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Tutto quello che vorresti sapere sui bombardamenti aerei austro-germanici di Castelfranco Veneto (1916-1918)

IN ONORE AI CADUTI CIVILI & MILITARI DEI BOMBARDAMENTI AEREI SU CASTELFRANCO TRA IL 1916-1918
3 Novembre 1918 a cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti, mai ricompensati

Premessa
Si tratta di un’indagine storica on line sui fatti accaduti tra 1917 e il 1918 a Castelfranco Veneto, principale retrovia della guerra sul Massiccio del Grappa e le montagne vicine, durante il stazionamento delle truppe francesi subito dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1817).
Una città impreparata, come del resto altre qui nel Veneto, che si è trovata coinvolta nella Grande Guerra, come importantissima retrovia del nuovo fronte costituitosi tra il Piave e il Brenta, e tra questo e l’Adige. Castelfranco ha subito in proporzione di numero di abitanti ed estensione urbanistica violenti attacchi dalle squadriglie dell’aviazione austro-germanica, dopo Venezia Treviso e Padova. Chi scrive “800” bombe, chi “346” e chi, come noi, mette in discussione questi calcoli frettolosi (se centravano lo stesso bersaglio o se finivano sotto terra, nessuno se n’era accorto. La storia di Castelfranco tra l’800-900 del periodo bellico ’16-’18 non è mai stata passata al setaccio, cioè confrontando fonti militari che “diffondevano dispacci” con assoluta censura e propaganda. Non è mai esistita una stampa libera nel nostro Paese. Se assommassimo la censura durante le due grandi guerre, il Ventennio dittatoriale, il Dopoguerra (Cold World War), fino agli anni ’90, cioè alla caduta del Muro di Berlino e allo sfacelo delle Repubbliche socialiste democratiche e popolari, non potremmo lamentarci delle false ideologie o della montagna di fake news fatte circolare. Scoprire piano piano attraverso una paziente ricerca on line, accessibile a tutti, o almeno per chi sa usare il personal computer, i motori di ricerca e conosce una sufficiente terminologia, che un nome di persona è stato storpiato e alcune brevissime note di cent’anni fa furono spropositatamente “caricate” ci rende felici. Le fake news sono talmente circolate a Castelfranco, città di Giorgione, che vengono persino impresse nelle pagine dei libri, nelle didascalie di raccolte fotografiche d’epoca, sulla cronaca di ieri e di oggi e per completare la vasta gamma sulle lapidi di piazze e borghi, ogni anno ricordate con una corona d’alloro e in pompa magna.

Nomi e fatti inesatti, approssimativi, con fonti militari non dichiarate
Possono essere ripetuti durante l’arco di Cent’anni, anche nell’epoca del digitale e dei social? Perchè un sindaco ha bisogno di crearsi notorietà “pre-elettorale” come ricercatore su un fatto di storia militare piuttosto complessa, basandosi sul libercolo di don Pastega del 1919?
Laureatosi allo Iuav, ci dicono le cronache, il suo mestiere dovrebbe essere architettura, progetti e simili, non certo quello di scavare fra gli archivi militari francesi. Giustificandolo in parte perchè “giovane”, viene meno il suo contratto stipulato con la cittadinanza e di poco rispetto per chi invece potrebbe esaudire una ricerca storica approfondita.
Perchè un direttore di biblioteca o il monsignore mitrato o da ultimo anche il responsabile della cultura municipale devono prendere per scontate le pagine scritte nel 1992 da uno “storico impegnato” che a sua volta le aveva ricavate dal libercolo di don Pastega del 1919?
I tre moschettieri, laureatisi a Padova, in Lettere e storia o in Scienze politiche, più la ex sindaca, cresciuti all’ombra del Seminario vescovile, dei patronati, dei cori teatrali, delle assemblee sindacali, dei viaggi premio, hanno inciso sulla storia che all’unisono sarebbe divenuta ufficiale. Appunto usando un’editoria di qualche centinaio di copie (cento comperate dall’autore o dalla Banca) e come abbiamo detto del palcoscenico, del pulpito, della cattedra del Patronato (ieri Pro infanzia, oggi Pro domo sua).
Da ultimo fatto di cronaca ufficializzato dalle “residenze municipali”, controfirmato dai rispettivi sindaci e immortalato da un “Manifesto bardato di tricolore con il logo ministeriale” e da una “lapide ricordo” in piazza parcheggio a pagamento (“a pochi metri dal monumento del Giorgione”), alle reali informazioni che si possono ricavare da fonti militari francesi, ci sorprende la messinscena di domenica 4 novembre 2019, voluta per calcolo politico propagandistico e fai da te. Forse è azzardato di parlare di un “militarismo” crescente e di un “sovranismo” alle sue prime battute della storia europea. Si sente in giro che ci sarebbe bisogno di ripristinare la leva militare per fini sociali, dell’unità nazionale per portare democrazia e libertà laddove ce ne sia bisogno (con l’uso della forza?), del principio della “solidarietà” che in pratica significa aderire alle strategie militari collegiali (per noi Nato e basi americane) ma non si affronta mai il problema dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario che lo Stato italiano aderisce e contempla nella propria Costituzione e Codici civili e penali. Anche dopo Cent’anni, dalla bocca del politico, del sindaco, del monsignore, del bibliotecario solo retorica e superficialità, banalità e storielle per far ridere o piangere il pubblico, ignaro e incapace di poter verificare se sia vero o falso quello che viene detto, scritto e scolpito.

