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Grande guerra: Veri e falsi miti. Quando la storia fa a pugni con la bugia

(Derio Turcato)
Nell’ultimo periodico edito dall’Amministrazione Comunale di Castelfranco Veneto viene riportato un episodio successo durante la Grande Guerra (1917-1918), che a detta dell’estensore dell’articolo, a seguito di un bombardamento nei pressi della stazione ferroviaria, andò a fuoco qualcosa di non ben definito. Or bene in tale frangente, si distinse un alpino, che ricopriva il ruolo di vigile del fuoco, … il quale non esitò a gettarsi tra le fiamme per spegnere l’incendio…., quello che però  non si capisce è dove si gettò il nostro alpino e con quali effettive gravi conseguenze sarebbero scaturire senza questo gesto.
La faccenda in realtà fu molto ben diversa. Da più fonti, comprese quelle francesi che a Castelfranco avevano posto il comando della Xa Armata, i fatti si svolsero in maniera assai articolata.
La stazione di Castelfranco Veneto era uno snodo ferroviario molto importante per alimentare le nostre e altrui truppe schierate sul Grappa e Montello. Nelle vicinanze erano distribuite numerosi depositi, tra cui quelli destinati a riserva per le necessità dell’artiglieria schierata a supporto dell’esercito.
Si consideri che per una settimana di attività preparatoria ad un assalto, il consumo era di 2.500.000 proiettili, è evidente che tale quantità doveva essere resa disponibile e trasportata, ai depositi e poi alle prime linee e in subordine a disposizione in retrovia per essere recapitata quando bisogno.
Da ciò si può capire che la stazione era un obbiettivo molto importante da colpire da parte dell’esercito austro-ungarico che ripetutamente e in più occasioni lo attuò con incursioni aeree.
Ma veniamo ai fatti. La notte dal 27 a 28 di gennaio 1918 in più ondate (dalle 19 alle ore 5 del mattino) si avvicendarono sul cielo castellano le squadriglie degli aerei austro-ungarici che oltre colpire semplici edifici civili, l’ospedale da campo N.25, si accanirono contro la stazione e le zone limitrofe. Risultò cosi investita la FERVET che era stata convertita in deposito.
Dal bollettino edito dalle ferrovie in data luglio 1918 si ricava ” ….. encomiati per l’azione pronta e coraggiosa svolta in stazione di Castelfranco Veneto nella notte del 26-27 gennaio 1918, durante un incursione aerea nemica, portando prontamente in luogo sicuro una colonna di 37 carri di munizioni due dei quali già cominciavano a bruciare per l’esplosione di una bomba che aveva provocato un incendio nel deposito di balistite dell’officina FERVET:

Franchescetti Cav. Alfredo capo stazione 2 classe
Bafurale Beltramino capo stazione 3 classe
Cappato Pasquale deviatore
Oliosi Vittorio macchinista
Bosia Vittorio macchinista
Goffi Giuseppe fuochista…”.

Dai testi di chimica si ricava che la balistite è infiammabile a 180° e brucia lentamente all’aria libera. Resiste alla percussione, ma esplode sotto l’azione di un innesco. Quindi se non innescata con un apposito mezzo è solo infiammabile, quello che effettivamente successe. L’incendio si rilevò quindi una enorme ‘bubarata’ per dirla come dalla nostre parti, che l’intervento dei ferrovieri evitò si trasformasse in qualcosa di ben più altro effetto. Il nostro alpino pompiere fece il suo dovere, si applicò per spegnere l’incendio nel capannone, ai ferrovieri nessun giusto riconoscimento: tuttora disatteso.
Non si sa da dove provenga la fonte dell’ignoto “giornalista” e nemmeno abbia potuto consultare il Bollettino del Personale delle Ferrovie dello Stato (luglio 1918 pag. 3) che don Giovanni Pastega pure ne parla nelle sue Note. Dunque un encomio andava fatto per i ferrovieri e non nei confronti dell’alpino che prestava il suo servizio, fra l’altro “ignoto” soldato, forse un imboscato o un temporaneo salariato del Comune.
La cerimonia in pompa magna del 4 novembre 2018 ha visto alte autorità militari e istituzionali raccogliersi in segno di memoria verso i caduti “di tutte le guerre” che riempiono lapidi e loculi. Il problema però rimane: dati e circostanze per taluni fatti considerati storici vanno ricordati ma con precisione.

