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Castelfranco Veneto dedica una targa ricordo al generale francese Lucien Zacharie Marie Lizét, ucciso durante un bombardamento aereo in piazza Giorgione il 4 gennaio 1918

Intervista a Derio Turcato, presidente dell’associazione HISTOIRE

Derio Turcato da vent’anni si dedica alla Storia della Grande Guerra, soprattutto quella che si è svolta sul Massiccio del Grappa e nelle retrovie, anche come luoghi strategici di rifornimenti, di soccorso medico-sanitario, di riparo per i civili… Organizza incontri pubblici sulle vicende legate alla grande guerra e accompagna: ragazzi delle scuole, gruppi di persone attraverso  percorsi storico-culturali nei luoghi di Memoria e di Pietà. Da ultimo, HISTOIRE, con la collaborazione dell’AIDA, ha realizzato “Dietro le quinte con gli alpini”, un cortometraggio realizzato dal film maker Nino Porcelli, presentato durante la 75.Mostra del Cinema di Venezia con il patrocinio della Regione Veneto e del Comune di Castelfranco  Vto.

Al Palazzo del Monte di Pietà, dove ha sede la Biblioteca comunale, abbiamo notato un manifesto 70×100 cm per la “Cerimonia del 4 Novembre”, dedicato alla “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”. l programma sembra ricco di appuntamenti, quali posa di corone in vari luoghi, discorsi, messa, corteo, svelamento di una targa ricordo in Piazza Giorgione, commemorazione in Teatro, che ricordano anche la Grande Guerra di cent’anni fa, quando si svolse sulle nostre montagne e qui a Castelfranco Veneto.
Viene citato un momento di raccoglimento e di memoria per lo scoprimento di “una targa dedicata al Generale francese Lucien Lizé” nel luogo in cui fu deceduto “dopo un bombardamento del 4 Gennaio 1918”.
Rileggiamo più volte i quattro paragrafi del Manifesto, bordato di tricolore e del logo ministeriale, con stupore ci accorgiamo che qualcosa non quadra.

Derio, tu che conosci molto bene tutta questa vicenda del Gennaio 1918 ci puoi spiegare?

D.T. Da quello che vedo nel Manifesto, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’ e non solo Lucien, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgine, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri ‘cinque lapidi’ che riportano Lucien Lizé all’Hotel des Invalides a Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de FochLes 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 bombe sui loro obiettivi (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé  fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale di evacuazione di Galliera (Veneta) n. 38, dove è morto alle 9.30”.  Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera (Veneta), sede dell’ospedale militare francese dove fu portato, forse perché non si fidavano dei medici italiani o dagli ospedali che erano in funzione dal 1915 e quello civile che già esisteva dall’800.

A.M. D’accordo, ma il fatto che desta il nostro stupore è la frase riportata nel Manifesto municipale e dai vari autori che si sono occupati di questa notizia (Gianpaolo Bordignon Favero, Luigi Urettini, Giacinto Cecchetto), cioè che il pluridecorato generale, nato a Angers (Maine e Loira) il 25 febbraio 1864, comandante di Artiglieria Decima Armata sarebbe stato colpito quasi incidentalmente, dato che si trovava vicino all’albergo Spada dove alloggiava. Per le fonti francesi invece fu “gravemente ferito organizzando i soccorsi durante il bombardamento aereo del Quartiere Generale (QG) francese di Castelfranco in Italia il cinque gennaio 1918”. Un piccolo dettaglio che gli storici e politici locali avranno dimenticato nella loro naturale vaghezza. Hai ragione, il 53enne ufficiale riporta i nomi dei genitori, figlio di Joseph Zacharie e di Renée Marie Lefort. Sposato il 20/06/1892 ad Angers con Alice Adrienne Lucie Safflège, con una figlia”, sempre secondo lo schedario del Mémorial. Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe. Non è chiaro se a Castelfranco o sulla Castellana. Certo che Castelfranco città divenne obiettivo militare. 

