Archivi tag: Federico Calzavara

Olanda: L’Architettura delle Missioni di Pace dei Caschi Blu

_11M0051mBLUE: Architettura delle missioni di pace
Malkit Shoshan (curatrice)
Biennale Architettura 2016 – Padiglione Olanda
Giardini Venezia

Droni by Art – il Giornalismo tascabile
Reportage di: Angelo Miatello (script), Daniele Pauletto (videomaker), Nazzareno Bolzon (coordinator), Claudio Malvestio (photos), Federico Calzavara e Dubrica Raunig (dronemen)

CIMG0044

BLUE, come i Caschi Blu dell’ONU. è un’dea originale attorno all’emergenza migrazione che gli Olandesi hanno trasformato il loro padiglione per la 15.Biennale di Architettura, quasi come un’anticamera del Padiglione centrale in cui si sommano progetti e risposte su temi di carattere “universale” (vedi il caso di The Evidence Room). Droni by Art è stato il primo e forse l’ultimo a sviluppare un servizio giornalistico “tascabile” (journalisme de poche/pocket jounalism) mettendo in pratica l’integrazione tra l’uso dei droni ed uno smartphone, correlato dalla fotografia istantanea digitale. Il team Droni by Art è formato da Angelo Miatello (script), Daniele Pauletto (videomaker), Nazzareno Bolzon (coordinator), Claudio Malvestio (photographer), Federico Calzavara e Dubrica Raunig (dronemen) ed è alla sua seconda esperienza alla Biennale (l’anno scorso con Biannale Arte, passò in rassegna Canada, USA, Svizzera, Italia, Giappone, Corea, Paesi Nordici). Rimarrà nella storia dell’IPSIA Galilei di Castelfranco Veneto, l’unica scuola professionale che sia stata in grado di cogliere le sfide della comunicazione digitale, di cui il merito va _11M0028messenzialmente al prof. Daniele Pauletto e al vicepreside prof. Nazzareno Bolzon che hanno sostenuto questo progetto. L’anno scorso sono state effettuate ben 52 uscite usando smartphone e mini droni per sviluppare brevissimi videoclip di mostre, allestimenti, prese di posizione e anteprime attorno al pianeta arte. Raccolte le interviste (dai 1,80 ai 4,50 minuti) in un Dvd è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Il Veneto è la prima Regione d’Italia per il fatturato di turismo e viticoltura. Il tasso di disoccupazione giovanile, sembra un paradosso, è abbastanza elevato. E’ la terza o quarta regione per numero di “nuovi” migranti, di cui qualche migliaio sembra essere “sparito” (indagine Pagliaro di TV7). La politica, sebbene il governo dia continuamente segnali positivi, ha fallito la sua missione. Si assistono a lunghe discussioni che riguardano misure coercitive, di comodo, tanto per tamponare il fenomeno. Il prefetto che ordina di occupare una caserma dismessa (insalubre), una parte di un condominio, di casette a schiera (forse immobili sequestrati alla mafia?) o certi albergatori che danno ospitalità a pagamento. L’opposizione al governo centrale ma nel Veneto è dominante rifiuta qualsiasi accordo. Non ha un piano ragionevole e umanamente degno di essere un biglietto da visita del Veneto in Italia e in Europa. Si parla di mafie, muri, fili spinati, corruzioni, generici allarmismi ed i mesi passano. Il Veneto è sempre uguale: si ribella disordinatamente ma soccombe all’autorità oppure quando gli fa comodo tace e sopporta. Vorrebbe essere autonomo da Roma ma le sue banche cooperative hanno bruciato migliaia di miliardi di titoli spazzatura. Il Mose, la madre delle corruzioni si è consumata a all’ombra di San Marco.
“Pensavamo di trovare qualche idea dagli architetti progettisti italiani per l’emergenza migranti, invece ci accorgiamo che tutto tace, anche da parte del ministero che finanzia il padiglione Italia…”.

Gli Olandesi invece con coraggio e maturità politica lo fanno.  
CIMG0045Il case study di Camp Castor a Gao, in Mali (BLUE)
La proposta del Padiglione Olandese è costruita intorno al case study di Camp Castor a Gao, in Mali, dove le Nazioni Unite sono impegnate in una missione di pace. Il colore blu è inteso come metafora del conflitto, e unisce architettura e diritti umani. Le operazioni di pace si svolgono nella zona desertica dei Tuareg, chiamati anche “uomini blu” per le loro vesti color indaco, e vengono effettuate da caschi blu ONU.
tahoua-crossesIn questo territorio nomade i confini sono fluidi e si spostano a ogni stagione. A causa di guerra, cambiamenti climatici, malattie e fame, vi regna una crisi permanente.
Il confronto fra diversi sistemi – straniero e locale, militare e civile, base e deserto, caschi blu e uomini blu, la crisi e la risposta olandese – offre lo spunto per nuove condizioni spaziali. Collegando la ricerca culturale a quella architettonica.
E’ una sfida quella olandese che vuole comunque cogliere per dare nuove opportunità da questa complessa situazione. Milioni di persone sono oggi in un certo qual modo a diretto contatto con le “basi” dei caschi blu in aree di conflitto. Come si può migliorare la loro vita?
“Queste narrazioni nascono sulla base di conversazioni con ingegneri militari e architetti, antropologi ed economisti, attivisti e politici”.
_11M0068mL’obiettivo della curatrice Malkit Shoshan

Nella scelta della curatrice Malkit Shoshan vi è alla base una rappresentazione dal collegamento effettivo tra il tema della Biennale (Reporting from the Front) e le linee programmatiche di Het Nieuwe Instituut. L’opportunità durante la Biennale di far conoscere a un vasto pubblico internazionale le potenzialità dell’architettura, tanto critiche quanto innovative, è fondamentale ai fini di una politica di internazionalizzazione.

_11M0052mL’eredità delle missioni di pace ONU
Le missioni di pace ONU sono centinaia nel Mondo. Le basi militari sono delle enclavi autosufficienti, isolate dalle immediate vicinanze. Il design estremo di questi “compound” riflette strutture e sistemi di potere delle forze di pace, e non contribuisce a migliorare la vita degli abitanti di quelle zone. Gli Olandesi si pongono un problema sostanziale e formale, cioè di poter dare nuove soluzioni spaziali che possano avere un significato anche per le comunità locali. Un architettura rivolta al sociale, all’emergenza che diventa una costante di vita.
Malkit Shoshan si è focalizzata sulla modalità innovativa in cui i Paesi Bassi contribuiscono alle missioni di pace ONU. Le Nazioni Unite parlano addirittura in termini di “Linee guida per l’approccio integrato” e con ciò si riferiscono a difesa, diplomazia e sviluppo. Shoshan propone di aggiungere a questi un quarto criterio: il design. L’ambizione è quella di vedere le basi ONU non esclusivamente come fortezze chiuse, ma come catalizzatori per lo sviluppo locale.
Droni by Art

Droni by Art – Ipsia Galilei
Il giornalismo tascabile
15.Biennale Architettura Venezia
26 maggio 2016, Entrata principale Arsenale di Venezia della Grande potenza marittima
Dubrica Raunig, Federico Calzavara, Nazzareno Bolzon e Daniele Pauletto
(photo by Angelo Miatello)

Droni by Art. Il giornalismo integrato tascabile (conferenza a Salvatronda)

36pp_Droni_Arte_Cinema_Audiovi_Porte Aperte_Salvatronda_17 febb_2016
________________________________________________

VIDEOCLIP
http://www.rottentomatoes.com/m/drones_2013/
Two soldiers are tasked with deciding the fate of a terrorist with a single push of a button
. As the action plays out in real time, their window to use a deadly military drone on the target slowly closes. With time running out, the soldiers begin to question what the real motives are behind the ordered lethal attack.
__________________________________________
https://www.youtube.com/watch?v=5mBJj_o5wGU
Droni by Art
Avanguardia Russa – Interviste
Soprintendente Piero Colussi e Signora M. Costakis
a Villa Manin (Passariano di Codroipo)

Pubblicato il 06 mar 2015
INTERVISTE a cura di Angelo Miatello e Claudio Malvestio: Avanguardia Russa 1910-1930 (doc. Drone by Art – Castelfranco Veneto)
______________________________________________
https://www.youtube.com/watch?v=X8PJDylaHOc 
Droni By Art – Pocket Journalism –
Partecipa alla selezione del Festival di New York 2015-2016

Pubblicato il 28 dic 2015 (5 minuti)
2nd nycdronefilmfestival.com

____________________________________________
ver01
Salvatronda: Prima conferenza pubblica di Droni by Art. Cinema e Audiovisivo in un giornalismo integrato tascabile. 
Un titolo un po’ insolito questo che vede la tecnologia al servizio della comunicazione impiegata dal gruppo Droni by Art, nato quasi per caso. Una dimostrazione chiara e netta di sfida verso un’opinione pubblica che viene vilipesa da immagini atroci che provengono da luoghi così lontani e diversi che c’è sempre qualcuno che grida “andiamo a combattere e distruggiamoli”. Il prezzo della benzina non è mai stato così basso! Con uno smartphone puoi fare di tutto …comunicare, produrre, divertirti e domani certamente come qualsiasi altro arnese usarlo per secondi fini, come corpo di reato!. Inutile abbracciare il divieto perché il Parlamento è ingessato e non sa fare leggi nuove. Prima o dopo ti crollerà il mondo addosso e ti accorgerai che hai perso sempre molto tempo rispetto ad altre capitali…ieri come oggi.

