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La dottrina populista del vicesindaco di Castelfranco. Fischi per fiaschi pur di entrare nella storia. Alte personalità, vittime di guerra, veri eroi dimenticati a scapito dell’ultimo arrivato

Derio Turcato da parecchio tempo segue le vicende castellane attraverso le rievocazioni storiche della Grande Guerra. Un grande esperto che rimane spesso dietro le quinte senza mai esagerare. E’ sua la scoperta della dinamica ufficiale che portò alla morte il generale francese Lucien Lizé, avvenuta a causa di uno dei tanti bombardamenti scatenati sulla città di Giorgione dagli austro-germanici. Le sue dettagliate e puntigliose ricerche, usando internet e non quelli delle auto d’epoca che purtroppo inquinano, riportano alla luce cose che non si sapevano. Purtroppo questa Regione ha subito l’onta di due guerre dichiarate ed un’altra civile che è perdurata fino alla caduta del Muro di Berlino (c’è chi dice che le brigate rosse fossero una continuazione della guerra tra partigiani e repubblichini…). La Grande Guerra trascurata dal Ministero dell’Istruzione e tenuta sotto controllo da quello della Difesa ci ha lasciati ignoranti. Nonostante che ci sia la digitalizzazione e molti Paesi confratelli si siano adeguati ai tempi, da noi non è così facile consultare stando a casa archivi, libri, memoriali come invece inglesi, francesi, danesi, svizzeri, per i loro rispettivi campi ne hanno un accesso libero, immediato e provvidenziale. “Abbiamo trovato spezzoni della Grande Guerra con dentro Castelfranco negli archivi svedesi e danesi”.
Derio Turcato, senza tanti chiavistelli o password scopre una carta, un passaggio, un dato di fatto, uno spezzone in cui c’è Castelfranco cento o centocinquant’anni fa. Ciò significa che prima di lui gli “Storici” locali o della Marca Trevigiana nulla sapessero della reale vicenda. Assieme stiamo ricostruendo la vita del conte Francesco Ferruccio Macola (1861-1910), del prof. Guido Fusinato e di sua madre signora Erminia Fuà, alla quale un bel dì il Consiglio comunale all’unanimità rifiutò di dedicarle un monumento ricordo, tanto acclamato da associazioni nazionali e da una lunga lista di intellettuali. Una famiglia di letterati, giuresconsulti, patrioti. L’on. Guido Fusinato, figlio del poeta Arnaldo Fusinato (anche sotto segretario agli Esteri e all’Istruzione), per chi non lo sapesse, era ordinario di diritto internazionale a Torino, esperto di arbitarti intertnazionali, giolittiano, capo della delegazione diplomatica delle conferenze dell’Aja e di Ginevra, quelle che stabilirono le prime interdizioni di mezzi e metodi di guerra inumani, il trattamento dei prigionieri e la tutela del personale sanitario in tempo di guerra. L’on. Guido Fusinato fu il giurì del duello tra Cavallotti-Macola, ricevette anche una laurea honoris causa dalla Oxford University prima di spararsi a Schio, la stessa blasonata università che mandò a farsi friggere Giulio Regeni. Avete letto bene! Un castellano ritenuto il maggiore interprete del Codice di Oxford. E questo mi fa molto incazzare.
Si può capire la furbizia politica di proclamarsi “salvatori del popolo veneto”, “della difesa dei confini meridionali, quello delle partite iva e degli evasori (degli incendi), dei mafiosi e malavitosi (ultima retata narrata dal prof. Enzo Guidotto), essere a capo delle forze armate locali, più o meno con l’estintore che funzioni, dei responsabili sporcaccioni che superano i livelli di smog auto consentiti di pm10 e di pm 2.5 (dati i ripetuti sondaggi degli studenti dell’Ipsia, condotti dal prof. D. Pauletto), non si può capire invece il perdurare di scelte culturali di “bassa forza”, come li chiamava Ferruccio Macola, gli addetti fuochisti. Ora parte il reddito di cittadinanza. Ingaggiate giovani per digitalizzare la biblioteca così almeno avremo un intrecciarsi di dati che sveleranno errori e bugie. (A.M.)

Riprendo una non notizia già pubblicata nel sito del’AIDA NEWS, che è scaturita dalla ricerca effettuata a proposito della presenza dei francesi in Castelfranco nel 1917-18, vale dire il bombardamento aereo austroungarico della stazione cittadina, in cui fu colpita anche parte dell’officina FERVET.
A più riprese il fatto ritorna, con i protagonisti disconosciuti e i comprimari che vengono innalzati a protagonisti, così come spiegato di seguito. Già nell’ultimo periodico edito dall’Amministrazione Comunale di Castelfranco Veneto, veniva riportato un episodio successo durante la Grande Guerra, che a detta dell’estensore dell’articolo (apparso oggi sulla stampa quotidiana), nei pressi della stazione ferroviaria, andò a fuoco un qualcosa di non ben definito, a seguito di un bombardamento. Or bene in tale frangente, si distinse un alpino, che ricopriva il ruolo di vigile del fuoco, .. il quale non esitò a gettarsi tra le fiamme per spegnere l’incendio…., quello che però non si capisce è dove si gettò il nostro alpino e quali effettive le gravi conseguenze sarebbero scaturite senza questo gesto, mancando la contestualizzazione dell’evento e dei fatti. La faccenda in realtà è molto ben diversa.
Da più fonti, comprese quelle francesi che a Castelfranco avevano posto il comando della Xa Armata, i fatti si svolsero in maniera assai articolata.
La stazione di Castelfranco Veneto era uno snodo ferroviario molto importante per alimentare le nostre e altrui truppe schierate sul Grappa e Montello. Nelle sue vicinanze erano distribuiti numerosi depositibaracche, tra cui quelli destinati a riserva per le necessità dell’artiglieria schierata a supporto dell’esercito. Si consideri che per una settimana di attività preparatoria ad un assalto, il consumo era di 2.500.000 proiettili, è evidente che tale quantità doveva essere resa disponibile e traportata, ai depositi e poi alle prime linee e in subordine a disposizione in retrovia per essere recapitata quando bisogno. Da ciò si può capire che la stazione era un obbiettivo molto importante da colpire da parte dell’esercito Austro-Ungarico che ripetutamente e in più occasioni lo attuò con incursioni aeree.
Ma veniamo ai fatti. La notte dal 27 a 28 di gennaio 1918 in più ondate (dalle 19 alle ore 5 del mattino) si avvicendarono sul cielo castellano le squadriglie degli aerei austro-ungarici che oltre colpire semplici edifici civili, l’ospedale da campo N.25, si accanirono contro la stazione e le zone limitrofe. Risultò cosi investita l’officina FERVET che era stata convertita in deposito. Ora se vogliamo approfondire la questione, un minimo di chiarezza sull’ evento va fatta, anche perché di leggende metropolitane sui fatti di allora ne circolano diverse, non ultima quella della data del ferimento del generale Lizè, colloca dalla nostra Amministrazione in piazza Giorgione, palesemente errata.
I documenti consultabili e quindi di rilevanza storica, sono custoditi nella biblioteca delle ferrovie dello stato, tra cui due loro bollettini editi in data giugno 1918 e luglio 1918 dove si riportano con nome e cognome i ferrovieri che si sono prodigati durante i bombardamenti del 31dicembre ‘17 – 1gennaio ‘18 e 26-27 gennaio 1918; per quest’ultimo si legge ” ….. encomiati per l’azione pronta e coraggiosa svolta in
stazione di Castelfranco Veneto nella notte del 26-27 gennaio 1918, durante un incursione aerea nemica, portando prontamente in luogo sicuro una colonna di 37 carri di munizioni due dei quali già cominciavano a bruciare per l’esplosione di una bomba che aveva provocato un incendio nel deposito di balistite dell’officina

FERVET:
– Franceschetti Cav. Alfredo capo stazione 2 classe
– Bafurale Beltramino capo stazione 3 classe
– Coppato Pasquale deviatore
– Oliosi Vittorio macchinista
– Bosia Vittorio macchinista
– Goffi Giuseppe fuochista

Dai testi di chimica si apprende che la balistite è infiammabile a 180° e brucia lentamente all’aria libera. Resiste alla percussione, ma esplode sotto l’azione di un innesco. Quindi se non innescata con un apposito mezzo è solo infiammabile, quello che effettivamente successe. L’incendio si rilevò quindi una enorme bubarata, per dirla come da noi, che l’intervento dei ferrovieri, non obbligati, evitò si trasformasse in qualcosa di ben più disastrose dimensioni ed effetti. Il nostro alpino pompiere non fece altro che quello a cui era preposto, si applicò per spegnere l’incendio nel capannone! Praticamente il suo dovere. Ai ferrovieri nessun giusto riconoscimento, nessuna via a loro intitolata, come nelle intenzioni enunciate a mezzo stampa dal vice sindaco Giovine per il pompiere alpino, neppure una menzione nelle ricorrenze ufficiali dai sovranisti di turno.
La storia non si improvvisa, va raccontata nel suo corretto svolgimento, con dati verificabili e non derivata da voci o diari privati, con i protagonisti nei loro giusti ruoli di: attore o comprimario e non viceversa.
Attendiamo fiduciosi che dopo cent’anni, sia resa giustizia ai protagonisti di quegli eventi, senza pompose attribuzioni stradali ma con una semplice e formale apposizione di una targa ricordo, magari nella stazione stessa.
Derio Turcato presidente Associazione Histoire

 

“Mappabombe” austro-germaniche e lo “scialle” del generale francese. Crimini e disavventure nella città di Giorgione durante la Grande Guerra

La polemica ormai sta esondando, non si parla altro che della “targa” dedicata al generale francese, inaugurata il 4 novembre 2018 in pazza Giorgione di Castelfranco Veneto (Tv). Dal Corso XXIX aprile alla Piazza ci sono lapidi e un monumento ai caduti delle guerre devastatrici (lato Giardini). Segni tangibili, assieme alle lapidi di via Riccati sui muri della Scuola (forse in futuro Conservatorio musicale), di un popolo guerresco (guerre di difesa, belle, giuste e sante e di aggressione, tutt’un fascio). L’ultima targa ricordo parla del generale Lucien Zacharie Marie Lizé (Angers 25.02.1864-Castelfranco-Galliera 5.01.1918) che fu a capo della Decima divisione armata di Artiglieria (pesante e genieri), insediatasi a Castelfranco il 5 dicembre 1917, cinquantadue giorni dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), in cui l’Esercito italiano (Cadorna) ed i suoi alleati dovettero arretrare di quasi cento km dal precedente confine isontino. Battaglie frontali sui monti, incursioni aeree sulle città indifese. Un disastro annunciato per chi era dietro le quinte, una sorpresa per il popolo (il 98 per cento!). Gli strateghi sapevano. E questo è, se volete, il primo aspetto tragico della storia italiana. Gli storici si dividono. Fu un atto dovuto anche la chiesa cadde nella rete. Castelfranco, come molti altri comuni, si ritrovarono da un giorno all’altro sul fronte (il raggio aereo superava quello vecchio ottocentesco del tiro del cannone. Lo sapevano gli strateghi ma non mons. Giacinto Longhin che scrisse al Papa Benedetto XV implorandolo d’intervenire presso le potenze belligeranti). Poco importa se i politici di allora facevano finta di giocare con le parole, pro o contro l’intervento (i socialisti che gridavano “viva la bella guerra”, anche in consiglio comunale!). Così pure la Chiesa tanto ramificata che avrebbe potuto rivoltarsi e trasformarsi in martire contro la guerra. Invece no. Mandiamo i preti cappellani e seminaristi nelle trincee, negli ospedali. Nel giro di poche settimane gli abitanti si ritrovarono occupati e presidiati dai militari. Le amministrazioni comunali chiudevano i municipi e si trasferivano altrove. Però dove c’era bisogno di una “primordiale” amministrazione per le cose correnti, visto che di manovalanza ce n’era sempre bisogno e i campi bisognava comunque lavorarli per sfamare le truppe (altro che “buoni affari”, come lo stupido garzone Scarabellotto detta al suo biografo), rimase in piedi con il bene placido di una garanzia di salvacondotto. Un profugato di casa nostra che andava a Campigo o a Treville a passare la notte o si rinchiudeva dentro il campanile della Pieve.
Castelfranco era presidiata (militarizzata) dall’esercito italiano, poi vennero i Francesi che qui trovarono una ragione in più per stabilirsi (una strategia ben studiata come supporto e da contraccolpo). L’obiettivo era un nemico comune, l’austro-germanico, che per il Veneto francamente era poca cosa (alcune parti del litorale adriatico ex Serenissima), ma non il Friuli Venezia Giulia o il Trentino irridenti, da un secolo ormai sotto l’Austria. Una guerra che è costata miliardi per alcuni km quadrati? Forse era meglio convivere e cooperare in un buon vicinato.
Detto questo, senza nessuna pretesa di avere la verità assoluta sulla Storia, a Castelfranco è successo il finimondo durante il 1917-1918: violenti bombardamenti aerei austro-germanici l’hanno distrutta con la consapevolezza di disintegrare il tessuto sociale che rimaneva ancora in vita (ne abbiamo le prove!). Si possono capire gli attacchi frequenti alla stazione ferroviaria, ai treni zeppi di materiale bellico, di soldati, alle fabbriche più o meno trasformate in depositi di armamenti o riconvertite per l’assemblaggio, ma non si possono cancellare le bombe granata e incendiarie lanciate contro ospedali, siti adibiti al pronto soccorso e all’obitorio. Altro che “pollaio di 150 galline maciullate!” (Cf. Don Pastega, nota ripresa da Urettini e Gomierato). Oltre all’uccisione di civili che si trovavano nei paraggi dei bersagli aerei (donne e bambini), caddero feriti già ricoverati, anziani infermi, medici, infermieri, volontari, suore e un frate. Questi furono e rimangono crimini impuniti. I piloti austro-ungarici ed i loro comandanti sono stati dei criminali.
Già all’epoca esistevano delle convenzioni di diritto umanitario che tutelavano i feriti, il corpo sanitario e i prigionieri di guerra. Già all’epoca con i trattati di pace di Versailles furono decisi risarcimenti e sanzioni per danni di guerra e per i crimini commessi (l’Alta Corte di Lipsia).
Non ricordarlo cent’anni dopo, soprattutto da sindaci e amministratori che si atteggiano ad essere “per la pace e per il principio costituzionale che l’Italia ripudia la guerra come soluzione di controversie”, promotori dei Diritti dell’uomo, della Carta delle Nazioni Unite e del Diritto umanitario internazionale, significa prendere in giro i nostri parenti e amici morti ingiustamente. Oltre al danno anche la beffa.
E così fu anche per lo sfortunato generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé, al quale è stata dedicata una targa in piazza Giorgione. Targa, fra l’altro errata. Una settimana prima della sua infame uccisione (fine dicembre 1917), l’esercito francese aveva conquistato Tomba-Monfenera, sequestrando cannoni, mitragliatrici, armi e catturando 1500 soldati austro-ungarici (albanesi?). Una vittoria che causò immediate rappresaglie qui da noi.
Analizzando e confrontando la notizia data per certa sulla dinamica della morte del generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé che, secondo una schiera di autori locali, fu colpito il quattro gennaio 1918 da una scheggia di bomba aerea mentre attendeva in auto l’autista che lo doveva portare via….usciva dall’albergo alla Spada… ci si è accorti che i conti non quadravano. Il merito va dato alla ricerca certosina di Derio Turcato che ha scovato le informazioni precise e non “inventate” dal notista di turno (dal parroco don Pastega o dal farmacista Leonardi).
Infatti, secondo fonti militari ufficiali, firmate e catalogate (ospedale d’evacuazione, testimonianze di ufficiali militari, memoriali) la bomba aerea che lo ha colpito è scoppiata alle ore 5:10 del 5 (cinque) gennaio 1918, trasportato d’urgenza al reparto chirurgico alle 7:30, morirà alle 9:35 all’ospedale di evacuazione a Galliera. Si noti che quattro giorni prima gli ospedali castellani subirono ingenti danni di bombe aeree, molti feriti e una trentina di morti, fra cui il chirurgo dott. Malatesta, il collega dott. Bagagnone, l’infermiere Della Massa…il frate minore padre Geremia Monaco, … tutti nomi dimenticati! Niente targa per loro. Vergogna.
Con due diversi dettagli (che abbiamo chiamato “varianti in corso d’opera” dati neo amministratori laureati in architettura o diplomati geometri):
– l’unica fonte scritta castellana (un libretto parrocchiale di 68 pagine dal titolo “Durante il bombardamento aereo austro-germanico su Castelfranco-Veneto”, pubblicato tra sett/ott 1919 da don Giovanni Pastega, parroco della Pieve) afferma che: il generale Lizet (sic) viene colpito da scheggie di bomba mentre metteva il piede sullo staffone dell’automobile. L’infelice Generale cadde a pochi metri dal monumento del Giorgione...” Il libercolo, ricordiamolo per inciso, ha il “Nulla osta alla stampa del 6 settembre 1919 di Mons. dott. Valentino Bernadi e l’IMPRIMATUR della Curia Vescovile del 6-9-19 di Mons. Vitale Gallina, Provic. Generale.
– La seconda fonte manoscritta privata di qualche anno più tardi (Zibaldone del farmacista veneziano Giuseppe Leonardi, che fungeva anche come assessore nel periodi guerra) racconta che “il generale Lizet (sic) stava seduto nell’auto ed aspettava l’autista ch’era andato a prendergli uno scialle in albergo” e “quando tornò trovò un ammasso di roba in cui non si distingueva niente. L’albergo è “Alla Spada”.
Cent’anni dopo si può ancora ripeterli in pubblicazioni (Urettini, Gomierato), nei social (sindaco Bonaldo) e sul palcoscenico del Teatro Accademico (Bonaldo e Simeoni)?
Si tratta di notizie narrate in taccuini sporchi e unti di “sangue e fango”, di “castrato e di frittata”, che vanno bene per una commedia pirandelliana ma non per la Storia.

