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1509, PADOVA. LA LEGA DI CAMBRAI E LA CANZONE DELLA GATTA….[ANCHE A CASTELFRANCO ABBIAMO LA FARMACIA ALLA GATTA…CHE SIANO PARENTI?]

L'immagine può contenere: spazio all'apertoNel 1509 quasi tutta l’Europa, attraverso la lega di Cambrai, dichiarò guerra alla Serenissima; e dopo la disfatta di Agnadello (14 maggio) la Repubblica Veneta perse quanto aveva conquistato nei secoli precedenti: la Francia occupò la Lombardia Veneta (Crema, Bergamo e Brescia), l’imperatore Massimiliano conquistò le città venete (Verona, Vicenza e Padova), solo il popolo trevigiano rimase fedele a Venezia nel nome di San Marco.
Da lì a poco, il 17 giugno la Serenissima con Andrea Gritti e con l’apporto determinante del popolo padovano riconquista Padova e si prepara a difenderla dal contrattacco dell’Imperatore.
Una delle roccaforti padovane fu il bastione Coalonga (Codalunga) dove venne issato un drappo che, nelle intenzioni degli autori, doveva raffigurare il Leone di San Marco … peccato che l’ignoto artista non fosse particolarmente dotato e così il felino fu ironicamente chiamato “la gatta”.
La gatta venne proditoriamente rubata da un soldato spagnolo, alleato degli imperiali, che ricevette in premio dall’imperatore la bella cifra di 100 scudi e per le truppe spagnole l’opportunità di attaccare per prime il bastione e di essere avvantaggiate nella corsa alla ricompensa promessa dal cardinale Ippolito d’Este, per conto del papa Giulio II, di ben 10.000 scudi d’oro a chi avesse riconquistato per primo la città patavina.
Come si può leggere sul sito www.muradipadova.it contro il bastione furono orientati sei grossi mortai e un grande cannone a lunga gittata; gli furono sparati contro circa 1500 proiettili nella sola giornata del 26 settembre 1509.
Nello stesso giorno le truppe spagnole sferrarono l’assalto contro la fortificazione, riuscendo a conquistarla; il capitano Citolo da Perugia aveva sistemato al centro la polveriera e la fece saltare in aria uccidendo centinaia di nemici; questo permise ai padovani di ribaltare la situazione e di respingere l’offensiva delle truppe imperiali e spagnole.
Fu uno dei momenti decisivi per la sopravvivenza dello Stato Veneto; in quella occasione furono scritte diverse canzoni e canzonette; una delle più popolari fu questa conosciuta come “La canzone della gatta” :
Su su su, chi vuol la gata
Vengi innanti al bastione,
Dove in cima d’un lanzone
La vedeti star legata.
Su su su.
Su, Spagnoli, che avantati
‘nanti al sacro imperatore
S’el vi dà de’ soi ducati
Del bastion la gata tóre!
Citol v’è, e da tutt’ore
Se li tien la guarda fata.
Su su su.
Su, Todeschi onti e bisonti,
Su su su, for de la paglia;
Voi mai più passate i monti
Se verete a dar bataglia:
Vostre arme poco taglia
Se la faza v’è mostrata.
Su su su.
Su, Francesi, su, Vasconi,
Che le mure sum per terra,
E la gata cum so’ ongioni
Si vi chiama a questa guerra,
Dove a tuti in questa serra
Morte cruda vi fia data.
Su su su.
Su su, o ladri Ferraresi,
Su, asasini traditori,
Altro è qui che fanti presi
Da spogliare l’armi fori:
Ma per questi et altri errori
Fia Ferrara sachegiata.
Su su su.
Su, bastardi Taliani,
Di canaglie oltramontane,
De Francesi et Alemani
Figlie e moglie sum putane:
Vostre voglie sono insane
A voler con noi la gata.
Su su su.
Su su, o papa, o imperatore,
Su, tu, Franza, su, tu, Spagna,
Portarì il bel’ onore
D’esser stati a la campagna
Col Lion, che sol guadagna
Tanti re, tanta brigata.
Su su su.
Su, se altri è che disponga
De volerla, re o barone,
Vengi for de Coalonga
Della porta sul bastione,
Ch’ivi sta: ma chi è poltrone
Non vi vengi, ch’ela i grata.
Su su su.
Li Spagnuoli la voleano
Pur pigliar con suoi avanti,
Perché mai non credeano
Nostri fosen si bon fanti;
Si che morti tuti quanti
Impiérno i fossi quella fiata.
Su su su.
Venner poi Francesi asai
Con Tedeschi per brancarla,
E di loro alcun fo mai
Che se ardisse di tocarla;
Talché lor senza pigliarla
Fórno morti con gran strata.
Su su su.
Che la voglia questa gata
Non se trovan più persone,
Poiché insieme mai pigliata
Non l’han quattro gran corone;
Di che il mondo sta in sermone
Quanto l’è gagliarda stata.
Su su su.
Già doi mesi sum passati
Che persone centomillia
A la gata intorniati
Volean fare mirabillia;
Chi a piedi, chi a brillia,
De noi tuti far tagliata.
Su su su.
Or partita in la malora
È la cruda e vil canaglia,
Che credea da tutt’ora
A la gata dar travaglia;
Ma sue onge, che arme smaglia,
Morte acerba a molti ha data.
Su su su.
Il testo è alquanto …colorito (tedeschi onti e bisonti, bastardi italiani, assassini ferraresi ecc.) ma mi sembra giusto riproporlo come l’ho trovato.
Ettore Beggiato

I soldati veneti con l’Austria contro i fratelli con i Savoia: una Storia intrigante

Il padre dell’unificazione tedesca, il cancelliere Otto von Bismarck sosteneva che il risorgimento italiano era, in realtà, figlio delle “3 S”, Solferino, Sadowa e Sedan.
A Solferino i francesi avevano sconfitto gli austriaci, a Sadowa i prussiani sconfissero gli austriaci e a Sedan i prussiani batterono i francesi; i Savoia in seguito alle altrui vittorie portarono a casa la Lombardia, il Veneto e Roma.
Il 3 luglio 1866 si svolse a Sadowa (Koniggratz) nella parte settentrionale dell’attuale Repubblica Ceca,  ci fu lo scontro fra l’esercito prussiano, comandato da H. von Moltke e quello austriaco guidato da L. von Benedek;   alla fine della giornata si contarono quasi 2.000 morti nell’esercito prussiano e oltre 5.700 deceduti in quello austriaco; l’esercito prussiano fece ben 22.000 prigionieri.
La battaglia di Sadowa fu determinante sui due fronti: a nord,  i prussiani vittoriosi posero le basi  per la grande confederazione tedesca, a sud,  nella guerra italo-austriaca gli italiani, infatti, pur sconfitti dall’Austria sia per terra (Custoza) che per mare (Lissa), grazie alla vittoria dell’alleato prussiano poterono alla fine della guerra, e dopo  il plebiscito-truffa che tutti conosciamo, annettersi il Veneto, il Friuli e la provincia di Mantova.
E’ interessante, però, dal nostro punto di vista, sottolineare un altro aspetto di notevole importanza.
Infatti subito dopo la pesantissima sconfitta Vienna chiese la mediazione di Napoleone III offrendogli il Veneto a patto che l’Italia si ritirasse dalla guerra; il 5 luglio Vittorio Emanuele II ricevette il telegramma con il quale Napoleone III prospettava di cedere il Veneto all’Italia in cambio di un armistizio preliminare alla pace; il governo italiano però si dichiarò immediatamente contrario a una proposta così umiliante, puntando a una rivincita sul mare che salvasse, almeno una volta, l’onore italico… non potevano sapere, che qualche giorno più tardi, sarebbero stati pesantemente sconfitti a Lissa dalla marina austriaca, nella quale i marinai Serenissimi ebbero un ruolo fondamentale, e che alla fine il Veneto sarebbe finito all’Italia solo dopo esser stato passato alla Francia: una delle tante umiliazioni per il governo italiano …
A Sadowa  va ricordata, inoltre,  la grande determinazione dei soldati veneti, inquadrati nell’esercito austriaco,  che  ricevettero svariate decorazioni dall’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe; l’epopea dei giovani soldati veneti arruolati nell’esercito austriaco fu magnificamente descritta nelle memorie di Giovanni Boldrin soldato di Fanzolo (Tv) nelle quali parla delle  “Oribili e spaventose bataglie”.

