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La violenza contro le donne dall’occupante, dopo Caporetto. A Castelfranco nessuno sa niente, anzi si facevano buoni affari secondo il garzone Scarabellotto

Un insulto alla Memoria quando si trova spazio nella pubblicazione di libri pensando di fare cosa gradita riportare annotazioni dell’uomo di strada, Scarabellotto, Leonardi o don Pastega. Luigi Urettini e Maria Gomierato sembrano “assuefatti”. Altro che isola felice. Nessuno sa cosa sia mai successo durante l’occupazione militare legalizzata (franco-italienne). Salta agli occhi una didascalia di una pianta topografica con “i puntini rossi” che segnalano dove le bombe sono cadute nel centro abitato e nei dintorni tra il 1917-18 del secolo scorso. Nessuno che si sia scomposto nel dichiarare “criminale” bombardare l’ospedale 202. Ammazza che strana gente gira intorno.
La mappa è allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta, firmata dal sindaco Ubaldo Serena il 17 giugno 1919…Nessuna traccia della delibera o negli atti conservati gelosamente dalla  Biblioteca castellana. Anzi ci vuole un permesso speciale ed un PC disponibile all’interno del servizio pubblico. Un pochino differente di quello che Derio Turcato è da tempo collegato con gli archivi militari francesi, dal suo ufficio, per saperne di più. Da noi si rimane ancora su fonti frammentarie e singhiozzanti, sebbene trattasi di materiali storici che risalgono al secolo passato da cent’anni. Una burla.
La COMMISSIONE REALE, di cui fa cenno il sindaco distillatore Ubaldo Serena, grande cavaliere ufficiale, era stata costituita l’anno prima dal governo Vittorio Emanuele Orlando, una delle prime per stabilire le violazioni del “diritto delle genti” (bel titolo “Il diritto delle genti”, e non diritto internazionale, dal francese droit des gens), commesse dal nemico. La terminologia è francese “droit des gens” che anche don Giovanni Pastega, obbligato dal vescovo Longhin di rimanere al suo posto, pallidamente ne cita l’esistenza nel suo libretto. Così: “venne a fronte che lo stesso Sommo Pontefice si facesse intendere presso l’imperatore d’Austria perchè la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari“.
Dunque il curato di Castelfranco, a differenza del sindaco distillatore di democrazia e buonsenso, sa usare il gergo politico e si sgancia dalla retorica che viene riportata sul registro delle sedute municipali. Ed aggiunge: “venne benchè il Cardinale di Stato, a nome della Santa Sede, deplorasse e riprovasse i bombardamenti di città indifese, inviando telegrammi e lettere all’Arcivescovo di Ravenna, a quello di Ancona, al patriarca di Venezia, ai nostri Vescovi della Regione Veneta e al cardinale Arcivescovo di Napoli.” E conclude la sua arringa: “Anche Castelfranco, con la eloquente voce dei fatti, sta a mostrare l’accanimento nemico che, a più riprese, di giorno, di notte – specie nelle chiare notti lunari – fu crivellata da bombe esplosive o incendiarie, rovesciando case, molte altre logorandone, seminando terrore e morte in tutta la Castellana.”
Don Pastega era ben informato se allude al rispetto delle leggi internazionali e dei principi umanitari. Come mai ha bisogno di pubblicare una specie di diario dei fatti successi, includendovi anche alcune stranezze personali?
Il suo libretto ha l’imprimatur il 6 settembre 1919 dei mons. Bernardi e Gallina, cioè dopo il 17 giugno, data che appare sulla “pianta topografica” e la susseguente nomina del commissario prefettizio del 16 luglio 1919. Il mistero s’infittisce, che è successo in questi tre mesi. Come mai nelle sedute del commissario e della nuova giunta non se ne parlerà più?
Il parroco sostituisce il commissario prefettizio sull’argomento istruzione, servizi sociali di prima necessità. Parla di fronte ad un pubblico di autorità e di borghesi rimasti illesi dalle bombe. Si ritorna allo Stato pontificio?
