Archivi tag: Drone by Art

Punta della Dogana: Lapsus ovvero “Slip of the Tongue”. Un voyage sans fin avec Danh Vo

(“Il Drone by Art a Punta della Dogana” con Angelo Miatello, Daniele Pauletto, Rosanna Bortolon, Federico Calzavara, Nazzareno Bolzon. Un lapsus diplomatico veneto-bretone? Il fair play di M. Pinault)

Slip_of_the_tongue_posterSuccede raramente che un artista sia anche chiamato a fare il curatore di una mostra collettiva. “E’ la prima volta – ci introduce Monsieur Martin Bethenod – che nell’edificio di Punta della Dogana a Venezia un artista venga accolto nel ruolo di “curator”, parola cui la lingua francese fatica ad adattarsi. La ragione per mantenere la definizione di “curator” così com’è, senza tradurla né con conservatore né con curatore e neanche con organizzatore, ha a che fare con l’uso che ne fa Danh Vo: la pratica dell’artista come “curator” si avvicina particolarmente all’etimologia latina della parola, da cui deriva anche il temine inglese “care”, che qui potremmo anche tradurre con “conservare”. E fin qui per capire che la mostra dell’anno della 56.Biennale d’Arte vuole trasmettere un messaggio forte: il valore semantico della parola prima ancora che si trasformi in un qualcosa di materiale.
Nell’Impero romano, infatti, il “curator” è il responsabile della gestione di diversi lavori pubblici: trasporti, igiene, polizia, fognature, acquedotti, navigazione, strade, giochi, addirittura la verifica dei conti. Svolge una funzione “riparatrice” in una cultura che preferisce restaurare e riutilizzare piuttosto che fare tabula rasa. Tali attività prosaiche prendono una piega più spirituale nell’Europa medievale, dove l’efficace “sollecitudine” amministra sia le anime sia gli affari terreni. Questa funzione descrive indubbiamente la responsabilità del “curator” moderno, che è, prima di tutto, colui (o colei) che si prende cura di ciò che accade agli oggetti una volta realizzati, una volta creati, compresa quella quota di adattamento e di “ri-creazione” contenuta in ogni loro presentazione in una nuova esposizione. Le vicissitudini della conservazione, della circolazione, del commercio, del frazionamento e della dispersione, della riparazione e del restauro, della collezione e dell’esibizione non riguardano solo il benessere delle opere d’arte, ma partecipano altrettanto pienamente alla loro storia, fatta di transizioni e, a volte, di rotture o di distruzioni.
Slip of the tongue” potrebbe essere “Lapsus” in un italiano latinizzante, cioè una scena di intoppi, accidenti e slittamenti. Perché, come si esprime quest’artista di origine vietnamita e danese di adozione, “le contraddizioni, più che la coerenza, svelano il senso delle cose”. Il primo a slittare è lui, artista appunto che qui si fa curatore (ed è una prima a Punta della Dogana), torcendo i ruoli e allestendo oltre 170 opere di 52 artisti.
L’inizio è un rebus. Un divano a forma di bocca rossa appoggiato su un frigorifero, così come l’ha concepito Bernard Lavier. Di fronte una foto in bianco e nero dove alcuni bisonti scivolano da un dirupo, immortalati da David Wojnarowicz. Poi vediamo appeso al piano terra un enorme lampadario di fine ‘800 che viene dalla sala da ballo dell’ex-Hotel Majestic a Parigi, già quartier generale del Reich e sede poi di molti negoziati di pace, comperato all’asta come cimelio di una storia che i parigini non dimenticheranno mai. “Se Monsieur Pinault qui l’ha voluto è perchè i ricordi rimangono nella memoria collettiva” – ci sussurra un amico. Danh Vo lo appende nella prima sala, vicino alle scale in un tratto che la gente ci passa sotto e ne ammira le “gocce di vetro tagliate a smeraldo”. Ai suoi piedi un trolley aperto (di quelli che sarebbero proibiti per Zappalorto, ndr.): dentro, il pezzo di un’antica scultura in legno tedesca, tagliata ad altezza dei piedi, in modo che il peso rientri negli standard imposti dalle compagnie aeree low cost. Anche per questo “oggetto d’arte” il pensiero corre veloce verso un continuo battibecco franco-tedesco” (scultura di legno tedesco).
E chi lo capisce va oltre il normale sforzo intellettivo….ci ripensa.
Si prosegue, passando da una vicenda all’altra, interrogandoci perchè questo?
Sono storie private, esodi, controlli, interruzioni. A volte inquietanti brandelli umani, fili contorti appesi, falli giganti che visti da vari punti sembrano assurdi e misteriosi. Si entra e si esce girando attorno all’opera, le didascalie danno molte volte “senza titolo” ma l’audioguida potrà aiutare il visitatore? La mostra per qualcuno è “una caccia al tesoro di dettagli o una passeggiata evanescente”. Due quadretti evocano il significato dell’arte classica: una Testa del Redentore di Giovanni Bellini, frammento di una trasfigurazione e un ramo di corallo rosso di Hubert Duprat che rinvia alla Dafne dell’orafo Wenzel Jamnitzer realizzata a fine ‘500. L’artista Duprat ci ritorna su questo mondo naturale con la realizzazione di un piccolo acquario. Nell’acqua ci mette pagliuzze d’oro e le larve di tricottero, che usano qualunque cosa per farsi un fodero, finiscono per costruirsi un mantello dorato. È una trama di letture, tutte alterate, fatte di rinvii e suggestioni. Si vuole ripristinare che cosa? Come quello di Nancy Spero che con il suo Codex Artaud prova a riannodare ciò che resta del furore di Antonin.
“Il contesto veneziano è favorevole a una mostra che sia attenta a questi aspetti di vita e sopravvivenza che compongono le nostre storie culturali” – aggiunge M. Bethenod. Infatti, la Carta di Venezia (1964) è un trattato internazionale sulla “cura” del patrimonio, di cui lo storico dell’arte Cesare Brandi – tra i fondatori dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma – fu uno dei promotori. Lo stesso Brandi non definiva forse “ogni intervento che miri a ripristinare un prodotto dell’attività umana” come “un atto critico e metodologico”?