Staffone dell’automobile” o “scialle” personale? Un po’ colorita la sequenza di morte sotto un “violento bombardamento” tedesco come i dispacci militari francesi puntualizzano. Dove fu colpito – locus delicti? “A pochi passi dal monumento del Giorgione” o nei pressi dell’Antico Albergo alla Spada dove alloggiava?
Dal 4 novembre scorso la targa municipale è fissata su un muro dei portici (si intravedono vetrine Benetton e Max Mara) che nulla c’entra con il preciso luogo dello scoppio. Lo studioso Derio Turcato giustamente entra nel merito della questione sia balistica che fotografica, criticandone la sistemazione improvvisata e romanzata dai castellani. Stando alle sue inconfutabili prove potrebbe trattarsi di ben tre “locus delicti” visto che non c’è nessuna fonte scritta dello stesso giorno. Il Municipio era chiuso, la polizia municipale, i cronisti non esistevano e tanto meno le autorità militari italiane si preoccuparono dei dettagli procedurali. Non è forse sufficiente per capire in quale stato fosse la città murata?   

Il punto però che ha sollevato tante critiche nei confronti dell’amministrazione locale (Lega e FI) che si rende complice della politica di basso calibro di tutto l’arco del ‘900, è l’esempio di una “MAPPA DELLE BOMBE AEREE” (con i puntini rossi indicanti dove sono cadute!) che i vari narratori castellani pubblicarono nei loro libri (pagati anche con soldi pubblici), senza accorgersi che tale documento amministrativo faceva parte di una delibera di Giunta, quale “Pianta topografica della Città di Castelfranco … con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche …. Conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico”, firmato dal sindaco Ubaldo Serena il 17 giugno 1919.
In altre parole, e fino a prova contraria, il caso di Castelfranco Veneto rientrava a pieno titolo nei “faldoni” della Commissione (reale) d’inchiesta parlamentare per stabilire i danni da azioni criminose dei belligeranti, in base ai Trattati di Versailles del 1919, che istituiva l’Alta Corte di Giustizia a Lipsia (Corte Suprema).
E l’Italia che fece? “…finì con la marcia su Roma!
Al dopo sindaco Ubaldo Serena (18.07.1914-16.07.1919) ci furono due commissari prefettizi (Pastore e Zanframundo, 16.07.1919- 27.09.1920) che, naturalmente la neo laureata ex sindaco Maria Gomierato, come tutti i suoi precedenti “autorevoli” padri storici ‘bianchi’, non si accorsero del vacuum legislativo, amministrativo e politico. Un va e vieni di commissari fino alla consolidata instaurazione dei podestà. Nel merito, l’A. non si accorge delle inesattezze, contraddizioni, e per così dire panzanate che si ritrovano nelle sedute della Giunta o dei Consigli comunali. Mescola il sentito dire, già peraltro oggetto di richiamo dal prof. Luigi Urettini nel 1992, ricco di spunti ma infelicemente di parte (aderente al Pdup), con “faldoni amministrativi”, quasi che si trattassero di sovrapposizioni socio-politiche. Storici populisti senza accorgersene che oggi attaccano il governo.
In altre parole, nel 2018 l’esimia A. di “Guerra e Pace in Consiglio Comunale“, frutto di una faticosa e sofferta laurea in Scienze Politiche con il prof. Almagisti, avrebbe dovuto dimostrare più autonomia e senso di onestà intellettuale nell’affrontare la storia di un ventennio così tragico e nefasto. Le leggi valgono per tutti e la politica non è un passatempo come molti purtroppo l’hanno concepita. A chi serve ri-pubblicare pensieri già detti in precedenza, senza cogliere la loro incongruenza?
Di tanto in tanto il libro diventa autocelebrativo e biografico, prende spunto da certi fatti e li accomuna al presente, l’esempio del profugato, dell’assistenza, dell’impegno politico per “chi sceglie di fare” il Consigliere o l’ Assessore. Non si accorge che anche in quei tempi la società era piena di pregiudizi contro il profugo “se non stai buono ti faccio mangiare dal profugo” (Cf. la battuta del farmacista Leonardi di ritorno da Milano-Lainate dove aveva messo al sicuro la moglie, il figlio Pierino e la governante, “con i migliori materassi di lana, spediti a Rho”!), lo sfruttava e segregava (le lavandaie, le sartine, le donne del piacere, le servette) e che il Comune era presidiato e censurato. Ma come dicevamo, il fatto per noi molto grave è la sventurata mancanza di non essersi accorta che “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711)”, fu un capitolo così importante che le avrebbe permesso di comprendere come mai il sindaco Ubaldo Serena fu costretto a redigere il “Mappabombe” del 17 giugno 1919, prima di andarsene; e il parroco della Pieve nel settembre dello stesso anno (c’era il Commissario prefettizio Pastore), quale “politicante don Pastega” improvvisò un incontro pubblico per costituire un fondo pro Infanzia (orfani e poveri). E distribuì un libretto, una miscellanea di fatti e pensieri pericolosi, che lo si capisce con il senno di poi, di grande valenza politica, a differenza dei “politici comunali” (sindaco, assessori e segretario) che non hanno lasciato tracce di cronaca quotidiana. Con tutta evidenza della ferrea censura in vigore. Dunque un governo fantoccio.
P
er concludere, ricordiamo che dagli artt. 227-229 del Trattato di Versailles ci fu la proposta di attivazione dei giudizi davanti alla Corte Suprema di Lipsia con processi e sentenze. Il “Mappabombe” va inquadrato in questo preciso fatto storico che, a nostro avviso, rimangono dei crimini impuniti. Non si capisce l’atteggiamento del cronista de La Tribuna di Treviso, presente in conferenza stampa del 26.11 presso la sede di HISTOIRE , al quale sono stati consegnati copie di materiali originali e inediti per il suo giornale, non abbia voluto fare un pezzo sui fatti storici qui elencati. Si spera di un prossimo rimedio onde evitare che si continui a scrivere “Bugie e retorica in Consiglio comunale tra guerra e pace”. Che queste nostre osservazioni siano almeno come moniti solenni della coscienza morale della castellanietà.

Note e bibliografia

  1. Il processo di Lipsia fu un processo a criminali di guerra tedeschi della prima guerra mondiale, tenutosi nel 1921 dalla Corte Suprema Tedesca, come parte delle sanzioni imposte al Governo Tedesco nel Trattato di Versailles che così dispone:

Parte VI. Prigionieri di guerra (articoli 214-226). Contiene le disposizioni per il loro rimpatrio.

Parte VII.-Pene (articoli 227-30).-Viene stabilito che dei tribunali appositi costituiti dagli Alleati giudicheranno l’imperatore Guglielmo II e tutti gli altri che avessero offeso la morale internazionale, la santità dei trattati, e le leggi e i costumi di guerra.

Parte VIII. Riparazioni (articoli 231-247). Questa parte incomincia col riconoscimento da parte della Germania di essere colpevole dell’aggressione contro gli Alleati (art. 231) e quindi dell’obbligo delle riparazioni. Poiché per il momento gli Alleati non erano in grado di fissare i danni sofferti, così veniva affidato a una Commissione delle riparazioni il compito di stabilire il loro ammontare e le quote annue che la Germania avrebbe dovuto pagare per un periodo di 30 anni a cominciare dal 1° maggio 1921. Prima di questo termine avrebbe dovuto pagare, in danaro o in merci, 20 miliardi di marchi oro. Veniva anche stabilita la restituzione di tutto quello che aveva sequestrato o requisito durante la guerra, e veniva pure stabilito che dovesse sostenere le spese del corpo di occupazione e consegnare quegli approvvigionamenti o materie prime che gli Alleati avrebbero stabilito e che sarebbero state computate in conto riparazioni.
Parte IX. Clausole finanziarie (articoli 248-263). Contiene le diverse disposizioni relative al modo di pagamento.
Parte X. Clausole economiche (articoli 264-312). Riguarda le relazioni commerciali, dogane, navigazione, dumping, il trattamento da farsi ai cittadini dei paesi alleati, l’applicazione di trattati e convenzioni economiche, le comunicazioni postali e telegrafiche, i debiti, le proprietà, i diritti e interessi di cittadini alleati in Germania, i contratti, le prescrizioni, le assicurazioni, la proprietà industriale, ecc.