Dalla documentazione “ufficiale” del Municipio non traspare nulla che possa inficiare trasgressione, violazione, ammontare di danni, persone offese o lese. Il Municipio deve occuparsi di impiegati e salariati, imposte, macellazione delle carni, mercato, ortaggi, strade dissestate, epidemie, scuole che non ci sono più, dei pompieri (riconosce cento lire ad un pompiere che ha perso un mantello). Solo il parroco può dire come stanno certe cose. E’ lui che stila la geografia delle bombe, dei morti, delle abitazioni distrutte. La politica non può farlo.
“Pro Infanzia” come raccolta fondi e stimolo affinché si faccia qualcosa e subito, visto che ormai l’Armistizio e la conferenza della Pace sono da tanti mesi conclusi. Lo Stato manda il commissario prefettizio. Per il resto che ci pensino gli altri, inclusi gli Americani che daranno soldi, viveri, “arnesi”.
L’esempio, sebbene non venga citato da don Pastega, potrebbe essere l’iniziativa di don Celso Costantini che nel dicembre del 1918 venne fondato a Portogruaro un istituto denominato “Ospizio dei figli della guerra” per accogliere gli illegittimi delle terre liberate concepiti durante l’anno dell’occupazione nemica, ovvero nati da donne il cui marito, per le vicende di guerra, era stato assente almeno un anno prima della nascita del bambino. Successivamente l’Istituto accolse anche i bambini nati nelle terre redente, anch’essi illegittimi, figli di ragazze e di vedove, nella maggior parte dei casi, frutto di unioni con soldati italiani durante il periodo di occupazione antecedente a Caporetto. La preferenza era dunque riservata ai nati durante la guerra nelle terre redente e invase, tuttavia l’accesso era possibile a tutti i fanciulli del Regno. Si trattava, insomma, di dare una risposta immediata all’emergenza di ricovero, a quei neonati, che in maniera ambigua erano chiamati i “figli della colpa”, che altrimenti erano esposti al rischio d’infanticidio, di morte per inedia o per maltrattamenti. La paura di fronte al giudizio della comunità o della propria famiglia, il ritorno del marito o di un famigliare dal fronte spingevano le puerpere a sbarazzarsi dell’“intruso” attraverso l’aborto o l’infanticidio come testimoniano alcune fonti giudiziarie o qualche articolo di giornale.
L’Opera Pia, aperta in un reparto dell’ex ospizio per i profughi S. Giovanni di Portogruaro per poi trasferirsi nei locali del seminario di Portogruaro, fu inizialmente  denominato, come si è detto, “Ospizio dei figli della guerra”, ma con il regio decreto del 10 agosto 1919 fu riconosciuta come opera pia con il nome di Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia. L’Istituto rimase sotto la presidenza del fondatore, mons. Celso Costantini, fino al 1922, quando questa passò al fratello mons. Giovanni. Nel giugno del 1923, grazie alla donazione del dottor Vincenzo Favetti, l’Istituto poté trasferirsi a Castions di Zoppola in un edificio più adatto alle esigenze dei bambini ormai numerosi e cresciuti.
Durante il bombardamento aereo AUSTRO-GERMANICO di Castelfranco-Veneto” è il titolo del libretto . C’è di tutto, dalle stupidaggini alle cose molto serie, dai sonetti ed epitaffi ai “marameo” dentro il campanile, dalle autocelebrazioni al politichese pre-Ventennio. La vita del prete non sembra così tragica. Un don Camillo ante litteram. Si sarà più volte detto: meglio qui a dire messa che al fronte o nelle trincee che prima o dopo saresti scoppiato per aria. Era un profugo sui generis, dovendo percorrere 3,5 chilometri a piedi come “rifugio” in canonica a Campigo. Poi gli fu dato un posto in quello sotterraneo a pochi passi dalla “SUA” chiesa. Il rifugio anti aereo fu costruito dai genieri francesi tra il 1917 e il 1918 che non fu mai bombardato! “Sembrava di essere nella stiva di una nave con tanti letti a castello per un centinaio di soldati!” Una novità assoluta per Castelfranco Veneto, che ci dispiace dirlo e ripeterlo, c’è stata trascuratezza totale sia da parte dei militari italiani sia dei politici locali, quelli che accettarono per interessi personali di condurre il Municipio. Rifugi improvvisati nelle cantine delle case, dentro il campanile, sotto la torre civica. Eppure dal 1916 a tutto il 1917 si notarono tanti sopralluoghi delle squadriglie tedesche…perchè imprecare contro la Luna che permetteva con il suo bagliore dare la rotta ai piloti e bombardare a 150 metri d’altezza?