Sviluppo tecnologico e massificazione del prodotto. Con l’avanzare dirompente delle tecnologie digitali ci si trova di fronte a nuovi traguardi che la Società, nelle sue svariate categorie, non può disinteressarsene. Da pochi anni la pratica dei nuovi mezzi di comunicazione sta rivoluzionando l’approccio con il quale eravamo abituati nel confrontarci, nel metterci in gioco e nella capacità di raggiungere nuovi traguardi. Da una parte sviluppo tecnologico e dall’altra massificazione del prodotto hanno rivoluzionato il mercato.
La sfida è integrare i nuovi linguaggi per realizzare un vero sistema Scuola-Società che permetta ai giovani di trasformare i loro flussi individuali in collettivi e di interagire.

Radioplane_takeoff_drone_L’automazione, in gergo il robot, è la punta dell’iceberg dell’industria italiana perché dà spazio per l’interazione sia con le imprese sia con il capitale di rischio, capitale che proviene in larga parte da finanziamenti europei.
Il drone è un robot volante che dal suo uso militare per difesa (ricognizione) o attacco (metodo indiscriminato) da appena una decina d’anni sta dilagando nell’uso comune civile, ludico, sociale, ambientale e artistico. Da oggetto teleguidato per gare amatoriali si è passati velocemente a complicati e (costosi) droni per la consegna di farmaci in luoghi impervi, per la ricognizione di eventuali persone disperse, il soccorso immediato di incidenti, il controllo a distanza del traffico, delle linee elettriche e ferroviarie, allo stato di salute di piante ad alto fusto e coltivazioni estese, al sorprendente misuratore di radiazioni e inquinanti a largo raggio (sostituendosi alle ormai obsolete centraline fisse).
L’industria dei droni civili si sta evolvendo in modo esponenziale.
“Il mercato italiano dei droni ha già sviluppato una cifra d’affari di 350 milioni di euro, con previsioni di crescita per il 2016 tra il 20 e il 30%. Sono 500 circa le aziende attive in questo settore con fatturato medio di 700mila euro ed una media di 7 dipendenti” (Studio Doxa Marketing Advice per la Fiera Dronitaly 2015).

Il drone è equipaggiato di sistemi computerizzati che trasmettono dati e segnali così precisi e nitidi che il pilota “con i piedi per terra” può vedere, dirigerlo e persino andare oltre. Più sofisticato è l’apparato cine-fotografico e maggiori sono i risultati eccezionali che si possono raggiungere.
Però due sono le condizioni: praticità e governance in un sistema che chiameremmo “integrato”, senza il quale l’uso potrebbe risultare sterile.
Siamo all’inizio di un’era che rivoluzionerà da una parte i tradizionali sistemi di ripresa fotografica e dall’altra evolverà il nostro modo di percepire un’immagine istantanea vista da altri punti focali. Entriamo in un altro campo molto sofisticato cioè delle “neuroscienze” che hanno ribaltato l’equazione  “orecchie=percezione del cervello” in “occhio=percezione del cervello”, (…) “il cervello si fida maggiormente di quello che vediamo – posta Elisabetta Intini in Focus.it del 4/09/2013 – , questo fenomeno, conosciuto come effetto McGurk (dal nome del suo scopritore) è noto da tempo. Ma ora è stato osservato per la prima volta come i segnali visivi influenzano la regione auditiva del cervello, cambiando la nostra percezione della realtà.”

_11M0209xLa tecnologia rivoluziona l’arte.
Immaginiamoci a metà dell’800 quando alcuni privilegiatissimi artisti poterono salire con dei palloni aerostatici, quali sensazioni avranno avuto?
“Le prime salite sul cielo di Roma e l’Agro pontino con un pallone aerostatico di fabbricazione francese avvennero attorno al 1850. Si usò una tombola per beneficienza, organizzata il 5 aprile del 1847 a piazza di Siena a villa Borghese in cui fu prevista l’ascensione di un pallone aerostatico effettuata dal famoso pilota lionese François Arban, alla quale dovevano partecipare, mostrando una non comune audacia, sia Ippolito Caffi (Belluno 1809) che Giacomo Caneva (Padova 1813), come fu pubblicizzato dai giganteschi cartelloni che tappezzavano le cantonate della città”. Due artisti veneti con formazione accademica e specialisti nel disegno prospettico. Le loro impressioni sono così descritte nei taccuini:”le inimmaginabili prospettive aeree, insoliti effetti di luci e di vivere l’eccezionale e mitica esperienza del volo”, in breve “sensazioni di estasi artistica sempre nuova!” (Caffi). “Siamo agli inizi della filosofia del sublime come sentimento suscitato dalla visione degli spazi infiniti…- spiega Federica Pirani – il concetto di orizzonte cambiava; non più linea ideale in cui convergono le semirette della piramide visiva della prospettiva euclidea, ma concetto astratto che evoca le infinite vastità del pensiero, confine con l’ignoto ma anche stimolo per l’immaginazione e metafora per nuove esplorazioni e sorprendenti visioni” (Caffi. Luci del Mediterraneo, 2005, pp.73 ss.)

Le nuove applicazioni digitali stanno trasformando la Settima Arte con ripercussioni che modificheranno la nostra percezione visiva e intellettuale. Lo confermano gli scienziati. D’altronde l’industria dell’advertising non bada a spese per sfruttare il massimo della percezione umana. Lo si vede nei recenti spot televisivi di 15/30 secondi che interrompono uno show forse noioso o avvincente o persino in una sequenza fotografica meno di un secondo in cui viene focalizzato l’occhio della donna che guarda il muso di un’auto che sfreccia.
L’arte dell’audiovisivo può farne uso? Certamente sì perché la tecnologia non ha frontiere, o almeno, così si crede. La creatività va oltre.

https://www.youtube.com/watch?v=hJXnU1Ur2vM
Pubblicato il 02 mag 2015
KATSU Drone Drawing 2015 on Kendall Jenner, Kim Kardashian sister.
Kendall Jenner is the latest victim of new technology this week after a New York graffiti artist used a drone to draw all over her Calvin Klein billboard in Manhattan

dronetag1-702x336Il contagio del drone nelle arti ormai è già iniziato e si propagherà come gli smartphone. Non sono dei maghi quelli che lo dicono. Miniaturizzazione, semplificazione, abbattimento dei costi per la “tiratura” (vedi industria cinese), sono i fattori che incidono in questo processo evolutivo del Terzo Millennio.
Discuterne e mostrarlo sono già dei passi in avanti. Ed è quello che abbiamo tentato di fare nel nostro “Giornalismo tascabile”, con veloci interviste e servizi a curatori, politici e artisti, incuriosendoli e provocandoli. Gli esempi si moltiplicano, passando inevitabilmente le frontiere politiche grazie alla comunicazione globale: il caso della sfilata di moda Fendi di Milano, quello dell’artista vandalo Katsu a Brooklyn o il minuzioso lavoro della coppia di artisti Ella a & Pitr a Saint-Etienne, ripreso dai droni, confermano la nascita di un nuovo racconto. Piaccia o non piaccia sarà la storia che ne decreterà un ruolo fecondo.
Per ultimo va però chiarito che una “deregulation” del loro uso dentro o fuori ambienti circoscritti si accompagnerà ad una sempre più versatilità e garanzia che non procuri danni alle persone e cose. È pur sempre un oggetto volante che, come tutti i robot, non sostituisce l’uomo ma lo asseconda per precise e puntuali realizzazioni.

