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“Mappabombe” austro-germaniche e lo “scialle” del generale francese. Crimini e disavventure nella città di Giorgione durante la Grande Guerra

La polemica ormai sta esondando, non si parla altro che della “targa” dedicata al generale francese, inaugurata il 4 novembre 2018 in pazza Giorgione di Castelfranco Veneto (Tv). Dal Corso XXIX aprile alla Piazza ci sono lapidi e un monumento ai caduti delle guerre devastatrici (lato Giardini). Segni tangibili, assieme alle lapidi di via Riccati sui muri della Scuola (forse in futuro Conservatorio musicale), di un popolo guerresco (guerre di difesa, belle, giuste e sante e di aggressione, tutt’un fascio). L’ultima targa ricordo parla del generale Lucien Zacharie Marie Lizé (Angers 25.02.1864-Castelfranco-Galliera 5.01.1918) che fu a capo della Decima divisione armata di Artiglieria (pesante e genieri), insediatasi a Castelfranco il 5 dicembre 1917, cinquantadue giorni dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), in cui l’Esercito italiano (Cadorna) ed i suoi alleati dovettero arretrare di quasi cento km dal precedente confine isontino. Battaglie frontali sui monti, incursioni aeree sulle città indifese. Un disastro annunciato per chi era dietro le quinte, una sorpresa per il popolo (il 98 per cento!). Gli strateghi sapevano. E questo è, se volete, il primo aspetto tragico della storia italiana. Gli storici si dividono. Fu un atto dovuto anche la chiesa cadde nella rete. Castelfranco, come molti altri comuni, si ritrovarono da un giorno all’altro sul fronte (il raggio aereo superava quello vecchio ottocentesco del tiro del cannone. Lo sapevano gli strateghi ma non mons. Giacinto Longhin che scrisse al Papa Benedetto XV implorandolo d’intervenire presso le potenze belligeranti). Poco importa se i politici di allora facevano finta di giocare con le parole, pro o contro l’intervento (i socialisti che gridavano “viva la bella guerra”, anche in consiglio comunale!). Così pure la Chiesa tanto ramificata che avrebbe potuto rivoltarsi e trasformarsi in martire contro la guerra. Invece no. Mandiamo i preti cappellani e seminaristi nelle trincee, negli ospedali. Nel giro di poche settimane gli abitanti si ritrovarono occupati e presidiati dai militari. Le amministrazioni comunali chiudevano i municipi e si trasferivano altrove. Però dove c’era bisogno di una “primordiale” amministrazione per le cose correnti, visto che di manovalanza ce n’era sempre bisogno e i campi bisognava comunque lavorarli per sfamare le truppe (altro che “buoni affari”, come lo stupido garzone Scarabellotto detta al suo biografo), rimase in piedi con il bene placido di una garanzia di salvacondotto. Un profugato di casa nostra che andava a Campigo o a Treville a passare la notte o si rinchiudeva dentro il campanile della Pieve.
Castelfranco era presidiata (militarizzata) dall’esercito italiano, poi vennero i Francesi che qui trovarono una ragione in più per stabilirsi (una strategia ben studiata come supporto e da contraccolpo). L’obiettivo era un nemico comune, l’austro-germanico, che per il Veneto francamente era poca cosa (alcune parti del litorale adriatico ex Serenissima), ma non il Friuli Venezia Giulia o il Trentino irridenti, da un secolo ormai sotto l’Austria. Una guerra che è costata miliardi per alcuni km quadrati? Forse era meglio convivere e cooperare in un buon vicinato.
Detto questo, senza nessuna pretesa di avere la verità assoluta sulla Storia, a Castelfranco è successo il finimondo durante il 1917-1918: violenti bombardamenti aerei austro-germanici l’hanno distrutta con la consapevolezza di disintegrare il tessuto sociale che rimaneva ancora in vita (ne abbiamo le prove!). Si possono capire gli attacchi frequenti alla stazione ferroviaria, ai treni zeppi di materiale bellico, di soldati, alle fabbriche più o meno trasformate in depositi di armamenti o riconvertite per l’assemblaggio, ma non si possono cancellare le bombe granata e incendiarie lanciate contro ospedali, siti adibiti al pronto soccorso e all’obitorio. Altro che “pollaio di 150 galline maciullate!” (Cf. Don Pastega, nota ripresa da Urettini e Gomierato). Oltre all’uccisione di civili che si trovavano nei paraggi dei bersagli aerei (donne e bambini), caddero feriti già ricoverati, anziani infermi, medici, infermieri, volontari, suore e un frate. Questi furono e rimangono crimini impuniti. I piloti austro-ungarici ed i loro comandanti sono stati dei criminali.