LUCIEN LIZET O LUCIEN LIZÈ O LUCIEN ZACHARIE MARIE LIZÉ?
Potrebbe essere un buon quesito da talk show, da telequiz dei doppi sensi di Amadeus e Gerry Scotti. Un premio in denaro o per un viaggio ad Angers e Parigi, per onorare il nostro “cugino” generale che “con il suo sangue ha cimentato l’unione dei due grandi popoli associati nella comune difesa della più bella e della più santa delle cause”, (cf. generale Fayolle, in Le Petit Parisien, gennaio 1918).ì Storpiare un nome proprio di un generale francese (da Lizet a Lizé) ucciso da una scheggia di bomba (granata), sbagliare la data di questa disgrazia (il 4 o il 5 gennaio 1918?), raccontare una dinamica dell’incidente fatale con note colorite (aspettava in auto), come altre che si sono mescolate nei fatti delittuosi gravi commessi dai nemico, e ripeterlo fino a domenica scorsa 4 novembre 2018 in Teatro, sui giornali e, come dicevamo, sui libri della Biblioteca, quasi tutti co-finanziati dal Comune, dalla Banca Popolare o dagli stessi autori, non è una cosa da poco. Finché si tratta di un articolo di cronaca, non si può chiedere al giornalista di fare ricerche storiche o di fare attenzione a quello che scrive. La responsabilità ricade su chi diffonde la notizia, quasi sempre a voce e dal palco del Teatro Accademico, come se fosse l’Accademia dei Lincei o della Crusca, una Corte Suprema della Storia Castellana. Una nota dolente è il corpo docente della scuola castellana che sembra un assente perenne che viaggia in vagoni stagni con una storia da manualistica sorpassata e standardizzata dal ministero che è monopolizzato dalle case editrici che ci lucrano milioni di euro. Qui purtroppo affondiamo un coltello nella piaga. Il protocollo firmato dalla Regione Veneto con il ministro dell’Istruzione e ricerca per la promozione della storia locale (da ufficiosa a ufficiale) chissà quando verrà praticata. Siamo in Italia.
Tra i colpevoli di una sub cultura ci sono anche i preti che, nel loro rigore fideistico alla Chiesa romana-cattolica, dal pulpito o da una cattedra del Patronato convincono il vasto pubblico credulone della storia accaduta, quella vera e sacrosanta. Le uniche fonti a disposizione sono i cosiddetti “diari” o annotazioni di certi monsignori che vengono riadattati con altre informazioni ricavate (non si sa da dove) e sono persino “convalidati” dal “Nulla aosta” e dall’ “Imprimatur” di due distinti uffici vescovili. Il tutto condito con l’olio, il vin santo e l’incenso.