Il corpo del Generale Lizé si trova sepolto nell’Ossario di Pederobba, dove sono custoditi i resti dei 1200 caduti francesi durante le cruenti battaglie del Grappa e delle montagne vicine? Di che anno è l’Ossario Monumentale? E’ vero che è stato il governo fascista a costruirlo?

D.T. No il generale non è più in Italia. Dopo alcune vicissitudini è stato esumato e i suoi parenti se lo sono portato a casa nella tomba di famiglia, nella città dove era nato: Angers nel dipartimento del Maine e Loira.
L’Ossario di Pederobba fu voluto dal Maresciallo Pétain, e inaugurato nel giugno del 1937, contemporaneamente a quello Italiano di Bligny, dove riposano 3453 sodati italiani caduti in Francia. Altra storia da raccontare ormai dimenticata, anche dai francesi stessi, nonostante agli italiani al comando del tenente generale Alberico Albricci, insignito della Legion D’Onore, debbano la loro gratitudine per aver impedito nel luglio 1918 lo sfondamento del fronte da parte dei tedeschi sul Bois des Eclisses e Bois de Coutron, nella seconda battaglia della Marna.

Però per ironia del destino, non unica per gli Italiani, tre anni dopo, giugno 1940, “il re, Mussolini e Badoglio e tutta la camarilla monarchico-fascista-plutocratica, partivano in guerra contro la Francia e l’Inghilterra, essi continuavano, con le armi, la criminale politica di provocazione del fascismo imperialista”, cioè amici fraterni e vent’anni dopo nemici. L’italiano sa costruire solo monumenti ai caduti.

A Castelfranco c’è una lapide nel Cimitero comunale con morti francesi…, ci sono ancora?
D.T. No. Erano stati sepolti nella parte iniziale del cimitero comunale dove ora c’è lo spiazzo in cui è situato il cippo dei marinai. Furono esumati e posti nel loro monumento di Pederobba. Nel nostro cimitero sul muro di fronte al monumento ai partigiani è presente una lapide del tempo che rimanda anche alle gesta di Bligny, nella Marna.

A.M.
Il Manifesto nella sua forte retorica raffazzonata parla di “popolo delle terre venete” e di “nostro Popolo nel mondo”, un minuscolo e un maiuscolo. Ci sono differenze fra i due “popoli”, quello veneto e quello nazionale? Il primo sarebbe minore rispetto al Popolo italiano? Qui la giunta leghista si è presa una cantonata. Che sia da avvisare i Veneti autonomisti?
L’inizio del primo paragrafo del Manifesto, riporta il logo istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale in merito alle celebrazione della Grande Guerra, e dice che, il 4 Novembre è “Una commemorazione voluta per celebrare la vittoria nella Grande Guerra, questo è scritto nei libri di storia, ma che per noi, popolo delle terre venete, rappresenta il capitolo più tragico e drammatico del nostro recente passato che ha segnato per decenni il nostro vivere”.

Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

D.T.
Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–           il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale  alla rubrica eventi nulla risulta;
–          le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–           Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–          Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

A.M. Per Montanelli e Cervi, le condizioni generali dell’armistizio prevedevano che all’Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci fissati dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si teneva a Versailles e che avrebbe dato luogo all’armistizio di Compiègne. L’unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità, che non era interesse italiano far entrare in vigore prima di aver occupato militarmente tutti i territori previsti dal trattato. Il mattino del 3 Novembre le truppe italiane dilagavano oltre le linee austriache mentre la delegazione austriaca raggiungeva Villa Giusti (Padova) dove il comando italiano si sarebbe più tardi accordato con von Webenau, per l’interruzione delle ostilità 24 ore dopo la firma del trattato. L’armistizio fu firmato a Villa Giusti alle 15:20, con la clausola che sarebbe entrato in vigore 24 ore dopo, alle 15:00. Solo dopo la firma il generale Weber informò che alle truppe imperiali era stato dato l’ordine di cessare i combattimenti. Chiese pertanto l’immediata cessazione delle ostilità. Il generale Badoglio rifiutò in modo netto e minacciò di proseguire le ostilità. Fu così che le armi cominciarono a tacere il giorno 4 di Novembre, verso le 4 del pomeriggio.
L’armistizio fu quindi effettivo solamente 36 ore dopo che il comando austro-ungarico aveva dato unilateralmente l’ordine di cessazione delle ostilità alle sue truppe, che peraltro non avevano alcuna intenzione di condurre operazioni di combattimento.