COMMISSIONE REALE D’INCHIESTA, sezione s. fasc. 3, 0136, Gemona del Friuli, 30 dicembre 1918
La sottoscritta Z. M. di anni 27, nata e domiciliata a Gemona dichiara di essere stata violentata dietro minacce di morte da un soldato germanico nel mese di dicembre 1917. Qualche tempo dopo fu di nuovo costretta a cedere con la forza alle voglie del medesimo soldato. Dalla unione il giorno 8 settembre u.s. nacque un bambino che presentemente tiene presso di sé. Il marito mutilato di guerra (ha perduto un piede) ha dichiarato di non voler tenere in casa questo bambino; è disposto però a continuare a convivere con la moglie. Letto e confermato il presente la dichiarante si sottoscrive Z. M.

[Cf. Nell’anno della fame e della violenza Le donne venete nella Reale commissione d’inchiesta 1918-19 a cura di Matteo Ermacora, in Dep, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, Ca Foscari]

Tutto quello che vorresti sapere sui bombardamenti aerei austro-germanici di Castelfranco Veneto (1916-1918)

IN ONORE AI CADUTI CIVILI & MILITARI DEI BOMBARDAMENTI AEREI SU CASTELFRANCO TRA IL 1916-1918
3 Novembre 1918 a cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti, mai ricompensati

Premessa
Si tratta di un’indagine storica on line sui fatti accaduti tra 1917 e il 1918 a Castelfranco Veneto, principale retrovia della guerra sul Massiccio del Grappa e le montagne vicine, durante il stazionamento delle truppe francesi subito dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1817).
Una città impreparata, come del resto altre qui nel Veneto, che si è trovata coinvolta nella Grande Guerra, come importantissima retrovia del nuovo fronte costituitosi tra il Piave e il Brenta, e tra questo e l’Adige. Castelfranco ha subito in proporzione di numero di abitanti ed estensione urbanistica violenti attacchi dalle squadriglie dell’aviazione austro-germanica, dopo Venezia Treviso e Padova. Chi scrive “800” bombe, chi “346” e chi, come noi, mette in discussione questi calcoli frettolosi (se centravano lo stesso bersaglio o se finivano sotto terra, nessuno se n’era accorto. La storia di Castelfranco tra l’800-900 del periodo bellico ’16-’18 non è mai stata passata al setaccio, cioè confrontando fonti militari che “diffondevano dispacci” con assoluta censura e propaganda. Non è mai esistita una stampa libera nel nostro Paese. Se assommassimo la censura durante le due grandi guerre, il Ventennio dittatoriale, il Dopoguerra (Cold World War), fino agli anni ’90, cioè alla caduta del Muro di Berlino e allo sfacelo delle Repubbliche socialiste democratiche e popolari, non potremmo lamentarci delle false ideologie o della montagna di fake news fatte circolare. Scoprire piano piano attraverso una paziente ricerca on line, accessibile a tutti, o almeno per chi sa usare il personal computer, i motori di ricerca e conosce una sufficiente terminologia, che un nome di persona è stato storpiato e alcune brevissime note di cent’anni fa furono spropositatamente “caricate” ci rende felici. Le fake news sono talmente circolate a Castelfranco, città di Giorgione, che vengono persino impresse nelle pagine dei libri, nelle didascalie di raccolte fotografiche d’epoca, sulla cronaca di ieri e di oggi e per completare la vasta gamma sulle lapidi di piazze e borghi, ogni anno ricordate con una corona d’alloro e in pompa magna.