  1. La Commissione francese (decr. 23 settembre 1914) per l’accertamento degli “atti commessi dal nemico in violazione del diritto delle genti”.
    È opportuno, a questo punto, precisare -in vista degli ulteriori sviluppi dell’indagine – che l’iniziativa italiana della nomina di un’apposita commissione per l’accertamento delle violazioni realizzate nel corso della prima guerra mondiale ebbe, significativamente, non pochi precedenti all’estero. Primo tra questi, in ordine di tempo, era quello attivato dal decreto emesso a Bordeaux il 23 settembre 1914 (Journal Officiel  26 settembre) a nome del presidente della Repubblica Francese (B. Poincaré), e a firma del presidente del consiglio dei ministri René Viviani. (…)
  1. Nel II volume dei “Rapports”, pur esso pubblicato nel 1915, si dava ampiamente conto (pp. 77) di un supplemento di indagini condotte dai commissari in alcuni dipartimenti (dell’Isère, della Savoia e dell’Alta Savoia) per raccogliere informazioni in merito agli inumani trattamenti subìti dai prigionieri civili sequestrati in massa – si trattava di un contingente di circa 10.000 persone, non escluse tra queste donne, anche incinte, bambini e persone anziane – poi trasferiti in terra nemica, e quindi da poco rimpatriati.
    Nel volume III-IV dei “Rapports”, relativo all’arco temporale 1914-1916 e ad altre tematiche (pp. 271), una prima parte (datata 1° maggio 1915) concerne, con maggiore completezza – così i commissari ne riferiscono al Presidente del Consiglio – “gli atti di slealtà o di barbarie di cui i combattenti, come il personale medico addetto al nostro esercito, sono stati vittime da parte del nemico”, ed è ripartito nei seguenti capitoli: “Prigionieri civili o militari posti a scudo davanti alle truppe nemiche”; “Impiego di munizioni e di armi vietate dalle convenzioni internazionali”; “Massacri di prigionieri e di feriti”; Attentati contro il personale sanitario e bombardamento di ambulanze”; una seconda parte (datata 6 maggio 1915), concerne il primo impiego, da parte delle truppe tedesche, dei gas asfissianti come mezzo di combattimento. Segue la raccolta dei verbali di audizione, corredata da documenti fotografici. (Cd. Treccani online)
  1. Paolo Spinelli, La Corte Penale Internazionale e i rapporti con L’ONU, Università Tre, 2002-2003 (tesi online).
    “Ciononostante, la concezione che aveva dominato fino alla fine dell’800 era stata messa in discussione e si era fatta strada l’idea opposta secondo cui, al fine di favorire il ritorno alla pace, era necessario evitare l’impunità e assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini internazionali. Per la prima volta si parlava della responsabilità penale individuale degli organi dello Stato, e in particolare dei Capi di Stato. Ne è testimonianza l’attività del Comitato consultivo dei giuristi della Società delle Nazioni, incaricato, nel febbraio del 1920, di redigere il progetto di Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale, ai sensi dell’art. 14 del Patto. Su proposta del Presidente Descamps il Comitato proponeva la creazione di un Alta Corte di giustizia internazionale.”
  1. Mario Pisani, La Grande Guerra, I crimini di guerra e i processi di Lipsia (1921):
    Il Kriegsbrauch im Landkrieg, stampato a Bruxelles in tre piccole dispense nel novembre 1914, col consenso dell’autorità militare tedesca, e consegnato dal giornalista Luigi Barzini a chi ne curerà la traduzione (con una prefazione ed un’appendice): v. Icilio Bianchi, Le leggi della guerra secondo il grande Stato Maggiore germanico, Milano, Ravà & C. Ed., 1916, pp. 52.
    A questo manuale lo stesso Barzini aveva dedicato una serie di articoli nel Corriere della Sera, scrivendo, tra l’altro: “Col Kriegsbrauch im Landkrieg si è voluto dare al soldato l’impulso cieco, terribile, impetuoso, ma diretto ed efficace del proiettile. Bisognava che non fosse più un uomo ma un ordigno spietato; che nessun sentimento ne deviasse o rallentasse l’azione, che alla sua coscienza individuale subentrasse la coscienza collettiva di un furore necessario, doveroso, meritorio. La tradizione è soppressa; il diritto delle genti è soppresso; si è combattuta la sensibilità, la compassione, l’umanità come un male, una debolezza, un errore. Si è semplificato il lato morale della guerra istituendo un nuovo e facile concetto sommario del lecito e dell’illecito: è legittimo tutto ciò che può giovare al successo, è illegittimo tutto ciò che può imbarazzarlo. Non rimane vivo che questo punto di vista, e il sangue e il pianto d’un popolo inerme non sono più elementi apprezzabili che per gli effetti che possono avere al raggiungimento dello scopo.
    Questa enormità è stata preparata senza odio, in piena pace, studiosamente, scientificamente, non per spirito di violenza ma per calcolo, svalutando tutto quello che non convergeva verso la vittoria, isolando la materia militare da ogni considerazione estranea all’efficacia dell’azione”.
    Quanto poi alle persone “colpevoli di reati contro i cittadini di una delle Potenze Alleate ed Associate”, l’art. 229 del Trattato prevedeva che esse venissero processate dal tribunale militare dello Stato interessato, ovvero, nel caso di reati contro cittadini di più di una di tali Potenze, da tribunali composti da esponenti delle diverse Potenze: il tutto facendosi salvo il diritto alla nomina di un difensore.
    Quel che è certo è che la guerra del 1914-1918 realizzò per davvero, e nonostante le reiterate deprecazioni ed esortazioni di Benedetto XV, una “orrenda carneficina”, un “suicidio dell’Europa civile”, e, in definitiva, una “inutile strage”, e che altri inutili stragi, anche nelle dimensioni di genocidi, hanno poi imbarbarito il corso dei decenni successivi, fino ai giorni nostri. L’impeto delle violenze e delle perversioni molteplici che ha animato quelle stragi, e quei genocidi, non ci consente di pensare che, a fermarli e a prevenirli, sarebbero state idonee e sufficienti le sentenze di un qualsiasi tribunale, nazionale, internazionale o sovranazionale.
    Le sentenze giuste dei tribunali più autorevoli potevano e possono però valere almeno come moniti solenni della coscienza morale dell’umanità.

1916-1918, I BOMBARDAMENTI AEREI DI CASTELFRANCO: UNA PASSEGGIATA

Sabato 1 dicembre 2018. I primi commenti si sentono al bar e dentro la saletta della biblioteca comunale, in cui ci sono una decina di quotidiani e il settimanale Castelfrancoweek appena arrivato.

Un signore anziano esclama: “beh insomma per na data non bisogna fare tutto sto cancan”, un altro invece un po’ compiaciuto con la mano di traverso “gli state dando sui denti, che vergogna”, riferendosi alla scoperta di Derio e Miatello sulla storia della morte del generale francese Lizé. Andiamo al bar borsa, meta di castellani che al sabato si trovano per un caffé, la notizia ancora non circola perchè la Tribuna da lunedì che conosceva con esattezza la vicenda nulla ha scritto. Dunque i “tribunisti” stavolta non è informata e non sa che pesce pigliare sull’argomento. Il Gazzettin con l’articolo di Gabriele Zanchin uscito martedì ha preparato una parte dell’opinione pubblica al combattimento. Detrattori e sostenitori ora si affrontano ad armi pari. Qualche perplessità sull’attuale Giunta rimane da correggere perché, si dice in giro, la cerimonia del 4 novembre con autorità militari, ecclesiastiche ed istituzionali ha del patetico.
Se fosse tutto vero quello che hanno riportato alla luce i due studiosi Miatello-Turcato, scavando negli archivi militari francesi, la figuraccia sarebbe mal digerita. “A Casteo si può dire di tutto è zona franca. Il Giorgione vincerà lo scudetto. Ma è una fake news. Così come non si possono raccontare frottole sulla morte del generale Lizé e dimenticarsi dei valorosi medici, infermieri, barellisti, volontari dei Cavalieri dell’Ordine di Malta e della Croce Rossa, uccisi barbaramente da bombe austro-germaniche. “Una mancanza di carattere etico-politico e storica. Etica perché si sottovaluta l’aspetto umanitario quello al quale ricorriamo quando ne abbiamo bisogno. Bombardare siti ospedalieri per disintegrare una comunità era vietato da convenzioni internazionali già allora in vigore. Nessuno ancora lo ha detto per colpa del ministero che ha una macchina della comunicazione obsoleta. Pretendere che sia un sindaco o un suo addetto stampa che sappiano come “riscrivere” la storia è pretendere che tutti siano storici agguerriti o ben attrezzati del prof. Brunetta che di libri sulla storia del cinema e della grande guerra nel Veneto ne ha scritti tanti. Ma lui, come ci ha confermato ieri, i mezzi a sua disposizione erano limitati al lavoro fisico e al tempo di poter dedicarsi sul posto. Ma oggi la situazione è axcambiaa con la digitalizzazione e la consultazione online, libera, gratuita e facilitata dai motori di ricerca.
E qui entriamo sul vero nocciolo della faccenda. La storia della Grande Guerra in territorio veneto, e in particolare nel quadrilatero Venezia-Treviso-Padova-Bassano con Castelfranco e Montebelluna, non è stata ancora assorbita pienamente in un quadro composito e unico. Mille ricerche, mille pubblicazioni, centomila testimonianze. Centinaia di piccoli musei, cimiteri, luoghi conservati in buono stato, monumenti e memoriali fanno del Veneto alpino, pedemontano e pianeggiante la più grande risorsa storico-culturale dell’ultima fase della Grande Guerra. Ciò significa che Castelfranco Veneto, quale sede militare italiana e straniera (francese, inglese, americana), va riconosciuto un ruolo centrale.
Non a caso si stabilisce che, per il suo snodo ferroviario e stradale e con già una struttura industriale pronta ad assorbire le richieste militari si trasformi in un grande emporio logistico, di trasformazione da semilavorati a prodotti bellici speciali, e per finire in un grande e vasto distretto socio-sanitario. Un via vai di feriti, cadaveri, mutilati, intossicati dai gas asfissianti, ammalati psichiatrici, bisognosi di cure e operazioni chirurgiche, trasforma la cittadina semi vuota in un luogo che gli strateghi militari avevano deciso che potessero convivere con depositi ingenti e un continuo carico e scarico di enormi quantità di materiale bellico. La fortuna vuole che gli aviatori austro-ungarici non siano mai riusciti a colpire i depositi e i vagoni zeppi di esplosivi, nitroglicerina, dinamite e gaz chimici. La fortuna vuole che i bersagli siano stati sbagliati di qualche decina di metri. Però, alcuni posti sanitari, proprio quelli che servivano per la chirurgia, il primo soccorso, l’obitorio, la casa per gli anziani, l’Ordine di Malta sono stati bombardati “dai cavalieri del cielo”.
Ed è proprio questo capitolo che il 4 novembre scorso non è stato nemmeno sfiorato sia dai due sindaci di Castelfranco Veneto sia di Galliera Veneta, oltre ad essere rimasto lettera morta tra gli invitati che si sono fatti fotografare di fronte alle lapidi dei morti in guerra.
Una gran confusione tra guerra di aggressione, per la conquista di territori stranieri, o quella Seconda per dar ragione a Adolf Hitler, a guerra di difesa dei confini, o di “legittima difesa”. Una gran confusione tra chi è morto in trincea, in campo di concentramento e chi invece prestava semplicemente servizio sanitario e di volontariato.
A questo punto le contraddizioni sono palesi. Dalla storia invece di imparare qualcosa di buono ci si riduce a delle marionette, fastidiosamente percepite dall’opinione pubblica come propaganda dei una classe che ha vinto delle lezioni e che si attesta ad appena al 37% dell’intera popolazione. Democraticamente elette non possono essere criticate ma quando usano la Storia per il proprio conto allora vanno bacchettate. La cerimonia del 4 novembre dettata dal ministero romano, cadendo di domenica, su un piano cronologico andava precisata. L’Armistizio di Villa Giusti (e non di Padova) è del 3 novembre 1918. La morte del generale Lucien Zacharie Marie Lizé è del 5 gennaio 1918 (ferito mortalmente alle ore 5,15-5,30 del mattino). I bombardamenti aerei di Castelfranco tra il 31 dicembre 1917 e il primo gennaio 1918 causano più di 80 vittime, tra cui 40 morti, dei medici e infermieri, di abitazioni civili e ospedali.
Il dopo guerra, con i trattati di pace di Versailles (1919) si stabilisce una Corte suprema a Lipsia che giudichi sui crimini (e criminali). Il Parlamento italiano nomina una Commissione parlamentare d’inchiesta che inoltra ai vari Comuni la richiesta di compilare una mappatura dei bombardamenti. Il Sindaco Ubaldo Serena con la sua firma attesta questo documento.
Sia per le vittime del copro sanitario, sia per i risarcimenti, sia per il seguito che ebbe la Corte Suprema di Lipsia, la politica di Castelfranco ha dimostrato di essere stata non all’altezza, anzi di mantenere una strana ambiguità demagogica che ancor oggi ne dà esempio alle nuove generazioni.
La dimostrazione di una improvvisata classe dirigente (politica) ci è ampiamente confermata da queste brevi considerazioni:
1. La politica deve fare il proprio mestiere e non sconfinare di continuo (vedi l’assessore alla cultura, il vicesindaco, il sindaco di Galliera)
2. L’uso del digitale è un grande vantaggio ma bisogna saperlo usare. I social non sono dei giocattoli. La Storia oggi offre un mondo da scoprire, appunto perchè gli archivi (più lontani) sono pubblici e “pratici”.
3. Basta al vecchio modo di narrare “come eravamo” con quel superficiale metodo pseudo-romantico. Cosa significa il profugato veneto della Grande Guerra con quello odierno che scappa dalla Siria? (vedi Maria Gomierato nel suo recente saggio storico)
4. L’Italia è uno Stato fondatore dell’Ue, nella Nato, aderisce alla Carta dell’ONU, alla codificazione del diritto internazionale e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
5. Ripudia la guerra come soluzione delle controversie.
6. La città di Castelfranco è stata testimone e vittima dei crimini commessi durante la Grande Guerra.
7. Le autorità non possono esimersi in pubblico senza l’autocritica, onde evitare che altri si sentano esonerati nel commettere gli stessi squallidi errori ed orrori. Prevenzione e tutela, prima di iniziare una nuova guerra!
8. Il Veneto Terra di Pace, è una legge regionale, votata all’unanimità nell’ottobre scorso dal Consiglio regionale, che va messa in pratica da tutti i comuni, oltre che dalle scuole.
9. La targa va corretta, aggiungendone un’altra dedicata esclusivamente a quei medici, infermieri e volontari morti sotto i bombardamenti austro-germanici.

Miatello -Turcato: Alcuni punti sui quali vanno fatte le dovute riflessioni a Cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti (Pd) del 3 novembre 1918

ALCUNI PUNTI SUI QUALI VANNO FATTE LE DOVUTE RIFLESSIONI A CENT’ANNI DALL’ARMISTIZIO DI VILLA GIUSTI (PD) DEL 3 NOVEMBRE 1918

Derio Turcato, presidente di HISTOIRE, associazione storico-culturale e Angelo Miatello dell’AIDA, associazione internazionale del diritto e dell’arte, sulla base di quanto relazionato in Teatro Accademico dai sindaci Stefano Marcon e Stefano Bonaldo e da altri relatori e di quanto pubblicato sul Manifesto celebrativo dell’Anniversario dell’Armistizio di Villa Giusti del 3 novembre 1918 che ha messo fine alla Prima Guerra Mondiale, sottolineano certe incongruenze e contraddizioni storiche, culturali e politiche. Purtroppo la politica pur di mettere assieme date e ricorrenze, seguendo i dettami di Cottarelli (risparmiate) ha messo assieme la morte del generale con la festa nazionale del 4 novembre che cade di domenica. Non esiste nessun vincolo che si possa scrivere su una lapide una data diversa dalla narrazione di don Pastega e dal garzone Scarabellotto. Far morire il generale un giorno prima, stando seduto in un auto, è pura fantasia.