Lee Lozano, No Title (Toilet Lid), 1962-63, Pinault Collection. "La tavoletta da gabinetto l'ho trovata in un mercatino di N.Y., ci ho dipinto un sorriso sdentato". Olio su tavoletta per water di legno.
Lee Lozano, No Title (Toilet Lid), 1962-63, Pinault Collection. “La tavoletta da gabinetto l’ho trovata in un mercatino di N.Y., ci ho dipinto un sorriso sdentato”. Olio su tavoletta per water di legno.
Lavier
Gabriel Gaveau, 1981, Pianoforte a coda, vernice acrilica, Liquitex, Pinault Collection (Un pianoforte che suona da solo)

La giustificazione di queste opere classiche, frammenti di un’epoca che non esiste più, “recano, in modo emblematico, le stimmate dei processi che, pur preservandole, le hanno alterate, rinnovando la loro forma. I rimaneggiamenti inflitti sono stati a volte brutali: pensiamo ai frammenti di dipinti mutili, ridotti per le esigenze di “adattamento” a un cambiamento di scenario, o ai dipinti in miniatura provenienti dal ritaglio (“cutting”) di antifonari miniati da monaci-artisti. La soppressione degli ordini monastici italiani in epoca napoleonica, per esempio, nel XIX secolo ha alimentato con pagine sezionate un vorace mercato londinese.” – spiega il curatore Danh Vo.
Infatti ne fa 34 lunghi fogli di carta, realizzati all’inizio degli anni’70, in cui prova a trovare un varco in quell’universo dolorante, appuntando disegni e parole. Quasi una bussola, seppure fuori uso. Così sono i dettagli di vivi e di morti nelle fotografie di Peter Hujar, che ama le imperfezioni di chi è stato imbalsamato e le irregolarità nella vita racchiusa in una schiena, un sesso o due gambe piegate.
“È meglio provare a capirsi per frammenti e residui ed esporsi al rischio del vuoto” oppure ripensare la vita? La scultura di Jean-Luc Moulène, formata da pezzi ad incastro, che si muovono e scivolano e il tutto resta sospeso. Di fronte, il trampolino da piscina di Elmgreen & Dragset che taglia la finestra arcata con vista su uno yacht (navire de plaisance, panfilo) ormeggiato che nasconde la visuale lagunare….senza permetterci di raggiungerlo (yacht o trampolino?). Che sia un caso fortuito oppure tutto calcolato?
Sarà il panfilo noleggiato di Monsieur Pinault, e giù a riderci sopra, noi cinque partiti con tanta buona volontà per intervistare M. Bethenod, il direttore, e/o M. Pinault, il grande collezionista e proprietario di Christie’s (34° paperone mondiale di Forbes 2007), a trasformarli in testimoni dell’oggetto intrigante: il drone tascabile di 126 euri che filma circa due minuri e 45 secondi ad un’altezza di 3,50 metri con un campo di 180°, pilotato dal nativo digitale Federico Calzavara con uno smartphone mentre a terra il prof. Daniel Pauletto avrebbe continuato la registrazione con la nostra intervista veloce e diretta (maneggiando un secondo smarthphone): tre battute secche. Tempo record: tre video di un minuto e mezzo ciascuno da postare immediatamente su Youtube e comunicare con i coetanei di Federico (The native digitals).
“Obbligati” a stare fermi, a non muoversi per paura di… “non si fanno riprese senza la nostra autorizzazione…” così il nostro servizio è sprovvisto di intervista, togliendogli quella curiosità non mondana che solo noi saremmo riusciti a trasformare. Nous sommes désolés. S’agit-il d’un lapsus diplomatique entre La Serenissima et la Bretagne?
Eloquente il videoclip di Pauletto-IPSIA che immortala qualche secondo della vicenda diplomatica veneto-bretone, un gesticolare composto della nostra direttrice, un bel sorriso del padrone di casa, avvolto da una sciarpa blu in cashmere, che ci ha dato una lezione di fair play o meglio di “se montrer aimable”.
Grazie all’intraprendenza di Rosanna si è formato un team che sta dando ottimi risultati di followers. L’obiettivo è come portare i nativi digitali ad amare i musei pieni di arte! That’s the problem.