Nomi e fatti inesatti, approssimativi, con fonti militari non dichiarate
Possono essere ripetuti durante l’arco di Cent’anni, anche nell’epoca del digitale e dei social? Perchè un sindaco ha bisogno di crearsi notorietà “pre-elettorale” come ricercatore su un fatto di storia militare piuttosto complessa, basandosi sul libercolo di don Pastega del 1919?
Laureatosi allo Iuav, ci dicono le cronache, il suo mestiere dovrebbe essere architettura, progetti e simili, non certo quello di scavare fra gli archivi militari francesi. Giustificandolo in parte perchè “giovane”, viene meno il suo contratto stipulato con la cittadinanza e di poco rispetto per chi invece potrebbe esaudire una ricerca storica approfondita.
Perchè un direttore di biblioteca o il monsignore mitrato o da ultimo anche il responsabile della cultura municipale devono prendere per scontate le pagine scritte nel 1992 da uno “storico impegnato” che a sua volta le aveva ricavate dal libercolo di don Pastega del 1919?
I tre moschettieri, laureatisi a Padova, in Lettere e storia o in Scienze politiche, più la ex sindaca, cresciuti all’ombra del Seminario vescovile, dei patronati, dei cori teatrali, delle assemblee sindacali, dei viaggi premio, hanno inciso sulla storia che all’unisono sarebbe divenuta ufficiale. Appunto usando un’editoria di qualche centinaio di copie (cento comperate dall’autore o dalla Banca) e come abbiamo detto del palcoscenico, del pulpito, della cattedra del Patronato (ieri Pro infanzia, oggi Pro domo sua).
Da ultimo fatto di cronaca ufficializzato dalle “residenze municipali”, controfirmato dai rispettivi sindaci e immortalato da un “Manifesto bardato di tricolore con il logo ministeriale” e da una “lapide ricordo” in piazza parcheggio a pagamento (“a pochi metri dal monumento del Giorgione”), alle reali informazioni che si possono ricavare da fonti militari francesi, ci sorprende la messinscena di domenica 4 novembre 2019, voluta per calcolo politico propagandistico e fai da te. Forse è azzardato di parlare di un “militarismo” crescente e di un “sovranismo” alle sue prime battute della storia europea. Si sente in giro che ci sarebbe bisogno di ripristinare la leva militare per fini sociali, dell’unità nazionale per portare democrazia e libertà laddove ce ne sia bisogno (con l’uso della forza?), del principio della “solidarietà” che in pratica significa aderire alle strategie militari collegiali (per noi Nato e basi americane) ma non si affronta mai il problema dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario che lo Stato italiano aderisce e contempla nella propria Costituzione e Codici civili e penali. Anche dopo Cent’anni, dalla bocca del politico, del sindaco, del monsignore, del bibliotecario solo retorica e superficialità, banalità e storielle per far ridere o piangere il pubblico, ignaro e incapace di poter verificare se sia vero o falso quello che viene detto, scritto e scolpito.