Già all’epoca esistevano delle convenzioni di diritto umanitario che tutelavano i feriti, il corpo sanitario e i prigionieri di guerra. Già all’epoca con i trattati di pace di Versailles furono decisi risarcimenti e sanzioni per danni di guerra e per i crimini commessi (l’Alta Corte di Lipsia).
Non ricordarlo cent’anni dopo, soprattutto da sindaci e amministratori che si atteggiano ad essere “per la pace e per il principio costituzionale che l’Italia ripudia la guerra come soluzione di controversie”, promotori dei Diritti dell’uomo, della Carta delle Nazioni Unite e del Diritto umanitario internazionale, significa prendere in giro i nostri parenti e amici morti ingiustamente. Oltre al danno anche la beffa.
E così fu anche per lo sfortunato generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé, al quale è stata dedicata una targa in piazza Giorgione. Targa, fra l’altro errata. Una settimana prima della sua infame uccisione (fine dicembre 1917), l’esercito francese aveva conquistato Tomba-Monfenera, sequestrando cannoni, mitragliatrici, armi e catturando 1500 soldati austro-ungarici (albanesi?). Una vittoria che causò immediate rappresaglie qui da noi.
Analizzando e confrontando la notizia data per certa sulla dinamica della morte del generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé che, secondo una schiera di autori locali, fu colpito il quattro gennaio 1918 da una scheggia di bomba aerea mentre attendeva in auto l’autista che lo doveva portare via….usciva dall’albergo alla Spada… ci si è accorti che i conti non quadravano. Il merito va dato alla ricerca certosina di Derio Turcato che ha scovato le informazioni precise e non “inventate” dal notista di turno (dal parroco don Pastega o dal farmacista Leonardi).
Infatti, secondo fonti militari ufficiali, firmate e catalogate (ospedale d’evacuazione, testimonianze di ufficiali militari, memoriali) la bomba aerea che lo ha colpito è scoppiata alle ore 5:10 del 5 (cinque) gennaio 1918, trasportato d’urgenza al reparto chirurgico alle 7:30, morirà alle 9:35 all’ospedale di evacuazione a Galliera. Si noti che quattro giorni prima gli ospedali castellani subirono ingenti danni di bombe aeree, molti feriti e una trentina di morti, fra cui il chirurgo dott. Malatesta, il collega dott. Bagagnone, l’infermiere Della Massa…il frate minore padre Geremia Monaco, … tutti nomi dimenticati! Niente targa per loro. Vergogna.
Con due diversi dettagli (che abbiamo chiamato “varianti in corso d’opera” dati neo amministratori laureati in architettura o diplomati geometri):
– l’unica fonte scritta castellana (un libretto parrocchiale di 68 pagine dal titolo “Durante il bombardamento aereo austro-germanico su Castelfranco-Veneto”, pubblicato tra sett/ott 1919 da don Giovanni Pastega, parroco della Pieve) afferma che: il generale Lizet (sic) viene colpito da scheggie di bomba mentre metteva il piede sullo staffone dell’automobile. L’infelice Generale cadde a pochi metri dal monumento del Giorgione...” Il libercolo, ricordiamolo per inciso, ha il “Nulla osta alla stampa del 6 settembre 1919 di Mons. dott. Valentino Bernadi e l’IMPRIMATUR della Curia Vescovile del 6-9-19 di Mons. Vitale Gallina, Provic. Generale.
– La seconda fonte manoscritta privata di qualche anno più tardi (Zibaldone del farmacista veneziano Giuseppe Leonardi, che fungeva anche come assessore nel periodi guerra) racconta che “il generale Lizet (sic) stava seduto nell’auto ed aspettava l’autista ch’era andato a prendergli uno scialle in albergo” e “quando tornò trovò un ammasso di roba in cui non si distingueva niente. L’albergo è “Alla Spada”.
Cent’anni dopo si può ancora ripeterli in pubblicazioni (Urettini, Gomierato), nei social (sindaco Bonaldo) e sul palcoscenico del Teatro Accademico (Bonaldo e Simeoni)?
Si tratta di notizie narrate in taccuini sporchi e unti di “sangue e fango”, di “castrato e di frittata”, che vanno bene per una commedia pirandelliana ma non per la Storia.