  1. Dopo Cent’anni la Municipalità di Castelfranco ha deciso di ricordare con una targa la morte di un alto ufficiale dell’Esercito francese che sarebbe avvenuta a causa di un bombardamento aereo nemico all’inizio di gennaio 1918.
  1. Le due Municipalità coinvolte, di Castelfranco Veneto (Tv) e Galliera Veneta (Pd), suddividendosi il ruolo di promotrici, non hanno tenuto conto delle fonti primarie francesi (di archivi militari, storici esperti) per dare un quadro generale e particolare del/dei fatti accaduti in quel preciso periodo storico che ha visto Castelfranco Veneto sotto assedio dei ripetuti bombardamenti aerei austro-germanici, uno dei principali centri urbani presi di mira dai “delinquenti dell’aria” (don Pastega), durante il quale a Castelfranco e a Galliera Veneta si era insediato dal 5 dicembre 1917 il Quartier Generale della Decima Artiglieria, sotto i comandi dei generali Fayolle, Lizé e altri. Castelfranco Veneto ospitava sia il QG che le truppe, pronte ad intervenire sul fronte montano adiacente (Monte Tomba-Monfenera e altri). A Galliera Veneta invece la villa imperiale dei Nobili Cappello fu requisita per insediare l’ospedale d’evacuazione n. 38. Cioè della dinamica, cause ed effetti, dello scoppio di una delle tante bombe che provocarono danni disastrosi, morti e feriti fra i quali il generale Lucien Zacharie Marie Lizé.
  1. Le autorità intervenute nella cerimonia solenne di domenica 4 novembre 2018, oltre a indicare erroneamente la data di morte del generale, avvenuta il 5 gennaio 1918 e non il 4 gennaio, il luogo esatto dello scoppio, e la particolare sequenza in cui sarebbe stato colpito da una “scheggia di bomba” (una semenza averlo narrato “seduto in auto mentre attendeva l’autista!), ed il nome incompleto (Lucien [Zacharie Marie] Lizé), non hanno profilato alcuna responsabilità penale internazionale dei bombardamenti aerei su centri urbani indifesi, vedi strutture socio-sanitarie che il diritto internazionale dell’epoca vietava ai belligeranti. (Continua in allegato con immagine storica, ospedale n. 202 bombardato dagli austriaci, 4 e 5 gennaio 1918)

A proposito di strutture socio-sanitarie, un altro mistero da scoprire è quello che tutti affermano dell’ “ospedale 202 bombardato che si doveva trovare anche nella Caserma S. Marco” (v. Gomierato che ha ripreso da altri precedenti autori), ma le foto che abbiamo trovato negli archivi sono diverse: Ospedale militare n. 202  posizionato all’ex Sede ENEL (tra Pescheria e Musonello), sano e funzionante, mentre quello bombardato risulta il n. 025 (dove c’erano i dottori uccisi, Malatesta e Bagagnone) di cui nessuno parla e posto all’ex Filanda Montini (exBonato), probabilmente poi spostato alle ex scuole elementari di via Riccati.

Da Pastega:
Pag. 21 (…)”Approfittando di una sosta nemica, i feriti furono trasportati al Reparto  Ospitale militare  N.  202 (…) non avendo potuto  effettuarsi  con   sollecitudine   il ricovero   nelle  sale di degenza del Reparto 202, e dovendo i tre infermieri sostare sotto un portico del Re.parto stesso per l’improvviso ritorno d’ aeroplani nemici, due bombe successivamente colpivano l’edificio in pieno facendolo crollare (primo il portico),  menando  orribile  macello (…)”
Dalla comparazione delle foto qui sotto riportate, l’ospedale 202 citato, nella foto non ha portico, portico che invece doveva avere il 025 distrutto. Mistero buffo.

Nel 2018, con l’evoluzione del digitale e dei mezzi di comunicazione non sono più ammessi errori e lacune di questo genere quando vengono ufficializzati fatti storici e nomi importanti in cerimonie pubbliche che, nella loro solennità, spacciano verità per falsità, controproducenti sul piano delle relazioni internazionali. Inoltre, su un piano strettamente politico culturale, non si aiuta a far crescere una comunità (i giovani) nella responsabilità di cogliere gli errori del passato per dare risposte positive e costruttive. Oggi l’Italia fa parte della Nato, bandisce l’uso della forza per la soluzione di controversie internazionali, si adegua totalmente ai principi ispiratori della Carta delle Nazioni Unite, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e della Codificazione del diritto internazionale umanitario.
La cronaca riprende quello che le viene dichiarato. Difficile chiedere al cronista che si faccia una ricerca prima di scrivere un pezzo, se la fonte proviene da un cerimoniale, un primo cittadino, un assessore o un responsabile di un ufficio comunale.
Tuttavia, visti i nostri ormai continui solleciti con comunicati stampa e conferenza stampa tenuta lunedì scorso nella sede di HISTOIRE, riportando alla luce le fonti primarie militari e di esperti di Storia militare della Grande Guerra per i fatti che riguardano Castelfranco Veneto e Galliera Veneta, sarebbe auspicabile che l’opinione pubblica venga prontamente informata, onde evitare come cent’anni fa che, per sentito dire “in strada”, “da qualche amico informatore” (don Giovanni Pastega, parroco della Pieve, 1919), o dal “barbiere” (Dino Scarabellotto, ex garzone, 1918), diventi una fonte primaria, certa e indiscutibilmente vera (“mentre metteva piede sullo staffone dell’auto fu colpito da una scheggia!).

4. Una volta stabilite le cause e gli effetti dei violenti bombardamenti aerei che Castelfranco Veneto e la Castellana subirono (dalle 146, alle 400 e persino alle 800 bombe scaricate, a seconda dei narratori) nel 2018 vanno rimosse dal letargo le responsabilità criminali commesse, “rimaste inevase” dopo i Trattati di Pace di Versailles, portate innanzi alla Corte Suprema di Lipsia, e denunciate alla Commissione [reale] parlamentare d’inchiesta, a firma del fu sindaco Ubaldo Serena del Comune di Castelfranco. Purtroppo delibera dimenticata dai successori sindaci e “commissari prefettizi”. Lacuna giuridico-culturale?

5. Perché responsabilità criminali? I bombardamenti aerei austro-germanici (piloti austro-ungarici e macchine, tecnologia e strategie germaniche) su Castelfranco Veneto causarono danni ingenti agli ospedali, provocando morti, feriti, fra quali anche del personale sanitario e del volontariato. Gli accordi internazionali dell’Aja (rispetto dei prigionieri di guerra) e di Ginevra (Croce Rossa Internazionale, protezione del personale sanitario) furono sottoscritti da tutti i paesi belligeranti.

Palazzo adiacente all’Antico Albergo La Spada che è stato bombardato
Ospedaletto da campo 025 di via Borgo Treviso
Ospedale Militare n. 202 (Pescheria-Musonello) ↓

Tutto quello che vorresti sapere sui bombardamenti aerei austro-germanici di Castelfranco Veneto (1916-1918)

IN ONORE AI CADUTI CIVILI & MILITARI DEI BOMBARDAMENTI AEREI SU CASTELFRANCO TRA IL 1916-1918
3 Novembre 1918 a cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti, mai ricompensati

Premessa
Si tratta di un’indagine storica on line sui fatti accaduti tra 1917 e il 1918 a Castelfranco Veneto, principale retrovia della guerra sul Massiccio del Grappa e le montagne vicine, durante il stazionamento delle truppe francesi subito dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1817).
Una città impreparata, come del resto altre qui nel Veneto, che si è trovata coinvolta nella Grande Guerra, come importantissima retrovia del nuovo fronte costituitosi tra il Piave e il Brenta, e tra questo e l’Adige. Castelfranco ha subito in proporzione di numero di abitanti ed estensione urbanistica violenti attacchi dalle squadriglie dell’aviazione austro-germanica, dopo Venezia Treviso e Padova. Chi scrive “800” bombe, chi “346” e chi, come noi, mette in discussione questi calcoli frettolosi (se centravano lo stesso bersaglio o se finivano sotto terra, nessuno se n’era accorto. La storia di Castelfranco tra l’800-900 del periodo bellico ’16-’18 non è mai stata passata al setaccio, cioè confrontando fonti militari che “diffondevano dispacci” con assoluta censura e propaganda. Non è mai esistita una stampa libera nel nostro Paese. Se assommassimo la censura durante le due grandi guerre, il Ventennio dittatoriale, il Dopoguerra (Cold World War), fino agli anni ’90, cioè alla caduta del Muro di Berlino e allo sfacelo delle Repubbliche socialiste democratiche e popolari, non potremmo lamentarci delle false ideologie o della montagna di fake news fatte circolare. Scoprire piano piano attraverso una paziente ricerca on line, accessibile a tutti, o almeno per chi sa usare il personal computer, i motori di ricerca e conosce una sufficiente terminologia, che un nome di persona è stato storpiato e alcune brevissime note di cent’anni fa furono spropositatamente “caricate” ci rende felici. Le fake news sono talmente circolate a Castelfranco, città di Giorgione, che vengono persino impresse nelle pagine dei libri, nelle didascalie di raccolte fotografiche d’epoca, sulla cronaca di ieri e di oggi e per completare la vasta gamma sulle lapidi di piazze e borghi, ogni anno ricordate con una corona d’alloro e in pompa magna.

Nomi e fatti inesatti, approssimativi, con fonti militari non dichiarate
Possono essere ripetuti durante l’arco di Cent’anni, anche nell’epoca del digitale e dei social? Perchè un sindaco ha bisogno di crearsi notorietà “pre-elettorale” come ricercatore su un fatto di storia militare piuttosto complessa, basandosi sul libercolo di don Pastega del 1919?
Laureatosi allo Iuav, ci dicono le cronache, il suo mestiere dovrebbe essere architettura, progetti e simili, non certo quello di scavare fra gli archivi militari francesi. Giustificandolo in parte perchè “giovane”, viene meno il suo contratto stipulato con la cittadinanza e di poco rispetto per chi invece potrebbe esaudire una ricerca storica approfondita.
Perchè un direttore di biblioteca o il monsignore mitrato o da ultimo anche il responsabile della cultura municipale devono prendere per scontate le pagine scritte nel 1992 da uno “storico impegnato” che a sua volta le aveva ricavate dal libercolo di don Pastega del 1919?
I tre moschettieri, laureatisi a Padova, in Lettere e storia o in Scienze politiche, più la ex sindaca, cresciuti all’ombra del Seminario vescovile, dei patronati, dei cori teatrali, delle assemblee sindacali, dei viaggi premio, hanno inciso sulla storia che all’unisono sarebbe divenuta ufficiale. Appunto usando un’editoria di qualche centinaio di copie (cento comperate dall’autore o dalla Banca) e come abbiamo detto del palcoscenico, del pulpito, della cattedra del Patronato (ieri Pro infanzia, oggi Pro domo sua).
Da ultimo fatto di cronaca ufficializzato dalle “residenze municipali”, controfirmato dai rispettivi sindaci e immortalato da un “Manifesto bardato di tricolore con il logo ministeriale” e da una “lapide ricordo” in piazza parcheggio a pagamento (“a pochi metri dal monumento del Giorgione”), alle reali informazioni che si possono ricavare da fonti militari francesi, ci sorprende la messinscena di domenica 4 novembre 2019, voluta per calcolo politico propagandistico e fai da te. Forse è azzardato di parlare di un “militarismo” crescente e di un “sovranismo” alle sue prime battute della storia europea. Si sente in giro che ci sarebbe bisogno di ripristinare la leva militare per fini sociali, dell’unità nazionale per portare democrazia e libertà laddove ce ne sia bisogno (con l’uso della forza?), del principio della “solidarietà” che in pratica significa aderire alle strategie militari collegiali (per noi Nato e basi americane) ma non si affronta mai il problema dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario che lo Stato italiano aderisce e contempla nella propria Costituzione e Codici civili e penali. Anche dopo Cent’anni, dalla bocca del politico, del sindaco, del monsignore, del bibliotecario solo retorica e superficialità, banalità e storielle per far ridere o piangere il pubblico, ignaro e incapace di poter verificare se sia vero o falso quello che viene detto, scritto e scolpito.

LUCIEN LIZET O LUCIEN LIZÈ O LUCIEN ZACHARIE MARIE LIZÉ?
Potrebbe essere un buon quesito da talk show, da telequiz dei doppi sensi di Amadeus e Gerry Scotti. Un premio in denaro o per un viaggio ad Angers e Parigi, per onorare il nostro “cugino” generale che “con il suo sangue ha cimentato l’unione dei due grandi popoli associati nella comune difesa della più bella e della più santa delle cause”, (cf. generale Fayolle, in Le Petit Parisien, gennaio 1918).ì Storpiare un nome proprio di un generale francese (da Lizet a Lizé) ucciso da una scheggia di bomba (granata), sbagliare la data di questa disgrazia (il 4 o il 5 gennaio 1918?), raccontare una dinamica dell’incidente fatale con note colorite (aspettava in auto), come altre che si sono mescolate nei fatti delittuosi gravi commessi dai nemico, e ripeterlo fino a domenica scorsa 4 novembre 2018 in Teatro, sui giornali e, come dicevamo, sui libri della Biblioteca, quasi tutti co-finanziati dal Comune, dalla Banca Popolare o dagli stessi autori, non è una cosa da poco. Finché si tratta di un articolo di cronaca, non si può chiedere al giornalista di fare ricerche storiche o di fare attenzione a quello che scrive. La responsabilità ricade su chi diffonde la notizia, quasi sempre a voce e dal palco del Teatro Accademico, come se fosse l’Accademia dei Lincei o della Crusca, una Corte Suprema della Storia Castellana. Una nota dolente è il corpo docente della scuola castellana che sembra un assente perenne che viaggia in vagoni stagni con una storia da manualistica sorpassata e standardizzata dal ministero che è monopolizzato dalle case editrici che ci lucrano milioni di euro. Qui purtroppo affondiamo un coltello nella piaga. Il protocollo firmato dalla Regione Veneto con il ministro dell’Istruzione e ricerca per la promozione della storia locale (da ufficiosa a ufficiale) chissà quando verrà praticata. Siamo in Italia.
Tra i colpevoli di una sub cultura ci sono anche i preti che, nel loro rigore fideistico alla Chiesa romana-cattolica, dal pulpito o da una cattedra del Patronato convincono il vasto pubblico credulone della storia accaduta, quella vera e sacrosanta. Le uniche fonti a disposizione sono i cosiddetti “diari” o annotazioni di certi monsignori che vengono riadattati con altre informazioni ricavate (non si sa da dove) e sono persino “convalidati” dal “Nulla aosta” e dall’ “Imprimatur” di due distinti uffici vescovili. Il tutto condito con l’olio, il vin santo e l’incenso.