LUCIEN LIZET O LUCIEN LIZÈ O LUCIEN ZACHARIE MARIE LIZÉ?
Potrebbe essere un buon quesito da talk show, da telequiz dei doppi sensi di Amadeus e Gerry Scotti. Un premio in denaro o per un viaggio ad Angers e Parigi, per onorare il nostro “cugino” generale che “con il suo sangue ha cimentato l’unione dei due grandi popoli associati nella comune difesa della più bella e della più santa delle cause”, (cf. generale Fayolle, in Le Petit Parisien, gennaio 1918).ì Storpiare un nome proprio di un generale francese (da Lizet a Lizé) ucciso da una scheggia di bomba (granata), sbagliare la data di questa disgrazia (il 4 o il 5 gennaio 1918?), raccontare una dinamica dell’incidente fatale con note colorite (aspettava in auto), come altre che si sono mescolate nei fatti delittuosi gravi commessi dai nemico, e ripeterlo fino a domenica scorsa 4 novembre 2018 in Teatro, sui giornali e, come dicevamo, sui libri della Biblioteca, quasi tutti co-finanziati dal Comune, dalla Banca Popolare o dagli stessi autori, non è una cosa da poco. Finché si tratta di un articolo di cronaca, non si può chiedere al giornalista di fare ricerche storiche o di fare attenzione a quello che scrive. La responsabilità ricade su chi diffonde la notizia, quasi sempre a voce e dal palco del Teatro Accademico, come se fosse l’Accademia dei Lincei o della Crusca, una Corte Suprema della Storia Castellana. Una nota dolente è il corpo docente della scuola castellana che sembra un assente perenne che viaggia in vagoni stagni con una storia da manualistica sorpassata e standardizzata dal ministero che è monopolizzato dalle case editrici che ci lucrano milioni di euro. Qui purtroppo affondiamo un coltello nella piaga. Il protocollo firmato dalla Regione Veneto con il ministro dell’Istruzione e ricerca per la promozione della storia locale (da ufficiosa a ufficiale) chissà quando verrà praticata. Siamo in Italia.
Tra i colpevoli di una sub cultura ci sono anche i preti che, nel loro rigore fideistico alla Chiesa romana-cattolica, dal pulpito o da una cattedra del Patronato convincono il vasto pubblico credulone della storia accaduta, quella vera e sacrosanta. Le uniche fonti a disposizione sono i cosiddetti “diari” o annotazioni di certi monsignori che vengono riadattati con altre informazioni ricavate (non si sa da dove) e sono persino “convalidati” dal “Nulla aosta” e dall’ “Imprimatur” di due distinti uffici vescovili. Il tutto condito con l’olio, il vin santo e l’incenso.