A.M.
Il Manifesto non cita minimamente il Secondo Conflitto Mondiale, come se non fosse esistito. “Oggi ci raccogliamo insieme non solo per rendere onore ed esprimere la nostra Infinita gratitudine a quanti hanno sacrificato la loro vita in tutte le guerre” ; “Oggi dobbiamo sentirci fieri di essere italiani, di vivere in un paese democratico che fonda le sue radici nel sacrificio di migliaia di giovani”.

Hai qualcosa da aggiungere, non trovi riduttivo?
D.T. Forse perché è il 4 di Novembre è la data per antonomasia attribuita alla Prima Guerra mondiale.
Ciò non toglie, come giustamente dici, che visto che è l’unica data dopo il 25 Aprile, a far rifletter gli Italiani, soprattutto i giovani, sui risvolti che si accompagnano alle nostre guerre volute successivamente da un avventuriero, sarebbe bene che ci si ricordasse con senso critico e non solo patriottico, di tutto quello che abbiamo imposto agli altri. Citare unicamente in generale “tutte le guerre”, è tenere le distanze, accumunare tutti in unico sudario senza perciò entrare nel merito.

A.M.
Il Manifesto, a parte tante parole che si ripetono e qualche errore di sintassi, francamente ha una narrazione ormai sorpassata dai tempi, dagli accordi internazionali, dai valori veri e non subdoli che nascondono tranelli verbali di un falso patriottismo. Rivolto a giovani e scolaresche, andava citato l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…“, che accetta “in condizioni di parità con gli altri Stati , alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”
Detta in soldoni, ma molto male, il terzo paragrafo del Manifesto redatto dalla Residenza Municipale usa una retorica ‘cazzara’.
“Oggi il verbo del sacrifico sventola nel pennone più alto della Patria come vessillo di valori che devono rimanere saldi in tutti noi. Sul senso di responsabilità siamo chiamati ad agire che dobbiamo completarlo con la solidarietà, una virtù che contraddistingue il nostro Popolo nel mondo”.
Innanzitutto non si capisce nell’italiano usato quale sia “il verbo del sacrificio ….come vessillo di valori”, come se per difendersi da un attacco di drone o di “missile terra-aria” che sfuggono ai controlli radar si pensi al “tricolore” e non alla propria pelle, o alla propria famiglia… e che Dio ci protegga. Come successe ai poveri nostri nonni di trovarsi in trincea con topi, fango e schegge che arrivavano dal cielo con in testa un elmetto meno robusto di una pentola.

Che ne pensi?
D.T. E’ una retorica dei tempi, il nazionalismo in Europa e in Italia tengono banco; si paventa che questa posizione sia la soluzione dei mali dovuti alla mala politica, ai legittimi interessi che sono dovuti al popolo (o ai cittadini). Cose già viste in tempi andati e che democraticamente poi hanno portato a quello che oggi è in commemorazione. La memoria corta porta inevitabilmente all’egoismo e alla prevaricazione.
Almeno il generale Cadorna a discapito poteva dire che gli avevano dato un esercito che non esisteva (vero) e che i suoi collaboratori in gran parte erano degli incapaci, come si dimostrarono sul campo.