Ettore Beggiato
Autore di “1866: la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia” 

BRASILE, Serafina Correa, Rio Grande do Sul: XXII incontro dei difusori del Talian (veneto-brasiliano)

In questo fine settimana e precisamente nei giorni 9, 10 e 11 novembre si terrà  nella cittadina brasiliana di Serafina Correa, Rio Grande do Sul, il ventiduesimo incontro nazionale dei diffusori del talian (veneto-brasiliano).

La tre giorni, che viene organizzata ancora una volta da Paolo Massolini, medico chirurgo di lontane origini vicentine, straordinario protagonista della lotta per la tutela e la valorizzazione del talian, inizierà venerdì 9 e prevede “Filò con brodo, storie,frotole e busie”, nella giornata di sabato inizieranno i lavori con diversi gruppi di studio sui rapporti con le istituzioni e con le università e sullo “stato di salute” del talian con particolare riferimento alla presenza nei mass-media mentre domenega 11 alle ore 8 “Messa in talian del prete Alberto Tremea” alla quale seguirà l’assemblea generale con la nomina del nuovo direttivo.
L’iniziativa assume quest’anno un significato del tutto particolare vista la recente elezione a Presidente del Brasile di Jair Bolsonaro, la cui famiglia partì dal Veneto alla fine dell’Ottocento.
Sono passati quattro anni dal riconoscimento ufficiale da parte del governo federale brasiliano del talian come “Patrimonio Culturale Immateriale del Brasile”;  prima lingua minoritaria brasiliana che ha ricevuto tale riconoscimento; il talian viene correntemente parlato da milioni di brasiliani soprattutto nei tre stati del Brasile del sud, Rio Grande so Sul, Santa Catarina e Paranà, ma anche negli stati di San Paolo e di Spirito Santo.
Ma come si può definire “el talian” ?  Gli studiosi definiscono el talian  (o veneto-brasiliano), l’ultima lingua neo-latina conosciuta, singolare koinè su base veneto-centrale nella quale si innestano termini brasiliani; una lingua “viva”, usata quotidianamente sul lavoro o all’università, per scrivere canzoni e poesie, in  teatro, alla radio o alla TV.  Ecco come la descrive Darcy Loss Luzzatto autore di un vocabolario “Brasiliano – Talian” di oltre ottocento pagine:
“I nostri vecii, co i ze rivadi, oriundi de i pi difarenti posti del Nord d’Italia, i se ga portadi adrio no solche la fameia e i pochi trapei che i gaveva de suo, ma anca la soa parlada, le soe abitudini, la soa fede, la so maniera de essar…. Qua, metesti tuti insieme, par farse capir un co l’altro, par forsa ghe ga tocà mescolar su i soi dialeti d’origine e, cossita, pianpian ghe ze nassesto sta nova lengua, pi veneta che altro, parchè i veneti i zera la magioranza, el talian o Veneto brasilian.”

Nel vocabolario troviamo, per esempio,  un termine praticamente intraducibile in italiano, ma che i veneti conoscono benissimo “freschin”: in brasiliano diventa “odor desagradavel” e per spiegarlo meglio l’amico Darcy aggiunge un “Che bira zela questa? La sa de freschin!” che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni…..
E’ straordinario come i discendenti di quei veneti che partirono nel lontanissimo 1875 (in seguito alle disastrose condizioni nelle quali il Veneto si era venuto a trovare  dopo l’annessione  all’Italia) abbiano conservato un simile patrimonio d lingua, cultura, civiltà; ed è ancora più incredibile se pensiamo che, durante la seconda guerra mondiale il “talian” venne proibito dall’allora dittatore Getullio Vargas.
Il Brasile entrò in guerra a fianco degli alleati e proibì sia l’uso del talian che del tedesco; diversi emigranti finirono in carcere e la loro non fu una sfida politica ma l’impossibilità di parlare un’altra lingua che non fosse il “talian”; ma nonostante questo la lingua dei veneti del Brasile ne è uscita più forte e più viva che mai.
Un altro pericolo per la lingua dei veneti “de là de l’oceano” è costituito da quei docenti che partono dall’Italia con l’obiettivo di portare la lingua italiana “grammaticale” come viene da loro chiamata.
Ecco quanto denunciava  Padre Rovilio Costa, scomparso qualche anno fa, vero e proprio patriarca della cultura taliana in Brasile, in  un messaggio chiaro e senza fronzoli, diretto a chi arriva dall’Italia e dal Veneto:
 “Prima de tuto, che i italiani, sia veneti o de altre region, i vegna in Brasil rispetando la nostra cultura taliana, la nostra lengua che la ze el talian, no par imporre el so modo de veder e de far”.
Lascio la conclusione a  Darcy Loss Luzzatto, a una sua poesia che dovrebbe essere diffusa nel nostro Veneto, dove scandalosamente c’è gente che si vergogna di parlare la lingua veneta, soprattutto nelle nostre scuole:
“Com’e bela ‘a nostra lengua, com’è melodiosa. E poetica.  Basta parlada con orgolio  e alegria, mai con paura o co la boca streta e vergognosa.
E si con onor, con tanto tanto amor e simpatia”.

Ettore Beggiato
Cittadino onorario
Serafina Correa (Rio Grande do Sul)

P.S.
Il XII Congresso del Veneto-brasiliano, lingua ufficiale del Brasile riconosciuta di recente anche dall’Unesco, merita tutta l’attenzione dell’opinione pubblica perchè s’iscrive in un momento storico di grande richiamo: da una parte l’elezione di un presidente dello Stato di origini padovane che mette fine al lungo e sofferto isolamento, voluto anche dalla pacifica integrazione dei Veneti emigranti, dall’altra la sottoscrizione del Protocollo d’intesa tra Miur e Regione Veneto per la diffusione e l’insegnamento nelle scuole di tutti i gradi la cultura veneta. Il fatto che ci sia un “contratto”, se così si può definire, tra le due  principali istituzioni, governo centrale e regione con i rispettivi uffici e sigle sindacali, dovrebbero scomparire piano, piano tutte quelle forme antipatiche di sabotaggio e superficialità che causano incomprensioni e ritardi. La stessa Europa si fonda sul rispetto delle minoranze etnico-linguistiche culturali e guai a chi le vorrebbe annientare o diluire come fossero uno “sciroppo”. Come gli altoatesini non si sentono “italiani” così pure anche i veneti “brasiliani” si sentono “taliani”.
Il Veneto per sua lunga e secolare tradizione deve riprendersi il proprio ruolo nello scacchiere delle Regioni europee e nella amministrazione centrale. La diffusione della storia veneta all’interno della Scuola dovrebbe rientrare nei programmi didattici assieme ad una chiara e motivata conoscenza delle “istituzioni” di reciproco rispetto. Quello che purtroppo da molto tempo non si fa. L’educazione civica è stata assorbita e annientata dalla cosiddetta “inclusione” e della “cittadinanza attiva” come temi e programmi parossistici che contengono precise strategie ideologiche di lavaggio del cervello dei giovani e di una ramificazione clientelare più politica che civica. Un esempio per tutti: “costituzione di un presidio Libera dentro un Liceo in cui gli appartenenti pagano una quota di “socio” che il docente ricambia ...” non è forse un’ingerenza?
Nello stesso istituto il docente che insegna latino mai una volta che abbia portato esempi delle origini della lingua veneta dal latino o quello di storia che abbia messo in evidenza che cosa rappresentasse la Repubblica Serenissima nella diplomazia, nell’arte e nei commerci. Forse perchè di origine meridionale?
Un dubbio sorge nel momento in cui si constata che più della metà dei dirigenti scolastici che operano nella nostra Regione sono avulsi o totalmente impreparati della storia veneta. E questo purtroppo fa male sia “a noi” che abbiamo deciso di vivere e risiedere in questa Regione sia al resto d’Italia. Tuttavia anche la Regione Veneto dal 1970 in poi ha trascurato ampiamente questa ricchezza, avvolta da assurde ideologie importate da Mosca o Washington. La dottrina estrema del liberalismo e del comunismo non ha certo aiutato di far crescere l’individuo, anzi lo ha (ancora oggi) indebolito nella crescita e nel sentimento comune del rispetto reciproco.