Dal drone al web con l’Avanguardia Russa, una pacifica intrusione

Definire evento eccezionale è poco. Dimenticarlo sarà un peccato mortale. Due studenti adolescenti accompagnati dal loro professore (prof. Pauletto) e vice preside dell’IPSIA Gaillei (dr. Bolzon), assieme a due genitori giornalisti freelance del Liceo Giorgione (R. Bortolon e A. Miatello), tutti di Castelfranco Veneto (Treviso), hanno per la prima volta nella storia dell’arte affranto il muro dell’omertà comunicativa. Con una pacifica intrusione hanno partecipato alla vernice stampa della mostra “Avanguardia Russa. Capolavori dalla Collezione Costakis” che si è aperta a Villa Manin di Passariano del Friuli.
“Curiosità, stupore, paura …da parte dei presenti …ma è stata una cosa bellissima che va ripetuta per affinare le capacità e i risultati” – ha sostenuto Antonella Lacchin di Villaggio Globale.
I ragazzi dell’IPSIA Galilei hanno messo in campo il loro savoir faire per la registrazione aerea di interviste e opere esposte nelle sale mediante mini drone, battezzati per l’appunto “drone by art”, usando lo smartphone come console. E’ la seconda volta che sono alle prese con l’Arte, la prima è del 16 febbraio scorso con la Bellona-Minerva di Veronse (1550) in temporanea esposizione nella palestra del Liceo Giorgione.

Il prof. Daniele Pauletto filma il drone in movimento, teleguidato con smartphone da un allievo dell'Ipsia Galilei
Il prof. Daniele Pauletto filma il drone in movimento per l’intervista a Piero Colussi, teleguidato con smartphone da un allievo dell’Ipsia Galilei
CIMG8524
Il drone by art in movimento con la sua telecamerina incorporata e l’occhio vigile del “Ritratto” di Kazimir Malevic: un confronto spietato di due mondi a tre mani