A.M. Più che nazionalismo dannunziano io trovo casereccio. Giusto che si faccia cenno all’Unità Nazionale e alle Forze Armate però non si deve mai dimenticare che l’Italia da sola non va da nessuna parte. A periodi alterni i francesi sono stati nostri alleati nella Prima Guerra Mondiale e nemici nella Seconda, in base ai principi di “solidarietà” e “fratellanza”. In calce al testo appare la firma “Dalla Residenza Municipale”, quasi fossimo sotto assedio. Un dispaccio emanato dall’ufficio del Sindaco o del suo segretario che ha vissuto giorni d’ansia per la caduta notturna di calcinacci del soffitto. Dà l’impressione che il Manifesto tricolore del 4 Novembre 2018 celi un “presidio post bellico” di bontemponi, come i noti cantori e coristi del “Careteo”, peraltro molto apprezzati nella loro ironica narrazione teatrale.
Qualcosa non quadra, come abbiamo spiegato. L’anniversario della fine della Grande Guerra che si sottoscrisse a Villa Giusti di Mandria (Padova) ha dato l’opportunità a questa amministrazione di ricordare il fatto di cronaca, commettendo un piccolo errore temporale: “il generale giunto a supporto in Veneto dopo la disfatta di Caporetto alla guida della sua armata e deceduto in uno dei bombardamenti che ha colpito la nostra Città”.
A parte la battuta, c’è da chiarire che gli anglo-francesi non parteciparono alle battaglie dell’Isonzo. Lasciarono l’Italia sola. Arrivarono alla fine del 1917. “Come dai testi di storia”.
Il redattore ufficiale del Manifesto municipale si è dimenticato che il “supporto” militare era allargato a tante altre potenze straniere, gli americani ad esempio erano a Fanzolo, vicino villa Emo per un campo della Croce Rossa.

A. M.
Nessuno vuole togliere il merito a questa amministrazione comunale “verde-tricolore” che dopo cent’anni decide di ri-evocare una tragica morte di un esimio ufficiale. La giustificazione nel dedicargli una lapide ha sapore di propaganda nostrana che meritava un’altra forma all’insegna della “pace” e della “solidarietà”.
Che valore ha questa frase del Manifesto che la morte del generale dovrebbe “insegnare a vivere meglio il presente e costruire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi”?
Per fortuna ormai più nessuno legge i manifesti discorsivi, altrimenti i polli si metterebbero a ridere. Mancano due passaggi importanti e di attualità.
Il primo è di carattere “diplomatico”. Saranno state avvisate le autorità francesi, il console onorario e l’Alliance Française? Dal Manifesto non sembra che ci sia un cenno “protocollare” e cerimoniale.
Il secondo non tiene conto che il Consiglio della Regione Veneto ha votato all’unanimità “Veneto terra di Pace” e che oggi “sabato 3 novembre alle ore 12:30, in Villa Giusti a Padova (località Mandria), sarà presente alla sottoscrizione del documento che dichiara il Veneto “Terra di Pace”, insieme all’assessore regionale alla cultura Cristiano Corazzari, anche il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, Erika Stefani. Alla firma della dichiarazione, che sarà inviata agli Stati che hanno combattuto nella prima guerra mondiale, sono state invitate le Università venete, l’ANCI, i Comuni capoluogo di Provincia e la Conferenza Episcopale del Triveneto.