Cent’anni dopo il libercolo “Durante il bombardamento aereo Austro-Ungarico su Castelfranco-Veneto” (Nulla aosta di Mons. Dott. Valentino Bernardi del 6 settembre 1919 e IMPRIMATUR della Curia Vescovile di Treviso 6-9-19 Mons. Vitale Gallina Provicario Generale) può essere ancora una fonte primaria ed attendibile per i fatti delittuosi e criminali accaduti tra il 1917 e il 1918? Come possono uno storico di fama, un direttore di biblioteca, un architetto urbanista, un ex presidente di Banca popolare, un ex sindaco, un ex monsignore mitrato, un assessore alla cultura, un sindaco in pectore, un presidente della Provincia di Treviso, rimanere ancorati alle generiche quantomai assurde informazioni di carattere militare e politico di don Giovanni Pastega, arciprete della Pieve, che è stato riesumato dal prof. Luigi Urettini di Treviso nel suo Storia di Castelfranco, Il Poligrafo, Padova, 1992)? Troppo facile la consultazione di queste due pubblicazioni, fra l’altro sprovviste di adeguate fonti storiche militari, sanitarie, civili.
Non solo questi signori si sono dimostrati plagiatori, che potrebbero essere denunciati per violazione dei diritti di copyright (una notizia ricavata non dalla strada ma da una pubblicazione va assolutamente citata la fonte con la pagina e l’anno, quando trattasi di fatti sensibili), ma persino demagoghi e falsi. Demagoghi perché nei loro racconti vi è un chiaro indirizzo “pseudo democratico”, “partigianesco”, del “volemose tuti ben”, dell’operare con scienza e moralità, e falsi perchè hanno raccontato argomenti politici con delle frottole che oggi, nel linguaggio globale, vengono definite “fake news”.
Da chi attingeva don Pastega per scrivere certe informazioni sensibili (rifugi, morti, distruzioni, combattimenti, rese, vittorie e sconfitte)? Chi era il prof. Ottavio Dinale, suo acerrimo nemico “anticlericale” che diventerà amico di Mussolini e fautore del fascismo? Che rapporti “fraterni” aveva instaurato con i francesi dalla primavera del 1918 per poter beneficiare del rifugio antiaereo ciostruito sotto terra di fronte alla Pieve? E le sue amicizie con il clero austro-tedesco al tempo di Pio X?
Che c’entra “la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari, riferendosi ad una nota del Sommo Pontefice (ndr, Benedetto XV)”? Dunque condivide l’uso della forza per la soluzione di controversie e suppone che ci siano leggi internazionali e principi umanitari da rispettare. Poi per quanto riguarda la sua analisi dei danni arrecati al paese e alla comunità sembra che si sostituisca alla politica con la raccolta fondi per l’Infanzia ed elenchi i bombardamenti, le distruzioni, le perdite. Non le quantifica e nemmeno si conoscono dati precisi, nonostante il sindaco Ubaldo Serena abbia firmato una “Copia della pianta topografica della Città con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche dal novembre 1917 all’ottobre 1918, conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni al diritto delle genti commesse dal nemico in data di Venezia 24 marzo 1919, con firma in calce del 17 giugno 1919.”
Il libercolo del prete è ancora oggi consultato e ripreso come spunto da politici, storici e giornalisti. Nessuno mai ha approfondito sulla veridicità delle sue osservazioni.
Con tutta probabilità il don Peppone dell’epoca spedì al mittente più di qualche messaggio cifrato (come la vendetta contro l’infamante prof. Dinale), viste come sono andate le cose: non tanto una guerra d’inutile strage ma di distruzioni e violazioni tali da chiedersi quanti tipi di Dio esistono? Quindi sconfina nella politica e fa capire che questa è impreparata. A lui si implora di riorganizzare il tessuto civile distrutto e una raccolta fondi per gli orfani di guerra. Dov’era lo Stato?
Una prova inconfutabile del fallimento che seguirà sul piano politico l’Italia nel dopoguerra come scrive Mario Pisani “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711), che terminò i lavori nel 1920. In precedenza la Commissione affrontava i compiti che le erano stati affidati con grande dispiego di energie e notevolissimo impegno analitico, tanto che, nel 1921, venivano pubblicate le relazioni dei lavori, raccolte in ben sette volumi, per un totale di circa 4000 pagine, compresa una cospicua serie di documenti fotografici.”
Dunque nulla impedisce di pensare che don Pastega fosse spinto dal vento in poppa per la richiesta di indennizzi e nel far valere che l’opera costante e presente della Chiesa, cioè sua, serviva al bene della Patria. Una partita sulla quale ci ritorneremo.

Gli storci locali plagiatori e bugiardoni
A distanza di un secolo e mettendo a confronto frasi e aneddoti di don Pastega con Dino Scarabellotto e via via passati in rassegna dagli storici locali, ci siamo accorti che non c’è mai stata una ricerca di storia militare, ora che possediamo dei mezzi quanto mai fondamentali, come Derio Turcato ha saputo puntigliosamente scavare “creuser” in archivi e saggistica francesi. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, prima ancora della Storia Militare, le municipalità di Castelfranco e Galliera non hanno saputo svolgere appieno su un piano culturale e di “gemellaggio” il caso della morte del generale Lucien Zacharie Marie Lizé, di rendergli onore come vittima di un vile bombardamento aereo, in cui furono usate bombe incendiarie e Shrapnel (a grappolo), e di altre vittime quali personale sanitario, ammalati, feriti e persino salme dell’obitorio. Più crimine di cvosì cosa si poteva aspettare dai piloti austro-germanici?
All’uomo della strada come al pubblico seduto in una sala lo si può intrattenere con aneddoti sarcastici o ironici (se questi siano utili di fronte ai milioni di morti) per racimolare qualche denaro svalutato. Quello che non va sono le lapidi ricordo di borgo Treviso con i soli cittadini castellani periti in guerra, a causa di ferite o dispersi. Quello che non va aver sbagliato la data di morte del generale francese e il luogo esatto dove fu colpito da una “scheggia”. Quello che non va che non ci siano altre lapidi di vittime che erano in servizio quei giorni di bombardamenti per il soccorso sanitario, civile e di assistenza.
E qui entriamo in un nuovo capitolo che si chiama Diritto umanitario snobbato, a a quanto pare, dai politici e dagli stessi militari.

