suo ufficio, per saperne di più. Da noi si rimane ancora su fonti frammentarie e singhiozzanti, sebbene trattasi di materiali storici che risalgono al secolo passato da cent’anni. Una burla.
La COMMISSIONE REALE, di cui fa cenno il sindaco distillatore Ubaldo Serena, grande cavaliere ufficiale, era stata costituita l’anno prima dal governo Vittorio Emanuele Orlando, una delle prime per stabilire le violazioni del “diritto delle genti” (bel titolo “Il diritto delle genti”, e non diritto internazionale, dal francese droit des gens), commesse dal nemico. La terminologia è francese “droit des gens” che anche don Giovanni Pastega, obbligato dal vescovo Longhin di rimanere al suo posto, pallidamente ne cita l’esistenza nel suo libretto. Così: “venne a fronte che lo stesso Sommo Pontefice si facesse intendere presso l’imperatore d’Austria perchè la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari“.
Dunque il curato di Castelfranco, a differenza del sindaco distillatore di democrazia e buonsenso, sa usare il gergo politico e si sgancia dalla retorica che viene riportata sul registro delle sedute municipali. Ed aggiunge: “venne benchè il Cardinale di Stato, a nome della Santa Sede, deplorasse e riprovasse i bombardamenti di città indifese, inviando telegrammi e lettere all’Arcivescovo di Ravenna, a quello di Ancona, al patriarca di Venezia, ai nostri Vescovi della Regione Veneta e al cardinale Arcivescovo di Napoli.” E conclude la sua arringa: “Anche Castelfranco, con la eloquente voce dei fatti, sta a mostrare l’accanimento nemico che, a più riprese, di giorno, di notte – specie nelle chiare notti lunari – fu crivellata da bombe esplosive o incendiarie, rovesciando case, molte altre logorandone, seminando terrore e morte in tutta la Castellana.”
Don Pastega era ben informato se allude al rispetto delle leggi internazionali e dei principi umanitari. Come mai ha bisogno di pubblicare una specie di diario dei fatti successi, includendovi anche alcune stranezze personali?
Il suo libretto ha l’imprimatur il 6 settembre 1919 dei mons. Bernardi e Gallina, cioè dopo il 17 giugno, data che appare sulla “pianta topografica” e la susseguente nomina del commissario prefettizio del 16 luglio 1919. Il mistero s’infittisce, che è successo in questi tre mesi. Come mai nelle sedute del commissario e della nuova giunta non se ne parlerà più?
Il parroco sostituisce il commissario prefettizio sull’argomento istruzione, servizi sociali di prima necessità. Parla di fronte ad un pubblico di autorità e di borghesi rimasti illesi dalle bombe. Si ritorna allo Stato pontificio?
Dalla documentazione “ufficiale” del Municipio non traspare nulla che possa inficiare trasgressione, violazione, ammontare di danni, persone offese o lese. Il Municipio deve occuparsi di impiegati e salariati, imposte, macellazione delle carni, mercato, ortaggi, strade dissestate, epidemie, scuole che non ci sono più, dei pompieri (riconosce cento lire ad un pompiere che ha perso un mantello). Solo il parroco può dire come stanno certe cose. E’ lui che stila la geografia delle bombe, dei morti, delle abitazioni distrutte. La politica non può farlo.
“Pro Infanzia” come raccolta fondi e stimolo affinché si faccia qualcosa e subito, visto che ormai l’Armistizio e la conferenza della Pace sono da tanti mesi conclusi. Lo Stato manda il commissario prefettizio. Per il resto che ci pensino gli altri, inclusi gli Americani che daranno soldi, viveri, “arnesi”.
L’esempio, sebbene non venga citato da don Pastega, potrebbe essere l’iniziativa di don Celso Costantini che nel dicembre del 1918 venne fondato a Portogruaro un istituto denominato “Ospizio dei figli della guerra” per accogliere gli illegittimi delle terre liberate concepiti durante l’anno dell’occupazione nemica, ovvero nati da donne il cui marito, per le vicende di guerra, era stato assente almeno un anno prima della nascita del bambino. Successivamente l’Istituto accolse anche i bambini nati nelle terre redente, anch’essi illegittimi, figli di ragazze e di vedove, nella maggior parte dei casi, frutto di unioni con soldati italiani durante il periodo di occupazione antecedente a Caporetto. La preferenza era dunque riservata ai nati durante la guerra nelle terre redente e invase, tuttavia l’accesso era possibile a tutti i fanciulli del Regno. Si trattava, insomma, di dare una risposta immediata all’emergenza di ricovero, a quei neonati, che in maniera ambigua erano chiamati i “figli della colpa”, che altrimenti erano esposti al rischio d’infanticidio, di morte per inedia o per maltrattamenti. La paura di fronte al giudizio della comunità o della propria famiglia, il ritorno del marito o di un famigliare dal fronte spingevano le puerpere a sbarazzarsi dell’“intruso” attraverso l’aborto o l’infanticidio come testimoniano alcune fonti giudiziarie o qualche articolo di giornale.
L’Opera Pia, aperta in un reparto dell’ex ospizio per i profughi S. Giovanni di Portogruaro per poi trasferirsi nei locali del seminario di Portogruaro, fu inizialmente  denominato, come si è detto, “Ospizio dei figli della guerra”, ma con il regio decreto del 10 agosto 1919 fu riconosciuta come opera pia con il nome di Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia. L’Istituto rimase sotto la presidenza del fondatore, mons. Celso Costantini, fino al 1922, quando questa passò al fratello mons. Giovanni. Nel giugno del 1923, grazie alla donazione del dottor Vincenzo Favetti, l’Istituto poté trasferirsi a Castions di Zoppola in un edificio più adatto alle esigenze dei bambini ormai numerosi e cresciuti.
Durante il bombardamento aereo AUSTRO-GERMANICO di Castelfranco-Veneto” è il titolo del libretto . C’è di tutto, dalle stupidaggini alle cose molto serie, dai sonetti ed epitaffi ai “marameo” dentro il campanile, dalle autocelebrazioni al politichese pre-Ventennio. La vita del prete non sembra così tragica. Un don Camillo ante litteram. Si sarà più volte detto: meglio qui a dire messa che al fronte o nelle trincee che prima o dopo saresti scoppiato per aria. Era un profugo sui generis, dovendo percorrere 3,5 chilometri a piedi come “rifugio” in canonica a Campigo. Poi gli fu dato un posto in quello sotterraneo a pochi passi dalla “SUA” chiesa. Il rifugio anti aereo fu costruito dai genieri francesi tra il 1917 e il 1918 che non fu mai bombardato! “Sembrava di essere nella stiva di una nave con tanti letti a castello per un centinaio di soldati!” Una novità assoluta per Castelfranco Veneto, che ci dispiace dirlo e ripeterlo, c’è stata trascuratezza totale sia da parte dei militari italiani sia dei politici locali, quelli che accettarono per interessi personali di condurre il Municipio. Rifugi improvvisati nelle cantine delle case, dentro il campanile, sotto la torre civica. Eppure dal 1916 a tutto il 1917 si notarono tanti sopralluoghi delle squadriglie tedesche…perchè imprecare contro la Luna che permetteva con il suo bagliore dare la rotta ai piloti e bombardare a 150 metri d’altezza?