Cent’anni dopo il libercolo “Durante il bombardamento aereo Austro-Ungarico su Castelfranco-Veneto” (Nulla aosta di Mons. Dott. Valentino Bernardi del 6 settembre 1919 e IMPRIMATUR della Curia Vescovile di Treviso 6-9-19 Mons. Vitale Gallina Provicario Generale) può essere ancora una fonte primaria ed attendibile per i fatti delittuosi e criminali accaduti tra il 1917 e il 1918? Come possono uno storico di fama, un direttore di biblioteca, un architetto urbanista, un ex presidente di Banca popolare, un ex sindaco, un ex monsignore mitrato, un assessore alla cultura, un sindaco in pectore, un presidente della Provincia di Treviso, rimanere ancorati alle generiche quantomai assurde informazioni di carattere militare e politico di don Giovanni Pastega, arciprete della Pieve, che è stato riesumato dal prof. Luigi Urettini di Treviso nel suo Storia di Castelfranco, Il Poligrafo, Padova, 1992)? Troppo facile la consultazione di queste due pubblicazioni, fra l’altro sprovviste di adeguate fonti storiche militari, sanitarie, civili.
Non solo questi signori si sono dimostrati plagiatori, che potrebbero essere denunciati per violazione dei diritti di copyright (una notizia ricavata non dalla strada ma da una pubblicazione va assolutamente citata la fonte con la pagina e l’anno, quando trattasi di fatti sensibili), ma persino demagoghi e falsi. Demagoghi perché nei loro racconti vi è un chiaro indirizzo “pseudo democratico”, “partigianesco”, del “volemose tuti ben”, dell’operare con scienza e moralità, e falsi perchè hanno raccontato argomenti politici con delle frottole che oggi, nel linguaggio globale, vengono definite “fake news”.
Da chi attingeva don Pastega per scrivere certe informazioni sensibili (rifugi, morti, distruzioni, combattimenti, rese, vittorie e sconfitte)? Chi era il prof. Ottavio Dinale, suo acerrimo nemico “anticlericale” che diventerà amico di Mussolini e fautore del fascismo? Che rapporti “fraterni” aveva instaurato con i francesi dalla primavera del 1918 per poter beneficiare del rifugio antiaereo ciostruito sotto terra di fronte alla Pieve? E le sue amicizie con il clero austro-tedesco al tempo di Pio X?
Che c’entra “la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari, riferendosi ad una nota del Sommo Pontefice (ndr, Benedetto XV)”? Dunque condivide l’uso della forza per la soluzione di controversie e suppone che ci siano leggi internazionali e principi umanitari da rispettare. Poi per quanto riguarda la sua analisi dei danni arrecati al paese e alla comunità sembra che si sostituisca alla politica con la raccolta fondi per l’Infanzia ed elenchi i bombardamenti, le distruzioni, le perdite. Non le quantifica e nemmeno si conoscono dati precisi, nonostante il sindaco Ubaldo Serena abbia firmato una “Copia della pianta topografica della Città con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche dal novembre 1917 all’ottobre 1918, conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni al diritto delle genti commesse dal nemico in data di Venezia 24 marzo 1919, con firma in calce del 17 giugno 1919.”
Il libercolo del prete è ancora oggi consultato e ripreso come spunto da politici, storici e giornalisti. Nessuno mai ha approfondito sulla veridicità delle sue osservazioni.
Con tutta probabilità il don Peppone dell’epoca spedì al mittente più di qualche messaggio cifrato (come la vendetta contro l’infamante prof. Dinale), viste come sono andate le cose: non tanto una guerra d’inutile strage ma di distruzioni e violazioni tali da chiedersi quanti tipi di Dio esistono? Quindi sconfina nella politica e fa capire che questa è impreparata. A lui si implora di riorganizzare il tessuto civile distrutto e una raccolta fondi per gli orfani di guerra. Dov’era lo Stato?
Una prova inconfutabile del fallimento che seguirà sul piano politico l’Italia nel dopoguerra come scrive Mario Pisani “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711), che terminò i lavori nel 1920. In precedenza la Commissione affrontava i compiti che le erano stati affidati con grande dispiego di energie e notevolissimo impegno analitico, tanto che, nel 1921, venivano pubblicate le relazioni dei lavori, raccolte in ben sette volumi, per un totale di circa 4000 pagine, compresa una cospicua serie di documenti fotografici.”
Dunque nulla impedisce di pensare che don Pastega fosse spinto dal vento in poppa per la richiesta di indennizzi e nel far valere che l’opera costante e presente della Chiesa, cioè sua, serviva al bene della Patria. Una partita sulla quale ci ritorneremo.

Gli storci locali plagiatori e bugiardoni
A distanza di un secolo e mettendo a confronto frasi e aneddoti di don Pastega con Dino Scarabellotto e via via passati in rassegna dagli storici locali, ci siamo accorti che non c’è mai stata una ricerca di storia militare, ora che possediamo dei mezzi quanto mai fondamentali, come Derio Turcato ha saputo puntigliosamente scavare “creuser” in archivi e saggistica francesi. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, prima ancora della Storia Militare, le municipalità di Castelfranco e Galliera non hanno saputo svolgere appieno su un piano culturale e di “gemellaggio” il caso della morte del generale Lucien Zacharie Marie Lizé, di rendergli onore come vittima di un vile bombardamento aereo, in cui furono usate bombe incendiarie e Shrapnel (a grappolo), e di altre vittime quali personale sanitario, ammalati, feriti e persino salme dell’obitorio. Più crimine di cvosì cosa si poteva aspettare dai piloti austro-germanici?
All’uomo della strada come al pubblico seduto in una sala lo si può intrattenere con aneddoti sarcastici o ironici (se questi siano utili di fronte ai milioni di morti) per racimolare qualche denaro svalutato. Quello che non va sono le lapidi ricordo di borgo Treviso con i soli cittadini castellani periti in guerra, a causa di ferite o dispersi. Quello che non va aver sbagliato la data di morte del generale francese e il luogo esatto dove fu colpito da una “scheggia”. Quello che non va che non ci siano altre lapidi di vittime che erano in servizio quei giorni di bombardamenti per il soccorso sanitario, civile e di assistenza.
E qui entriamo in un nuovo capitolo che si chiama Diritto umanitario snobbato, a a quanto pare, dai politici e dagli stessi militari.

Relazioni internazionali e Storia militare franco-italiana di Castelfranco
Che cosa è successo con l’Armistizio del 3 novembre 1918, sottoscritto a Villa Giusti (Mandria-Padova)? La fine totale delle ostilità è avveta circa una decina di giorni dopo. Poi si sono susseguiti i Trattati di Pace di Versailles (1919) e in ambito nazionale c’è stata la costituzione della Commissione d’inchiesta parlamentare (maggio-giu. 1919) che doveva stilare i danni e le violazioni. Viene affidata alla Corte Suprema di Lipsia (1920-21) la soluzione delle controversie, con la condanna dei “criminali”. Il paese cade nel marasma totale e come spesso accade la politica interpreta il mal di pancia ed instaura “quello che il popolo grida”: ordine e lavoro!