Droni by Art 2015: Angelo Miatello (Giornalista FPA2000 – Droni by Art);
Daniele Pauletto (Videomaker – Giornalista); Claudio Malvestio (Designer – Reporter); Rosanna Bortolon (Coordinatrice Droni by Art)

Copia di porte aperte al cinema per stampa.jpgRingraziamenti a: Stefano Costa, Paul Zilio e agli amici di Porte Aperte
“Dentro il Film-Tecnologia e Cinema”: mercoledì 17 febbraio ore 20,30, Auditorium G. Graziotto di Salvatronda – Castelfranco Veneto
Organizzazione: Associazione culturale Porte Aperte [Paul, Stefano, Rosanna, Laura, Andrea, Matteo, Mariagrazia, Valeria … e tanti altri che si uniscono di volta in volta oppure decidono di contribuire stabilmente]
Sostenitori: Ubick, ISISS Carlo Rosselli, Comitato Frazionale Salvatronda, Arsenale Roseblu
Parocinio: Comune di Castelfranco Veneto

____________________________________
https://www.youtube.com/watch?v=yP8X2BSGAv4

Pubblicato il 05 nov 2014
AWESOME Drone skyview!! DjerbaHood
Unique sky views of the lanes invaded by street-artists of the Djerbahood project.
Visit the village of Erriadh and discover for yourself the graffiti through our virtual tour of the village : http://youtu.be/xRqOiwdYwzw
Djerbahood is the open-air museum in the village of Erriadh Djerba (Tunisia) invaded by hundreds of street artists from around the world!
Djerbahood a draft Itinerrance Gallery: http://www.djerbahood.com/

links:

Site officiel


http://itinerrance.fr/hors-les-murs/d…
http://facebook.com/djerbahood
http://instagram.com/djerbahood

Music: Birdy Nam Nam – “Red Dawn Rising”
Directed by: Milan Poyet

La Biennale di Venezia e Google Cultural Institute: opere e padiglioni su piattaforma digitale

Ecco link in prima pagina su GOOGLE
Esplora la Biennale Arte 2015 con Google

Baratta Franceschini Sood-Roma20otto2015Il presidente Paolo Baratta assieme al Ministro Dario Franceschini hanno annunciato nella sede del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo di Roma, la prima collaborazione tra La Biennale di Venezia e Google. A partire dal 21 ottobre 2015, nell’ultimo mese di apertura della Biennale Arte, la Mostra Internazionale e Google Biennale al via Google Biennale 1 Biennale Google Santa Sede Biennale Google 11 CIMG0027 CIMG0050 CIMG0053 CIMG0059 CIMG0060le mostre in 70 Padiglioni Nazionali, si potranno vedere cliccando 4.000 opere e immagini, navigando in rete in aree espositive interne ed esterne dei Giardini e dell’Arsenale, con l’ausilio di diverse immagini Street View.
Novità assoluta per una kermesse artistica e quasi “marziana” per il ricco Nordest, dov’è incastonata la più antica istituzione culturale pluridisciplinare (1897, con il cardinale Giuseppe Sarto, poi futuro Papa Pio X) da cui sono nate La Mostra del Cinema, il festival del Teatro, Musica, Danza e le recenti attività “Educational”, il fiore all’occhiello nell’ambito ludico-formativo.
“Chi vuole vedere la Mostra senza possibilità di recarsi a Venezia, ora può farlo on line e la fruizione e archiviazione sarà consentita anche dopo la conclusione ufficiale (fissata il 22 novembre 2015)” – ci spiega l’addetto stampa della Biennale. E’ tutto fruibile gratuitamente. Il progetto è stato voluto e realizzato grazie alla collaborazione tra l’istituzione veneziana e il Google Cultural Institute, che ha messo a disposizione la piattaforma per raccogliere una selezione di opere e padiglioni della Biennale Arte 2015 curata da Okwui Enwezor e renderle visitabili on line. L’aspetto più popolare è che, per la prima volta, si potrà continuare a visitare la Biennale Arte, anche dopo la sua conclusione, collegandosi al sito g.co/biennalearte2015, realizzato grazie alle tecnologie all’avanguardia sviluppate dal Google Cultural Institute.
Su un piano strettamente giornalistico, cioè di cronaca, la prima domanda da porsi è: “tale operazione sottrarrà o aumenterà il numero reale dei visitatori della Biennale?”
Il ministro Franceschini, non ha dubbi se l’ha sposata, così come il presidente della Biennale Paolo Baratta, sono ottimisti e non preoccupati. Anzi fanno capire dalle loro battute, riprese dalle agenzie stampa, che “poter vedere on line la Biennale farà aumentare il desiderio di visitarla fisicamente, favorendo anche la voglia di approfondimento e lo sviluppo di relazioni umane vere. Infatti, “la collaborazione tra La Biennale di Venezia e Google Cultural Institute conferma quanto la tecnologia sia una grande alleata della valorizzazione del patrimonio culturale  –  ha dichiarato il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, sottolineando “l’importanza delle innovazioni tecnologiche per amplificare i messaggi culturali, creare nuove modalità di fruizione, abbattere le distanze e favorire il dialogo.”
Sulla stessa linea è anche l’ing. Baratta, presidente della Biennale al suo terzo mandato “questo accordo che realizziamo con Google è un primo esperimento importante, e credo che possa avere sviluppi futuri per alcuni aspetti ancora imprevedibili. La scommessa che vogliamo compiere è quella non certo di sostituire alla visione diretta quella virtuale ma, al contrario, far si che quest’ultima invogli maggiormente alla conoscenza diretta (ns. il grassetto). La Biennale è un’istituzione che deve favorire l’accesso all’arte e Google fa esplodere l’accesso a livelli mondiali e lo fa gratuitamente: quello che potrebbe sembrare un accordo tra acqua santa e diavolo è in realtà a un’apertura alle tecnologie contemporanee che permettono anche l’avanzamento della diffusione della conoscenza dell’arte.”
Amit Sood, Direttore del Google Cultural Institute, che si occupa di sviluppare tecnologia con l’obiettivo di promuovere e preservare la cultura online, con più di 800 partner da oltre 60 Paesi e oltre 1.600 mostre digitali, ha dichiarato che “Google è fortemente convinta che internet sia uno strumento fondamentale per la democratizzazione della cultura e dell’arte, una forza dirompente che aiuta le istituzioni culturali ad aumentare il proprio potenziale, rendendo i loro progetti accessibili a un maggior numero di persone e nel tempo.”
Sta di fatto che questa nuova applicazione non è poi così nuova per il mondo dell’arte se Google ha “coadiuvato” in 1600 mostre digitali, ciò vuol dire, secondo noi di Droni by Art (Miatello, Pauletto, Calzavara, Malvestio), che la piattaforma è ormai rodata, basterà capire quali sono i limiti politici che ne frenano lo sviluppo democratico. Per una semplice questione: chi ha paura di essere depauperato di quello che fa, nel senso di una libera pubblicazione-diffusione online? Il binomio catalogo=esclusività dell’immagine è ancora sopportabile? Noi crediamo il contrario che una diffusione on line di una mostra d’arte, a volte per un “pubblichino” ma costata migliaia di euro alla collettività defraudata dagli sponsor che dietro le quinte molto spesso fanno lobby, sia l’asso nella manica.
cd-rom_DroniSpesso le mostre debbono fare i conti con costi superiori ai ricavi, scaricando sulle casse pubbliche spese sproporzionate al numero di visitatori. Si dice sempre che una Mostra va intesa come promozione di un territorio, dal punto di vista culturale, storico-artistico patrimoniale, turistico. Tuttavia la generazione che di solito è chiamata a governare la cultura si sente impreparata, reagendo a logiche reazionarie. Non poter usare il cellulare o la tablet in un museo italiano o in una mostra significa rimanere indietro ai tempi del registratore a tracolla con le bobine. “Vedevo girare fino a qualche anno fa un anziano signore che registrava interviste per una radio napoletana con la sua scatola in pelle a tracolla” (Miatello).
Oggi un filmato postato su youtube (vedi videoclip) può avere la trascrizione verbale (didascalie) ed essere visto da una platea con “un miliardo” di persone. Certo che a un Nordcoerano non interessa un fico secco della Madonna di Bellini o della Pala di Giorgione, ma con questo non significa precluderlo della nostra ricchezza “immateriale”, a meno che non pensiamo che lo stesso abbia in mente l’uso di un missile intercontinentale per distruggere la chiesa o il museo dove il Bellini o il Giorgione sono custoditi. Tutti i principali musei dovrebbero avere spazi e sale wifi. Svegliati Italia!