NELLA FOTO 5 NOV 2018: Cuore di caròba, caruba.  Dall’arabo “harrub” attraverso il basso. Lat. “caruba”. Seca come na caruba, magrissima. (Diz. Turato-Durante, VIII, 1995)

Ettore Beggiato con “La Repubblica Settinsulare (1800-1807)” fa rinascere un puro sentimento autonomista

E’ uscito il nuovo libro di Ettore Beggiato “La Repubblica Settinsulare (1800-1807)” con la presentazione del prof. Ulderico Bernardi, la copertina di Martina Tauro “La poiana”, stampato  da Editrice Veneta di Vicenza, sarà nelle principali librerie (anche on line) al prezzo di 12 euro.

“Il diciannovesimo secolo era appena incominciato quando sulla carta geopolitica della vecchia Europa stava per apparire un nuovo stato: la Repubblica Settinsulare (o Eptaneso) composta dalle sette isole ionie (Corfu, Passo, Cefalonia, Zante, Santa Maura, Itaca e Cerigo) che avevano appena chiuso, nella maniera traumatica che tutti sappiamo, la secolare appartenenza alla Serenissima Repubblica Veneta, e che continuavano in questa nuova dimensione statuale la loro esperienza comune.
La nuova Repubblica nasceva con la benedizione della Russia zarista e dell’impero ottomano, ma su queste isole così strategicamente importanti avevano già manifestato le loro intenzioni sia la Francia, occupandole nel 1797 e pronta a tornare nuovamente da conquistatrice nel 1807, che l’Inghilterra, la quale dovrà attendere il 1815 per farne un protettorato, inventando proprio qui quel concetto che poi esporterà in tutto il mondo.
La nuova Repubblica, avente per capitale Corfù, decise liberamente e democraticamente , di mettere sulla propria bandiera il Leone di San Marco con il libro chiuso e le sette frecce rappresentanti le sette isole, lo stesso simbolo della Serenissima.
Evidentemente Venezia aveva lasciato un grande ricordo in queste Terre, e il Leone di San Marco rappresentava secoli e secoli di buongoverno, di lungimiranza e di saggia amministrazione  e proprio questa determinazione di voler continuare a far sventolare nel mar Mediterraneo il Leone di San Marco lo sta a significare in maniera inequivocabile.
Una storia, quella della Repubblica Settinsulare, che continua ad essere sconosciuta alla stragrande maggioranza del popolo veneto e l’obiettivo di questa modesto lavoro  è proprio quello di portare a conoscenza delle Venete e dei Veneti  questo momento storico significativo  e di invogliarli a visitare, conoscere e apprezzare  quelle  splendide sette isole che Braudel definiva “la flotta immobile di Venezia” nelle quali troveranno tante testimonianze della straordinaria civiltà della Serenissima.”

Il destino segnato di Ferruccio Macola o l’ideologia gioca cattivi scherzi? Sensazionale scoperta nel suo primo libro a 23 anni! Miatello ci racconta una nuova pagina di storia

Un chiarimento in base all’esperienza
Divieto di usare il cellulare per fotografare pagine di annate di Giornali di un secolo fa, tesi di laurea dattiloscritte di venticinque anni fa, libri vecchi e antichi. La consultazione in Archivio di Stato a Venezia o nella biblioteca universitaria di Facoltà è solo visiva! Al massimo una penna e qualche foglio.
L’Italia si nasconde dietro la censura e l’austerity. Poi se scoviamo in Rete un cataloghino del 1825 della London Maddox Gallery (presso la Oxford Library) e si risale finalmente all’origine di un’opera d’arte sparita (di Veronese? o di un suo collega, quale fu Anselmo Canera? venduta da un certo bassanese litografo G. Vendramini, di cui si possiede e firma la stampa originale ma non si sapeva di più) che il noto storico mercante on. Vittorio Sgarbi convincerà l’altrettanto grande doge corrotto Giancarlo Galan a sborsare duecentomila euro pubblici per una patacca (“no è di Veronese ma di un suo collega”, “frammento gravemente manomesso”) allora i giornali sono contenti dello scandalo (scoop di Alda Vanzan per Il Gazzettino e tutti gli altri accreditati giornalisti a Palazzo Balbi, come l’amico Gianantonio Schiaffino che ci sganassava). Non certo i nostri due artefici paladini e nemmeno i veneti che si sono trovati gabbati. Purtroppo la storia raccontata da chi copia e ricopia, come quella della soprintendente, ci obbliga con il senno di poi di denunciare questa inutile censura della burocrazia borbonica e mussoliniana. Peccato che lo scrittore Antonio Scurati sul suo recente “M” non se ne sia accorto, lui che dice di aver svolto per tre anni lunghe ricerche di archivio. Non ci crediamo proprio che abbia dovuto perdere giornate intere dentro l’archivio ma si sia fatto consegnare fotocopie ecc., dato che è conosciuto di essere un accanito scrittore nottambulo.

La difficoltà materiale di fare ricerca
Affrontando la lettura di quello che ci rimane di Ferruccio Macola, annate dei giornali che ha diretto, libri scritti, articoli sparsi, in base al lungo elenco che Fulvio Conti (Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani) e l’Archivio parlamentare di Montecitorio hanno pubblicato, possiamo rallegrarci e farci una pernacchia. Le annate de Il Secolo XIX di Genova o della storica La Gazzetta di Venezia non sono online. Tanto meno si possono fotografare con il cellulare. Il divieto per noi mortali cellularizzati e con scarsi doti finanziarie è assoluto, poi se ci fosse qualche fortunato con la lettera in mano di qualche Ateneo o Fondazione privata, allora le porte si aprirebbero immediatamente. Non credo che un professore ordinario abbia il tempo di passare ore e ore per sfogliare un’annata di cento anni fa. Per i venticinque libri e saggi pubblicati da Ferruccio Francesco Macola (1861-1910) la stessa ed identica risposta: “molti non si possono avere con il prestito interbibliotecario, “sono fragili” e lontani, sparpagliati qua e là. Inutile chiedere una foto delle pagine scelte se non si possono sfogliare. A differenza di altri Paesi che ci fanno compagnia quando siamo con gli Americani, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Canadesi al G7 (G10), sulla gestione della nostra Storia abbiamo un’arretratezza da Jurassik Park. Ma forse per quest’era o per quelle meno lontane del neolitico e del rame (4000-2000 a.C.) ci sono Fondazioni internazionali che ci sanno fare e riportano alla luce frammenti della cultura di seimila o più anni fa, scavando, fotografando, comparando, analizzando scientificamente oggetti, minuscole targhette, papiri, gioielli, armi, arnesi. A queste non viene vietato nulla. E’ importante che non arrivano dopo i saccheggiatori, tombaroli e terroristi dell’Isis. Ci si mette d’accordo con lo Stato, la tribù, il sovrano e si paga dazio, se necessario. Il mondo si arricchisce di nuove scoperte, vie commerciali, culture, caratteristiche antropologiche che prima nemmeno si sognavano.