Revisione o rispetto?
Fonti storiche rivedute grazie alla consultazione on line di archivi, saggi, manuali, articoli di giornali, fotografie e filmati, che sconfessano alcuni storici locali bugiardi e poco rispettosi del copyright.
Lo spunto è avvenuto quasi per caso – ci dice Derio – all’indomani del 4 novembre dopo aver assistito alla cerimonia in pompa magna per il Centenario dell’Armistizio di Villa Giusti (vedi Unita Nazionale e Forze Armate) e consultato i motori di ricerca per due o tre argomenti trattati: 1. cause ed effetti dei violenti bombardamenti aerei sul centro storico di Castelfranco, 2. distrutti siti adibiti al soccorso sanitario (Croce Rossa, Cavalieri Ordine di Malta), 3. distrutti casa per anziani, 4. distrutti palazzi e case private, 5. uccise persone inermi senza nessuna difesa. E tutto questo non dal fronte del Massiccio del Grappa ma con aviogetti bombardieri che partivano da lontano.
Il secondo grande argomento non abbiamo mai saputo che se ne fecero dei 1500 prigionieri catturati sul Monte Tomba-Monfernera (30 dicembre 1917) che Scarabellotto e Urettini si divertono a raccontare che i francesi li avrebbero usati per spazzare la piazza del Mercato quando ce n’era bisogno. Fra loro ci sono centinaia di feriti. Come li avranno trattati? Saranno stati uccisi come successe per francesi, belgi e italiani?

Il fatto storico
Da quello che si legge sul Manifesto municipale firmato dal sindaco Stefano Marcon, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero e non solo “Lucien”. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgione, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri soldati omonimi ricordati all’Hotel des Invalides di Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale di Angers, regione della Loira e Maine.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de Foch Les 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot, ed.) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 ordigni sul loro bersaglio (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale n. 38 di evacuazione di Galliera [Veneta], dove è morto alle 9.30”.
Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera, sede dell’ospedale militare francese dove fu portato.
Leggermente diversa la testimonianza di un ufficiale che lo soccorse “è stato colpito alle ore 5,10 mentre percorreva dieci metri per entrare in un rifugio antiaereo” che conferma la data e l’ora del decesso, 5 gennaio ore 9,35 (Bouchemaine, Tomo I).

Miatello: Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

Turcato: Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–  il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale alla rubrica eventi nulla risulta;
–  Le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–  Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–  Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

Il destino segnato di Ferruccio Macola o l’ideologia gioca cattivi scherzi? Sensazionale scoperta nel suo primo libro a 23 anni! Miatello ci racconta una nuova pagina di storia

Un chiarimento in base all’esperienza
Divieto di usare il cellulare per fotografare pagine di annate di Giornali di un secolo fa, tesi di laurea dattiloscritte di venticinque anni fa, libri vecchi e antichi. La consultazione in Archivio di Stato a Venezia o nella biblioteca universitaria di Facoltà è solo visiva! Al massimo una penna e qualche foglio.
L’Italia si nasconde dietro la censura e l’austerity. Poi se scoviamo in Rete un cataloghino del 1825 della London Maddox Gallery (presso la Oxford Library) e si risale finalmente all’origine di un’opera d’arte sparita (di Veronese? o di un suo collega, quale fu Anselmo Canera? venduta da un certo bassanese litografo G. Vendramini, di cui si possiede e firma la stampa originale ma non si sapeva di più) che il noto storico mercante on. Vittorio Sgarbi convincerà l’altrettanto grande doge corrotto Giancarlo Galan a sborsare duecentomila euro pubblici per una patacca (“no è di Veronese ma di un suo collega”, “frammento gravemente manomesso”) allora i giornali sono contenti dello scandalo (scoop di Alda Vanzan per Il Gazzettino e tutti gli altri accreditati giornalisti a Palazzo Balbi, come l’amico Gianantonio Schiaffino che ci sganassava). Non certo i nostri due artefici paladini e nemmeno i veneti che si sono trovati gabbati. Purtroppo la storia raccontata da chi copia e ricopia, come quella della soprintendente, ci obbliga con il senno di poi di denunciare questa inutile censura della burocrazia borbonica e mussoliniana. Peccato che lo scrittore Antonio Scurati sul suo recente “M” non se ne sia accorto, lui che dice di aver svolto per tre anni lunghe ricerche di archivio. Non ci crediamo proprio che abbia dovuto perdere giornate intere dentro l’archivio ma si sia fatto consegnare fotocopie ecc., dato che è conosciuto di essere un accanito scrittore nottambulo.