COMMISSIONE REALE D’INCHIESTA, sezione s. fasc. 3, 0136, Gemona del Friuli, 30 dicembre 1918
La sottoscritta Z. M. di anni 27, nata e domiciliata a Gemona dichiara di essere stata violentata dietro minacce di morte da un soldato germanico nel mese di dicembre 1917. Qualche tempo dopo fu di nuovo costretta a cedere con la forza alle voglie del medesimo soldato. Dalla unione il giorno 8 settembre u.s. nacque un bambino che presentemente tiene presso di sé. Il marito mutilato di guerra (ha perduto un piede) ha dichiarato di non voler tenere in casa questo bambino; è disposto però a continuare a convivere con la moglie. Letto e confermato il presente la dichiarante si sottoscrive Z. M.

[Cf. Nell’anno della fame e della violenza Le donne venete nella Reale commissione d’inchiesta 1918-19 a cura di Matteo Ermacora, in Dep, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, Ca Foscari]

Scarabellotto, il blogger castellano di Cent’anni fa. Cenone di Natale e poi tempesta di bombe su Castelfranco Veneto

DA DINO SCARABELLOTTO (Dattiloscritto senza data, ripreso da Luigi Urettini, in “Storia di Castelfranco”, Il Poligrafo, Padova,1992, p. 122).
 