L’esempio di primaria importanza della Fondazione Ligabue
La preziosissima collezione allestita dalla Fondazione Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia (“IDOLI. Il potere dell’immagine“) ne è un esempio mirabile che rivoluziona il sapere standardizzato che purtroppo continua a peggiorare nella formazione dei nostri liceali. Gridare non serve a nulla. I libri di testo modellati su schemi di 50anni fa sono uno schiaffo alla cultura e all’investimento che fa ogni famiglia per suo figlio. I libri scolastici sono una miniera inesauribile per le solite casi editrici che possono permettersi di strapagare il lancio di saggi e romanzi che per tre quarti vanno al macero, come del resto quotidiani e riviste. Non capisco come mai una biblioteca comunale (es. quella di CV.to) debba tenere in bella mostra 58 riviste, quando sono appena tre o quattro sfogliate. Non capisco nemmeno che ci siano 12 quotidiani su un tavolo dove ci stanno appena quattro sedie per i lettori accaniti della pagina sportiva, di quella locale o addirittura che gli serva per coprirsi da occhi indiscreti mentre sta caricando il suo i-pad o guardando l’andamento della borsa. Questa è la città di Giorgione con una delle biblioteche più belle del Trevigiano. Un ex Monte di Pietà, tra il Duomo e la Canonica, con qualche affresco, ritratti e paesaggi d’epoca e tre sale dedicate a Giorgio Lago, Tina Anselmi, Gino Sartor. In basso c’è la saletta Guidolin, un altro resosi famoso come antifascista.
Di Ferruccio Macola, giornalista, onorevole, saggista, uomo di mondo il nulla. Il suo primo saggio con dedica per l’abate dott. Luigi Viani che per nostra fortuna legò alla Biblioteca.
Per la nostra Storia, dicevamo, vige la più alta stupidità del potere, anzi mantenendoci in uno stato antiquato di strutture (ancora tanto personale imbucato e poche macchine) che subiamo nel Terzo Millennio violenza e malversazione. Che paura c’è di lasciar fotografare con il cellulare, fra l’altro senza flash e con una mano tremolante, pagine di annate di un giornale di cento anni fa o pagine specifiche di un autore che possa rappresentare un interesse per il ricercatore e dell’intera comunità?
“E’ vietata qualsiasi forma di riproduzione: fotocopia, macchina fotografica, cellulare”, recita le lettera standard di risposta alla nostra collega Graziella Andreotti, corrispondente da Rovigo, che chiedeva la consultazione delle annate de La Gazzetta di Venezia conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Capisco l’uso di una fotocopiatrice con i suoi lampi di luce potente o per la minore grandezza del vetro rispetto al paginone (grande formato dei giornali stile ‘800) o per libri antichi o vecchi che pressati si possono facilmente rovinare. Ma un cellulare tenuto con le mani a venti centimetri di altezza senza flash che pericolo c’è? Oltre al disagio manuale c’è anche quello economico. Il su e giù costa, non è gratis, cara signora burocrazia romana. Vergogna.
Alla fine diciamo che la “Storia” diventa “storia” ed i furbacchioni oltre ad essere bugiardi ci raccontano quello che vogliono, anche senza aver mai letto il libro, il saggio o sfogliato il giornalone, com’è il caso del castellano Ferruccio (nato a Camposampiero nel 1861 ma residente dal 1866 al 1910) a Castelfranco Veneto e qui eletto deputato nel collegio Asolo-Castelfranco durante cinque legislature (1895-1910). Non è forse un personaggio da narrare? Ha scritto su: autonomia, decentramento, regionalismo, emigrazione veneta e italiana da proteggere, contro le campagne colonialiste in Africa, contro la corruzione non solo nel Meridione, proponeva una via ferrata con tram a vapore da Bassano a Montebelluna e Castelfranco. Mica stupido. Sicuramente una linea ferroviaria da Montebelluna a Bassano e da Caselle di Asolo fino a Castelfranco avrebbe contribuito ad uno sviluppo del territorio della Pedemontana che si è ritardato nel tempo.
E’ morto a 49 anni di tisi con i palliativi dell’epoca: vapori caldi e morfina, quando proprio non ce la faceva più. Forse sono state le celle del collegio, il lavoro di macchinista al Duilio, i viaggi in America Latina, in Brasile o in Africa a rovinargli i polmoni?

Proposte concrete, non le solite battaglie di parole e paroloni alla Saviano, Camilleri, Cacciari
L’Europa di questi giorni dedicati al “Mef”, che non è “Merd” o “Bef” ci bacchetta per bocca del socialista Moscovici e del “barcollante” Junker che l’Italia non può sforare il 2.4, anzi si dovrebbe stare sotto l’1.8 già da subito. Il governo cerca di ricorrere al riparo, dati gli impegni assunti alle ultime politiche, non può rimangiarsi le promesse. La sinistra ormai ridotta ad un partitello aumenta la dose sui diritti politici e civili, mai economici. Troppo difficile per quasi tutti loro che sono impiegati statali, parastatali e parassiti. Parlano ancora di grandi opere di migliaia di miliardi che dovrebbero pervenire dagli stranieri che non hanno “fiducia” nell’Italia che non comperano titoli di Stato a tasso di rendimento meno di uno. La lega dice mettiamo obbligatoria la leva per i giovani dai 18 ai 25, un anno per ciascuno non fa male a nessuno, poi li paghiamo, vestiamo, cibiamo e li istruiamo. La sinistra parte all’attacco “no esercito, no militarismo”. Siamo pacifisti e anti reati umanità fanno da grancassa quelli di Leu e sigle esterne. Perchè non attuare il vecchio progetto della digitalizzazione di biblioteche e archivi assumendo giovani laureati e studenti universitari che potrebbero dedicare 10-15 ore settimanali per bilanciare il loro gravoso costo alle famiglie? Le sinistre tacciono devono prepararsi per il congresso, poi per le primarie e quindi per le Europee con Macron e Corbin (che è fuori). Il comunismo all’italiana è pesante come una macchina ministeriale. Cambiamo il nome del partito. No, cambiamo le persone Si. Le idee camminano sulle gambe dei democratici e la mafia si sposta nell’aria.
La sinistra e i sapientoni come Calenda, Del Rio, Brunetta, Renzi, Tajani propongono grandi investimenti per rialzare l’Italia. La cultura per loro è solo turismo e convegni, salotti romani e selfie.