La difficoltà materiale di fare ricerca
Affrontando la lettura di quello che ci rimane di Ferruccio Macola, annate dei giornali che ha diretto, libri scritti, articoli sparsi, in base al lungo elenco che Fulvio Conti (Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani) e l’Archivio parlamentare di Montecitorio hanno pubblicato, possiamo rallegrarci e farci una pernacchia. Le annate de Il Secolo XIX di Genova o della storica La Gazzetta di Venezia non sono online. Tanto meno si possono fotografare con il cellulare. Il divieto per noi mortali cellularizzati e con scarsi doti finanziarie è assoluto, poi se ci fosse qualche fortunato con la lettera in mano di qualche Ateneo o Fondazione privata, allora le porte si aprirebbero immediatamente. Non credo che un professore ordinario abbia il tempo di passare ore e ore per sfogliare un’annata di cento anni fa. Per i venticinque libri e saggi pubblicati da Ferruccio Francesco Macola (1861-1910) la stessa ed identica risposta: “molti non si possono avere con il prestito interbibliotecario, “sono fragili” e lontani, sparpagliati qua e là. Inutile chiedere una foto delle pagine scelte se non si possono sfogliare. A differenza di altri Paesi che ci fanno compagnia quando siamo con gli Americani, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Canadesi al G7 (G10), sulla gestione della nostra Storia abbiamo un’arretratezza da Jurassik Park. Ma forse per quest’era o per quelle meno lontane del neolitico e del rame (4000-2000 a.C.) ci sono Fondazioni internazionali che ci sanno fare e riportano alla luce frammenti della cultura di seimila o più anni fa, scavando, fotografando, comparando, analizzando scientificamente oggetti, minuscole targhette, papiri, gioielli, armi, arnesi. A queste non viene vietato nulla. E’ importante che non arrivano dopo i saccheggiatori, tombaroli e terroristi dell’Isis. Ci si mette d’accordo con lo Stato, la tribù, il sovrano e si paga dazio, se necessario. Il mondo si arricchisce di nuove scoperte, vie commerciali, culture, caratteristiche antropologiche che prima nemmeno si sognavano.

L’esempio di primaria importanza della Fondazione Ligabue
La preziosissima collezione allestita dalla Fondazione Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia (“IDOLI. Il potere dell’immagine“) ne è un esempio mirabile che rivoluziona il sapere standardizzato che purtroppo continua a peggiorare nella formazione dei nostri liceali. Gridare non serve a nulla. I libri di testo modellati su schemi di 50anni fa sono uno schiaffo alla cultura e all’investimento che fa ogni famiglia per suo figlio. I libri scolastici sono una miniera inesauribile per le solite casi editrici che possono permettersi di strapagare il lancio di saggi e romanzi che per tre quarti vanno al macero, come del resto quotidiani e riviste. Non capisco come mai una biblioteca comunale (es. quella di CV.to) debba tenere in bella mostra 58 riviste, quando sono appena tre o quattro sfogliate. Non capisco nemmeno che ci siano 12 quotidiani su un tavolo dove ci stanno appena quattro sedie per i lettori accaniti della pagina sportiva, di quella locale o addirittura che gli serva per coprirsi da occhi indiscreti mentre sta caricando il suo i-pad o guardando l’andamento della borsa. Questa è la città di Giorgione con una delle biblioteche più belle del Trevigiano. Un ex Monte di Pietà, tra il Duomo e la Canonica, con qualche affresco, ritratti e paesaggi d’epoca e tre sale dedicate a Giorgio Lago, Tina Anselmi, Gino Sartor. In basso c’è la saletta Guidolin, un altro resosi famoso come antifascista.
Di Ferruccio Macola, giornalista, onorevole, saggista, uomo di mondo il nulla. Il suo primo saggio con dedica per l’abate dott. Luigi Viani che per nostra fortuna legò alla Biblioteca.
Per la nostra Storia, dicevamo, vige la più alta stupidità del potere, anzi mantenendoci in uno stato antiquato di strutture (ancora tanto personale imbucato e poche macchine) che subiamo nel Terzo Millennio violenza e malversazione. Che paura c’è di lasciar fotografare con il cellulare, fra l’altro senza flash e con una mano tremolante, pagine di annate di un giornale di cento anni fa o pagine specifiche di un autore che possa rappresentare un interesse per il ricercatore e dell’intera comunità?
“E’ vietata qualsiasi forma di riproduzione: fotocopia, macchina fotografica, cellulare”, recita le lettera standard di risposta alla nostra collega Graziella Andreotti, corrispondente da Rovigo, che chiedeva la consultazione delle annate de La Gazzetta di Venezia conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Capisco l’uso di una fotocopiatrice con i suoi lampi di luce potente o per la minore grandezza del vetro rispetto al paginone (grande formato dei giornali stile ‘800) o per libri antichi o vecchi che pressati si possono facilmente rovinare. Ma un cellulare tenuto con le mani a venti centimetri di altezza senza flash che pericolo c’è? Oltre al disagio manuale c’è anche quello economico. Il su e giù costa, non è gratis, cara signora burocrazia romana. Vergogna.
Alla fine diciamo che la “Storia” diventa “storia” ed i furbacchioni oltre ad essere bugiardi ci raccontano quello che vogliono, anche senza aver mai letto il libro, il saggio o sfogliato il giornalone, com’è il caso del castellano Ferruccio (nato a Camposampiero nel 1861 ma residente dal 1866 al 1910) a Castelfranco Veneto e qui eletto deputato nel collegio Asolo-Castelfranco durante cinque legislature (1895-1910). Non è forse un personaggio da narrare? Ha scritto su: autonomia, decentramento, regionalismo, emigrazione veneta e italiana da proteggere, contro le campagne colonialiste in Africa, contro la corruzione non solo nel Meridione, proponeva una via ferrata con tram a vapore da Bassano a Montebelluna e Castelfranco. Mica stupido. Sicuramente una linea ferroviaria da Montebelluna a Bassano e da Caselle di Asolo fino a Castelfranco avrebbe contribuito ad uno sviluppo del territorio della Pedemontana che si è ritardato nel tempo.
E’ morto a 49 anni di tisi con i palliativi dell’epoca: vapori caldi e morfina, quando proprio non ce la faceva più. Forse sono state le celle del collegio, il lavoro di macchinista al Duilio, i viaggi in America Latina, in Brasile o in Africa a rovinargli i polmoni?