La violenza contro le donne dall’occupante, dopo Caporetto. A Castelfranco nessuno sa niente, anzi si facevano buoni affari secondo il garzone Scarabellotto

Un insulto alla Memoria quando si trova spazio nella pubblicazione di libri pensando di fare cosa gradita riportare annotazioni dell’uomo di strada, Scarabellotto, Leonardi o don Pastega. Luigi Urettini e Maria Gomierato sembrano “assuefatti”. Altro che isola felice. Nessuno sa cosa sia mai successo durante l’occupazione militare legalizzata (franco-italienne). Salta agli occhi una didascalia di una pianta topografica con “i puntini rossi” che segnalano dove le bombe sono cadute nel centro abitato e nei dintorni tra il 1917-18 del secolo scorso. Nessuno che si sia scomposto nel dichiarare “criminale” bombardare l’ospedale 202. Ammazza che strana gente gira intorno.
La mappa è allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta, firmata dal sindaco Ubaldo Serena il 17 giugno 1919…Nessuna traccia della delibera o negli atti conservati gelosamente dalla  Biblioteca castellana. Anzi ci vuole un permesso speciale ed un PC disponibile all’interno del servizio pubblico. Un pochino differente di quello che Derio Turcato è da tempo collegato con gli archivi militari francesi, dal suo ufficio, per saperne di più. Da noi si rimane ancora su fonti frammentarie e singhiozzanti, sebbene trattasi di materiali storici che risalgono al secolo passato da cent’anni. Una burla.
La COMMISSIONE REALE, di cui fa cenno il sindaco distillatore Ubaldo Serena, grande cavaliere ufficiale, era stata costituita l’anno prima dal governo Vittorio Emanuele Orlando, una delle prime per stabilire le violazioni del “diritto delle genti” (bel titolo “Il diritto delle genti”, e non diritto internazionale, dal francese droit des gens), commesse dal nemico. La terminologia è francese “droit des gens” che anche don Giovanni Pastega, obbligato dal vescovo Longhin di rimanere al suo posto, pallidamente ne cita l’esistenza nel suo libretto. Così: “venne a fronte che lo stesso Sommo Pontefice si facesse intendere presso l’imperatore d’Austria perchè la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari“.
Dunque il curato di Castelfranco, a differenza del sindaco distillatore di democrazia e buonsenso, sa usare il gergo politico e si sgancia dalla retorica che viene riportata sul registro delle sedute municipali. Ed aggiunge: “venne benchè il Cardinale di Stato, a nome della Santa Sede, deplorasse e riprovasse i bombardamenti di città indifese, inviando telegrammi e lettere all’Arcivescovo di Ravenna, a quello di Ancona, al patriarca di Venezia, ai nostri Vescovi della Regione Veneta e al cardinale Arcivescovo di Napoli.” E conclude la sua arringa: “Anche Castelfranco, con la eloquente voce dei fatti, sta a mostrare l’accanimento nemico che, a più riprese, di giorno, di notte – specie nelle chiare notti lunari – fu crivellata da bombe esplosive o incendiarie, rovesciando case, molte altre logorandone, seminando terrore e morte in tutta la Castellana.”
Don Pastega era ben informato se allude al rispetto delle leggi internazionali e dei principi umanitari. Come mai ha bisogno di pubblicare una specie di diario dei fatti successi, includendovi anche alcune stranezze personali?
Il suo libretto ha l’imprimatur il 6 settembre 1919 dei mons. Bernardi e Gallina, cioè dopo il 17 giugno, data che appare sulla “pianta topografica” e la susseguente nomina del commissario prefettizio del 16 luglio 1919. Il mistero s’infittisce, che è successo in questi tre mesi. Come mai nelle sedute del commissario e della nuova giunta non se ne parlerà più?
Il parroco sostituisce il commissario prefettizio sull’argomento istruzione, servizi sociali di prima necessità. Parla di fronte ad un pubblico di autorità e di borghesi rimasti illesi dalle bombe. Si ritorna allo Stato pontificio?
Dalla documentazione “ufficiale” del Municipio non traspare nulla che possa inficiare trasgressione, violazione, ammontare di danni, persone offese o lese. Il Municipio deve occuparsi di impiegati e salariati, imposte, macellazione delle carni, mercato, ortaggi, strade dissestate, epidemie, scuole che non ci sono più, dei pompieri (riconosce cento lire ad un pompiere che ha perso un mantello). Solo il parroco può dire come stanno certe cose. E’ lui che stila la geografia delle bombe, dei morti, delle abitazioni distrutte. La politica non può farlo.
“Pro Infanzia” come raccolta fondi e stimolo affinché si faccia qualcosa e subito, visto che ormai l’Armistizio e la conferenza della Pace sono da tanti mesi conclusi. Lo Stato manda il commissario prefettizio. Per il resto che ci pensino gli altri, inclusi gli Americani che daranno soldi, viveri, “arnesi”.