Casa Barbarella del conte Ferruccio Macola
Il deputato conte Ferruccio Francesco Macola sposò la bella ed avvenente figliola del signor Moresco e della contessa Felissent di Treviso (suo fratello divenne sindaco) ed andò ad abitare a Castello di Godego da questi. La villa è reclamizzata in Internet ma non si conosce l’attuale proprietario/a.
Comprò casa a Castelfranco Veneto, un’antica dimora che la leggenda vuole fosse del padre naturale di Giorgione, che porta appunto il nome di Barbarella (leggenda aurea o politica?). Un piccolo errore di datazione. Nel 1510 quando Giorgione morì di peste nel Lazzareto Novo di Venezia, lasciando un modesto inventario di cose personali recuperate dalla madre vedova (grazie alla scoperta della prof.ssa Segre, scanzonata dal vecchio Lionello Puppi), la villa non esisteva! La dimora è stata costruita sopra una montagnola artificiale a ridosso delle mura cittadine che potesse con i piani superiori “ricevere luce, raggi ed avere il piacere di vedere la lunga cortina montuosa con al centro il Monte Grappa e più sotto Asolo e il Cansiglio”. Le abitazioni a metà cinquecento non formavano ancora una bastia come si vede oggi. I portici sono ottocenteschi, pertanto il Barbarella aveva una veduta degagé. il Macola invece dal piano nobile e dalla Torretta (piccionaia) aveva ugualmente una bella veduta mozzafiato. Dentro un castello fortificato con un enorme spazio adibito “a giardino e stalle”. “E’ l’unica casa che si conosca costruita sopra una montagnola di una ventina di metri di dislivello. Non può franare perchè è a ridosso di mura medievali” e sotto dovrebbero esserci le cantine – ci spiega un nostro interlocutore.
Le cartoline che si vendevano nel ‘900 riproducono “villa Barbarella, ora del conte onorevole Ferruccio Macola” che mostrano in bell’evidenza una trasformazione moderna ed eclettica della dimora con una scalinata e balaustra di cemento, una facciata con tre orologi solari (fusi orari uguali) ed una torretta merlata in mattoni. Lavori progettati dall’arch. Giovanni Sardi, lo stesso che rifece la facciata cementizia di Palazzo degli Azzoni Avogadro in borgo Treviso, l’Hotel Excelsior al Lido di Venezia (1908) e l’Hotel Bauer a San Marco, oltre a ville del Lido e ad Asolo (come ci spiega il prof. Manlio Brusatin). Particolari questi che mettono Macola in stretta relazione col mondo veneziano e castellano: l’arch. Giovanni Sardi, l’ing. Spada, il sindaco conte Grimani, i conti degli Azzoni Avogadro, l’abate Luigi Viani, mons. Giovanni Bressan.
Nel 1884, a 23 anni, Ferruccio pubblica il suo primo libro a Genova (Come si vive nell’Esercito di 316 pagine). Dedica un capitolo alla sua città natale “Castelfranco Veneto”. Si sente che ha una forte nostalgia del suo Veneto. La scelta della dimora quale Casa Giorgione rappresenta una conquista sociale ed è un punto di riferimento. Entra in politica quando si trasferisce a Venezia nel 1889 (28 anni) e farà la spola con Castelfranco, Treviso e Padova. La Gazzetta di Venezia come altri giornali aveva propri candidati per le Comunali e le Provinciali. Nessuno lo dice. Infatti, e se ne vanta, è eletto consigliere provinciale di Treviso. Quindi il grande salto che non sarà stato tanto facile se ha battuto il concorrente con i resti dei voti dei cattolici. Questa opportunità è la prima che si conosca in Italia dove vigeva il non expedit di Leone XIII, cioè il divieto dei cattolici di entrare in politica. Di farsi bastonare, di pagare le tasse e di farsi deridere “per la stupidità di un clero romano consumato nell’ozio, nella ricchezza e nello sfruttamento”.
Poi leggiamo che Macola fu destinato a scomparire, ad uscire dalla Storia per “la sua stranezza e irrequietezza”, per “l’assassinio” causato al “bardo della democrazia” Felice Cavallotti, milanese ma di origini venete, che probabilmente sarebbe diventato un ministro di Giolitti. Quello stesso Giolitti che dai banchi della sinistra estrema era tutto uno scandalo di corruzione e sopraffazioni. Una sinistra che poteva trasformarsi di destra e viceversa. Molto spesso il Parlamento italiano viaggia per conto proprio. Ministri che si autodefinivano neutrali, non interventisti ma trescavano e si vendevano al miglior offerente. Gli italiani ci credevano e la chiesa fece il suo dovere. D’altronde il tasso di analfabetismo raggiungeva il 70 per cento, dicono le statistiche ma il tasso d’amore invece era quasi 100 per cento nei giornalisti, militari di carriera, comici…
“Come si vive nell’Esercito”
Proseguo sulla storia del giovane Ferruccio che si può dedurre dal suo primo libro del 1884 (unica testimonianza in biblioteca con una sua dedica a Luigi Viani, abate suo inegnante).
Come si vive nell’Esercito“, uno sfogo un po’ autobiografico e già con i germi di politico. Gli permise di farsi conoscere e di indirizzarsi ai tanti giovani che facevano il militare di leva. E’ un criticone sul regime “militarista” che andrebbe abolito e annota ruberie alla luce del sole. Ha 23 anni e da lì a poco dirigerà il nuovo giornale Il Secolo XIX di Genova.
Nel libro del 1884 ha una forte nostalgia di Castelfranco che nessuno se n’era accorto prima. Nel 1888 sbatte la porta e si fa liquidare: Va a Venezia e compera l’esangue Gazzetta di Venezia nel 1889 (che tutti sbagliano con il 1888). La riporta ad un buon livello di tiratura e consensi. Esce di pomeriggio, come il suo primo giornale genovese, che chiudono le redazioni alle sedici pomeridiane. Rimane direttore fino al 1902-03, fin quasi al 1909 con una piccola quota sociale. Nel 1895 fa propaganda per l’entrata a Venezia del nuovo cardinale Giuseppe Sarto di Castelfranco-Riese che lo conosceva molto bene, se dal papa, si vanterà di avere “importanti appoggi a Roma”. Era direttamente connesso con i monsignori che fungevano da consiglieri personali. Va contro il sindaco laico “anticlericale” Selvatico che voleva abolire le lezioni di religione nelle scuole veneziane, che verrà brutalmente battuto nel 1897 dal nobile Grimani, suo stretto amico e azionista della Gazzetta di Venezia. Qualcuno scrive che Ferruccio è amico dei sovrani piemontesi Umberto e Margherita che non vedevano di buon occhio il figlio Vittorio Emanuele corteggiare Elena di Montenegro (inesatto, ndr) che l’avrebbe chiamata “rosicchiatrice di castagne” (Bordignon Favero). Abbiamo invece un’altra versione di Indro Montanelli che ci spiega quanto sia stata propizia l’intermediazione di Crispi che organizzò una serata di gala proprio a Venezia durante la prima Biennale d’arte nel 1895 che fece in modo di mettere accanto il giovane monotono e complessato Vittorio Emanuele alla bella Yela, che erano tutti d’accordo per la protezione dello Zar Nicola II sulla famiglia del re Nicola Petrovich Niegos. L’anno seguente il principe fu invitato a San Pietroburgo per l’incoronazione dell’imperatore Nicola II. Guarda caso, fa notare Montanelli, ci fu anche Yela e qui scattò la fiamma d’amore. Un’ultima osservazione. Yela era il suo vero nome ma dopo il fidanzamento del 1896 prese il nome di “Elena di Montenegro“.
Gli storici di Castelfranco Veneto
Ora ci si soffermi su questa frase del prof. Paolo Bordignon Favero (1996):
“Il suo comportamento fu strano, come il disorientamento politico da lui avuto, fino all’uccisione nel duello con Cavallotti. Sconvolto concluse la vita, irrequieto;…come era stato in fanciullezza (pag. 190, libro di cartoline di Caufin). Oppure quest’altra dell’arch. Franco Posocco e di Luca Pozzobon: “deliberazione consigliare del 15 ottobre 1904 per un’ipotesi di tramvia a vapore: Bssano-Caselle d’Asolo-Montebelluna-Caselle d’Asolo-Castelfranco, della quale si fece promotore l’on. Ferruccio Macola, il deputato del collegio castellano reso famoso per il tragico duello da lui sostenuto contro Felice Cavallotti.” (pag. 29 del volume “Castelfranco Veneto. L’evoluzione della forma urbana e territoriale nei secoli XIX e XX”, edito da Banca Pop. di C.V., a cura di Cecchetto, Posocco e Pozzobon.
Ambedue didascalici penetrano nella sfera della psicanalisi, commettendo un errore di disonestà intellettuale.
Il fatto del “tragico” duello (Pozzobon o Posocco, ma anche Cecchetto) che lo “sconvolse” (Bordignon Favero, Luigi Urettini, Angelo Marchetti) sarebbe la risposta storica del suo lento ma ormai segnato destino di politico e di uomo che “concluse la vita, irrequieto… come era stato in fanciullezza” (Bordignon Favero).
Il giovane Ferruccio non ne poteva più del Collegio tanto che veniva punito anche per sciocchezze e puro sadismo dell’ufficiale di turno che gli rimarranno per tutta la vita soprattutto l’umiliazione e la voglia di una riscossa. Contro il “militarismo” imperante, la sopraffazione sui giovani, la corruzione, l’imbroglio. Di questo si legge altro che di uno con un caratterino difficile.
Per la prima volta vide suo padre Evaristo (segretario comunale, maestro, assessore, uomo di cultura e integerrimo, ndr) piangere. Forse l’anziano conte capì dell’errore commesso di averlo istigato ad entrare in marina: “il prestigio delle mostrine” e di un “posto sicuro” erano più sogni che realtà, data la situazione caotica in cui versava l’Italia a vent’anni dall’Unità con un Meridione corrotto e in balia di briganti e bande armate, emigrazioni inarrestabili, campagne militari senza mezzi. Si legge nel libro che il giovane diciottenne per una punizione eccessiva, trascinandolo all’estremo, tentò il suicidio con una fune legata all’inferriata della cella. Per fortuna un suo amico se ne accorso e fu prontamente salvato. La punizione continuò legandolo con le stessa fune e trasportato per barca con quattro uomini armati e l’aiutante alle carceri di S. Daniele. Lo ripeteva da un po’ che gli rimaneva ormai solo quest’ultima ratio, pur sapendo che avrebbe fatto soffrire i suoi famigliari. Ormai non ne poteva più della lunga e pesante sofferenza di “internato”, al quale venivano tolti i più elementari diritti di libertà personali. Almeno nelle Accademie militari c’era più rispetto, qui siamo come delle “bestie”, anzi ci viene tolta qualsiasi capacità di poter persino di pensare.
Queste osservazioni sono basilari per capire lo sfogo di un giovane che non vedeva l’ora di uscire, anzi di non tornarci più. “Sembrava di essere in un forno con 50 gradi, era persino impossibile scendere o salire, tenendosi aggrappati al corrimano di ferro che sembrava rovente. Come si poteva vivere lì sotto, da macchinisti?”
L’avrà letto il libro?
A questo punto ci è sorto un dubbio. Il prof. citato, ritenuto il maggiore storico del paese (dell’arte e dell’architettura), non dovrebbe aver letto il libro “Come si vive nell’esercito”. Altrimenti avrebbe ricavato conclusioni diverse, separando la politica dalla psicanalisi, e le cose vere dalle sciocchezze. 
E’ come se oggi, vedendo suo figlio barcollare tre giorni alla settimana sotto i portici, tra un’osteria e l’altra, ci venisse spontaneo pensare che la colpa di essersi ridotto in quel modo sia proprio del genitore che lo avrà, al contrario, troppo coccolato, trovandogli persino un posto sicuro da ricercatore universitario.
(Copyright Angelo Miatello)