Staffone dell’automobile” o “scialle” personale? Un po’ colorita la sequenza di morte sotto un “violento bombardamento” tedesco come i dispacci militari francesi puntualizzano. Dove fu colpito – locus delicti? “A pochi passi dal monumento del Giorgione” o nei pressi dell’Antico Albergo alla Spada dove alloggiava?
Dal 4 novembre scorso la targa municipale è fissata su un muro dei portici (si intravedono vetrine Benetton e Max Mara) che nulla c’entra con il preciso luogo dello scoppio. Lo studioso Derio Turcato giustamente entra nel merito della questione sia balistica che fotografica, criticandone la sistemazione improvvisata e romanzata dai castellani. Stando alle sue inconfutabili prove potrebbe trattarsi di ben tre “locus delicti” visto che non c’è nessuna fonte scritta dello stesso giorno. Il Municipio era chiuso, la polizia municipale, i cronisti non esistevano e tanto meno le autorità militari italiane si preoccuparono dei dettagli procedurali. Non è forse sufficiente per capire in quale stato fosse la città murata?   

Il punto però che ha sollevato tante critiche nei confronti dell’amministrazione locale (Lega e FI) che si rende complice della politica di basso calibro di tutto l’arco del ‘900, è l’esempio di una “MAPPA DELLE BOMBE AEREE” (con i puntini rossi indicanti dove sono cadute!) che i vari narratori castellani pubblicarono nei loro libri (pagati anche con soldi pubblici), senza accorgersi che tale documento amministrativo faceva parte di una delibera di Giunta, quale “Pianta topografica della Città di Castelfranco … con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche …. Conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico”, firmato dal sindaco Ubaldo Serena il 17 giugno 1919.
In altre parole, e fino a prova contraria, il caso di Castelfranco Veneto rientrava a pieno titolo nei “faldoni” della Commissione (reale) d’inchiesta parlamentare per stabilire i danni da azioni criminose dei belligeranti, in base ai Trattati di Versailles del 1919, che istituiva l’Alta Corte di Giustizia a Lipsia (Corte Suprema).
E l’Italia che fece? “…finì con la marcia su Roma!
Al dopo sindaco Ubaldo Serena (18.07.1914-16.07.1919) ci furono due commissari prefettizi (Pastore e Zanframundo, 16.07.1919- 27.09.1920) che, naturalmente la neo laureata ex sindaco Maria Gomierato, come tutti i suoi precedenti “autorevoli” padri storici ‘bianchi’, non si accorsero del vacuum legislativo, amministrativo e politico. Un va e vieni di commissari fino alla consolidata instaurazione dei podestà. Nel merito, l’A. non si accorge delle inesattezze, contraddizioni, e per così dire panzanate che si ritrovano nelle sedute della Giunta o dei Consigli comunali. Mescola il sentito dire, già peraltro oggetto di richiamo dal prof. Luigi Urettini nel 1992, ricco di spunti ma infelicemente di parte (aderente al Pdup), con “faldoni amministrativi”, quasi che si trattassero di sovrapposizioni socio-politiche. Storici populisti senza accorgersene che oggi attaccano il governo.
In altre parole, nel 2018 l’esimia A. di “Guerra e Pace in Consiglio Comunale“, frutto di una faticosa e sofferta laurea in Scienze Politiche con il prof. Almagisti, avrebbe dovuto dimostrare più autonomia e senso di onestà intellettuale nell’affrontare la storia di un ventennio così tragico e nefasto. Le leggi valgono per tutti e la politica non è un passatempo come molti purtroppo l’hanno concepita. A chi serve ri-pubblicare pensieri già detti in precedenza, senza cogliere la loro incongruenza?
Di tanto in tanto il libro diventa autocelebrativo e biografico, prende spunto da certi fatti e li accomuna al presente, l’esempio del profugato, dell’assistenza, dell’impegno politico per “chi sceglie di fare” il Consigliere o l’ Assessore. Non si accorge che anche in quei tempi la società era piena di pregiudizi contro il profugo “se non stai buono ti faccio mangiare dal profugo” (Cf. la battuta del farmacista Leonardi di ritorno da Milano-Lainate dove aveva messo al sicuro la moglie, il figlio Pierino e la governante, “con i migliori materassi di lana, spediti a Rho”!), lo sfruttava e segregava (le lavandaie, le sartine, le donne del piacere, le servette) e che il Comune era presidiato e censurato. Ma come dicevamo, il fatto per noi molto grave è la sventurata mancanza di non essersi accorta che “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711)”, fu un capitolo così importante che le avrebbe permesso di comprendere come mai il sindaco Ubaldo Serena fu costretto a redigere il “Mappabombe” del 17 giugno 1919, prima di andarsene; e il parroco della Pieve nel settembre dello stesso anno (c’era il Commissario prefettizio Pastore), quale “politicante don Pastega” improvvisò un incontro pubblico per costituire un fondo pro Infanzia (orfani e poveri). E distribuì un libretto, una miscellanea di fatti e pensieri pericolosi, che lo si capisce con il senno di poi, di grande valenza politica, a differenza dei “politici comunali” (sindaco, assessori e segretario) che non hanno lasciato tracce di cronaca quotidiana. Con tutta evidenza della ferrea censura in vigore. Dunque un governo fantoccio.
P
er concludere, ricordiamo che dagli artt. 227-229 del Trattato di Versailles ci fu la proposta di attivazione dei giudizi davanti alla Corte Suprema di Lipsia con processi e sentenze. Il “Mappabombe” va inquadrato in questo preciso fatto storico che, a nostro avviso, rimangono dei crimini impuniti. Non si capisce l’atteggiamento del cronista de La Tribuna di Treviso, presente in conferenza stampa del 26.11 presso la sede di HISTOIRE , al quale sono stati consegnati copie di materiali originali e inediti per il suo giornale, non abbia voluto fare un pezzo sui fatti storici qui elencati. Si spera di un prossimo rimedio onde evitare che si continui a scrivere “Bugie e retorica in Consiglio comunale tra guerra e pace”. Che queste nostre osservazioni siano almeno come moniti solenni della coscienza morale della castellanietà.