Cent’anni dopo il libercolo “Durante il bombardamento aereo Austro-Ungarico su Castelfranco-Veneto” (Nulla aosta di Mons. Dott. Valentino Bernardi del 6 settembre 1919 e IMPRIMATUR della Curia Vescovile di Treviso 6-9-19 Mons. Vitale Gallina Provicario Generale) può essere ancora una fonte primaria ed attendibile per i fatti delittuosi e criminali accaduti tra il 1917 e il 1918? Come possono uno storico di fama, un direttore di biblioteca, un architetto urbanista, un ex presidente di Banca popolare, un ex sindaco, un ex monsignore mitrato, un assessore alla cultura, un sindaco in pectore, un presidente della Provincia di Treviso, rimanere ancorati alle generiche quantomai assurde informazioni di carattere militare e politico di don Giovanni Pastega, arciprete della Pieve, che è stato riesumato dal prof. Luigi Urettini di Treviso nel suo Storia di Castelfranco, Il Poligrafo, Padova, 1992)? Troppo facile la consultazione di queste due pubblicazioni, fra l’altro sprovviste di adeguate fonti storiche militari, sanitarie, civili.
Non solo questi signori si sono dimostrati plagiatori, che potrebbero essere denunciati per violazione dei diritti di copyright (una notizia ricavata non dalla strada ma da una pubblicazione va assolutamente citata la fonte con la pagina e l’anno, quando trattasi di fatti sensibili), ma persino demagoghi e falsi. Demagoghi perché nei loro racconti vi è un chiaro indirizzo “pseudo democratico”, “partigianesco”, del “volemose tuti ben”, dell’operare con scienza e moralità, e falsi perchè hanno raccontato argomenti politici con delle frottole che oggi, nel linguaggio globale, vengono definite “fake news”.
Da chi attingeva don Pastega per scrivere certe informazioni sensibili (rifugi, morti, distruzioni, combattimenti, rese, vittorie e sconfitte)? Chi era il prof. Ottavio Dinale, suo acerrimo nemico “anticlericale” che diventerà amico di Mussolini e fautore del fascismo? Che rapporti “fraterni” aveva instaurato con i francesi dalla primavera del 1918 per poter beneficiare del rifugio antiaereo ciostruito sotto terra di fronte alla Pieve? E le sue amicizie con il clero austro-tedesco al tempo di Pio X?
Che c’entra “la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari, riferendosi ad una nota del Sommo Pontefice (ndr, Benedetto XV)”? Dunque condivide l’uso della forza per la soluzione di controversie e suppone che ci siano leggi internazionali e principi umanitari da rispettare. Poi per quanto riguarda la sua analisi dei danni arrecati al paese e alla comunità sembra che si sostituisca alla politica con la raccolta fondi per l’Infanzia ed elenchi i bombardamenti, le distruzioni, le perdite. Non le quantifica e nemmeno si conoscono dati precisi, nonostante il sindaco Ubaldo Serena abbia firmato una “Copia della pianta topografica della Città con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche dal novembre 1917 all’ottobre 1918, conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni al diritto delle genti commesse dal nemico in data di Venezia 24 marzo 1919, con firma in calce del 17 giugno 1919.”
Il libercolo del prete è ancora oggi consultato e ripreso come spunto da politici, storici e giornalisti. Nessuno mai ha approfondito sulla veridicità delle sue osservazioni.
Con tutta probabilità il don Peppone dell’epoca spedì al mittente più di qualche messaggio cifrato (come la vendetta contro l’infamante prof. Dinale), viste come sono andate le cose: non tanto una guerra d’inutile strage ma di distruzioni e violazioni tali da chiedersi quanti tipi di Dio esistono? Quindi sconfina nella politica e fa capire che questa è impreparata. A lui si implora di riorganizzare il tessuto civile distrutto e una raccolta fondi per gli orfani di guerra. Dov’era lo Stato?
Una prova inconfutabile del fallimento che seguirà sul piano politico l’Italia nel dopoguerra come scrive Mario Pisani “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711), che terminò i lavori nel 1920. In precedenza la Commissione affrontava i compiti che le erano stati affidati con grande dispiego di energie e notevolissimo impegno analitico, tanto che, nel 1921, venivano pubblicate le relazioni dei lavori, raccolte in ben sette volumi, per un totale di circa 4000 pagine, compresa una cospicua serie di documenti fotografici.”
Dunque nulla impedisce di pensare che don Pastega fosse spinto dal vento in poppa per la richiesta di indennizzi e nel far valere che l’opera costante e presente della Chiesa, cioè sua, serviva al bene della Patria. Una partita sulla quale ci ritorneremo.

Gli storci locali plagiatori e bugiardoni
A distanza di un secolo e mettendo a confronto frasi e aneddoti di don Pastega con Dino Scarabellotto e via via passati in rassegna dagli storici locali, ci siamo accorti che non c’è mai stata una ricerca di storia militare, ora che possediamo dei mezzi quanto mai fondamentali, come Derio Turcato ha saputo puntigliosamente scavare “creuser” in archivi e saggistica francesi. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, prima ancora della Storia Militare, le municipalità di Castelfranco e Galliera non hanno saputo svolgere appieno su un piano culturale e di “gemellaggio” il caso della morte del generale Lucien Zacharie Marie Lizé, di rendergli onore come vittima di un vile bombardamento aereo, in cui furono usate bombe incendiarie e Shrapnel (a grappolo), e di altre vittime quali personale sanitario, ammalati, feriti e persino salme dell’obitorio. Più crimine di cvosì cosa si poteva aspettare dai piloti austro-germanici?
All’uomo della strada come al pubblico seduto in una sala lo si può intrattenere con aneddoti sarcastici o ironici (se questi siano utili di fronte ai milioni di morti) per racimolare qualche denaro svalutato. Quello che non va sono le lapidi ricordo di borgo Treviso con i soli cittadini castellani periti in guerra, a causa di ferite o dispersi. Quello che non va aver sbagliato la data di morte del generale francese e il luogo esatto dove fu colpito da una “scheggia”. Quello che non va che non ci siano altre lapidi di vittime che erano in servizio quei giorni di bombardamenti per il soccorso sanitario, civile e di assistenza.
E qui entriamo in un nuovo capitolo che si chiama Diritto umanitario snobbato, a a quanto pare, dai politici e dagli stessi militari.

Relazioni internazionali e Storia militare franco-italiana di Castelfranco
Che cosa è successo con l’Armistizio del 3 novembre 1918, sottoscritto a Villa Giusti (Mandria-Padova)? La fine totale delle ostilità è avveta circa una decina di giorni dopo. Poi si sono susseguiti i Trattati di Pace di Versailles (1919) e in ambito nazionale c’è stata la costituzione della Commissione d’inchiesta parlamentare (maggio-giu. 1919) che doveva stilare i danni e le violazioni. Viene affidata alla Corte Suprema di Lipsia (1920-21) la soluzione delle controversie, con la condanna dei “criminali”. Il paese cade nel marasma totale e come spesso accade la politica interpreta il mal di pancia ed instaura “quello che il popolo grida”: ordine e lavoro!

Revisione o rispetto?
Fonti storiche rivedute grazie alla consultazione on line di archivi, saggi, manuali, articoli di giornali, fotografie e filmati, che sconfessano alcuni storici locali bugiardi e poco rispettosi del copyright.
Lo spunto è avvenuto quasi per caso – ci dice Derio – all’indomani del 4 novembre dopo aver assistito alla cerimonia in pompa magna per il Centenario dell’Armistizio di Villa Giusti (vedi Unita Nazionale e Forze Armate) e consultato i motori di ricerca per due o tre argomenti trattati: 1. cause ed effetti dei violenti bombardamenti aerei sul centro storico di Castelfranco, 2. distrutti siti adibiti al soccorso sanitario (Croce Rossa, Cavalieri Ordine di Malta), 3. distrutti casa per anziani, 4. distrutti palazzi e case private, 5. uccise persone inermi senza nessuna difesa. E tutto questo non dal fronte del Massiccio del Grappa ma con aviogetti bombardieri che partivano da lontano.
Il secondo grande argomento non abbiamo mai saputo che se ne fecero dei 1500 prigionieri catturati sul Monte Tomba-Monfernera (30 dicembre 1917) che Scarabellotto e Urettini si divertono a raccontare che i francesi li avrebbero usati per spazzare la piazza del Mercato quando ce n’era bisogno. Fra loro ci sono centinaia di feriti. Come li avranno trattati? Saranno stati uccisi come successe per francesi, belgi e italiani?

Il fatto storico
Da quello che si legge sul Manifesto municipale firmato dal sindaco Stefano Marcon, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero e non solo “Lucien”. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgione, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri soldati omonimi ricordati all’Hotel des Invalides di Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale di Angers, regione della Loira e Maine.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de Foch Les 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot, ed.) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 ordigni sul loro bersaglio (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale n. 38 di evacuazione di Galliera [Veneta], dove è morto alle 9.30”.
Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera, sede dell’ospedale militare francese dove fu portato.
Leggermente diversa la testimonianza di un ufficiale che lo soccorse “è stato colpito alle ore 5,10 mentre percorreva dieci metri per entrare in un rifugio antiaereo” che conferma la data e l’ora del decesso, 5 gennaio ore 9,35 (Bouchemaine, Tomo I).

Miatello: Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

Turcato: Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–  il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale alla rubrica eventi nulla risulta;
–  Le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–  Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–  Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

Castelfranco Veneto, 1917-1918: al centro di una tempesta di bombe. Nessuna traccia di spionaggio. La Luna complice dei delinquenti dell’aria

(A cura di A. Miatello e D. Turcato) Torniamo indietro di Cent’anni. Castelfranco Veneto ha un nodo ferroviario che la congiunge a Venezia, Treviso, Padova e Vicenza. Si trova all’ombra delle colline asolane e del Massiccio del Grappa. La tragica sorte di Caporetto (24.10.1917), sul Carso e sull’Isonzo, comporta lo spostamento del teatro di guerra sulle nostre montagne. La guerra aerea è ben impostata dal nemico che distrugge Treviso, Padova, Venezia e altre cittadine. L’Italia non è ancora ben preparata, nonostante abbia avuto qualche asso nella manica. Monoposto, biposto e bombardieri con quattro persone a bordo. Ormai sembrava fatta. Solo dopo ottobre gli alleati inglesi e francesi e poi gli americani arrivano nel Veneto. I francesi si piazzano nella città di Giorgione con il Decimo Reggimento Artiglieria.
S’infuriano nuove battaglie tra austro-tedeschi e gli altri. Ad esempio, dopo la metà di dicembre, sul Monte Tomba, i francesi e gli italiani mantengono una posizione di forza, disarmando 1200 soldati e facendoli prigionieri. I tedeschi non si perdono d’animo ed iniziano dei bombardamenti più o meno mirati su Castelfranco verso la fine del mese di dicembre e l’inizio di gennaio. Come fanno centrare i bersagli con i velivoli dell’epoca e di notte? Tentano più volte di distruggere depositi di armamenti e materiali esplosivi, treni con vagoni strapieni di armi e niglecina, e mirano anche determinati palazzi, alcuni dei quali sono occupati dai militari. Bombardano un ospedale e due palazzine adibite a Soccorso sanitario. Una bomba cade persino sull’obitorio e secondo Pastega persino “il pollaio con 150 galline” che si trovava a poca distanza viene disintegrato.
E qui la partita si ferma e ci chiediamo da dove ricavano i loro “renseignements”? Due sono le forme d’informazione. Ricognizioni fotografiche preventive dal cielo e informazioni che potevano provenire solo dal territorio. Non lo sapremo mai chi avrà spifferato la notizia dell’ubicazione del generale Lucien Zacharie Marie Lizé che alloggiava all’Antico albergo alla Spada di piazza del mercato, lui stesso che aveva fatto costruire dei rifugi sotterranei (e sottoterra) per i propri militari.

I GRANDI FUNERALI DEL 3 GENNAIO 1918

Don Pastega (“Durante il bombardamento Austro-Germanico su Castelfranco Veneto”, 1919): “Il corteo fu commoventissimo. Sette carri e un autocarro trasportavano le casse, coperte di fronde d’alloro e dal tricolore. Sostarono davanti l’abbazia di San Liberale.
Le 34 casse dai soldati portate a braccia dentro il mesto recinto, furono piamente calate  nelle rispettive fosse … Quelle tombe e tutte le altre dei più che 800 soldati morti negli Ospitali militari di Castelfranco, sono meta di visite, sono cose sacre, sono ospiti nostri  cui diamo tributo di preci espiatorie…
“Maledetta questa Luna complice dei delinquenti dell’aria” che li favorisce a mirare il bersaglio.

MIATELLO E TURCATO: Lo ripetiamo ancora una volta, per chi fosse interessato, la tempesta di bombe aeree austro-tedesche, fra l’altro in piena notte tra San Silvestro e il Capodanno, avvenne dopo la sconfitta del Monte Tomba. Fu un attacco studiato, quasi “chirurgico”, come si direbbe oggi nel linguaggio militare con i missili telecomandati, per indebolire il quartier generale francese. La frase del maresciallo Ferdinand Foch suona molto bene “Les Allemands ont dû réperer le quartier général des troupes françaises”, cioè nel senso che avevano l’ordine di scovare, individuare, il quartier generale. Altrimenti non ci sarebbero ragioni per bombardare “certi” immobili civili, la casa del prof. Viani, la casa Acoleo, la villetta Miron, la robusta abitazione dei Sartoretto, il palazzo di Luigi Bordigioni, la villa Barisani ecc.  La seconda tempestata di bombe avviene tra il 4 e il 5 gennaio, nel punto esatto in cui c’era la residenza di alcuni alti ufficiali o probabilmente dove si riunivano per un comfort abbastanza usuale. “I delinquenti dell’aria” (Pastega) possono essersi sbagliati nella mira ed il lancio subitaneo però si può sempre supporre che il bersaglio era comunque militare perché siti frequentati da soldati.

Un altro aspetto importante che gli storici locali hanno sottovalutato è la dinamica della morte, sì a causa di una scheggia di bomba ma non certamente in fuga con l’auto di servizio. Questa non è solo una fake news ma è un insulto verso chi di mestiere fa il militare. Di fatti, ancora il maresciallo Foch, ripreso anche dall’Albo d’onore degli eroi decorati, in quattro parole liquida la tragica morte “Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri…” benché sia stato il solo ad aver fatto scavare un rifugio…” che a forza di rileggere le annotazioni curiose e fuorvianti dell’arciprete della Pieve, ci siamo accorti che il rifugio militare attrezzatissimo e arredato con tavole, travi e letti a castello c’era, eccome, proprio davanti alla sua chiesa. Dunque al generale Lizé va il merito di essersi preoccupato della sicurezza dei propri soldati, sebbene in tasca gli avessero trovato “una corona di rosario, preziosa reliquia per la sua famiglia” (Pastega). La preghiera è utile ma la prevenzione è superiore.