Ettore Beggiato: Una pagina di storia dimenticata che riporta alla luce il pensiero regionalista ed autonomista del Veneto. Ferruccio Macola così scriveva

Da “La questione veneta” di Ettore Beggiato, Raixe Venete, p. 77 ss., 2015.

“Il tormentato rapporto fra il Veneto e lo stato italiano è ritornato d’attualità grazie all’iniziativa di alcuni docenti e intellettuali italiani che hanno pensato bene di rivolgersi al Parlamento in termini perentori: al Veneto ogni ulteriore forma di autonomia non deve essere concessa… e via una serie di considerazioni che vi risparmio. E’ incredibile di come, laggiù in Italia, non ci si voglia render conto di quanto diffusa sia la voglia di autonomia, di autogoverno qui nel Veneto, e da sempre. A Roma devono capire che non è una moda passeggera, ma è battaglia che i veneti portano avanti da 150 anni, dal momento in cui, attraverso un plebiscito-truffa, furono annessi all’Italia (21 e 22 ottobre 1866). E in questo senso vorrei riproporre un documento di straordinaria attualità, scritto nel 1889 da Ferruccio Macola, direttore della “Gazzetta di Venezia”. Il Macola fu sicuramente uno dei protagonisti dell’ottocento nel Veneto: nato a Camposanpiero (PD) nel 1861, fu uno dei fondatori del quotidiano genovese “Secolo XIX” del quale divenne anche direttore; eletto più volte deputato per la Destra nel collegio di Castelfranco, è ricordato per il duello alla sciabola con il deputato radicale Felice Cavallotti, che ebbe la peggio e morì nel marzo del 1898 a Roma. Ma torniamo al periodo veneziano della Gazzetta e alla sua relazione sul progetto per costituire una federazione politica regionale. E’ un documento di notevole importanza che dimostra come nel 1889, appena 23 anni dopo l’annessione del Veneto all’Italia già ci fossero nei confronti dei Veneti discriminazioni e penalizzazioni inaccettabili. Ferruccio Macola si chiede “se non convenga insorgere contro l’accentramento enormemente dannoso di tutto il noto sistema politico e amministrativo; accentramento maggiormente marcato colle leggi presentate dal Crispi, tutto di carattere e d’indole giacobina”; e più avanti sottolinea “la necessità di tutelare con una forte organizzazione politica gli interessi della nostra regione”. E ancora, “D’altronde è ingiusto, che dopo tanti anni di Governo, con Gabinetti di tutti i colori, il Veneto, e con Veneto la Lombardia, abbiano pagato sempre di più, molto di più delle altre Provincie, usufruendo in proporzioni assai minori degli aiuti governativi. Se potesse realizzarsi il sogno di Marco Minghetti e di Alberto Mario, il Veneto sarebbe la regione certamente risentirebbe maggiori vantaggi della sua autonomia. Il decentramento amministrativo, che tanto si invoca, e che dovrebbe essere uno dei punti cardinali del programma del nuovo partito, sarà il primo passo per conquistare alle regioni, l’autonomia amministrativa più confacente al loro sviluppo, ai loro bisogni, alle loro risorse economiche. E’ enorme, che per qualunque piccola spesa, per qualunque pratica d’ordine secondarissimo, si deva ricorrere a Roma: dove per la quantità imponente di materia da sbrigare, tutti gli affari subiscono immensi ritardi; mentre la soluzione dipende tante volte da impiegati inferiori di grado alle stesse Autorità provinciali, costrette per legge a ricorrere al Governo centrale”. Illuminante poi una statistica che fotografa una realtà di stampo colonialista. Così, un secolo fa Roma trattava il Veneto: “La popolazione in Italia dall’ultimo censimento è di 28.953.480 cittadini. Il Veneto ha una popolazione 2. 873.961. Potrebbesì dunque sperare che i Veneti occupassero 1/10 delle cariche dello Stato. Invece Ministri veneti nessuno; segretari generali nessun Veneto; direttori generali nei vari Ministeri, e saranno oltre 40, nessuno; ispettori generali nei diversi Ministeri, e saranno 60, uno o forse due; generali d’armata, nessuno; tenenti generali, nessuno; generali ce n’era uno, ma l’hanno collocato nella riserva. Non hanno voluto conservare neppur la semente. Ammiragli nessuno, vice-ammiragli nessuno. Ce n’erano due o tre, ma li hanno pensionati, perché impagliati rappresentino il vecchio S. Marco e la sua gloriosa Repubblica, che per tre volte portò la civiltà in Oriente; Consiglieri di stato, e sono 24, nessuno; Consiglieri della Corte dei Conti, e sono 12, nessuno; prefetti su 69, due; intendenti di finanza, su 69, tre. In tutto il personale dell’avvocatura generale: avvocati compartimentali nessuno; amministrazione generale del catasto che interessa tanto il Veneto perché il più iniquamente gravato, nessuno; direttori compartimentali e vice-direttori del catasto, nessuno; capi dell’Amministrazione militare, uno solo. E … ne avrei da dirne per altre quattro pagine, giacchè lascio le Corti d’appello, i Tribunali, le Questure, i Carabinieri, i Direttori delle Poste, i mille ispettori che fanno nulla e che non danno di vantaggio all’Erario 15 giorni della loro paga annuale, gli ufficiali di porto, ecc. ecc.” E a proposito del rapporto Nord-Sud: “Ci basterà solamente ricordare, come, soltanto dopo vent’anni, si sia riusciti condurre in porto la famosa legge sulla perequazione fondiaria, poiché da vent’anni Veneto e Lombardia pagavano in proporzione quattro volte superiore a quella di certe regioni del mezzogiorno. Chi rimborserà a noi le centinaia di milioni sborsati in più allo Stato?” una domanda che continua ad essere di stringente attualità, nel nostro Veneto… ETTORE BEGGIATO”.