_11M0181La Biennale di Venezia nasce nel 1895 con l’Esposizione Internazionale d’Arte, settore a cui si aggiungono negli anni la Musica (1930), il Cinema (1932), il Teatro (1934), l’Architettura (1980) e la Danza (1999). All’avanguardia nella ricerca e nella promozione delle nuove tendenze artistiche contemporanee, l’istituzione organizza manifestazioni e attività di mostra e ricerca documentate presso l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (Asac) di recente totalmente rinnovato.
https://play.google.com/store/apps/details?id=org.culturalspot.mobile.padiglionecentrale

Fonti
http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2015/10/125127.html
Il Gazzettino.it
Arttribune.com
http://www.artribune.com/2015/10/tutta-la-biennale-arte-anche-online-presentato-laccordo-con-il-google-cultural-institute-ne-parla-in-video-il-presidente-della-biennale-paolo-baratta/

_11M0092In questa stessa rivista vedi i diversi servizi sulla 56.Esposizione d’Arte curati da Droni by Art di Castelfranco Veneto
Daniele Pauletto, docente di tecnologie digitali, giornalista, webmaster
Angelo Miatello, caporedattore testi e interviste
Claudio Malvestio, art director, fotografo di scena
Federico Calzavara, pilota di minidroni, studente
Accanto una foto dentro il padiglione del Canada con il mini drone in volo pilotato dallo studente Federico Calzavara

Ennio Pouchard: Joan Miró è inconfondibile. L’ho conosciuto a Roma

Ennio Pouchard_Treviso_A.M.Un Joan Miró inedito, poco visto e ancora meno noto al pubblico quello scelto per la mostra “Soli di notte”, inaugurata a Villa Manin (fino al 3 aprile 2016), grazie alla Fundaciò Pilar e a Joan Miró di Palma di Maiorca, un tempo residenza dell’artista catalano e oggi custode delle sue ultime opere. È da lì che, infatti, proviene gran parte dei 250 lavori esposti in mostra, un evento che mette a fuoco gli ultimi trent’anni della sua produzione. Di questo maestro, nato nel 1893 e morto _11M0061xnel 1983, a novant’anni, conosciamo i tratti dei suoi disegni sempre molto colorati ma “sintetici” in cui ogni macchia di colore e segno hanno una sua particolare spiegazione. Incontriamo Ennio Pouchard tra le stanze della mostra e scambiamo due, tre battute, scoprendo che ha conosciuto negli anni Joan Miró in una mostra a lui dedicata a Roma. Una testimonianza Vera, sebbene parliamo di cinquant’anni fa, ancora viva nella mente dello storico e giornalista, uno dei maggiori esperti dell’arte contemporanea.
Una mostra con un allestimento che premiano il “contenitore” villa e “il contenuto” cioè la filosofia dell’artista catalano.
La mostra ambisce infatti a ricreare, attraverso relazioni tra capolavori esposti e materiali di approfondimento, lo studio in cui operò il grande artista, nell’isola di Palma di Maiorca, un luogo diventato, per esplicita dichiarazione di Miró, “un orto, un giardino interiore, un territorio, un recinto sacro”. _11M0203xUna mostra diversa da precedenti esposizioni sull’artista in Italia. Il legame con Palma di Majorca è radicato nei suoi ricordi d’infanzia: qui era nata sua madre e il pittore di Barcellona, fin da piccolo, vi trascorreva le vacanze estive; qui aveva conosciuto Pilar, divenuta sua moglie nel 1929, e nell’isola spagnola si era rifugiato, tra il 1940 e il 1942, durante l’invasione nazista della Francia ove viveva al tempo. Miró cercava – ci spiega Pouchard – un luogo dei ricordi, un luogo degli affetti, un luogo dell’anima, per ripensare la sua arte e trasformarla completamente. Un sentire interiore e una lenta maturazione espressiva – stimolata anche dall’incontro con la cultura giapponese e dalla grande stagione dell’espressionismo astratto americano del secondo dopoguerra -, che diventano il filo conduttore del percorso espositivo, capace di condurci nell’universo privato di questo artista onirico e passionale e di farci comprendere la trasformazione della sua arte.

C.M. Drone a villa Manin per Miro
C.M. Drone a villa Manin per Miro

C’è una fase del percorso artistico di Joan Miró che chiede ancora di essere esplorata e che ci dà un artista in dialogo con se stesso, alla ricerca di un rinnovamento creativo di contenuti e di forme. Alla base di questa maturazione, anche un’attenta autocritica verso la produzione precedente: “nel nuovo studio per la prima volta avevo uno spazio, potevo disimballare casse di opere che si accumulavano di anno in anno… tirando fuori tutto a Maiorca iniziai a fare un’autocritica”.
_11M0240x (1)Lo studio-spazio dunque come “rifugio-scrigno-caverna”, ove l’atto creativo doveva potersi liberare, sollecitato da un universo di oggetti, di pennelli, colori e annotazioni: piccole frazioni di segno e di senso da unire nuovi linguaggi. Dal 17 ottobre 2015 al 3 aprile 2016: un’occasione per scoprire il gioiello “Villa Manin” e gli affascinanti aspetti dell’ultima fase creativa e del mondo interiore di uno dei grandi protagonisti dell’arte del Novecento.

Filmato di Daniele Pauletto
Fotografie di scena di Claudio Malvestio
Intervista volante di Angelo Miatello
Pilotaggio di Federico Calzavara

DRONIFESTIVAL, rassegna cinematografica di corti e cortissimi a Castelfranco V.to

DSCN7476Sabato scorso (12 settembre 2015), presso lo Spazio della Regione del Veneto – Hotel Excelsior-Lido di Venezia, alla 72.Mostra internazionale d’arte cinematografica, è stato pubblicizzato in un preview stampa la nascita del primo “DroniFestival” di cortometraggi che si svolgerà nella Primavera 2016, con il patrocinio del Comune di Castelfranco Veneto (TV).
DroniFestival è una rassegna di “cortometraggi da 2 a 10 minuti” realizzati dentro e fuori la Scuola (laboratorio didattico-formativo) o per motu proprio. L’evento si svolgerà nell’arco di dieci giorni della prossima Primavera 2016. La partecipazione è libera, pur seguendo i dettami del regolamento che limita la durata e i contenuti, quali l’ironico, il sociale, l’artistico e lo storico. Per ‘storico’ s’intende una storia o memoria dimenticata, tratta da ricordi personali o materiali d’archivio. Verrà inoltre dato spazio alla filmografia della Grande Guerra, portando nelle Scuole con l’accordo del corpo docente proiezioni, incontri e dibattiti con esperti e storici.
Il format potrà essere usato anche da altri Comuni in partenariato e disponibili a creare una Rete. DroniFestival prende il nome dal successo riscontrato in questi mesi da FPA2000 (agenzia stampa e cultura) che ha usufruito delle registrazioni aeree mediante minidroni, assemblati dall’IPSIA Galilei di Castelfranco, per fare del ‘giornalismo tascabile’.
Il festival ha come scopo la promozione audiovisiva di singoli autori o di gruppo, lo sviluppo di accordi di partenariato per scambi culturali europei e soprattutto offrire una piattaforma di confronto con la Scuola.
La Scuola è il primo interlocutore del DroniFestival, intesa come laboratorio di affinamento, cioè “un’alchemia di diverse componenti materiali e immateriali” da cui si plasmano le menti.

Bianco e NeroCARATTERISTICHE
– Grafico Claudio Malvestio
Droni+Festival, neologismo che riporta alle origini dei primi droni usati da FPA2000 per filmare il trasloco della Bellona Minerva di Paolo Veronese dal Museo al Liceo, e via via usati nelle interviste aeree. Il marchio è caricato di una pellicola e una mano che sparge polvere di stelle. Il sottotitolo delinea il camp d’azione: cortometraggi.
– Target: Scuola, Società, video singoli e di gruppo
– Contenuto: Ironico, Sociale, Artistico e Storico
– Durata: max 2 minuti (cortissimo); max 10 minuti (corto)
– Tecnica: Digitale, sonoro o muto, figurativo, cartoons
– Periodo: Primavera 2016, 10 GG con due domeniche / Inizio maggio
– Deadline: 1° step 21/03/2016 ; 2° step 21/04/2016 (Valutazione dei dossier e candidature)
– Dvd su richiesta
– Pubblicazione di tutti i lavori sui siti FPA2000 e “DroniFestival”
– I selezionati saranno raccolti in un Dvd da presentare alla Mostra del Cinema
image.8PROGRAMMA CULTURALE
– Proiezione video in diverse sedi pubbliche
– Rassegna di filmati della Grande Guerra (prestiti da Videoteche Gorizia, Torino, Fondazione Cini, Istresco)
Info: edizioniaida@gmail.com

Nella foto: Federico C. pilota un minidrone durante la lezione in Classe al Liceo Giorgone del 16 febbraio 2015.