Don PASTEGA SUGGERISCE UN’EPIGRAFE PRO SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA DEDICATA ALL’INFERMIERE MILITARE EUGENIO DELLA MASSA che morì nel mentre che portava un militare ferito all’Ospitale n. 202;  ed esprime un voto che si ricordi quei luoghi che furono testimoni di macello, e le persone che per azione e coraggio si resero benemerite durante il bombardamento aereo su Castelfranco. Ad esempio il parroco della Pieve propone una lapide alla Villetta Miron, con questa scritta:

“NEL DURO PERIODO DELLA GUERRA
QUESTA VILLETTA
CONVERTITA IN POSTO DI SOCCORSO
DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA
RACCOLSE
MILITARI ITALIANI, FRANCESI, INGLESI,
DONNE E FANCIULLI FERITI
MEDICATI
DAL CAPITANO MEDICO CHIRURGO CARLO ARIENTI
MILANESE
DI BONTÀ DI SACRIFICIO
ESEMPIO AMMIRANDO
_______________
(1919)”

Mentre nel Reparto dell’Ospitale n.202, sarebbe conveniente scrivere così:

“IMPERVERSANTE LA GUERRA,
QUESTA CASA USATA A REPARTO DELL’OSPEDALE N.202
LA NOTTE TRA IL I. E II. GIORNO DI GENNAIO 1918
DA SQUADRIGLIE AEREE NEMICHE
FU BOMBARDATA E TRAVOLTA
SEPPELLENDO SOTTO LE MACERIE
84 MILITARI
FERENDONE 60
UCCIDENDONE 24
FRA QUESTI ULTIMI
GLI UFFICIALI MEDICI
RAMBALDO MALATESTA E MARIIO BARGAGNONE
CHE EBBERO PARI
IL VALORE L’ABNEGAZIONE LA TOMBA
___________

RISORTA DALLE SUE ROVINE
MANTENGA ACCESE NEGLI SPIRITI
DEPRECAZIONE E PIETÀ
DICA
L’AUSTERO EROISMO DEL DOVERE
____________
(1919)

Histoire du renseignement pendant la Grande Guerre :
Le chiffre, le renseignement et la guerre : actes du colloque de l’Historial de la
Grande Guerre, Péronne, 21-22 mars 2001.- Paris : L’Harmattan, 2002.- 258 p.
CO 1249, 88li.148
ANTIER-RENAUD, Chantal, Louise de Bettignies : espionne et héroïne de la
Grande Guerre, 1880-1918. – Paris : Tallandier, impr. 2013. – 223 p
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DELHEZ, Jean-Claude, La France espionne le monde, 1914-1919 : les exploits
des briseurs de codes. – Paris : Economica, impr. 2014. – 375 p.
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PANEL, Louis-Napoléon, Gendarmerie et contre-espionnage : 1914-1918. –
Maisons-Alfort : Service historique de la Gendarmerie nationale, 2004. – 250 p.
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PORCH, Douglas, Histoire des services secrets français. 1, De l’affaire Dreyfus
à la fin de la Seconde guerre mondiale. – Paris : Albin Michel, 1997. – 339 p.
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Lucien Zacharie Marie Lizé. Il giallo sulle cause della morte del generale francese s’infittiscono. Chi avrà informato i nemici austro-ungarici? Una spystory casereccia con tacchini, polli e radicchio variegato

Lucien Zacharie Marie Lizé riporta i nomi dei genitori, figlio di Joseph Zacharie e di Renée Marie Lefort. Sposato il 20/06/1892 ad Angers con Alice Adrienne Lucie Safflège, con una figlia” (cf. Mémorial).

Ieri 4 novembre il sindaco di Castelfranco Veneto Stefano Marcon, assieme al collega di Galliera Veneta e ad altre autorità civili e militari, ha svelato la targa commemorativa della scomparsa del generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé, caduto tragicamente dopo aver subito un attacco aereo improvviso il mattino del 5 gennaio 1918, in piazza Giorgione. Dai pochi elementi rintracciabili sui testi italiani l’alto ufficiale, con una lunga esperienza nelle tante colonie francesi, sarebbe stato colpito da una scheggia di una bomba esplosa vicino alla sua auto che lo stava aspettando fuori dell’albergo Spada (dove c’è oggi la Macelleria Targhetta e il chiosco dei giornali). Per le fonti invece reperite in Internet da Derio Turcato e tradotte dallo scrivente si deducono ben altri dettagli e retroscena.

Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de FochLes 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot) – ci precisa il presidente di Histoire, Derio Turcato – a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 bombe sui loro obiettivi (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé  fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale di evacuazione di Galliera (Veneta) n. 38, dove è morto alle 9.30”.
La stessa cronaca – aggiunge Turcato – nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera [Veneta], sede dell’ospedale militare francese dove fu trasportato, forse perché non si fidavano dei medici italiani o degli ospedali attrezzati a Castelfranco.

Autres informations militaires: Commandeur de la Légion d’Honneur (15/10/1916) – Croix de guerre – Polytechnicien promotion 1882 – Officier de carrière dans l’Artillerie de Marine et l’Artillerie Coloniale – Le Livre d’Or de Bouchemaine précise que le Général Lizé commandait l’Artillerie de la Xe Armée – Grièvement blessé en organisant les secours pendant le bombardement aérien du QG français de Castelfranco en Italie. 

Le Livre d’Or de Bouchemaine précise que le Général Lizé commandait l’Artillerie de la Xe Armée – Grièvement blessé en organisant les secours pendant le bombardement aérien du QG français de Castelfranco en Italie.

D’accordo, ma il fatto che desta il nostro stupore è la frase riportata nel Manifesto municipale del 4 novembre 2018 (già apparso nel nostro pezzo precedente) e dai vari autori che si sono occupati di questa notizia (Gianpaolo Bordignon Favero, Luigi Urettini, Giacinto Cecchetto), cioè che il pluridecorato generale, nato a Angers (Maine e Loira) il 25 febbraio 1864, comandante di Artiglieria della Decima Armata sarebbe stato colpito quasi incidentalmente, trovandosi vicino all’albergo Spada dove alloggiava.
Per il Libro d’Oro di Bouchemaine invece fu “gravemente ferito organizzando i soccorsi durante il bombardamento aereo del Quartiere Generale (QG) francese di Castelfranco in Italia il cinque gennaio 1918”.
Un piccolo dettaglio che gli storici e politici locali avranno dimenticato nella loro naturale vaghezza.

Per Luigi Urettini, unico autore che abbia ampiamente descritto la storia di Castelfranco dall’Unità d’Italia agli anni Settanta del secolo scorso, a p. 121 si legge: “Nella notte del 4 gennaio 1918 le schegge di una bomba aerea esplosa in piazza Giorgione, davanti all’albergo Spada, uccidevano il generale Lizet (sic), comandante del contingente francese, mentre stava salendo sulla sua automobile; rimasero feriti anche alcuni suoi ufficiali

A parte il giorno e il nome Lizet errati e la mancata informazione che il generale è deceduto a Galliera Veneta, l’a. trevigiano, tanto stimato e ossequiato, non dispone di una fonte militare ma di un dattiloscritto di Dino Scarabellotto senza data, lasciandoci perplessi sulla vera dinamica dell’incidente e della morte. Il generale stava scappando dall’albergo “menstre stava salendo sulla sua auto”? O come dicono le fonti militari francesi stava organizzando il soccorso per le esplosioni vicine?

Di nuovo Derio Turcato ci informa che:
Le 2 janvier, l’hôpital est bombardé. Les dégâts sont très importants on déplore 10 tués et de nombreux blessés. Les Allemands ont dû repérer le quartier général des troupes françaises, car le 5 janvier les avions reviennent une nouvelle fois au-dessus de Castelfranco el lâchent plus de 140 torpilles sur leur cible. 
Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine, que le général Lizé est atteint par un éclat de bombe, avant d’avoir pu s’y rendre. Grièvement blessé à 6 heures, il est transporté à l’hôpital d’évacuation N° 38 de Galliera, où il décède à 9 heures 30.
La nouvelle de la mort du général Lizé provoque en France une grande émotion. Le Petit Parisien lui consacre un article en première page. “Le général Lizé tué en 
I
talie”. 

Dunque, la causa del bombardamento aereo “tedesco” sarebbe avvenuto in quanto fu reperito dai tedeschi il quartiere generale delle truppe francesi dove si trovava il generale, “Les Allemands ont dû repérer le quartier général des troupes françaises, perchè il 5 gennaio gli aeroplani ritornarono una seconda volta sopra Castelfranco e lanciarono più di 140 ordigni (torpilles) sul loro bersaglio (sur leur cible).
Benchè sia stato il solo che abbia fatto costruire (creuser, scavare) un riparo, l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu colpito da uno scoppio di una bomba prima di raggiungerlo.
“… car le 5 janvier les avions reviennent une nouvelle fois au-dessus de Castelfranco el lâchent plus de 140 torpilles sur leur cible. Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine, que le général Lizé est atteint par un éclat de bombe, avant d’avoir pu s’y rendre.”
Gravemente ferito alle ore 6, fu trasportato d’urgenza all’ospedale di evacuazione N. 38 a Galliera [Veneta], dove si spense alle ore 9,30.
Grièvement blessé à 6 heures, il est transporté à l’hôpital d’évacuation N° 38 de Galliera, où il décède à 9 heures 30. 
La notizia della morte, prosegue la fonte, provocò in Francia una grande emozione. Le Petit Parisien gli consacrò un articolo in prima pagina “Il generale Lizé ucciso in Italia”, Le général Lizé tué en Italie”.
La nouvelle de la mort du général Lizé provoque en France une grande émotion. Le Petit Parisien lui consacre un article en première page. “Le général Lizé tué en Italie”. 

I bombardamenti aerei come l’uso di armi massive, chimiche, asfissianti e a grappolo, diventeranno frequenti in questa seconda ed ultima fase (dopo Caporetto) del Guerron. Gli austro-ungarici e anche i tedeschi si erano ben attrezzati da tempo, così pure i francesi e gli anglosassoni. Non di meno gli italiani.
Ad Istrana, per esempio, ci fu una battaglia aerea, mentre chiese, ospedali, case, vie ferroviarie divennero bersagli sicuri. L’uso dei gas asfissianti o di proiettili a grappolo si mescolavano con le altre armi dette convenzionali. Tuttavia ritornando alla dinamica del 5 gennaio 1918, come potevano sapere i piloti austriaci che in quella data zona ci stava il QG francese? Alle sei ante meridiem di gennaio è ancora molto buio, la città non aveva i lampioni come oggi ed il lancio delle bombe avveniva ‘a mano’ dalla cabina scoperta del pilota. Un caso fortuito oppure c’erano stati segnali ben precisi di spie locali?
Un altro elemento importante è la sfortuna capitata al generale che, secondo la descrizione francese, aveva già scavato un riparo da attacchi aerei ma essendo stato colpito improvvisamente da uno scoppio avvenuto lì vicino, non riuscì a raggiungerlo in tempo.

Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine (…), e qui sta la nuova chiave di lettura che andava fatta ieri in Teatro Accademico da colui che si è preso la responsabilità di recitare una pagina di storia tratta da un autore trevigiano maldestro e non da fonti francesi, come ha puntualizzato Derio Turcato.

DA DINO SCARABELLOTTO (Dattiloscritto senza data, ripreso da Luigi Urettini, Storia di Castelfranco, 1992, p. 122)
I cuochi delle mense francesi acquartierati qui per festeggiare il Santo Natale acquistarono tutti i tacchini e i polli che i contadini della zona avevano portato al mercato. Pagando profumatamente ogni cosa si portarono via tutta la verdura, compreso naturalmente il rinomato radicchio di Castelfranco, ed altri ortaggi e frutta che si trovavano nella piazza quella Vigilia di Natale del 1917. Quel Natale fu passato qui in fraterna unione fra la cittadinanza castellana e i soldati alleati e si manifestava vieppiù con le abbondanti libagioni e gli evviva di “Bon Noel”. I soldati uniti a borghesi castellani tutti cantavano la popolare canzonetta di guerra francese allora in voga “La Maddalen….capural de fantasie“.
Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe (ndr, sulla Castellana?).
Lo scenario sembra uscire più dalla cavalleria rusticana che da un cronista che si rene conto della tragedia incombente. In piazza Giorgione la guerra avrebbe comunque portato guadagno ed il rinomato radicchio di Castelfranco non doveva mancare sui tavoli degli ufficiali francesi!

Il suo nome, Lucien Zacharie Marie Lizé si trova in questi libri e monumenti: 
49 – Angers – Livre d’Or du ministère des pensions – par Bernard BUTET
49 – Bouchemaine – Livre d’Or du ministère des pensions – par Arnaud DUBREIL
49 – Bouchemaine – Monument aux Morts – par Claude TELLIER
75 – Paris 05 – Monument commémoratif de l’École Polytechnique – par Bernard TISSERAND
75 – Paris 07 – Mémorial des Généraux 1914-1918, Hôtel des Invalides – par Michel BOYOT
91 – Palaiseau – Monument commémoratif de l’école polytechnique – par Laetitia FILIPPI

Castelfranco Veneto dedica una targa ricordo al generale francese Lucien Zacharie Marie Lizét, ucciso durante un bombardamento aereo in piazza Giorgione il 4 gennaio 1918

Intervista a Derio Turcato, presidente dell’associazione HISTOIRE

Derio Turcato da vent’anni si dedica alla Storia della Grande Guerra, soprattutto quella che si è svolta sul Massiccio del Grappa e nelle retrovie, anche come luoghi strategici di rifornimenti, di soccorso medico-sanitario, di riparo per i civili… Organizza incontri pubblici sulle vicende legate alla grande guerra e accompagna: ragazzi delle scuole, gruppi di persone attraverso  percorsi storico-culturali nei luoghi di Memoria e di Pietà. Da ultimo, HISTOIRE, con la collaborazione dell’AIDA, ha realizzato “Dietro le quinte con gli alpini”, un cortometraggio realizzato dal film maker Nino Porcelli, presentato durante la 75.Mostra del Cinema di Venezia con il patrocinio della Regione Veneto e del Comune di Castelfranco  Vto.

Al Palazzo del Monte di Pietà, dove ha sede la Biblioteca comunale, abbiamo notato un manifesto 70×100 cm per la “Cerimonia del 4 Novembre”, dedicato alla “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”. l programma sembra ricco di appuntamenti, quali posa di corone in vari luoghi, discorsi, messa, corteo, svelamento di una targa ricordo in Piazza Giorgione, commemorazione in Teatro, che ricordano anche la Grande Guerra di cent’anni fa, quando si svolse sulle nostre montagne e qui a Castelfranco Veneto.
Viene citato un momento di raccoglimento e di memoria per lo scoprimento di “una targa dedicata al Generale francese Lucien Lizé” nel luogo in cui fu deceduto “dopo un bombardamento del 4 Gennaio 1918”.
Rileggiamo più volte i quattro paragrafi del Manifesto, bordato di tricolore e del logo ministeriale, con stupore ci accorgiamo che qualcosa non quadra.