Da Venezia Today, 1889, la Gazzetta di Venezia e il progetto per una federazione politica regionale. 12 settembre 2018 di Ettore Beggiato

I Veneti emigranti in Slavonia nel 1880

Sarajevo, siamo a cena a metà strada  fra il ponte dove scoppiò la prima guerra mondiale e il mercato dove il “secolo breve” celebrò l’ultima follia europea; siamo in otto e stiamo  studiando il percorso del giorno dopo che ci porterà a Zagabria quando nella carta geografica lungo l’autostrada vedo scritto Kutina …”ma qua ghe xe i veneti” esclamai al che Dejan serbo-veneto che ci fece la guida per una settimana disse “si, par ti ghe xe veneti dapartuto…”
Mi sono attaccato  al telefono e con poche chiamate ho stabilito  il contatto giusto per il giorno dopo, l’appuntamento era proprio a Kutina nella sede dell’associazione.
Cosi’ siamo stati accolti dal “patriarca” della comunità Antun Di Gallo, che parla ancora un bellunese straordinario con le caratteristiche  interdentali, dalla figlia Marieta che ha raccolto il testimone e che non parla  il bellunese del padre ma  un perfetto italiano (molto meglio del mio, anche se non ci vuole molto…) e da un’altra giovane ragazza Mirela Bartoluci; la sede della comunità è spaziosa, luminosa, operativa, i contatti con il Veneto e in modo particolare con il Bellunese piuttosto frequenti, anche perché durante e alla fine della guerra nella ex Jugoslavia diverse famiglie sono rientrate nel Veneto e nel Friuli, ancora più frequenti sono i contatti con l’Istria.
Ero già stato in zona nel lontano 1993 come assessore regionale alla solidarietà internazionale e mi trovai in  una situazione drammatica: le nostre comunità della Slavonia erano proprio lungo il confine fra Croazia e Jugoslavia ed erano state particolarmente coinvolte, ci furono una ventina di morti fra la  “nostra” gente; per fortuna la guerra è solo un brutto ricordo e in tutta la zona lo sviluppo è stato quanto mai veloce e efficace.
Ma quando sono arrivati qui i Veneti e da dove provenivano ?
Il periodo è quello “classico” della grande emigrazione veneta, subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia dopo il plebiscito-truffa del 1866. Il Regno d’Italia, infatti, dopo le ingenti spese militari sostenute per la III guerra d’indipendenza (con pessimi risultati, per la verità, visto le sconfitte di Custoza e di Lissa) si trovò sull’orlo della bancarotta; da qui la necessità di imporre una serie di tasse pesantissime, a partire da quella sul macinato (vera e propria tassa sulla fame) che portò in breve la nostra terra veneta a una situazione di fame, miseria e disperazione come mai nella nostra storia: alla nostra gente non restò che emigrare, la stragrande maggioranza verso il Brasile, altri verso destinazioni diverse.
Fu così che attorno al 1880 un gruppo di famiglie, una novantina, partì dalle zone più colpite dall’emigrazione, montane e pedemontane, del Veneto e del Friuli per andare a cercare fortuna nella Slavonia, terra ricca di boschi, scarsamente abitata che all’epoca faceva parte dell’impero austriaco.  Più della metà delle famiglie partirono dal Bellunese, in particolare dalla zona di Longarone, ma anche dalla provincia di Treviso (Conegliano e dintorni), dall’Altopiano dei Sette Comuni (Asiago e Camporovere), dalla provincia di Pordenone (Sacile, Erto).
Partirono a piedi, una lunga fila di carretti a due ruote, e arrivarono a destinazione dopo oltre un mese di marcia, assegnati a diversi paesi, Kutina, Plostine, Lipik, Pakrac e altri ancora. Storie comuni a tanti veneti, centinaia di migliaia, costretti a “catar fortuna” lontani dalla loro Terra; e anche qui come nel Brasile si vorrebbe tornare indietro, le promesse erano ben altre, ma non ci sono i soldi e forse neanche il morale… E così non resta che lavorare, lavorare e lavorare …
Poi ci fu la prima guerra mondiale, la seconda, arrivò il comunismo e la sua cultura laica…i vecchi ricordano ancora quando nel 1946 le donne che avevano organizzato la processione del venerdì santo furono portate in prigione e la stessa cosa accadde due anni dopo, il 25 aprile per la processione di San Marco.
Dopo quasi due secoli i veneti della Slavonia continuano ad essere orgogliosi delle loro origini, mantenendo con associazioni, cori, gruppi sportivi un importante patrimonio di lingua, cultura, usi, tradizioni. (Ettore Beggiato)

p.s. nella foto allegata processione dei veneti della Slavonia attorno al 1925

Referendum Autonomia: La ricevuta elettorale, ikona storica da collezionismo

Fra le tante manovre messe in atto dal governo italiano per ostacolare il referendum veneto sull’autonomia, quella pensata dal ministero dell’interno per vietare l’utilizzo della tessera elettorale è stata la più patetica e si è dimostrata un vero e proprio boomerang per chi pensava di fermare la determinazione dei veneti nella battaglia per l’autonomia.
E così i veneti, dopo aver votato,  si sono ritrovati in mano una ricevuta con il Leone di San Marco che è diventata da subito un oggetto di culto.. altro che l’anonima e insignificante tessera elettorale!
E’ stato, lo si deve ammettere, un colpo magistrale della nostra Regione… lo si era capito subito,  quando ha incominciato a girare il fac-simile con la bandiera veneta in grandissima, evidenza che l’effetto sarebbe stato dirompente: fin dal primo mattino selfie a volontà e post a tutta manetta su facebook, diversi l’hanno messa “in soasa” come diciamo noi veneti, in cornice per gli italiani …
Il Leone di San Marco aveva risvegliato ancora una volta l’orgoglio dei veneti, suscitando emozioni che laggiù in Italia non riescono a capire..
Ecco cosa scrive il mio amico Mauro su facebook:
“Nel metter il voto nell’urna l’emozione me ga ciapa’ ed una sincera soddisfatta lacrima di gioia mi ha solcato il viso. Gli scrutatori l’hanno vista e mi hanno chiesto da quanto aspettassi questo momento… Ho risposto oltre 40 anni una vita. Uno di loro mi ha confortato dicendomi in privato -non sapevo se votare ora so che lo debbo fare fosse solo per lei-”
“No se pol far de manco” disse  Sebastiano Venier, prima di iniziare la battaglia di Lepanto che lo vide straordinario protagonista e “no se pol far de manco” l’hanno ripetuto Mauro e  oltre due milioni di venete e di veneti nella giornata di domenica.
“Così si continuò a non capire che cosa aveva spaventato lo stato. Eppure la bandiera piantata sul campanile  forniva già la risposta. Era un simbolo: il segreto stava lì…”  Paolo Rumiz lo scrive a proposito dei Serenissimi nel suo libro “La secessione leggera” di vent’anni fa … Paolo Rumiz non è un indipendentista veneto,  è uno scrittore triestino, meglio mitteleuropeo, intelligente,  e certe cose le capisce al volo, non occorre spiegargliele come succede con tanti italiani, e anche con tanti veneti, per la verità…
Il simbolo veneto, il Leone di San Marco che ritorna … e un simbolo, anche nel terzo millennio, ha mille sfaccettature … può essere riprodotto, dipinto, scolpito, accarezzato, fotografato, scalpellato, distrutto … e Napoleone l’aveva capito benissimo, due secoli fa…”Atterrate il Leone di San Marco” aveva scritto nella dichiarazione di guerra alla Serenissima e oltre 1.000 Leoni furono distrutti nella sola Venezia…”Chiunque griderà Viva San Marco sarà punito di pena di morte” sta scritto nel proclama della giacobina Municipalità Provvisoria di Venezia nel 1797…
Ma dopo duecento anni noi veneti siamo ancora qua, a gridare “Viva San Marco”, a riprodurre il nostre Leone con pitture, con sculture, con le bandiere, con lo spray,  con le ricevute del referendum … Perché un simbolo ha una dimensione materiale che può essere scalpellata, distrutta, accarezzata … ma ha anche una dimensione “spirituale” che si perpetua nella mente e nel cuore e che non può essere cancellata, scalpellata, imprigionata … ed è questa che fa paura a Roma …
Nella porta delle mura di  Peschiera del Garda, recentemente riconosciute come patrimonio mondiale dall’Unesco, sta scritto “Che tu sappia. Questa eccelsa immagine del Leone ti disssuada dal provocare i Veneti, giacchè essi contro il nemico hanno il vigore del Leone”.