Proposte concrete, non le solite battaglie di parole e paroloni alla Saviano, Camilleri, Cacciari
L’Europa di questi giorni dedicati al “Mef”, che non è “Merd” o “Bef” ci bacchetta per bocca del socialista Moscovici e del “barcollante” Junker che l’Italia non può sforare il 2.4, anzi si dovrebbe stare sotto l’1.8 già da subito. Il governo cerca di ricorrere al riparo, dati gli impegni assunti alle ultime politiche, non può rimangiarsi le promesse. La sinistra ormai ridotta ad un partitello aumenta la dose sui diritti politici e civili, mai economici. Troppo difficile per quasi tutti loro che sono impiegati statali, parastatali e parassiti. Parlano ancora di grandi opere di migliaia di miliardi che dovrebbero pervenire dagli stranieri che non hanno “fiducia” nell’Italia che non comperano titoli di Stato a tasso di rendimento meno di uno. La lega dice mettiamo obbligatoria la leva per i giovani dai 18 ai 25, un anno per ciascuno non fa male a nessuno, poi li paghiamo, vestiamo, cibiamo e li istruiamo. La sinistra parte all’attacco “no esercito, no militarismo”. Siamo pacifisti e anti reati umanità fanno da grancassa quelli di Leu e sigle esterne. Perchè non attuare il vecchio progetto della digitalizzazione di biblioteche e archivi assumendo giovani laureati e studenti universitari che potrebbero dedicare 10-15 ore settimanali per bilanciare il loro gravoso costo alle famiglie? Le sinistre tacciono devono prepararsi per il congresso, poi per le primarie e quindi per le Europee con Macron e Corbin (che è fuori). Il comunismo all’italiana è pesante come una macchina ministeriale. Cambiamo il nome del partito. No, cambiamo le persone Si. Le idee camminano sulle gambe dei democratici e la mafia si sposta nell’aria.
La sinistra e i sapientoni come Calenda, Del Rio, Brunetta, Renzi, Tajani propongono grandi investimenti per rialzare l’Italia. La cultura per loro è solo turismo e convegni, salotti romani e selfie.