Relazioni internazionali e Storia militare franco-italiana di Castelfranco
Che cosa è successo con l’Armistizio del 3 novembre 1918, sottoscritto a Villa Giusti (Mandria-Padova)? La fine totale delle ostilità è avveta circa una decina di giorni dopo. Poi si sono susseguiti i Trattati di Pace di Versailles (1919) e in ambito nazionale c’è stata la costituzione della Commissione d’inchiesta parlamentare (maggio-giu. 1919) che doveva stilare i danni e le violazioni. Viene affidata alla Corte Suprema di Lipsia (1920-21) la soluzione delle controversie, con la condanna dei “criminali”. Il paese cade nel marasma totale e come spesso accade la politica interpreta il mal di pancia ed instaura “quello che il popolo grida”: ordine e lavoro!

Revisione o rispetto?
Fonti storiche rivedute grazie alla consultazione on line di archivi, saggi, manuali, articoli di giornali, fotografie e filmati, che sconfessano alcuni storici locali bugiardi e poco rispettosi del copyright.
Lo spunto è avvenuto quasi per caso – ci dice Derio – all’indomani del 4 novembre dopo aver assistito alla cerimonia in pompa magna per il Centenario dell’Armistizio di Villa Giusti (vedi Unita Nazionale e Forze Armate) e consultato i motori di ricerca per due o tre argomenti trattati: 1. cause ed effetti dei violenti bombardamenti aerei sul centro storico di Castelfranco, 2. distrutti siti adibiti al soccorso sanitario (Croce Rossa, Cavalieri Ordine di Malta), 3. distrutti casa per anziani, 4. distrutti palazzi e case private, 5. uccise persone inermi senza nessuna difesa. E tutto questo non dal fronte del Massiccio del Grappa ma con aviogetti bombardieri che partivano da lontano.
Il secondo grande argomento non abbiamo mai saputo che se ne fecero dei 1500 prigionieri catturati sul Monte Tomba-Monfernera (30 dicembre 1917) che Scarabellotto e Urettini si divertono a raccontare che i francesi li avrebbero usati per spazzare la piazza del Mercato quando ce n’era bisogno. Fra loro ci sono centinaia di feriti. Come li avranno trattati? Saranno stati uccisi come successe per francesi, belgi e italiani?

Il fatto storico
Da quello che si legge sul Manifesto municipale firmato dal sindaco Stefano Marcon, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero e non solo “Lucien”. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgione, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri soldati omonimi ricordati all’Hotel des Invalides di Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale di Angers, regione della Loira e Maine.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de Foch Les 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot, ed.) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 ordigni sul loro bersaglio (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale n. 38 di evacuazione di Galliera [Veneta], dove è morto alle 9.30”.
Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera, sede dell’ospedale militare francese dove fu portato.
Leggermente diversa la testimonianza di un ufficiale che lo soccorse “è stato colpito alle ore 5,10 mentre percorreva dieci metri per entrare in un rifugio antiaereo” che conferma la data e l’ora del decesso, 5 gennaio ore 9,35 (Bouchemaine, Tomo I).

Miatello: Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

Turcato: Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–  il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale alla rubrica eventi nulla risulta;
–  Le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–  Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–  Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.