“I cuochi delle mense francesi acquartierati qui per festeggiare il Santo Natale acquistarono tutti i tacchini e i polli che i contadini della zona avevano portato al mercato. Pagando profumatamente ogni cosa si portarono via tutta la verdura, compreso naturalmente il rinomato radicchio di Castelfranco, ed altri ortaggi e frutta che si trovavano nella piazza quella Vigilia di Natale del 1917. Quel Natale fu passato qui in fraterna unione fra la cittadinanza castellana e i soldati alleati e si manifestava vieppiù con le abbondanti libagioni e gli evviva di “Bon Noel”. I soldati uniti a borghesi castellani tutti cantavano la popolare canzonetta di guerra francese allora in voga “La Maddalen….capural de fantasie“.
Lo scenario sembra uscire più dalle pagine della cavalleria rusticana che da un blogger che da lì a poco capiterà una tragedia incombente. Fortunati dunque i contadini ma non certo quelli che perirono sotto le macerie nella notte di San Silvestro e nei giorni tra il 4 e il 5 gennaio 1918.
Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe (ndr, sulla Castellana?) con morti e feriti. Di fronte a questo dato da bollettino militare non ci sono prove, perchè altri castellani dichiararono essere cadute circa 400 bombe, così anche la “mappa bombe” inviata alla Reale Commissione parlamentare del 17 giugno 1919. Memoria e Storia che si sovrappongono di fronte ai fatti delittuosi accaduti, sui quali militari, politici e preti non avrebbero reso giustizia e verità (ad esempio le violenze su donne e bambini). Castelfranco non ha avuto la fortuna di Guernica, un Picasso che l’abbia immortalata. Il marasma e la confusione hanno spianato la strada della dittatura e sopraffazione. Come possiamo leggere nell’interrogazione del socialista ferrarese Lollini nella tornata del 27 febbraio 1921: “Onorevoli colleghi, il gruppo parlamentar e socialista, al quale mi onoro di appartenere, ha presentato una mozione sulla politica interna, e mi ha dato l’incarico di chiederne al Governo ed alla Camera la immediata discussione. La mozione presentata è del seguente tenore: “La Camera, costatando che gli ultimi episodi di violenze organizzate in varie regioni d’Italia conducono inevitabilmente il paese alta guerra civile: rilevando che il Governo e le autorità locali assistono impassibili alle minacce (Interruzioni – Rumori), alle violenze, agli incendi da parte di bande armate, e pubblicamente organizzate a tale scopo, e le proteggono anche con l’impedire la difesa legittima delle persone, delle amministrazioni, e delle organizzazioni colpite, condanna la politica del Governo”. (…) “Ma lasciate, onorevoli colleghi, che affermi che quello, che sta avvenendo ora in Italia, ha un carattere tale che, se qui dentro, e dai banchi del Governo, e dai banchi dei deputati di qualsiasi colore, “si lasciasse anche solo intravveder e che non si ha la sensazione della enorme gravità dei fatti, ciò vorrebbe dire che quest’Assemblea manca nonché di anima politica, di anima umana. (Approvazioni all’estrema sinistra – Rumori da altre parti)

I video selezionati al METRICAMENTE CORTO 7. Un fuori programma con il trailer di Nino Porcelli pro HISTOIRE

METRICAMENTE CORTO 7 è un Festival Concorso internazionale, dedicato al cortometraggio e al lungometraggio con sezioni per opere italiane e straniere. Sono assegnati premi e riconoscimenti, riservati ad opere con registi e attori veneti o location in località venete: primo premio al miglior cortometraggio prodotto da istituto scolastico; programmati incontri con gli artisti; workshop dedicati al cinema, maratone di proiezioni per adulti e bambini. L’impegno verso il cinema – fa notare il curatore Mason – non si esaurisce con il Festival, ma continua con “Metricamente di sera”, appuntamenti periodici che trovano spazio presso la Biblioteca Comunale e l’Auditorium Comunale di Trebaseleghe, con proiezione di cortometraggi, workshop formati su particolari aspetti e approfondimenti sul cinema, incontri con registi e cultori di cinema locali. Insomma un festival che si preannuncia come una cerniera che unisce talenti, spettatori e visionari.