Casa Barbarella del conte Ferruccio Macola
Il deputato conte Ferruccio Francesco Macola sposò la bella ed avvenente figliola del signor Moresco e della contessa Felissent di Treviso (suo fratello divenne sindaco) ed andò ad abitare a Castello di Godego da questi. La villa è reclamizzata in Internet ma non si conosce l’attuale proprietario/a.
Comprò casa a Castelfranco Veneto, un’antica dimora che la leggenda vuole fosse del padre naturale di Giorgione, che porta appunto il nome di Barbarella (leggenda aurea o politica?). Un piccolo errore di datazione. Nel 1510 quando Giorgione morì di peste nel Lazzareto Novo di Venezia, lasciando un modesto inventario di cose personali recuperate dalla madre vedova (grazie alla scoperta della prof.ssa Segre, scanzonata dal vecchio Lionello Puppi), la villa non esisteva! La dimora è stata costruita sopra una montagnola artificiale a ridosso delle mura cittadine che potesse con i piani superiori “ricevere luce, raggi ed avere il piacere di vedere la lunga cortina montuosa con al centro il Monte Grappa e più sotto Asolo e il Cansiglio”. Le abitazioni a metà cinquecento non formavano ancora una bastia come si vede oggi. I portici sono ottocenteschi, pertanto il Barbarella aveva una veduta degagé. il Macola invece dal piano nobile e dalla Torretta (piccionaia) aveva ugualmente una bella veduta mozzafiato. Dentro un castello fortificato con un enorme spazio adibito “a giardino e stalle”. “E’ l’unica casa che si conosca costruita sopra una montagnola di una ventina di metri di dislivello. Non può franare perchè è a ridosso di mura medievali” e sotto dovrebbero esserci le cantine – ci spiega un nostro interlocutore.
Le cartoline che si vendevano nel ‘900 riproducono “villa Barbarella, ora del conte onorevole Ferruccio Macola” che mostrano in bell’evidenza una trasformazione moderna ed eclettica della dimora con una scalinata e balaustra di cemento, una facciata con tre orologi solari (fusi orari uguali) ed una torretta merlata in mattoni. Lavori progettati dall’arch. Giovanni Sardi, lo stesso che rifece la facciata cementizia di Palazzo degli Azzoni Avogadro in borgo Treviso, l’Hotel Excelsior al Lido di Venezia (1908) e l’Hotel Bauer a San Marco, oltre a ville del Lido e ad Asolo (come ci spiega il prof. Manlio Brusatin). Particolari questi che mettono Macola in stretta relazione col mondo veneziano e castellano: l’arch. Giovanni Sardi, l’ing. Spada, il sindaco conte Grimani, i conti degli Azzoni Avogadro, l’abate Luigi Viani, mons. Giovanni Bressan.
Nel 1884, a 23 anni, Ferruccio pubblica il suo primo libro a Genova (Come si vive nell’Esercito di 316 pagine). Dedica un capitolo alla sua città natale “Castelfranco Veneto”. Si sente che ha una forte nostalgia del suo Veneto. La scelta della dimora quale Casa Giorgione rappresenta una conquista sociale ed è un punto di riferimento. Entra in politica quando si trasferisce a Venezia nel 1889 (28 anni) e farà la spola con Castelfranco, Treviso e Padova. La Gazzetta di Venezia come altri giornali aveva propri candidati per le Comunali e le Provinciali. Nessuno lo dice. Infatti, e se ne vanta, è eletto consigliere provinciale di Treviso. Quindi il grande salto che non sarà stato tanto facile se ha battuto il concorrente con i resti dei voti dei cattolici. Questa opportunità è la prima che si conosca in Italia dove vigeva il non expedit di Leone XIII, cioè il divieto dei cattolici di entrare in politica. Di farsi bastonare, di pagare le tasse e di farsi deridere “per la stupidità di un clero romano consumato nell’ozio, nella ricchezza e nello sfruttamento”.
Poi leggiamo che Macola fu destinato a scomparire, ad uscire dalla Storia per “la sua stranezza e irrequietezza”, per “l’assassinio” causato al “bardo della democrazia” Felice Cavallotti, milanese ma di origini venete, che probabilmente sarebbe diventato un ministro di Giolitti. Quello stesso Giolitti che dai banchi della sinistra estrema era tutto uno scandalo di corruzione e sopraffazioni. Una sinistra che poteva trasformarsi di destra e viceversa. Molto spesso il Parlamento italiano viaggia per conto proprio. Ministri che si autodefinivano neutrali, non interventisti ma trescavano e si vendevano al miglior offerente. Gli italiani ci credevano e la chiesa fece il suo dovere. D’altronde il tasso di analfabetismo raggiungeva il 70 per cento, dicono le statistiche ma il tasso d’amore invece era quasi 100 per cento nei giornalisti, militari di carriera, comici…
“Come si vive nell’Esercito”
Proseguo sulla storia del giovane Ferruccio che si può dedurre dal suo primo libro del 1884 (unica testimonianza in biblioteca con una sua dedica a Luigi Viani, abate suo inegnante).
Come si vive nell’Esercito“, uno sfogo un po’ autobiografico e già con i germi di politico. Gli permise di farsi conoscere e di indirizzarsi ai tanti giovani che facevano il militare di leva. E’ un criticone sul regime “militarista” che andrebbe abolito e annota ruberie alla luce del sole. Ha 23 anni e da lì a poco dirigerà il nuovo giornale Il Secolo XIX di Genova.