“Droni by Art” e “Johnny Depp” i due argomenti del servizio Rai3 di venerdì

CIMG0048Il servizio curato dal giornalista Curzio Pettenò di Rai-3 che dà le notizie salienti della giornata (uno o due film e qualche flash) fa capire che c’è la star Johnny Depp come apertura e un altro momento “speciale” che si è svolto nella mattinata del giorno prima. E’ tutto dalla voce di Pettenò. Seguono le solite tappe: foto autografo con il pubblico giovanile stipato alle transenne (“venti minuti di autografi, le ragazze in delirio per Depp” – annota Pettenò. “L’attesa è spasmodica. In almeno quattro punti diversi del Lido si ritrovano gruppi di almeno duecento adolescenti con smartphone in una mano e Angelo e Luciano_jpgblock notes lillipuziano nell’altra” – scrive Davide Turrini de il Fatto Quotidiano), una o due piroette per la calca di fotografi e un altro mezzo minuto in conferenza stampa con una bottiglietta di birra (con etichetta verde come la sua giacca!), e subito dopo il servizio di Ivana Godnik sui Droni by Art allo Spazio della Regione del Veneto dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia.
Il vip del momento era Giovanni o Giò come a casa e in classe lo chiamano, dimostrandolo molto attento nella lettura del suo Dinosauri’s book, un po’ ansioso di poter rivedere il fratello che non arrivava mai…da Londra dove andò per imparare l’inglese.
Con Giacomo ha condiviso “La semplice intervista“, un video virale di 5,32 minuti, che nel giro di pochi mesi ha raggiunto 128mila/176mil follower (a seconda delle fonti). Giacomo l’aveva fatto “per i familiari e qualche amico”, invece ha preso la piega della notorietà estrema, quasi da chiedersi come mai alla gente piace tanto. La scena però che avrà convinto la regia della Rai di Palazzo Labia a mandare in onda il pezzo al TG delle 19,30 e mezzanotte è indubbiamente la corsa di Giovanni come un razzo volante che è saltato sulle braccia di Giacomo. Un’istantanea che rimarrà nella Federico con studentesse del liceo il vicesindaco Giovine e Daniele Pauletto.jpgstoria del cinema di Venezia, il primo attore con sindrome trisomia 21 che interpreta da solo un argomento tanto attuale – “alla ricerca di un posto di lavoro” (il tema è azzeccato!). La storia, nonostante l’innata dote artistica del piccolo e l’estrosità di Giacomo, condensa un po’ tutti i filoni: il sociale, il politico-giuridico (anche di diritto internazionale)e naturalmente l’ironico.
Droni by Art ha raccolto in un dvd, sotto forma di Journalisme de poche/Giornalismo tascabile “La semplice intervista” di Giacomo Mazzariol, il docu-film “Dove comincia il giorno” di Luciano Zaccaria con 42 convittori dell’Alberghiero Maffioli e una selezione di 52 interviste effettuate alla Biennale Arte e in altre occasioni da Daniele Pauletto e Angelo Miatello con la collaborazione di Rosanna Bortolon, Claudio Malvestio, Nazzareno Bolzon, Gianantonio Schiaffino e alcuni “selezionatissimi” studenti dell’IPSIA, come il bravissimo pilota-timoniere Federico Calzavara.
johnny-depp-venezia2015-1030x615Il primato di aver portato i droni dentro i musei è solo di questo team castellano, sebbene oggi si possano trovare su Youtube altrettanti video, solo come registrazione non come cronaca. Secondo aspetto: il progetto Droni by Art si articola in vari momenti dentro e fuori la Scuola. Quelli che si vedono in giro sono “azioni private” o “militari, di ricognizione”.
L’evento Droni by Art è stato diffuso dai canali interni alla 72.Mostra del Cinema (casellario elettronico, registrazioni videocam), da stampa on line (Schiaffino) e quella cartacea (Bellinelli, Nordio, Maragrazia Pellizzari). In precedenza un altro servizio era stato messo in onda da AntennaTre.
Una ciliegina sulla torta era prevista: la consegna di un attestato di merito alla Regione del Veneto “per aver prestato il 16 febbraio l’opera Minerva tra Geometria e Aritmetica di Paolo Caliari detto il Veronese, Giambattista Zelotti e Anselmo Canera, al Liceo Statale Giorgione, nell’ambito L’opera in classe”. Il Liceo Giorgione è la prima scuola d’Italia che abbia attuato il progetto del Ministro Abbraccio storicoFranceschini lanciato nel maggio 2014, senza però far ricadere oneri allo Stato!
La registrazione dello storico evento culturale del 16 febbraio – trasloco e lezioni in cattedra – con i droni pilotati dagli studenti dell’IPSIA Galilei è nel Dvd. Una pietra miliare.
Concludendo, i veri protagonisti sono stati i ragazzi (Maffioli, Giorgione, Ipsia), compreso Giovanni, che hanno rubato la scena virtuale a Johnny Depp.
Come nel 1932, quando nacque all’Hotel Excelsior la Prima Esposizione internazionale d’arte cinematografica con tanti giovani, anche oggi c’è stata una première con dei formidabili attori e registi per una volta. Qualcosa comunque è cambiato, se il digitale ha rotto gli schemi.

In visita all’Orto Botanico di Padova in compagnia di Daniele Pauletto, Federico Calzavara e Claudio Malvestio con droni e smartphone

Pubblicato il 28 giu 2015 (video a cura di Daniele Pauletto)
Orto Botanico di Padova e Giardino della Biodivesità – Università di Padova.

Orto-vecchio-panoramica_SfericaL’HORTUS SPHAERICUS COME IMMAGINE SIMBOLICA

Da L’Orto Botanico di Padova. Tra immagine e scienza, tra natura e memoria di Giorgio Sparisi, Angelo Miatello, Claudio Malvestio / b+M Edizioni Castelfranco Veneto, maggio, 2011 €22,00 / ISBN 978-88-88366-41-9

Su forme geometriche all’apparenza semplici, come il cerchio ed il quadrato, la mentalità simbolica dell’epoca condensa significati molteplici che si vengono a stratificare in vari livelli di senso.
Del resto questo fenomeno della non univocità e della elusività del significato, descritto in modo chiaro da Ernst H. Gombrich (Nota 1), testimonia il passaggio da una tradizione simbolica neoplatonica, di tipo sacrale ed univoco, a quella aristotelica che si fonda sulla teoria della metafora, dove si hanno per l’appunto vari livelli di significato.
Fontana_TeofrastoUn caso emblematico è rappresentato dalla forma circolare, che utilizzata nell’architettura dei giardini fu oggetto di varie interpretazioni che spaziavano dal mitico giardino di Venere immaginato da Francesco Colonna (1433-1527) nel suo fantastico testo illustrato Hypnerotomachia Poliphili (“Sogno d’amore di Polifilo”), (Venezia, 1499) (Nota 2), fino ad un significato astrologico-esoterico, quale esempio cosmografico per un potenziale sfruttamento della natura. Tuttavia, sorprende l’asciutta prosaicità del più volte citato Hortus MedicusPatavinys_1629Marco Guazzo, il quale nel 1546 soffermandosi sugli aspetti funzionali dell’orto ne trascura quasi totalmente quelli simbolici, cercando piuttosto un aggancio con l’antichità classica affermando che “gli elementi formali riproducono quanto ne i giardini de li antichi si soleva fare” e che “la tonda principalissima e capacissima di tutte le altre, fuvi fatta la quadrata divisa in quattro quadroni”.
Per quanto concerne poi la partizione dello spazio in quattro settori uguali per mezzo di due viali perpendicolari, sta a rappresentare il quadrivio. La descrizione dell’Orto patavino di Marco Guazzo è chiara al riguardo: la divisione per quattro è riferibile alle quattro direzioni principali, nord, sud, est, ovest, cioè al cardo e al decumano delle città romane; il viale dell’entrata dell’Orto corrisponde al cardo, asse mediano nord-sud della città antenorea (Padova, ndr)
Le quattro parti che ne risultano possono essere interpretate, secondo alcuni storici, come i quattro elementi aristotelici – terra, fuoco, acqua, aria – oppure come le quattro proprietà galeniche curative delle piante medicinali – secco, umido, caldo, freddo.
Un’altra ipotesi è quella legata alle condizioni ambientali, come riferimento non solo alle quattro direzioni cardinali, ma anche alle quattro stagioni, espressioni di situazioni climatiche ben diversificate caratterizzate per specifiche specie di piante, iconografia questa molto frequente.
Una suggestiva lettura individua nella “suddivisione nei quattro quadrati uguali, ch’è lo stesso schema come nei giardini botanici a Pisa e a Padova” una combinazione tra la matematica e la medicina: la divisione in base alle quattro qualità moltiplicate per i quattro gradi di proprietà curative dei semplici. Questa teoria affondava le sue radici nella medicina teorica araba che l’editoria veneziana ne farà tesoro.
Per il numero otto, oltre a quanto abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, il frate fiorentino Del Riccio, appassionato botanico, nel capitolo intitolato “Del giardino di un re” del suo manoscritto “Agricultura sperimentale” (1565 e il 1591), raccomanda che dopo aver contraddistinto gli “otto quadri” secondo le otto lettere dell’alfabeto, in essi vengano numerati tutti gli “scompartimenti”, partendo sempre da uno e arrivando “bene a trecento”. Egli conferma che “tutto si fa acciò che poi con il suo libretto a uso di repertorio che ha a tal ordine che ha il giardino, tu possi trovare che piante son in tutti i numeri della lettera”. (Nota 3)
Da un giardino perfetto che è “irraggiungibile e che si trova in quella sfera ideale dove si rifugiano i desideri, le speranze e i bisogni dell’uomo” che solo gli artisti lo hanno immaginato come uno spazio ipotetico sulla Terra. Ad esempio è conosciuto come l’Età d’oro” (Nota 4), i Campi Elisi, l’Arcadia o meglio quel locus amoenus. Nel libro della “Genesi” l’Eden è definito come la fonte di quattro fiumi, che irrigano il giardino. I fiumi sono l’Eufrate, il Tigri, il Gihon e il Pishon. Gli ultimi due non sono
mai stati reperiti. Che fosse forse un continente, percorso da quattro fiumi e poi diviso? Vale la pena premettere che gli sconosciuti fiumi Pishon e Gihon erano lunghi e possenti come l’Eufrate e il Tigri. Dobveva trattarsi di un continente divino. Infatti i re babilonesi del III secolo a.C. si facevano chiamare i Re dei Quattro Quartieri, laddove i quattro designavano i quattro angoli della Terra, al centro dei quali sgorgava la sorgente di vita (la c.d. fontana della speranza) per dividersi e dar forma alla Terra.