L’esempio, sebbene non venga citato da don Pastega, potrebbe essere l’iniziativa di don Celso Costantini che nel dicembre del 1918 venne fondato a Portogruaro un istituto denominato “Ospizio dei figli della guerra” per accogliere gli illegittimi delle terre liberate concepiti durante l’anno dell’occupazione nemica, ovvero nati da donne il cui marito, per le vicende di guerra, era stato assente almeno un anno prima della nascita del bambino. Successivamente l’Istituto accolse anche i bambini nati nelle terre redente, anch’essi illegittimi, figli di ragazze e di vedove, nella maggior parte dei casi, frutto di unioni con soldati italiani durante il periodo di occupazione antecedente a Caporetto. La preferenza era dunque riservata ai nati durante la guerra nelle terre redente e invase, tuttavia l’accesso era possibile a tutti i fanciulli del Regno. Si trattava, insomma, di dare una risposta immediata all’emergenza di ricovero, a quei neonati, che in maniera ambigua erano chiamati i “figli della colpa”, che altrimenti erano esposti al rischio d’infanticidio, di morte per inedia o per maltrattamenti. La paura di fronte al giudizio della comunità o della propria famiglia, il ritorno del marito o di un famigliare dal fronte spingevano le puerpere a sbarazzarsi dell’“intruso” attraverso l’aborto o l’infanticidio come testimoniano alcune fonti giudiziarie o qualche articolo di giornale.
L’Opera Pia, aperta in un reparto dell’ex ospizio per i profughi S. Giovanni di Portogruaro per poi trasferirsi nei locali del seminario di Portogruaro, fu inizialmente  denominato, come si è detto, “Ospizio dei figli della guerra”, ma con il regio decreto del 10 agosto 1919 fu riconosciuta come opera pia con il nome di Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia. L’Istituto rimase sotto la presidenza del fondatore, mons. Celso Costantini, fino al 1922, quando questa passò al fratello mons. Giovanni. Nel giugno del 1923, grazie alla donazione del dottor Vincenzo Favetti, l’Istituto poté trasferirsi a Castions di Zoppola in un edificio più adatto alle esigenze dei bambini ormai numerosi e cresciuti.
Durante il bombardamento aereo AUSTRO-GERMANICO di Castelfranco-Veneto” è il titolo del libretto . C’è di tutto, dalle stupidaggini alle cose molto serie, dai sonetti ed epitaffi ai “marameo” dentro il campanile, dalle autocelebrazioni al politichese pre-Ventennio. La vita del prete non sembra così tragica. Un don Camillo ante litteram. Si sarà più volte detto: meglio qui a dire messa che al fronte o nelle trincee che prima o dopo saresti scoppiato per aria. Era un profugo sui generis, dovendo percorrere 3,5 chilometri a piedi come “rifugio” in canonica a Campigo. Poi gli fu dato un posto in quello sotterraneo a pochi passi dalla “SUA” chiesa. Il rifugio anti aereo fu costruito dai genieri francesi tra il 1917 e il 1918 che non fu mai bombardato! “Sembrava di essere nella stiva di una nave con tanti letti a castello per un centinaio di soldati!” Una novità assoluta per Castelfranco Veneto, che ci dispiace dirlo e ripeterlo, c’è stata trascuratezza totale sia da parte dei militari italiani sia dei politici locali, quelli che accettarono per interessi personali di condurre il Municipio. Rifugi improvvisati nelle cantine delle case, dentro il campanile, sotto la torre civica. Eppure dal 1916 a tutto il 1917 si notarono tanti sopralluoghi delle squadriglie tedesche…perchè imprecare contro la Luna che permetteva con il suo bagliore dare la rotta ai piloti e bombardare a 150 metri d’altezza?

COMMISSIONE REALE D’INCHIESTA, sezione s. fasc. 3, 0136, Gemona del Friuli, 30 dicembre 1918
La sottoscritta Z. M. di anni 27, nata e domiciliata a Gemona dichiara di essere stata violentata dietro minacce di morte da un soldato germanico nel mese di dicembre 1917. Qualche tempo dopo fu di nuovo costretta a cedere con la forza alle voglie del medesimo soldato. Dalla unione il giorno 8 settembre u.s. nacque un bambino che presentemente tiene presso di sé. Il marito mutilato di guerra (ha perduto un piede) ha dichiarato di non voler tenere in casa questo bambino; è disposto però a continuare a convivere con la moglie. Letto e confermato il presente la dichiarante si sottoscrive Z. M.

[Cf. Nell’anno della fame e della violenza Le donne venete nella Reale commissione d’inchiesta 1918-19 a cura di Matteo Ermacora, in Dep, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, Ca Foscari]