Che ne pensi?
D.T. La cosa è un po’ più complessa.
I francesi e gli inglesi accorsero subito dopo Caporetto, ma si acquartierarono molto lontano dal Piave (tra Verona e Brescia) e attesero l’assestamento dell’esercito italiano sulla nuova linea, per non farsi coinvolgere in altre ritirate ed evitare la contaminazione dalle idee disfattiste presenti in qualche frangia dell’esercito italiano in ritirata.
I francesi posero successivamente il loro quartier generale a Castelfranco  (Decima Armata) e quindi rispetto agli inglesi ebbero una parte più importante nella convivenza con i nostri concittadini. Si veda la destinazione di una parte del nostro cimitero per le sepolture dei loro soldati. Le popolazioni erano già coinvolte nella guerra, fin dal 1915, diventano retrovia sotto la legislazione che le accomuna al territorio di guerra e quindi sotto giurisdizione militare e non più civile.
Per la cerimonia in discussione, mi sarei aspettato che per il generale Lizé, senza nulla togliere agli altri attori, si fosse chiamato un famigliare, che so magari il console francese, il sindaco del paese di Angers, questo per dar risalto alla commemorazione e caratterizzarla nel suo giusto valore con un legame di riconoscenza reciproca.
Se fosse stato ben organizzato, avrebbe potuto diventare un qualcosa che risaltava anche a livello nazionale, distinguendo l’avvenimento di una veste che va oltre i limiti cittadini. Nel tempo in cui tutti parlano di turismo, questo poteva diventare motivo di battage pubblicitario per invogliare qualche francese a visitare la nostra città, complice anche il territorio in cui i fatti della Grande Guerra possono essere ancora vissuti tramite le visite nei luoghi recuperati, di cui il nostro territorio abbonda. Non solo di Giorgione si vive.
Mi ricordo che negli anni della scuola, il francese era la lingua d’obbligo, Castelfranco Veneto allora si era gemellata con il paese francese di Les Andelys, quindi questo connubio italo-francese era già stato seminato, perché non riesumarlo complice la targa da posare?
Certamente un generale non è più importante dei cittadini inermi, la differenza sta che il primo trova lustro e risalto nella morte, per gli altri la morte è un fatto quasi scontato e forse dovuto.
Per concludere una riflessione, il comportamento della Francia nei nostri riguardi non è mai stato rispettoso delle nostre aspirazioni, siamo stati visti sempre come dei concorrenti che volevano togliere spazio e quindi limitare i loro interessi, da ciò si veda il trattato di Versailles dove non ci furono concesse la Dalmazia e Fiume e i possedimenti tedeschi furono spartiti tra la Francia e l’Inghilterra. Le nostre aspirazioni africane sull’Abissinia furono negate; la Francia inoltre non vedeva di buon occhio una Dalmazia italiana poiché avrebbe consentito all’Italia di controllare i traffici provenienti dal Danubio. Il risultato fu che le potenze dell’Intesa alleate dell’Italia opposero un rifiuto e ritrattarono parte di quanto promesso nel 1915.

A.M. Un’ultima questione. In questa cerimonia non si parla di uso di armi di distruzione di massa, eppure un cenno non sarebbe stato banale. “Umanizzare” la guerra sembra un paradosso per la festa delle Forze Armate. L’uso della chimica a Cima Grappa fu ripetuto più volte?

D.T.
A riguardo dei gas da te citati, per una annotazione storica, Fritz Haber tedesco, fu il fautore dell’impiego dei gas nei campi di battaglia. Le sue ricerche hanno reso possibile l’uso dei gas tossici come l’iprite e il fosgene come armi di distruzione di massa, durante la prima guerra mondiale. Dopo la prima guerra mondiale, Haber fu incriminato come criminale di guerra a causa della violazione delle convenzione dell’Aja e fuggì temporaneamente in Svizzera, ma ciò non gli impedì di ricevere il premio Nobel per la chimica nel 1918 con la motivazione “per la sintesi dell’ammoniaca dai suoi elementi. Nel periodo fra le due guerre mondiali Haber si interessò di insetticidi e mise a punto il procedimento per la sintesi dell’acido cianidrico, denominato commercialmente Zyklon B, che era destinato in origine alla disinfestazione di pidocchi ed altri parassiti e che fu poi utilizzato per uccidere i prigionieri dei campi di sterminio nazisti.

Il cartone di Guernica, realizzato da Pablo Picasso e raffigurante la sua opera capolavoro da cui è nato l’arazzo commissionato da Nelson Rockefeller ed esposto all’Onu, arriva a Padova al Museo Della Terza Armata, che presenta cimeli della Prima Guerra Mondiale. In un momento di ricordo della fine di un periodo di tragedia e dell’inizio di una nuova fase di speranza, accaduto cento anni fa, il Guernica ci aiuta a ricordare tutti gli orrori che una guerra porta con sé. Per qualche giorno è esposto a Villa Giusti assieme ai fogli dell’Armistizio firmati dalle autorità militari italo.-austriache.

VENETO TERRA DI PACE. Legge regionale 25 ottobre 2018 n. 35
4 novembre 2018: GIORNATA DELL’UNITÀ NAZIONALE E DELLE FORZE ARMATE. Una targa ricordo per il Generale Lucien Zacharie Mairie Lizé
deceduto a seguito del bombardamento aereo del 4 Gennaio 1918 in piazza Giorgione. Curiosità e lacune del testo emanato dalla Residenza municipale