Note e bibliografia

  1. Il processo di Lipsia fu un processo a criminali di guerra tedeschi della prima guerra mondiale, tenutosi nel 1921 dalla Corte Suprema Tedesca, come parte delle sanzioni imposte al Governo Tedesco nel Trattato di Versailles che così dispone:

Parte VI. Prigionieri di guerra (articoli 214-226). Contiene le disposizioni per il loro rimpatrio.

Parte VII.-Pene (articoli 227-30).-Viene stabilito che dei tribunali appositi costituiti dagli Alleati giudicheranno l’imperatore Guglielmo II e tutti gli altri che avessero offeso la morale internazionale, la santità dei trattati, e le leggi e i costumi di guerra.

Parte VIII. Riparazioni (articoli 231-247). Questa parte incomincia col riconoscimento da parte della Germania di essere colpevole dell’aggressione contro gli Alleati (art. 231) e quindi dell’obbligo delle riparazioni. Poiché per il momento gli Alleati non erano in grado di fissare i danni sofferti, così veniva affidato a una Commissione delle riparazioni il compito di stabilire il loro ammontare e le quote annue che la Germania avrebbe dovuto pagare per un periodo di 30 anni a cominciare dal 1° maggio 1921. Prima di questo termine avrebbe dovuto pagare, in danaro o in merci, 20 miliardi di marchi oro. Veniva anche stabilita la restituzione di tutto quello che aveva sequestrato o requisito durante la guerra, e veniva pure stabilito che dovesse sostenere le spese del corpo di occupazione e consegnare quegli approvvigionamenti o materie prime che gli Alleati avrebbero stabilito e che sarebbero state computate in conto riparazioni.
Parte IX. Clausole finanziarie (articoli 248-263). Contiene le diverse disposizioni relative al modo di pagamento.
Parte X. Clausole economiche (articoli 264-312). Riguarda le relazioni commerciali, dogane, navigazione, dumping, il trattamento da farsi ai cittadini dei paesi alleati, l’applicazione di trattati e convenzioni economiche, le comunicazioni postali e telegrafiche, i debiti, le proprietà, i diritti e interessi di cittadini alleati in Germania, i contratti, le prescrizioni, le assicurazioni, la proprietà industriale, ecc.