Cover_Miat.Spar.Malv
Nota 1
Ernst H. Gombrich, “Immagini simboliche. Studi sull’arte nel Rinascimento”, Torino, Giulio Einaudi editore, 1978.
Nota 2
Le descrizioni dettagliate di complicati labirinti, di arcate ricoperte di edera o di alberi potati ad arte (ars topiaria), oltre che di settori del giardino ornati da statue, furono in seguito motivo d’ispirazione per molti architetti paesaggisti dei giardini. Localizzato sull’isola di Kythera, è composto da un orto, un giardino dei semplici, un frutteto e da un giardino piantumato. A questi si aggiungono un “grazioso giardino con siepi” e un “amorevole giardino delle delizie”. Il volume sarà tradotto in francese nel 1546 e verso la fine del secolo in inglese con il titolo “The Strofe off amore in a Drag” (“Il conflitto d’amore in un sogno”).
Nota 3
A. Del Riccio, “Del giardino di un Re”, a cura di D. Heikamp, in “Il Giardino storico italiano”, a cura di G. Ragionieri, “Atti del convegno di studi, San Quirico d’Orcia 6-8 ottobre 1978”, Firenze, 1981, pp. 59-123.
Nota 4
Vedi il dipinto di Lucas Cranach il Vecchio, 1530 ca.

__________________________
FPA2000 è un’agenzia stampa libera che unisce passione e cultura nella comunicazione. Fondatori: Angelo Miatello, Daniele Pauletto, Claudio Malvestio, Rosanna Bortolon.

Giardino della biodiversità all’Orto botanico: Omaggio a Jean Dubuffet. Ce lo spiega Nicola Galvan

foto_ClaM_11M0074_Galvan xCIMG1086 JEAN DUBUFFET. Il Teatro del Suolo.
Padova, Giardino della biodiversità all’Orto botanico
26 giugno – 31 ottobre 2015. Mostra a cura di Nicola Galvan