ECCEZIONALE PROIEZIONE FUORI PROGRAMMA DI
“Dietro le quinte con gli Alpini di Castelfranco Veneto di Nino Porcelli pro Histoire
Sabato 22 settembre ore 21,00
Auditorium di Trebaseleghe (Pd)
via Don Orione, 2
Parking: ampio piazzale della Chiesa Arcipretale

Produzione “Dietro le quinte”: Associazione storico culturale HISTOIRE
Castelfranco Veneto
Film maker Nino Porcelli
Durata: 6,30 minuti (copyright HISTOIRE-Nino Porcelli)

Sinossi
É la prima volta che “associazioni di volontari si fanno conoscere con un breve documentario che metta assieme storia e realtà, anzi “storia e volontariato” allo Spazio della Regione del Veneto”. La trama del video ripercorre alcuni importanti passaggi per l’ottenimento dei permessi, cioè una serie di adempimenti che per effetto dei ricorrenti atti terroristici a forte impatto mediatico e il clima di tensione che si avverte ormai nei nostri contesti urbani, hanno prodotto in diverse occasioni episodi di panico o reazioni di massa amplificate da “reazioni di contagio e dall’attenuazione della responsabilità nella massa” (Torino Piazza San Carlo).

Nel trailer di Nino Porcelli sono focalizzati immagini e momenti per la realizzazione del concerto sinfonico all’Ossario di Cima Grappa svoltosi il 30 giugno scorso per la ricorrenza del Centenario della Grande Guerra, Battaglia del Solstizio (20 giugno 1918). Evento al quale hanno partecipato, l’orchestra sinfonica diretta dal maestro Diego Basso di Art Voice Academy, le autorità di dei Comuni di Castelfranco Veneto, Borso del Grappa, Conegliano, Loria, della Provincia di Treviso e i rappresentanti di pubbliche istituzioni civili e militari. Il video intreccia immagini, musiche d’epoca con un reportage dello spettacolo e di chi l’ha organizzato in ossequio alla normativa vigente.

Il trailer “Dietro le quinte con gli Alpini di Castelfranco” del film maker Nino Porcelli è stato presentato allo Spazio di Film Commission della Regione del Veneto presso l’Hotel Excelsior del Lido di Venezia durante la 75.Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. L’evento, patrocinato dall’Assessorato Cultura e Spettacolo della Regione e dalla Città di Castelfranco Veneto, è stato reclamizzato e recensito da: La Tribuna di Treviso (Davide Nordio), Il Gazzettino (Maria Chiara Pellizzari), Castelfranco Week (Ingrid Feltrin), Treviso Today, Sito del Comune di Castelfranco V.to, Casellario Mostra del Cinema, Film Commission Regione Veneto, Newsonline (Gianantonio Schiaffino), Aidanews, FPA2000.
Iter burocratico del concerto sinfonico a Cima Grappa: HISTOIRE
Iter patrocini e PR: AIDA-FPA2000
Persone coinvolte: Vicesindaco Gianfranco Giovine, Assessore alla Cultura Franco Pivotti, Governatore Luca Zaia, Assessore alla Cultura Cristiano Corazzari, Presidente della Provincia di Treviso, Stefano Marcon, Angelo Miatello (AIDA), Derio Turcato (HISTOIRE), Sergio Brugnera, Antonio Polito, Mario Solza (Gruppo Alpini C.V. Sez. Tv), prof. Vittorio Caracuta (Liceo Giorgione), prof.ssa Fabiana Zanchetta (Ipsia Galilei), prof. Enzo Guidotto, studioso fenomeno mafioso, Gianantonio Schiaffino, Giornalista.

Testi e commenti in: Droni by Art, settembre 2018 (libretto allegato pdf colori)
Libretto droni completo A4_Colori

Per video vedi in questa rivista:
https://aidanewsxl.wordpress.com/2018/09/07/dietro-le-quinte-con-gli-alpini-anteprima-video-di-nino-porcelli-pro-histoire/