Derio, tu che conosci molto bene tutta questa vicenda del Gennaio 1918 ci puoi spiegare?

D.T. Da quello che vedo nel Manifesto, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’ e non solo Lucien, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgine, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri ‘cinque lapidi’ che riportano Lucien Lizé all’Hotel des Invalides a Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de FochLes 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 bombe sui loro obiettivi (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé  fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale di evacuazione di Galliera (Veneta) n. 38, dove è morto alle 9.30”.  Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera (Veneta), sede dell’ospedale militare francese dove fu portato, forse perché non si fidavano dei medici italiani o dagli ospedali che erano in funzione dal 1915 e quello civile che già esisteva dall’800.

A.M. D’accordo, ma il fatto che desta il nostro stupore è la frase riportata nel Manifesto municipale e dai vari autori che si sono occupati di questa notizia (Gianpaolo Bordignon Favero, Luigi Urettini, Giacinto Cecchetto), cioè che il pluridecorato generale, nato a Angers (Maine e Loira) il 25 febbraio 1864, comandante di Artiglieria Decima Armata sarebbe stato colpito quasi incidentalmente, dato che si trovava vicino all’albergo Spada dove alloggiava. Per le fonti francesi invece fu “gravemente ferito organizzando i soccorsi durante il bombardamento aereo del Quartiere Generale (QG) francese di Castelfranco in Italia il cinque gennaio 1918”. Un piccolo dettaglio che gli storici e politici locali avranno dimenticato nella loro naturale vaghezza. Hai ragione, il 53enne ufficiale riporta i nomi dei genitori, figlio di Joseph Zacharie e di Renée Marie Lefort. Sposato il 20/06/1892 ad Angers con Alice Adrienne Lucie Safflège, con una figlia”, sempre secondo lo schedario del Mémorial. Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe. Non è chiaro se a Castelfranco o sulla Castellana. Certo che Castelfranco città divenne obiettivo militare. 

Il corpo del Generale Lizé si trova sepolto nell’Ossario di Pederobba, dove sono custoditi i resti dei 1200 caduti francesi durante le cruenti battaglie del Grappa e delle montagne vicine? Di che anno è l’Ossario Monumentale? E’ vero che è stato il governo fascista a costruirlo?

D.T. No il generale non è più in Italia. Dopo alcune vicissitudini è stato esumato e i suoi parenti se lo sono portato a casa nella tomba di famiglia, nella città dove era nato: Angers nel dipartimento del Maine e Loira.
L’Ossario di Pederobba fu voluto dal Maresciallo Pétain, e inaugurato nel giugno del 1937, contemporaneamente a quello Italiano di Bligny, dove riposano 3453 sodati italiani caduti in Francia. Altra storia da raccontare ormai dimenticata, anche dai francesi stessi, nonostante agli italiani al comando del tenente generale Alberico Albricci, insignito della Legion D’Onore, debbano la loro gratitudine per aver impedito nel luglio 1918 lo sfondamento del fronte da parte dei tedeschi sul Bois des Eclisses e Bois de Coutron, nella seconda battaglia della Marna.

Però per ironia del destino, non unica per gli Italiani, tre anni dopo, giugno 1940, “il re, Mussolini e Badoglio e tutta la camarilla monarchico-fascista-plutocratica, partivano in guerra contro la Francia e l’Inghilterra, essi continuavano, con le armi, la criminale politica di provocazione del fascismo imperialista”, cioè amici fraterni e vent’anni dopo nemici. L’italiano sa costruire solo monumenti ai caduti.

A Castelfranco c’è una lapide nel Cimitero comunale con morti francesi…, ci sono ancora?
D.T. No. Erano stati sepolti nella parte iniziale del cimitero comunale dove ora c’è lo spiazzo in cui è situato il cippo dei marinai. Furono esumati e posti nel loro monumento di Pederobba. Nel nostro cimitero sul muro di fronte al monumento ai partigiani è presente una lapide del tempo che rimanda anche alle gesta di Bligny, nella Marna.

A.M.
Il Manifesto nella sua forte retorica raffazzonata parla di “popolo delle terre venete” e di “nostro Popolo nel mondo”, un minuscolo e un maiuscolo. Ci sono differenze fra i due “popoli”, quello veneto e quello nazionale? Il primo sarebbe minore rispetto al Popolo italiano? Qui la giunta leghista si è presa una cantonata. Che sia da avvisare i Veneti autonomisti?
L’inizio del primo paragrafo del Manifesto, riporta il logo istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale in merito alle celebrazione della Grande Guerra, e dice che, il 4 Novembre è “Una commemorazione voluta per celebrare la vittoria nella Grande Guerra, questo è scritto nei libri di storia, ma che per noi, popolo delle terre venete, rappresenta il capitolo più tragico e drammatico del nostro recente passato che ha segnato per decenni il nostro vivere”.

Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

D.T.
Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–           il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale  alla rubrica eventi nulla risulta;
–          le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–           Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–          Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

A.M. Per Montanelli e Cervi, le condizioni generali dell’armistizio prevedevano che all’Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci fissati dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si teneva a Versailles e che avrebbe dato luogo all’armistizio di Compiègne. L’unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità, che non era interesse italiano far entrare in vigore prima di aver occupato militarmente tutti i territori previsti dal trattato. Il mattino del 3 Novembre le truppe italiane dilagavano oltre le linee austriache mentre la delegazione austriaca raggiungeva Villa Giusti (Padova) dove il comando italiano si sarebbe più tardi accordato con von Webenau, per l’interruzione delle ostilità 24 ore dopo la firma del trattato. L’armistizio fu firmato a Villa Giusti alle 15:20, con la clausola che sarebbe entrato in vigore 24 ore dopo, alle 15:00. Solo dopo la firma il generale Weber informò che alle truppe imperiali era stato dato l’ordine di cessare i combattimenti. Chiese pertanto l’immediata cessazione delle ostilità. Il generale Badoglio rifiutò in modo netto e minacciò di proseguire le ostilità. Fu così che le armi cominciarono a tacere il giorno 4 di Novembre, verso le 4 del pomeriggio.
L’armistizio fu quindi effettivo solamente 36 ore dopo che il comando austro-ungarico aveva dato unilateralmente l’ordine di cessazione delle ostilità alle sue truppe, che peraltro non avevano alcuna intenzione di condurre operazioni di combattimento.

A.M.
Il Manifesto non cita minimamente il Secondo Conflitto Mondiale, come se non fosse esistito. “Oggi ci raccogliamo insieme non solo per rendere onore ed esprimere la nostra Infinita gratitudine a quanti hanno sacrificato la loro vita in tutte le guerre” ; “Oggi dobbiamo sentirci fieri di essere italiani, di vivere in un paese democratico che fonda le sue radici nel sacrificio di migliaia di giovani”.

Hai qualcosa da aggiungere, non trovi riduttivo?
D.T. Forse perché è il 4 di Novembre è la data per antonomasia attribuita alla Prima Guerra mondiale.
Ciò non toglie, come giustamente dici, che visto che è l’unica data dopo il 25 Aprile, a far rifletter gli Italiani, soprattutto i giovani, sui risvolti che si accompagnano alle nostre guerre volute successivamente da un avventuriero, sarebbe bene che ci si ricordasse con senso critico e non solo patriottico, di tutto quello che abbiamo imposto agli altri. Citare unicamente in generale “tutte le guerre”, è tenere le distanze, accumunare tutti in unico sudario senza perciò entrare nel merito.

A.M.
Il Manifesto, a parte tante parole che si ripetono e qualche errore di sintassi, francamente ha una narrazione ormai sorpassata dai tempi, dagli accordi internazionali, dai valori veri e non subdoli che nascondono tranelli verbali di un falso patriottismo. Rivolto a giovani e scolaresche, andava citato l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…“, che accetta “in condizioni di parità con gli altri Stati , alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”
Detta in soldoni, ma molto male, il terzo paragrafo del Manifesto redatto dalla Residenza Municipale usa una retorica ‘cazzara’.
“Oggi il verbo del sacrifico sventola nel pennone più alto della Patria come vessillo di valori che devono rimanere saldi in tutti noi. Sul senso di responsabilità siamo chiamati ad agire che dobbiamo completarlo con la solidarietà, una virtù che contraddistingue il nostro Popolo nel mondo”.
Innanzitutto non si capisce nell’italiano usato quale sia “il verbo del sacrificio ….come vessillo di valori”, come se per difendersi da un attacco di drone o di “missile terra-aria” che sfuggono ai controlli radar si pensi al “tricolore” e non alla propria pelle, o alla propria famiglia… e che Dio ci protegga. Come successe ai poveri nostri nonni di trovarsi in trincea con topi, fango e schegge che arrivavano dal cielo con in testa un elmetto meno robusto di una pentola.

Che ne pensi?
D.T. E’ una retorica dei tempi, il nazionalismo in Europa e in Italia tengono banco; si paventa che questa posizione sia la soluzione dei mali dovuti alla mala politica, ai legittimi interessi che sono dovuti al popolo (o ai cittadini). Cose già viste in tempi andati e che democraticamente poi hanno portato a quello che oggi è in commemorazione. La memoria corta porta inevitabilmente all’egoismo e alla prevaricazione.
Almeno il generale Cadorna a discapito poteva dire che gli avevano dato un esercito che non esisteva (vero) e che i suoi collaboratori in gran parte erano degli incapaci, come si dimostrarono sul campo.

A.M. Più che nazionalismo dannunziano io trovo casereccio. Giusto che si faccia cenno all’Unità Nazionale e alle Forze Armate però non si deve mai dimenticare che l’Italia da sola non va da nessuna parte. A periodi alterni i francesi sono stati nostri alleati nella Prima Guerra Mondiale e nemici nella Seconda, in base ai principi di “solidarietà” e “fratellanza”. In calce al testo appare la firma “Dalla Residenza Municipale”, quasi fossimo sotto assedio. Un dispaccio emanato dall’ufficio del Sindaco o del suo segretario che ha vissuto giorni d’ansia per la caduta notturna di calcinacci del soffitto. Dà l’impressione che il Manifesto tricolore del 4 Novembre 2018 celi un “presidio post bellico” di bontemponi, come i noti cantori e coristi del “Careteo”, peraltro molto apprezzati nella loro ironica narrazione teatrale.
Qualcosa non quadra, come abbiamo spiegato. L’anniversario della fine della Grande Guerra che si sottoscrisse a Villa Giusti di Mandria (Padova) ha dato l’opportunità a questa amministrazione di ricordare il fatto di cronaca, commettendo un piccolo errore temporale: “il generale giunto a supporto in Veneto dopo la disfatta di Caporetto alla guida della sua armata e deceduto in uno dei bombardamenti che ha colpito la nostra Città”.
A parte la battuta, c’è da chiarire che gli anglo-francesi non parteciparono alle battaglie dell’Isonzo. Lasciarono l’Italia sola. Arrivarono alla fine del 1917. “Come dai testi di storia”.
Il redattore ufficiale del Manifesto municipale si è dimenticato che il “supporto” militare era allargato a tante altre potenze straniere, gli americani ad esempio erano a Fanzolo, vicino villa Emo per un campo della Croce Rossa.

A. M.
Nessuno vuole togliere il merito a questa amministrazione comunale “verde-tricolore” che dopo cent’anni decide di ri-evocare una tragica morte di un esimio ufficiale. La giustificazione nel dedicargli una lapide ha sapore di propaganda nostrana che meritava un’altra forma all’insegna della “pace” e della “solidarietà”.
Che valore ha questa frase del Manifesto che la morte del generale dovrebbe “insegnare a vivere meglio il presente e costruire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi”?
Per fortuna ormai più nessuno legge i manifesti discorsivi, altrimenti i polli si metterebbero a ridere. Mancano due passaggi importanti e di attualità.
Il primo è di carattere “diplomatico”. Saranno state avvisate le autorità francesi, il console onorario e l’Alliance Française? Dal Manifesto non sembra che ci sia un cenno “protocollare” e cerimoniale.
Il secondo non tiene conto che il Consiglio della Regione Veneto ha votato all’unanimità “Veneto terra di Pace” e che oggi “sabato 3 novembre alle ore 12:30, in Villa Giusti a Padova (località Mandria), sarà presente alla sottoscrizione del documento che dichiara il Veneto “Terra di Pace”, insieme all’assessore regionale alla cultura Cristiano Corazzari, anche il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, Erika Stefani. Alla firma della dichiarazione, che sarà inviata agli Stati che hanno combattuto nella prima guerra mondiale, sono state invitate le Università venete, l’ANCI, i Comuni capoluogo di Provincia e la Conferenza Episcopale del Triveneto.

Che ne pensi?
D.T. La cosa è un po’ più complessa.
I francesi e gli inglesi accorsero subito dopo Caporetto, ma si acquartierarono molto lontano dal Piave (tra Verona e Brescia) e attesero l’assestamento dell’esercito italiano sulla nuova linea, per non farsi coinvolgere in altre ritirate ed evitare la contaminazione dalle idee disfattiste presenti in qualche frangia dell’esercito italiano in ritirata.
I francesi posero successivamente il loro quartier generale a Castelfranco  (Decima Armata) e quindi rispetto agli inglesi ebbero una parte più importante nella convivenza con i nostri concittadini. Si veda la destinazione di una parte del nostro cimitero per le sepolture dei loro soldati. Le popolazioni erano già coinvolte nella guerra, fin dal 1915, diventano retrovia sotto la legislazione che le accomuna al territorio di guerra e quindi sotto giurisdizione militare e non più civile.
Per la cerimonia in discussione, mi sarei aspettato che per il generale Lizé, senza nulla togliere agli altri attori, si fosse chiamato un famigliare, che so magari il console francese, il sindaco del paese di Angers, questo per dar risalto alla commemorazione e caratterizzarla nel suo giusto valore con un legame di riconoscenza reciproca.
Se fosse stato ben organizzato, avrebbe potuto diventare un qualcosa che risaltava anche a livello nazionale, distinguendo l’avvenimento di una veste che va oltre i limiti cittadini. Nel tempo in cui tutti parlano di turismo, questo poteva diventare motivo di battage pubblicitario per invogliare qualche francese a visitare la nostra città, complice anche il territorio in cui i fatti della Grande Guerra possono essere ancora vissuti tramite le visite nei luoghi recuperati, di cui il nostro territorio abbonda. Non solo di Giorgione si vive.
Mi ricordo che negli anni della scuola, il francese era la lingua d’obbligo, Castelfranco Veneto allora si era gemellata con il paese francese di Les Andelys, quindi questo connubio italo-francese era già stato seminato, perché non riesumarlo complice la targa da posare?
Certamente un generale non è più importante dei cittadini inermi, la differenza sta che il primo trova lustro e risalto nella morte, per gli altri la morte è un fatto quasi scontato e forse dovuto.
Per concludere una riflessione, il comportamento della Francia nei nostri riguardi non è mai stato rispettoso delle nostre aspirazioni, siamo stati visti sempre come dei concorrenti che volevano togliere spazio e quindi limitare i loro interessi, da ciò si veda il trattato di Versailles dove non ci furono concesse la Dalmazia e Fiume e i possedimenti tedeschi furono spartiti tra la Francia e l’Inghilterra. Le nostre aspirazioni africane sull’Abissinia furono negate; la Francia inoltre non vedeva di buon occhio una Dalmazia italiana poiché avrebbe consentito all’Italia di controllare i traffici provenienti dal Danubio. Il risultato fu che le potenze dell’Intesa alleate dell’Italia opposero un rifiuto e ritrattarono parte di quanto promesso nel 1915.