I nativi digitali alle prese con gli avanguardisti russi
Un test che, nel gergo artistico, avrebbe potuto essere una “performance”, vista la contaminazione degli apparati con slogan propagandistici delle Avanguardie russe a caratteri cubitali e gli intervistati: il prof. Piero Colussi, la signora Costakis, figlia del noto collezionista.
“Per ora siamo agli inizi, come ha sottolineato il co-curatore Piero Colussi, anche il cinema all’inizio della sua storia leggendaria per portare il movimento nelle scene si basò di stratagemmi (carrelli, locomotiva, scale, palloni aerostati), così questi oggetti volanti sicuramente conquisteranno il mondo dell’arte. Ne sono certo.”
La cosa però che fa sorridere è l’uso del drone non più militare per scovare il nemico e poi bombardarlo ma per fini pacifici, anzi per rendere un servizio alla società dei network, youtube, twitter per avvicinarla ancor più a questo lontano luogo in mezzo alla campagna friulana che, per arrivarci, ci vuole l’auto o il treno.
Un servizio di trasporto per Villa Manin
Che strano che non ci sia una navetta dalla stazione di Codroipo alla Villa dell’ultimo doge Daniele Manin. Un trenino della Dotto, revisionato, con doppio uso (pub e trasporto) non costerebbe tanto. Il foresto ha bisogno di un servizio migliore.
I giornalisti presenti alla conferenza stampa hanno assistito alle “manovrine” dei due giovani con la felpa bianca dell’IPSIA Galilei di Castelfranco. “Chissà perché non hanno riportato la notizia fresca sulle colonne dei propri giornali?” – si chiede insospettito il prof. Pauletto.
“Per campanilismo friulano, dejà vu, disincantato menefreghismo, limiti editoriali delle 650 battute” – sussurra con un pizzico di sarcasmo il giornalista Miatello. L’assuefazione è una brutta bestia.
“Ma qui siamo di fronte ad una rivoluzione: con i drone dei ragazzi dell’IPSIA si è stabilito un dialogo virtuale con le Avanguardie Russe dei Malevic, Rodcenko, Sviblova, Popova, Stepanova che finirono nel tritacarne del comunismo staliniano, gran parte “salvate” da George Costakis, il temerario impiegato dell’ambasciata greca e poi canadese a Mosca, che ha speso tutti i suoi denari per raccogliere e conservare tante loro opere e testimonianze, quali frammenti di vita comune in nome dell’Arte, di quella che vorremmo fosse la Libera Espressione della Mente e che, purtroppo, non sempre è così.
Ci sono due mostre a Villa Manin fino al 28 giugno, la prima formata da un centinaio di scatti rivoluzionari e sorprendenti di Rodčenko provenienti da Mosca, e la seconda con oltre 300 opere della collezione di George Costakis, conservata nel Museo d’arte contemporanea di Salonicco (Grecia), che è uno spaccato sull’Avanguardia russa dal 1910 al 1930. La Collezione Costakis rappresenta solo il 30 % di quello che raccolse durante la sua residenza a Mosca dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il 70% gli fu confiscato dallo Stato. La Collezione Costakis è considerata dagli storici dell’arte contemporanea una pietra miliare per comprendere contaminazioni e originali interpretazioni di un mondo ancora poco studiato in Italia.
Due cataloghi Skira ed un programma fitto di incontri, proiezioni, seminari, laboratori metteranno al centro dell’attenzione Villa Manin che si troverà a confrontarsi con la sua ex Serenissima che da maggio aprirà i cancelli della Biennale che compie 120 anni. Treni da Venezia per Codroipo ce ne sono a tutte le ore. Ci vorrebbe però un minimo di servizio navetta.

Georgij-Costakis-nella-sua-casa-di-Mosca-480x348
Georgij Costakis nella sua casa di Mosca – Foto di Igor’ Pal’min 1973, Archive of the Museum of Contemporary Art, Collection Costakis, Thessaloniki, Grecia

Georgij Dionisovič Costakis, Nato a Mosca nel 1913 da una famiglia di immigrati greci. “Quand’ero piccolo – si confessa nel video autobiografico – preferivo fare il chierichetto della chiesa ortodossa per quanto fosse bella rispetto al luogo dove abitavo, grigio e brutto, e mi innamorai delle icone, degli addobbi, dei ceri sempre accesi. Questa esperienza, secondo me, mi è stata tramandata da mio padre che era un uomo molto devoto.” Fu assunto da giovane come autista presso l’ambasciata greca, nel 1939 perse il suo impiego per la crisi tra URSS e Grecia. Ma ebbe la fortuna di trovare un impiego presso quella canadese, che gli permise di “frequentare diplomatici e uomini delle istituzioni costantemente in visita a Mosca”, come lui stesso racconta nel video, che merita di essere visto. Scopriamo un Costakis, colto ed eccentrico autodidatta, che non mancava di rivelare la sua grande, vera, segreta passione, portandoli in giro tra gallerie d’arte e negozi d’antiquariato. Così, diviso tra frequentazioni eccellenti e culto della bellezza, prese ad investire tutti i suoi guadagni in opere, cominciando con diverse tele del Seicento olandese. Un collezionista pieno di slancio e di curiosità, a cui la vita avrebbe riservato una missione. Grazie alla sua indefessa attività di ricerca, a quel girovagare continuo tra gallerie, mercati, botteghe e atelier, Georgij Costakis salvò dalla distruzione o dalla dimenticanza centinaia di opere di artisti russi, bollate dal regime sovietico come scadenti, immorali, decadenti, perché non allineate ai dettami della propaganda politica e prive di quel timbro proletario che, secondo la grande Russia comunista, avrebbe dovuto animare qualunque forma d’arte. Tra indottrinamento, limpidezza formale e retorica realista. Una riflessione che va affrontata con serenità.