Attenta, Roma …
Ettore Beggiato

Conegliano, dependance di San Marco con i Vivarini. Romanelli tenta il grande aggancio

CIMG0059Con I Vivarini, Conegliano cerca uno spiraglio in quell’abbondanza che Venezia la capitale purtroppo conserva e non sa valorizzare appieno  nel territorio. Eppure i tempi sono cambiati, i venti della Pedemontana soffiano forti, “vogliamo riconquistare la nostra Venezia” che è stata svenduta alle navi da crociera.
“E’ la prima mostra mai realizzata su questa famiglia di artisti muranesi, una specie di trilogia con le due mostre precedenti, in altre parole un nuovo modo di divulgare l’arte e di fare promozione del territorio, che nell’evento espositivo trova il suo sviluppo e completamento” (Zambon).
“Conegliano cerca di dotarsi di un marchio d fabbrica, di fare scuola, di avere una visione che la leghi all’entroterra collinare vitivinicola” (Zambon) mentre a meridione tutta protesa verso l’industrializzazione. Uno spartiacque che via XX Settembre sta cambiando volto da alcuni anni: botteghe vuote, vetrine inzuppate di manifesti ma con locali sempre molto accoglienti.
Una cittadina d’arte con un castello, una stazione ferroviaria, un teatro, tante scuole.
CIMG0062La mostra è curata dal grande esperto prof. Giandomenico Romanelli, già direttore dei Musei Civici veneziani, ai tempi d’oro di Cacciari e Costa. Il padrone in assoluto delle collezioni veneziane. Cos’è per lui questa mostra se non l’appagamento di scelte personali nel condurre un racconto intriso di storia politica della Serenissima, attraverso l’arte?
Romanelli è bravo ed è l’opposto di Dal Pozzolo e Puppi. Vale di più quello che scrive rispetto a quanto si può vedere allestito? I quadri sono tutti di carattere religioso, ossessionanti e ripetitivi: la Madonna in trono con Gesù Bambino nudo, con o senza il mignolo della madre che ne attesta la circoncisione, i santi attempati, gli angiolotti, gli scorci immaginati, i particolari dei soggetti. A chi piacerà questa mostra? Polittici, pale, ritratti di santi, di un Quattro-Cinquecento che il curatore veneziano insiste di dimostrare che da Venezia si sono spinti nel trevigiano per poi emigrare altrove. Le ragioni di questa colonizzazione vivariniana è principalmente dovuta alle lobby (diremmo oggi) monastiche così severe e rigide che sceglievano i pittori e “vendevano” a metro quadro le pareti da affrescare.
CIMG0130Diciamo che senza il catalogo ed un supporto multimediale la mostra mon è così semplice.
Il catalogo Marsilio ha un’ottima impaginazione, “è snello, corto senza retorica” (Romanelli), rileggendolo ti fa scoprire che gli “schemi” cambiano con opere attribuite a due o a tre autori: “I VIVARINI”,  o addirittura con altri …. “Vivarini e Tintoretto”, … “era cosa abbastanza frequente che un pittore riprendesse una pala rovinata e la rimettesse in ordine cinquant’anni dopo come il “Cristo passo e angeli”, opera di Alvise Vivarini ma completata (?) da Jacopo Tintoretto.

20 Il Percorso della mostra
I tre artisti Vivarini (Antonio, il fratello Bartolomeo e il figlio di Antonio, Alvise) furono tra i principali e più originali interpreti della pittura veneziana nella stagione di passaggio tra la cultura figurativa gotica e l’affermazione del Rinascimento.
La loro attività copre un arco cronologico di circa sei decenni (tra il 1440 e il 1503) e ha lasciato un imponente numero di opere nei territori della Repubblica di Venezia (dalla capitale al confine occidentale verso il Ducato di Milano, con particolare densità a Bergamo) come sulle coste adriatiche, sia in Istria e nella Dalmazia che nelle Marche, in Abruzzo, in Puglia e nelle province del Regno di Napoli.
8La bottega artistica dei Vivarini ha sviluppato una sua poetica e un suo peculiare linguaggio: a fianco e talvolta in competizione con l’altra celebre famiglia di pittori veneziana, quella dei Bellini, essa si è confrontata e ha recepito l’esperienza dei grandi innovatori dell’arte del primo Rinascimento: Paolo Uccello, Donatello, Masolino da Panicale, Filippo Lippi, Andrea del Castagno; quindi Andrea Mantegna e Antonello da Messina, poi Perugino e altri ancora. Tracce di questi contatti e di questi confronti si possono riconoscere nella pittura dei Vivarini, che si è venuta 18D particolareaggiornando e arricchendo in maniera assai evidente nel corso dei decenni senza perdere in originalità e novità.

Conegliano, Palazzo Sarcinelli
20 febbraio – 5 giugno 2016

Brescia, Palazzo Martinengo: Lo splendore di Venezia con cento capolavori

21 - Ippolito CaffiOltre cento capolavori di Canaletto, Bellotto, Guardi e dei più importanti vedutisti del XVIII e XIX secolo, provenienti da collezioni pubbliche e private, sono in mostra a Palazzo Martinengo a Brescia.
Il percorso espositivo, ordinato cronologicamente, prende avvio con le suggestioni dell’olandese Gaspar Van Wittel e da quelle del friulano Luca Carlevarijs, padri nobili del vedutismo veneziano che aprirono la strada allo straordinario talento di Canaletto, cui sarà dedicata la seconda sezione. Qui, le sue vedute dialogano con quelle del padre Bernardo Canal, del nipote Bernardo Bellotto e del misterioso Lyon Master, artista attivo nella bottega di Canaletto sul finire del quarto decennio del XVIII secolo.
A seguire, saranno proposti i lavori dei maggiori vedutisti attivi nel secondo e terzo quarto del Settecento: Michele Marieschi, Antonio Joli, Apollonio Domenichini e Antonio Stom e lo svedese Johan Richter.
La seducente bellezza della Venezia di Canaletto diventa un luogo vago e remoto nelle opere che Francesco Guardi realizzò nella seconda metà del XVIII secolo. La lunga parabola artistica del maestro, testimoniata in rassegna attraverso alcuni capolavori della produzione matura, si condensa nell’espressione pittorica di una città quasi fantomatica, vista in dissolvenza tra bagliori luminosi e indistinti aloni di colore che preludono alla pittura moderna.
Per quanto riguarda l’Ottocento troviamo in mostra dell’Ottocento Giuseppe Bernardino Bison, Vincenzo Chilone, Giovanni Migliara, Giuseppe Borsato, Francesco Moja e Giuseppe Canella che, inventando inedite angolature, atmosfere e contesti, rinnovarono l’immagine della Serenissima attualizzandola e arricchendola di dettagli che esprimono lo spirito del loro tempo.
Nell’ultima sezione, dopo due sale dedicate rispettivamente ai membri della famiglia Grubacs e a Ippolito Caffi, si incontrano dipinti realizzati nella seconda metà del XIX secolo da Luigi Querena, Francesco Zanin, Guglielmo Ciardi, Pietro Fragiacomo e altri ancora che perpetuarono il fascino intramontabile di Venezia fino ai confini dell’epoca moderna.
Di particolare interesse le opere del bellunese Ippolito Caffi del quale si ricorda quest’anno il centocinquantesimo anniversario della tragica morte avvenuta durante la battaglia navale di Lissa. Caffi, a differenza della stragrande maggioranza dei veneti, determinanti per la vittoria della marina asburgica, si era imbarcato nella marina italiana ed era a bordo della “Re d’Italia” quando fu affondata. Era il 20 luglio 1866.
E’ presente anche una rarissima Venezia di grandi dimensioni del maestro bresciano Angelo Inganni, firmata e datata 1839, e che immortala Piazza San Marco.
La mostra nella sede di via Musei 30 rimarrà aperta sino al 12 giugno.

Allegato: “Il Canal Grande con la chiesa della Salute sotto la neve” di Ippolito Caffi (Belluno 1814 – Lissa 1866)