A.M. Un’ultima questione. In questa cerimonia non si parla di uso di armi di distruzione di massa, eppure un cenno non sarebbe stato banale. “Umanizzare” la guerra sembra un paradosso per la festa delle Forze Armate. L’uso della chimica a Cima Grappa fu ripetuto più volte?

D.T.
A riguardo dei gas da te citati, per una annotazione storica, Fritz Haber tedesco, fu il fautore dell’impiego dei gas nei campi di battaglia. Le sue ricerche hanno reso possibile l’uso dei gas tossici come l’iprite e il fosgene come armi di distruzione di massa, durante la prima guerra mondiale. Dopo la prima guerra mondiale, Haber fu incriminato come criminale di guerra a causa della violazione delle convenzione dell’Aja e fuggì temporaneamente in Svizzera, ma ciò non gli impedì di ricevere il premio Nobel per la chimica nel 1918 con la motivazione “per la sintesi dell’ammoniaca dai suoi elementi. Nel periodo fra le due guerre mondiali Haber si interessò di insetticidi e mise a punto il procedimento per la sintesi dell’acido cianidrico, denominato commercialmente Zyklon B, che era destinato in origine alla disinfestazione di pidocchi ed altri parassiti e che fu poi utilizzato per uccidere i prigionieri dei campi di sterminio nazisti.

Il cartone di Guernica, realizzato da Pablo Picasso e raffigurante la sua opera capolavoro da cui è nato l’arazzo commissionato da Nelson Rockefeller ed esposto all’Onu, arriva a Padova al Museo Della Terza Armata, che presenta cimeli della Prima Guerra Mondiale. In un momento di ricordo della fine di un periodo di tragedia e dell’inizio di una nuova fase di speranza, accaduto cento anni fa, il Guernica ci aiuta a ricordare tutti gli orrori che una guerra porta con sé. Per qualche giorno è esposto a Villa Giusti assieme ai fogli dell’Armistizio firmati dalle autorità militari italo.-austriache.

VENETO TERRA DI PACE. Legge regionale 25 ottobre 2018 n. 35
4 novembre 2018: GIORNATA DELL’UNITÀ NAZIONALE E DELLE FORZE ARMATE. Una targa ricordo per il Generale Lucien Zacharie Mairie Lizé
deceduto a seguito del bombardamento aereo del 4 Gennaio 1918 in piazza Giorgione. Curiosità e lacune del testo emanato dalla Residenza municipale 

Metricamente Corto 7, premi a:”Bismillah” di Alessandro Grande, “Debout Kinshasa!” di Sebastien Maitre, “Cazatalentos” di José Herrera, Rosario Capozzolo (“Peggie”), Pablo Munoz (“9 Pasos”), Linda Mresy (“Bismillah”). Attestato di riconoscimento ai due video castellani: Ipsia Galilei e Histoire di Nino Porcelli e una menzione a Marco Mion per “Valle Agredo”

La direzione artistica del Metricamente Corto 7 International Film Festival di Trebaseleghe ringrazia tutti i collaboratori, gli sponsor, la regione Veneto, la provincia di Padova e il Comune di Trebaseleghe, per la sensibilità  e disponibilità  dimostrate nella preparazione e gestione di questo importante evento, giunto a questa settima edizione seguendo un trend più che positivo per numero di candidati partecipanti, qualità  dei cortometraggi, presenza di pubblico.

Un sentito ringraziamento particolare al presidente di giuria Domenico Guidetti e a tutti i componenti della stessa per avere con competenza selezionato e poi premiato i cortometraggi tra i quali spicca l’italiano “Bismillah” di Alessandro Grande, e la coproduzione Francia Costa d’Avorio “Debout Kinshasa!” di Sebastien Maitre, presente alla premiazione, che ha vinto il premio come miglior film straniero e si è aggiudicato anche la preferenza del pubblico. “Cazatalentos”, di José Herrera, si attesta vincitore nella categoria animazione.
Il premio della regia è stato assegnato all’italiano “Peggie” di Rosario Capozzolo. Come attore si è aggiudicato il premio il piccolo Pablo Munoz, in “9 Pasos”, e come attrice la piccola Linda Mresy, in “Bismillah”, che si aggiudica anch’esso due riconoscimenti.

Foto credit: Franco Pizzolato

Il voto della giuria è andato a “La giornata” di Pippo Mezzapesa, e una menzione speciale va a “Schermi”, di Rossella Scialla, che ritira personalmente il premio.
“Il regalo di Alice”, di Gabriele Marino conquista una menzione speciale per il tema trattato.
Ci ha fatto molto piacere ricevere e proiettare i videomessaggi di saluto degli artisti che non hanno potuto presentarsi alla premiazione per impegni pregressi, ma che hanno voluto comunque testimoniare il loro apprezzamento all’organizzazione.

Quest’anno la direzione e lo staff hanno deciso di formalizzare dei riconoscimenti aggiuntivi a due corti fuori concorso nella sezione scuola: si tratta di “Sulle tracce dei Giauli”, dell’Istituto comprensivo G.Ponti di Trebaseleghe, e di “L’uguagliana di essere diversi”, IPSIA Galilei di Castelfranco Veneto.
Sempre a Castelfranco arriva anche una menzione speciale per un trailer di Nino Porcelli, “Dietro le quinte con gli Alpini”.

Infine, la serie “Valle Agredo”, di Marco Mion, ottiene una menzione per la realizzazione di cortometraggi promozionali delle bellezze del territorio nel nord padovano.
Come non dimenticare infine l’attestato di “ringraziamento speciale” assegnato al comune di Trebaseleghe, nella persona del sindaco Lorenzo Zanon, dell’assessore Antonella Zoggia, e di tutte i ruoli istituzionali coinvolti in questo progetto.

https://www.metricamentecorto.it/cms/

(Vedi in questa rivista precedenti articoli e video: “Metricamente Corto 7”)

Dietro le quinte con gli Alpini. Anteprima video di Nino Porcelli pro Histoire

5.09.2018, Hotel Excelsior Spazio della Regione del Veneto, 75.Mostra del Cinema (A. Miatello).

“É la prima volta che associazioni di volontari si fanno conoscere con un breve documentario che metta assieme storia e realtà, anzi “storia e volontariato” allo Spazio della Regione del Veneto”. Il titolo stesso per Venezia Cinema è una novità “biografica”. Passerà inosservato per il pubblico festivaliero, abituato ormai alla comunicazione (costosissima) di massa. Un esempio? Il film A Star is Born (che abbiamo scelto per Droni by Art) ha un bundjet di 30 milioni di US$, presentato in anteprima per l’Europa con cinque distinte proiezioni 31 agosto – 1 settembre nelle sale del Lido (circa seimila spettatori), feste gran gala, conferenze stampa, interviste, book fotografici e chi più ne sa lo scriva… Come possiamo farci notare dalla carta stampata e da RaiTre o dalla locale Telechiara?

Impossibile. Forse hai la fortuna d’incrociare Curzio o l’addetta Cinema del gruppo La Repubblica o del Gazzettino. Non hanno tempo. Il mestiere è sempre di più condotto dai blogger che rappresentano al Lido quasi l’80 per cento degli accreditati. E’ sufficiente salire al terzo piano del Casinò per rendersi conto dove e come va la comunicazione. E poi ci sono tutti gli altri che fissano la loro dimora negli stand ben attrezzati di cineprese, registrazioni audiotv e internet.
Lo Spazio regionale veneto è bellissimo per chi conosce le dinamiche. Ci sono degli habitué che si prenotano non uno ma addirittura cinque o sei appuntamenti, persino due ore complete, oppure viene sistemato alla fine della mezza giornata con “note musicali” e probabile aperitivo tanto reclamizzato in via indiretta dallo sponsor “Consorzio ProseccoDoc” ecc. A noi nulla! Quale accoglienza impersonale.
Poi ci sono i professionisti che tengono saldamente il loro aggancio alla Film Commission e quelli che non si sa perchè con il Veneto c’entrano poco. A questo converrebbe chiedere al presidente Zaia che stacca l’assegno ogni anno alla Biennale di Venezia come mai non ci si aggiorna “tecnologicamente”. Noi piccoli veneti o venetisti o autonomisti abbiamo bisogno di visibilità perché ci crediamo radicati qui nella Marca. La Mostra del Cinerma è una Fiera internazionale non una pedana o una poltrocina. Il popolo si aspetta di più e di meglio. 

Concerto sinfonico a Cima Grappa_Autorità sul palco

L’Associazione storico-culturale HISTOIRE è stata invitata a presentare in anteprima il trailer Dietro le quinte con gli Alpini di Castelfranco del film maker Nino Porcelli. L’evento ha avuto il patrocinio regionale del presidente Luca Zaia e della Città di Castelfranco V.to, con la collaborazione comunicativa di AIDA-FPA2000.
La trama del video di circa sette minuti ripercorre le fasi salienti che precedono la manifestazione musicale a Cima Grappa, all’Ossario dei caduti della Grande Guerra. E’ una cornice non di un quadro appeso al muro, come qualcuno confonde, ma una task force di volontari e professionisti che devono predisporre di piani, permessi, bonifiche (se necessario) sia per l’arrivo che per l’evacuazione del pubblico. Siamo ad alta quota in una Montagna che conserva indelebilmente le disastrose battaglie di trincea per difendere una Patria che stentava di crescere. Il documentario è firmato dal film maker Nino Porcelli, per noi un grande assemblatore di ricordi, rinvii storici, testimonianze e naturalmente, com’era il progetto iniziale, del fatto accaduto (CRONACA).
Su quest’ultimo aspetto spero che sia chiaro che un cronista presente ad uno spettacolo pubblico deve avere la franca collaborazione degli organizzatori. Farà un po’ effetto citare l’articolo 21 della Costituzione Italiana che, nella pratica giornalistica, vuol dire appunto raccontare cosa è successo.

Dietro le quinte con gli Alpini di Castelfranco Veneto
 è un “trailer in cui sono focalizzati immagini e momenti per la realizzazione del concerto sinfonico all’Ossario di Cima Grappa, svoltosi il 30 giugno scorso per la ricorrenza del Centenario della Grande Guerra (Battaglia del Solstizio, 20 giugno 1918). Evento al quale hanno partecipato, l’orchestra sinfonica diretta dal maestro Diego Basso di Art Voice Academy con un repertorio di musiche dell’epoca, le autorità di diversi Comuni (Loria, Crespano, Castelfranco, Conegliano), della Provincia di Treviso e i rappresentanti di pubbliche istituzioni sia civili che militari.
“Il video di Nino Porcelli intreccia immagini, musiche d’epoca con un reportage dello spettacolo e di chi l’ha organizzato” – ci spiega il presidente Derio Turcato.
“Novità assolutamente inedite sia per l’argomento affrontato (volontariato) sia per alcune scoperte sensazionali come quella delle TRE DONNE SOLDATO nel cimitero austro-ungarico.”
E chi l’avrebbe mai detto o scritto? Una guerra condotta tragicamente dall’uomo maschio, sebbene la donna dovesse occuparsi di ben tante altre cose fondamentali e strategiche: industria degli armamenti, dell’alimentazione, del piacere e del soccorso socio-sanitario (La roce Rossa).

Dietro le quinte con gli Alpini
 – ci spiega Derio Turcato – significa non solo capire come si vuole raggiungere lo scopo della manifestazione pubblica ma per avere un’idea come si evolve questa pratica che vede alcuni volontari coinvolti anche dal punto di vista di “cultori” dei fatti storici accaduti sul Massiccio del Grappa e delle montagne vicine.”
In altre parole stimolare una frequentazione dei luoghi, “sostenibile e responsabile”, con una conoscenza dei fatti accaduti ad alta quota, immaginando le terribili condizioni climatiche degli inverni tra il ’16 e il ’18. La stessa natura dell’alta montagna, che da una parte offriva ripari naturali, dall’altra metteva quotidianamente a dura prova la resistenza dei soldati, i quali dovettero lottare contro il nemico ma soprattutto contro gli elementi; seracchi, tormente di neve, valanghe, inedia e assideramenti causati dalle temperature a volte di 40° sotto zero, causavano più vittime che il nemico. I combattimenti in montagna rappresentarono allora, una novità pressoché assoluta ed inedita.
Nessun evento pubblico – continua il presidente di Histoire – può ambire ad avere un tasso di rischio uguale a zero. Pertanto le misure di mitigazione che si propongono servono per ridurlo fino ad un livello residuo che viene considerato “accettabile”, ferma restando come si sa, un’alea che resta imponderabile. Ai volontari della protezione civile degli Alpini viene assegnato il compito di mettere in pratica e di attuare le misure di sicurezza previste nei piani predisposti, con la sorveglianza: ai varchi di ingresso e sui presenti durante la manifestazione, in maniera discreta ma professionale.

A corollario dell’evento allo Spazio della Regione del Veneto dell’Hotel Excelsior ha fatto onore la partecipazione dei politici castellani, il vicesindaco Gianfranco Giovine, l’assessore alla cultura Franco Pivotti, il consigliere Alessandro Faleschini e di un folto pubblico giunto da Castelfranco Veneto. La foto di chiusura allo Spazio della Regione Veneto sono immortalati i due gruppi realizzatori dei video: Studenti Ipsia Galilei e Histoire con il Gruppo Alpini di Castelfranco Veneto.