  1. La Commissione francese (decr. 23 settembre 1914) per l’accertamento degli “atti commessi dal nemico in violazione del diritto delle genti”.
    È opportuno, a questo punto, precisare -in vista degli ulteriori sviluppi dell’indagine – che l’iniziativa italiana della nomina di un’apposita commissione per l’accertamento delle violazioni realizzate nel corso della prima guerra mondiale ebbe, significativamente, non pochi precedenti all’estero. Primo tra questi, in ordine di tempo, era quello attivato dal decreto emesso a Bordeaux il 23 settembre 1914 (Journal Officiel  26 settembre) a nome del presidente della Repubblica Francese (B. Poincaré), e a firma del presidente del consiglio dei ministri René Viviani. (…)
  1. Nel II volume dei “Rapports”, pur esso pubblicato nel 1915, si dava ampiamente conto (pp. 77) di un supplemento di indagini condotte dai commissari in alcuni dipartimenti (dell’Isère, della Savoia e dell’Alta Savoia) per raccogliere informazioni in merito agli inumani trattamenti subìti dai prigionieri civili sequestrati in massa – si trattava di un contingente di circa 10.000 persone, non escluse tra queste donne, anche incinte, bambini e persone anziane – poi trasferiti in terra nemica, e quindi da poco rimpatriati.
    Nel volume III-IV dei “Rapports”, relativo all’arco temporale 1914-1916 e ad altre tematiche (pp. 271), una prima parte (datata 1° maggio 1915) concerne, con maggiore completezza – così i commissari ne riferiscono al Presidente del Consiglio – “gli atti di slealtà o di barbarie di cui i combattenti, come il personale medico addetto al nostro esercito, sono stati vittime da parte del nemico”, ed è ripartito nei seguenti capitoli: “Prigionieri civili o militari posti a scudo davanti alle truppe nemiche”; “Impiego di munizioni e di armi vietate dalle convenzioni internazionali”; “Massacri di prigionieri e di feriti”; Attentati contro il personale sanitario e bombardamento di ambulanze”; una seconda parte (datata 6 maggio 1915), concerne il primo impiego, da parte delle truppe tedesche, dei gas asfissianti come mezzo di combattimento. Segue la raccolta dei verbali di audizione, corredata da documenti fotografici. (Cd. Treccani online)
  1. Paolo Spinelli, La Corte Penale Internazionale e i rapporti con L’ONU, Università Tre, 2002-2003 (tesi online).
    “Ciononostante, la concezione che aveva dominato fino alla fine dell’800 era stata messa in discussione e si era fatta strada l’idea opposta secondo cui, al fine di favorire il ritorno alla pace, era necessario evitare l’impunità e assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini internazionali. Per la prima volta si parlava della responsabilità penale individuale degli organi dello Stato, e in particolare dei Capi di Stato. Ne è testimonianza l’attività del Comitato consultivo dei giuristi della Società delle Nazioni, incaricato, nel febbraio del 1920, di redigere il progetto di Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale, ai sensi dell’art. 14 del Patto. Su proposta del Presidente Descamps il Comitato proponeva la creazione di un Alta Corte di giustizia internazionale.”
  1. Mario Pisani, La Grande Guerra, I crimini di guerra e i processi di Lipsia (1921):
    Il Kriegsbrauch im Landkrieg, stampato a Bruxelles in tre piccole dispense nel novembre 1914, col consenso dell’autorità militare tedesca, e consegnato dal giornalista Luigi Barzini a chi ne curerà la traduzione (con una prefazione ed un’appendice): v. Icilio Bianchi, Le leggi della guerra secondo il grande Stato Maggiore germanico, Milano, Ravà & C. Ed., 1916, pp. 52.
    A questo manuale lo stesso Barzini aveva dedicato una serie di articoli nel Corriere della Sera, scrivendo, tra l’altro: “Col Kriegsbrauch im Landkrieg si è voluto dare al soldato l’impulso cieco, terribile, impetuoso, ma diretto ed efficace del proiettile. Bisognava che non fosse più un uomo ma un ordigno spietato; che nessun sentimento ne deviasse o rallentasse l’azione, che alla sua coscienza individuale subentrasse la coscienza collettiva di un furore necessario, doveroso, meritorio. La tradizione è soppressa; il diritto delle genti è soppresso; si è combattuta la sensibilità, la compassione, l’umanità come un male, una debolezza, un errore. Si è semplificato il lato morale della guerra istituendo un nuovo e facile concetto sommario del lecito e dell’illecito: è legittimo tutto ciò che può giovare al successo, è illegittimo tutto ciò che può imbarazzarlo. Non rimane vivo che questo punto di vista, e il sangue e il pianto d’un popolo inerme non sono più elementi apprezzabili che per gli effetti che possono avere al raggiungimento dello scopo.
    Questa enormità è stata preparata senza odio, in piena pace, studiosamente, scientificamente, non per spirito di violenza ma per calcolo, svalutando tutto quello che non convergeva verso la vittoria, isolando la materia militare da ogni considerazione estranea all’efficacia dell’azione”.
    Quanto poi alle persone “colpevoli di reati contro i cittadini di una delle Potenze Alleate ed Associate”, l’art. 229 del Trattato prevedeva che esse venissero processate dal tribunale militare dello Stato interessato, ovvero, nel caso di reati contro cittadini di più di una di tali Potenze, da tribunali composti da esponenti delle diverse Potenze: il tutto facendosi salvo il diritto alla nomina di un difensore.
    Quel che è certo è che la guerra del 1914-1918 realizzò per davvero, e nonostante le reiterate deprecazioni ed esortazioni di Benedetto XV, una “orrenda carneficina”, un “suicidio dell’Europa civile”, e, in definitiva, una “inutile strage”, e che altri inutili stragi, anche nelle dimensioni di genocidi, hanno poi imbarbarito il corso dei decenni successivi, fino ai giorni nostri. L’impeto delle violenze e delle perversioni molteplici che ha animato quelle stragi, e quei genocidi, non ci consente di pensare che, a fermarli e a prevenirli, sarebbero state idonee e sufficienti le sentenze di un qualsiasi tribunale, nazionale, internazionale o sovranazionale.
    Le sentenze giuste dei tribunali più autorevoli potevano e possono però valere almeno come moniti solenni della coscienza morale dell’umanità.