Nel libro del 1884 ha una forte nostalgia di Castelfranco che nessuno se n’era accorto prima. Nel 1888 sbatte la porta e si fa liquidare: Va a Venezia e compera l’esangue Gazzetta di Venezia nel 1889 (che tutti sbagliano con il 1888). La riporta ad un buon livello di tiratura e consensi. Esce di pomeriggio, come il suo primo giornale genovese, che chiudono le redazioni alle sedici pomeridiane. Rimane direttore fino al 1902-03, fin quasi al 1909 con una piccola quota sociale. Nel 1895 fa propaganda per l’entrata a Venezia del nuovo cardinale Giuseppe Sarto di Castelfranco-Riese che lo conosceva molto bene, se dal papa, si vanterà di avere “importanti appoggi a Roma”. Era direttamente connesso con i monsignori che fungevano da consiglieri personali. Va contro il sindaco laico “anticlericale” Selvatico che voleva abolire le lezioni di religione nelle scuole veneziane, che verrà brutalmente battuto nel 1897 dal nobile Grimani, suo stretto amico e azionista della Gazzetta di Venezia. Qualcuno scrive che Ferruccio è amico dei sovrani piemontesi Umberto e Margherita che non vedevano di buon occhio il figlio Vittorio Emanuele corteggiare Elena di Montenegro (inesatto, ndr) che l’avrebbe chiamata “rosicchiatrice di castagne” (Bordignon Favero). Abbiamo invece un’altra versione di Indro Montanelli che ci spiega quanto sia stata propizia l’intermediazione di Crispi che organizzò una serata di gala proprio a Venezia durante la prima Biennale d’arte nel 1895 che fece in modo di mettere accanto il giovane monotono e complessato Vittorio Emanuele alla bella Yela, che erano tutti d’accordo per la protezione dello Zar Nicola II sulla famiglia del re Nicola Petrovich Niegos. L’anno seguente il principe fu invitato a San Pietroburgo per l’incoronazione dell’imperatore Nicola II. Guarda caso, fa notare Montanelli, ci fu anche Yela e qui scattò la fiamma d’amore. Un’ultima osservazione. Yela era il suo vero nome ma dopo il fidanzamento del 1896 prese il nome di “Elena di Montenegro“.
Gli storici di Castelfranco Veneto
Ora ci si soffermi su questa frase del prof. Paolo Bordignon Favero (1996):
“Il suo comportamento fu strano, come il disorientamento politico da lui avuto, fino all’uccisione nel duello con Cavallotti. Sconvolto concluse la vita, irrequieto;…come era stato in fanciullezza (pag. 190, libro di cartoline di Caufin). Oppure quest’altra dell’arch. Franco Posocco e di Luca Pozzobon: “deliberazione consigliare del 15 ottobre 1904 per un’ipotesi di tramvia a vapore: Bssano-Caselle d’Asolo-Montebelluna-Caselle d’Asolo-Castelfranco, della quale si fece promotore l’on. Ferruccio Macola, il deputato del collegio castellano reso famoso per il tragico duello da lui sostenuto contro Felice Cavallotti.” (pag. 29 del volume “Castelfranco Veneto. L’evoluzione della forma urbana e territoriale nei secoli XIX e XX”, edito da Banca Pop. di C.V., a cura di Cecchetto, Posocco e Pozzobon.
Ambedue didascalici penetrano nella sfera della psicanalisi, commettendo un errore di disonestà intellettuale.
Il fatto del “tragico” duello (Pozzobon o Posocco, ma anche Cecchetto) che lo “sconvolse” (Bordignon Favero, Luigi Urettini, Angelo Marchetti) sarebbe la risposta storica del suo lento ma ormai segnato destino di politico e di uomo che “concluse la vita, irrequieto… come era stato in fanciullezza” (Bordignon Favero).
Il giovane Ferruccio non ne poteva più del Collegio tanto che veniva punito anche per sciocchezze e puro sadismo dell’ufficiale di turno che gli rimarranno per tutta la vita soprattutto l’umiliazione e la voglia di una riscossa. Contro il “militarismo” imperante, la sopraffazione sui giovani, la corruzione, l’imbroglio. Di questo si legge altro che di uno con un caratterino difficile.
Per la prima volta vide suo padre Evaristo (segretario comunale, maestro, assessore, uomo di cultura e integerrimo, ndr) piangere. Forse l’anziano conte capì dell’errore commesso di averlo istigato ad entrare in marina: “il prestigio delle mostrine” e di un “posto sicuro” erano più sogni che realtà, data la situazione caotica in cui versava l’Italia a vent’anni dall’Unità con un Meridione corrotto e in balia di briganti e bande armate, emigrazioni inarrestabili, campagne militari senza mezzi. Si legge nel libro che il giovane diciottenne per una punizione eccessiva, trascinandolo all’estremo, tentò il suicidio con una fune legata all’inferriata della cella. Per fortuna un suo amico se ne accorso e fu prontamente salvato. La punizione continuò legandolo con le stessa fune e trasportato per barca con quattro uomini armati e l’aiutante alle carceri di S. Daniele. Lo ripeteva da un po’ che gli rimaneva ormai solo quest’ultima ratio, pur sapendo che avrebbe fatto soffrire i suoi famigliari. Ormai non ne poteva più della lunga e pesante sofferenza di “internato”, al quale venivano tolti i più elementari diritti di libertà personali. Almeno nelle Accademie militari c’era più rispetto, qui siamo come delle “bestie”, anzi ci viene tolta qualsiasi capacità di poter persino di pensare.
Queste osservazioni sono basilari per capire lo sfogo di un giovane che non vedeva l’ora di uscire, anzi di non tornarci più. “Sembrava di essere in un forno con 50 gradi, era persino impossibile scendere o salire, tenendosi aggrappati al corrimano di ferro che sembrava rovente. Come si poteva vivere lì sotto, da macchinisti?”
L’avrà letto il libro?
A questo punto ci è sorto un dubbio. Il prof. citato, ritenuto il maggiore storico del paese (dell’arte e dell’architettura), non dovrebbe aver letto il libro “Come si vive nell’esercito”. Altrimenti avrebbe ricavato conclusioni diverse, separando la politica dalla psicanalisi, e le cose vere dalle sciocchezze. 
E’ come se oggi, vedendo suo figlio barcollare tre giorni alla settimana sotto i portici, tra un’osteria e l’altra, ci venisse spontaneo pensare che la colpa di essersi ridotto in quel modo sia proprio del genitore che lo avrà, al contrario, troppo coccolato, trovandogli persino un posto sicuro da ricercatore universitario.
(Copyright Angelo Miatello)