324 tavole dei Phénomènes. Nelle trecentoventiquattro tavole dei Phénomènes, noi non ci siamo. L’immagine degli foto_ClaM_11M0029_orto xesseri umani, del loro corpo, delle cose abitualmente toccate dalle loro mani, rimane essenzialmente estranea al più noto ciclo litografico di Jean Dubuffet, che si offre alla nostra lettura come un registro monumentale delle fenomenologie riconducibili alla natura e ai suoi elementi.
Nonostante le loro specificità poetiche e stilistiche, i ventidue portfolio che lo compongono, esito di un lavoro che ha impegnato l’artista francese dal 1958 al 1962, non sono scindibili dalle coeve esperienze sviluppate in campo pittorico. Rappresentano piuttosto l’ultima frontiera della cosiddetta celebrazione del suolo, una fase espressiva che ha connotato il suo ricercare durante gli anni Cinquanta e che lo ha visto sondare, sia nel versante figurativo, sia in Dispositif au sol, 9 da Tables rasesquello astraente delle opere, il valore simbolico e narrativo della pura terrestrità.
I “luoghi” privilegiati dalla pittura di Dubuffet erano allora costituiti dai panorami scabri, dalle superfici anonime e petrose, dagli assemblaggi ottenuti con il giustapporsi di veri elementi botanici. Ad affiancarli, ma anche a manifestarsi non di rado nel loro contesto, erano teste e corpi umani che apparivano inscritti nella terra o con la terra plasmati. Attraverso essi prendevano vita personaggi grotteschi e deformi, definiti secondo modalità rappresentative infantili, i quali mantenevano però quale riferimento la stessa figura umana poi dimenticata nelle tavole dei Phénomènes.
L’Art brut (Arte povera). Era attraverso questo apparato iconografico, diretto discendente di quello già sviluppato nei lavori passati alla storia con la definizione di Art brut, che Dubuffet consumava, parallelamente ad artisti guidati da una simile tensione intellettuale, la sua personale elaborazione del lutto. Scaturita dalla smisurata tragedia del secondo conflitto mondiale, tale meditazione aveva trovavo una “irregolare” formulazione espressiva negli Ostaggi di Jean Fautrier, nei sacchi di Alberto Burri, nelle desolazioni post nucleari di Enrico Baj. Senza rinunciare alla sua peculiare cifra sarcastica, e volgendosi più di altre verso la dimensione del primario, l’opera di Dubuffet partecipava dunque a un diffuso sentire in cui, alla costernazione per un mondo ferito, si mescolava una radicale avversione nei confronti delle preesistenti strutture sociali e culturali; le stesse che, colpevolmente o meno, avevano permesso la pianificata follia dell’ultima guerra. In ambito artistico, ciò aveva quale riflesso un desiderio di azzeramento di ogni codice rappresentativo tradizionale, proposito perseguito dagli esponenti delle nuove tendenze e, con particolare coerenza, da quelli dell’Informale. Pur modulandosi secondo sensibilità differenti, la loro asserzione espressiva si mostrava orientata dalla spontaneità più che dalle facoltà razionali, affidandosi fiduciosa a quegli stessi automatismi già investigati dal movimento surrealista. Contemplava, inoltre, il contributo fattivo del caso.
Géométrie, 16 da Sites et ChausséesLes Phénomènes, dalla casualità all’agnizione. Quantomeno non preordinata è stata, infatti, la nascita dei Phénomènes, superfici variamente istoriate che, opportunamente ritagliate e ricomposte, Dubuffet aveva pensato di destinare alla configurazione dei Reports d’assemblages (1), ciclo litografico del quale verranno compiuti pochi, pregevoli esemplari. È in corso d’opera, dopo cioè la stampa delle prime tavole, che l’autore ha compreso la loro facoltà evocativa. Si deve perciò a una folgorante “agnizione” il successivo sviluppo sistematico di questo inventario d’immagini della natura astratte eppure verosimili, censimento poetico di avvenimenti grandi e minuti, visibili e nascosti. Per la loro creazione, Dubuffet ha fatto ricorso da un lato alla pratica dell’impronta – già esperita nelle carte e nelle litografie degli Assemblages d’empreintes – esercitata adagiando la carta da riporto inchiostrata su superfici dalla diversa identità materiale; dall’altro, a procedimenti di carattere fisico e chimico riguardanti la lastra litografica.
Un’arte alchemica. Questo articolato sistema operativo, che ha visto l’artista descrivere la natura non attraverso gli strumenti della pittura o del disegno, ma bensì diventando natura, attivando cioè dei processi in grado di generare eventi e territori immaginari, è stato di volta in volta orientato verso la pura possibilità di un’analogia, solo in un secondo momento riconosciuta e dotata di un nome (2). Impadronendosi della funzione più profonda della poesia, Dubuffet si è assunto il compito di nominare il mondo davanti ai suoi occhi, anzi, un mondo da lui stesso ricreato. I titoli che accompagnano i Phénomènes risultano sovente sorprendenti, illuminando la polivalenza visiva delle opere. È il caso di alcune versioni a colori di tavole già presentate nei portfolio in bianco e nero, nelle quali, stando al nuovo nome loro conferito, l’acqua si è mutata in terra, la terra in aria, senza che l’immagine abbia perso verosimiglianza: un gioco di specchi tra i diversi elementi, innescato dalle proprietà “alchemiche” del colore.
foto_ClaM_11M0087_Drone xMetafore, idee, corrispondenze attraverso la litografia. Ogni aspetto processuale sotteso all’esecuzione di questo imponente ciclo, se attentamente ponderato, sembra però dare luogo a imprevedibili ambienti di metafore e corrispondenze, così come a semplici associazioni d’idee. Tale considerazione viene confermata anche nel momento in cui si cerca di comprendere l’interesse di Dubuffet verso la lingua della litografia: una tecnica di stampa che prevede la realizzazione o il riporto di un’immagine sulla pietra – materia proveniente dallo stesso suolo indagato in questi lavori – di cui il foglio di carta serberà in seguito l’impronta – elemento che abbiamo visto essere tra le loro premesse. L’analisi della costruzione compositiva delle singole tavole, nonché dei portfolio che le presentano in sequenza, riferisce invece di una loro curiosa affinità, probabilmente non ignota all’artista, con il mondo musicale. Nel saggio “Note sulle litografie” per “reports d’assemblages” e sulla serie dei “Phénomènes”, è egli stesso a definire tastiera l’insieme del materiale di base per i Phénomènes, rappresentato dalla raccolta delle impronte rilevate nell’ambiente circostante. Se, come per le note musicali, il numero di queste matrici primordiali era limitato, illimitate erano le loro possibilità di combinazione, che Dubuffet ha esplorato sovrapponendole le une alla altre, pervenendo a immagini sempre nuove. Quelle giudicate più eloquenti sono così divenute i singoli movimenti della suite rappresentata dall’intero portfolio, che assieme agli altri ha dato luogo a una composizione ancora più ampia.
foto_ClaM_11M0042_dubuffet xTredici album in bianco e nero e nove a colori. Ognuno di questi album – sono tredici quelli stampati in bianco e nero, contenenti ciascuno diciotto tavole, nove quelli a colori, che ne contengono dieci – risulta in effetti connotato da un suo carattere, da un suo tema, da una sua struttura narrativa. Ecco dunque richiamati, grazie a texture più e meno omogenee, sature di tracce oppure rarefatte, il fluire dell’acqua, l’asprezza del suolo, il mistero dell’ombra, l’evanescenza dell’aria. Dando loro forma, Dubuffet ha evitato qualunque allusione alle categorie romantiche del sublime o del pittoresco, per lungo tempo coinvolte, pur con differenti declinazioni, nella restituzione poetica della natura. Ha condotto la sua impresa creativa ricorrendo a uno sguardo immaginativo piuttosto che a uno oggettivo o scientifico, sebbene l’autore sembri condividere con le figure del geologo, dell’agrimensore, del botanico, la medesima profondità nell’osservazione, e dunque l’interesse per il recondito, l’impercettibile, l’apparentemente ordinario. Ha tradito consapevolmente, infine, l’impostazione compositiva del paesaggio, abolendo non solo una visione di tipo prospettico, ma anche la rappresentazione dello spazio come entità che accoglie e raccorda le cose. Non vi è infatti illusione di spazio, nei Phénomènes, se non dentro le cose stesse, conseguenza della volontà dell’autore di recuperare un’ancestrale intimità con la materia prima del mondo, sino ad affondare in essa e nelle sue superfici.
foto_ClaM_11M0080_dubuffet xUna natura dopo l’uomo. In queste immagini che non hanno un precedente nella storia delle arti visive, Dubuffet ha materializzato il respiro incessante di una natura dopo l’uomo, che dell’uomo sembra attendere la palingenesi e il risveglio. Con la conclusione dell’ultimo degli album che le raccolgono, nell’aprile del 1962, si è chiusa idealmente una stagione da considerarsi cruciale per l’Informale e per l’avventura creativa dell’artista, già a quella data proiettata verso le folle brulicanti del ciclo Paris Circus e i nuovi, colorati campi plastici de L’Hourloupe.

foto_ClaM_11M0051_Drone x Note
1) «Utilizzai […] gli effetti provocati da miscele di acqua e benzina, l’ossidazione delle lastre di zinco esposte al sole, le fessurazioni delle vernici, la polvere di resina riscaldata con la fiamma sulla pietra, e ogni altro tipo di esperienza del genere. In nessun caso il pennello o la matita. La loro intrusione mi appariva scioccante e mi sembrava snaturare il significato della mia impresa.» J. Dubuffet, in Note sulle litografie per “reports d’assemblages” e sulla serie dei “Phénomènes”, in A.A.V.V., Informale, catalogo della mostra, Modena, Foro Boario,18 dicembre 2005 – 9 aprile 2006, Skira Editore, Milano, pag. 80, traduzione di S. Bottazzin e G. Mastinu

foto_ClaM_11M0108_Drone x2) «Per alcune delle tavole l’evocazione si impose in maniera così evidente che il loro nome si presentava da solo irrefutabilmente. Per altre l’evocazione era meno specifica, più polivalente, più generale, a cavallo di registri multipli, il titolo era dunque oggetto di discussione.
Una cosa merita, tra parentesi, di essere notata, è il raddoppiamento del potere evocativo di cui si dotavano le tavole al momento in cui ricevevano il titolo e la forza irresistibile con la quale l’immagine veniva inghiottita dal nome che gli veniva conferito, a volta un poco arbitrario. Era istruttivo verificare fino a che punto la funzione dell’artista consista tanto a creare delle immagini quanto a nominarle. Credo anche che questa funzione di lettura […] è molto più importante per un artista che non l’elaborazione delle immagini stesse. Credo che le scoperte più feconde avvengono non a partire dall’esecuzione delle immagini ma a partire dall’interpretazione che se ne fa. Credo anche che questa facoltà di veggenza davanti a un’immagine può essere per chiunque oggetto di esercizio e che chiunque abbia intenzione di compiere un atto creativo farà bene a coltivarla almeno quanto la sua agilità manuale.».
J. Dubuffet, in Note.. cit., pag. 81

[“agnizione”, svelare, rivelazione della vera identità…]

Al quirinalista Marzio Breda il Premio Giorgio Lago 2015. Il drone dell’IPSIA vola in Teatro Accademico


Baldin.Zilio.Cernic e Viena (prima).Paola Pastacaldi
Servizio di Daniele Pauletto, Angelo Miatello e gli studenti dell’IPSIA

Anteprima assoluta: “Premio Giorgio Lago dietro le quinte”, pilotaggio del drone by art di Federico Calzavara dallo stanzino del Teatro Accademico. Il servizio doveva completarsi con il sorvolo di un minuto con i relatori e la platea gremita.

Due giorni dedicati al giornalismo, tra Casa Giorgione e Teatro Accademico di Castelfranco, in memoria del concittadino Giorgio Lago, noto editorialista del Gruppo L’Espresso e già direttore de Il Gazzettino, scomparso dieci anni fa.
Giovedì 21 maggio al Museo Casa Giorgione si è svolto un incontro sul tema “Aspettando il Premio Noi e gli altri – Il giornalismo al tempo della globalizzazione e dei fondamentalismi”, con Ario Gervasutti, direttore del Giornale di Vicenza, Maurizio Cerruti, capo redazione esteri de Il Gazzettino, Stefano Allievi, editorialista del Corriere del Veneto, Renzo Guolo, editorialista di La Repubblica. Ha moderato Paola Pastacaldi che ha cercato più volte di sintetizzare i concetti degli invitati, sebbene non fosse così semplice per esperienze personali. Ha prevalso comunque Gervasutti l’unico che stia cavalcando un giornalismo che si sta orientando verso la pluralità del sentire e dei mezzi comunicativi. Sicuramente quest’eperienza lo porterà in alto, verso nuovi orizzonti. Mentre gli altri sembravano ormai stretti e bel lusingati nei loro vestiti sartoriali. E’ opinione diffusa che il giornalismo italiano non dispone di tanti inviati all’estero, il che può essere un handicap perchè certi fenomeni non si capiscono subito. I giornalisti non leggono libri e per “invidia intellettuale” non citano quelli che forse ne sanno più di loro (Stefano Allievi).