Le varianti in corso d’opera: una dinamica confusa per il procuratore capo che indaga sulla morte dell’alto ufficiale. Moment de vérité: avec les gilets jaunes sur les Champs-Elysées …

Angelo Miatello Da un po’ si è data alla cucina già fatta. Bon appetit! Ci sarebbero tante cose da svelare nella “mia Castelfranco”, ad esempio un’agenda dei nomi di strade e di molti altri dimenticati. Annotare e pubblicare quello che non va, o è trascurato da almeno una o due giunte. Ma non la solita guida del tale che non faceva il proprio dovere da impiegato pubblico ma un pro memoria, un quid alla francese. Tanto utile per tutti noi che vorremmo capire il chi è e che cosa di buono ha fatto per avere una via o una piazza tutta sua.

Grazia Azzolin Angelo Miatello già annotato Angelo ..👍

Angelo Miatello Mi rendo conto che è difficile fare politica ed è meglio parlare di cose buone, soprattutto se appagano i “quattro sensi”. A volte si dice che con la pancia piena non si riesce a vedere quello che non va, altre invece che a stomaco quasi vuoto non c’è più tempo di sognare. Qui siamo di fronte ad un paradosso. Siamo riusciti (Derio Turcato e lo scrivente) a risalire tutte le fonti di chi per primo lo ha chiamato generale “Lizet” e non Lizé e chi ancora ha spinto l’acceleratore su due distinte versioni: “mentre metteva il piede sullo staffone dell’autovettura” o “aspettava in auto l’autista ch’era andato a riprendergli uno scialle in albergo“. La prima “variante” in corso d’opera è di don Pastega, parroco della Pieve (un libercolo 15×21, 68 pp. “Durante il bombardamento aereo austro-germanico…”), la seconda del farmacista Giuseppe Leonardi (Zibaldone, manoscritto del 19…?). Da questi due autorevoli scrittori, ex profughi a km quasi zero, politici dichiarati o camuffati, tutti gli storici castellani hanno attinto, forse inconsapevolmente delle fake news o panzanate narrate. Non c’è stato un solo “storico” stipendiato dall’amministrazione pubblica (prete, assessore, consigliere, insegnante, preside, bibliotecario, maestra, sindaco e sindaca, urbanista funzionario regionale) che abbia avuto l’accortezza di indagare o pagare qualcuno che sfogliasse nei registri militari francesi cosa sia successo quel 5 gennaio 1918 prima e dopo il violento bombardamento tedesco, come lo descrive il maresciallo capo delle tre forze alleate Ferdinand Foch (si legge Fosce) nella sua Liste des 42 Généraux morts au combat….su 96 che hanno avuto invece la fortuna di sopravvivere. E qui mi fermo. Spero che “lo scialle” sparisca dal testo della ex sindaca altrimenti quelli dai gilet gialli ci potrebbero sconquassare le vetrine e le auto di piazza Giorgione.