Calzavara e...Il giorno seguente nella mattinata in Teatro Accademico, si è svolto un incontro su “Il giornalismo nelle stanze del potere” con Marzio Breda, Francesco Jori, Paola Pastacaldi e Sergio Frigo, di fronte ad una platea gremita di studenti. Sono saliti sul palco i tre vincitori del concorso “Giorgio Lago nuovi talenti del giornalismo”: Veronica Viena (Padova), Asia Cernic (Treviso) e Anna Zilio (Castelfranco).
La liceale Viena ha raccontato un fatto accaduto che, analizzato con la lente d’ingrandimento, ne ha rovesciato il cliché dei luoghi comuni. Un barbiere che si mette a disposizione una volta alla settimana per gli extra-comunitari ad insegnare il suo lavoro, la sua arte.
Un piccolo esempio di “cittadinanza attiva” che potrebbe moltiplicarsi nei confronti di altri casi, magari sostenendoli e programmandoli, invece di imprecare contro il governo e lanciare slogan scomposti.
Guolo.Allievi.Pastacaldi.Gervasutti.CerrutiNella serata (di gran gala) invece è stata la volta dei premiati dell’edizione 2015: Sport: Famila Basket Schio, Giornalismo: Marzio Breda, Impresa: Renzo Rosso, Volontariato: Città della Speranza, Cultura: Marco Paolini, Premio speciale all’Innovazione: Claudio Ronco. Ha presentato Domenico Basso con l’ospite Ulderico Bernardi, sociologo e scrittore che ha relazionato su “Giorgio Lago riformatore”.
Marzio Breda, trevigiano di Conegliano e con 40 anni di attività alle spalle, ha commentato: “Ho ricevuto un riconoscimento intitolato ad un collega che ha raccontato “laicamente” il territorio, superando caricature e cliché al tempo molto diffusi. Peraltro lo conoscevo. E poi io sono di qui: la mia famiglia vive a Verona. Anche se per tanto tempo, circa 35 anni, ho vissuto a Roma e a Milano. E poi, si tratta di un premio ad una mia specialità: sono stato il primo quirinalista, negli anni Novanta, ai tempi di Francesco Cossiga”.
Daniele PaulettoPer gli altri premiati: Marco Paolini alla cultura, Renzo Rosso per l’impresa, Famila Basket Schio (pallacanestro femminile) allo sport, Claudio Ronco (nefrologo) all’innovazione, e Città della Speranza al volontariato. Secondo gli organizzatori, “i sei nomi selezionati dalla giuria narrano lo spirito ed il patrimonio culturale che anima incessante questa terra che Giorgio Lago ha testimoniato con attenzione”. Nella giuria, tra gli altri, il presidente di Veneto Banca Francesco Favotto e quello dell’associazione Amici di Giorgio Lago Luigino Rossi.
Due sono le novità di questo decimo premio: un riconoscimento alla categoria “innovazione” che si somma alle altre cinque (cultura, sport, volontariato, impresa, giornalismo) e la conferma del concorso per i ragazzi dei licei che ha puntato per questa terza edizione al sociale.
Oggi i tempi sono cambiati, la velocità con la quale si può comunicare da una parte all’altra del globo obbligherebbe rivedere regole, costumi, dogmi che hanno posizionato il giornalista come un guru, un opinionista, un idolo come poteva essere “Indro Montanelli, Enzo Biagi o qualche altro” (S. Allievi). Da una parte il giornalista racconta un fatto, magari standosene sempre seduto davanti alla tastiera, al sicuro. Dall’altra c’è chi va sul posto, si confronta, dev’essere veloce e a volte anche fortunato.
Alla quattro del pomeriggio si studiava come costruire la prima pagina. Alla sera si chiudeva con le ultime notizie di cronaca nera o dello sport. Oggi hai cento canali aperti, fusi orari da tener conto. Chi è sul posto può comunicare con il suo smartphone tanto quanto una cinepresa ingombrante. Un soldato sul fronte può colmare l’assenza del cronista, se glielo permettono.
I giovani che crescono con i nuovi mezzi di comunicazione non sono adeguatamente accompagnati da chi ha ben precise le cosiddette regole dell’informazione. Nemmeno i docenti si prodigano ad insegnare come si fa risalire alle fonti primarie, secondarie e terziarie, dettare una scala di valori entro i quali si deve costruire una notizia. Cronaca nera, attualità, curiosità, eventi sono tutti uguali? Basta la conferenza stampa del comando di polizia oppure sarà necessario aspettare il legale difensore o indagare dov’è successo il crimine?
Quanto si può ancora insegnare con le tradizionali regole del componimento usando i nuovi mezzi di comunicazione, quali social network? Youtube, Twitter…Facebook, Skype hanno rivoluzionato il modo di “stare assieme attraverso la parola, lo scritto, l’immagine”. Ripensare è innovazione, rimanere sugli allori è stagnazione.
Istagram, WhatsApp (di Facebook) e YouTube (di Google) sembra si stiano coalizzando. “Le testate riversano contenuti su Facebook e su Google. E’ una rivoluzione che le ‘news’ possono cavalcare. Attraverso Google i lettori trovano notizie di qualità. Il tempo e lo spazio sono le variabili da tener sott’occhio. Ti avvicini ad un museo? Ecco recensioni e consigli. Stai per uscire di casa? Arrivano dritte sul traffico in tempo reale. E questi contenuti li possono dare gli editori.” (Madhav Chinnappa (responsabile News di Google-Londra)
Ma quello che conta è trovare la forza di adattarsi al cambiamento non di constatare il conservatorismo del parruccone, perchè la trasformazione avverrà in ogni caso.
Per il momento vale l’opinione di Baron, secondo cui “c’è solo una scelta realistica da svolgere: fare quel che dobbiamo per adattarci, e nella migliore delle ipotesi prosperare. O non farlo: e così staremo consapevolmente decidendo di fallire. Chi resisterà al cambiamento sarà messo da parte e dimenticato” (da Marty Baron, direttore del Washington Post, http://wapo.st/1y5qC6W )

Drone by art al Padiglione Venezia per un’intervista al curatore Cibic

_11M0184Articolo cartaceo Pdf:
FPA_Cibic

Aldo Cibic racconta l’evoluzione dell’arte del fare. Il drone by art atterra sulle sue mani

Dalle parole ai fatti, conto alla rovescia di un’informazione confezionata su misura. Il sogno di creare notizie con poco, usando piccoli e grandi strumenti di comunicazione. Quando per grandi sono la rete, i new social media, e per piccoli s’intendono gli oggetti digitali, ormai alla portata di tutti. Non più come centocinquant’anni fa in cui il fotografo deteneva il know how dell’apparecchio e delle materie prime, procurandosele a Parigi (il caso di Carlo Ponti, o degli stéréo block-notes di L. Gaumont, in Collection M.+M. Aurer, Histoire de la photographie), trasportandoli in casse ingombranti, ma il saper lavorare in gruppo, con l’istantaneità del cronista e strumenti “de poche” (tascabili).
Non ci sono paragoni: FPA2000 è un collettivo iniziato con le riprese del trasloco della Bellona-Minerva di Paolo Caliari detto il Veronese e di Zelotti nella palestra del Liceo Statale Giorgione all’atterraggio morbido sulle mani dell’architetto Aldo Cibic, pilotato dal giovane Federico C. con i due pollici sul suo i-phone. Poi, ciascuno con un proprio ruolo ha contribuito al confezionamento sartoriale della news: virtuale, cartacea. Diventa virale nel momento in cui stuzzica la curiosità dell’oggetto giocattolo che vola e fotografa “il drone”. Un passaparola pacifico e beato, quasi a contraddire gli ingenti capitali che le superpotenze spendono per scopi militari. In Sicilia abbiamo il più grande aeroporto di droni del Mediterraneo, eppure i barconi giungono lo stesso ed i partiti litigano.
Il drone by art ha ancora molto da raccontare, come del resto il viaggio iniziato dall’arch. Aldo Cibic attorno ad un Veneto non sempre conoscuto.